A traverso le tende semichiuse filtrava una luce scolorata e falsa: era
come una mano fredda che mi sfiorasse le palpebre. Stavo disteso sul
letto, con gli occhi socchiusi, senza muovermi. Quella luce non mi
cagionava nessuna maraviglia, nè il fatto di esser disteso sul letto,
vestito, nè il fatto di esser desto, nè le rose gialle e spampanate
sulle pareti con certi lor gambi intrecciati e irti di spine, nè gli
abiti appesi in un angolo come impiccati. Bensì cercavo di spiegarmi che
cosa fosse una macchia nera che vedevo a piè del letto, un groviglio
nero da cui uscivano, non si sa come, due, due mani... Sì... Vedevo che
erano due mani, due mani lunghe e pelose, con strani luccichii sulle
dita; e la loro positura era così stravagante che ora pareva chiedessero
un'elemosina e ora offrissero un'invisibile offerta, e ora non
offrissero e non chiedessero nulla, ma fossero là, abbandonate e senza
vita, estranee a qualunque corpo di uomo di donna. Immobilità. Ed io non
riuscivo a comprendere. In quel viluppo nero, vicino a quelle mani, si
scorgeva anche una macchia rossiccia, come un involto di carta rossa: la
testa fulva di Sterpoli. Ma proprio non riuscivo a trovare un
cominciamento in quel garbuglio di cose, non una fine, e nemmeno un
ordine qualsiasi che me ne spiegasse la natura. Sapevo che avrei potuto
alzarmi e toccare, frugare, trovare ciò che cercavo. Ma mi pareva di non
potermi muovere senza turbare la gran pace che, coricato, riposava con
me. E poi c'era qualche cosa, non so quale, che continuamente mi
distraeva e mi svagava, deviando i miei sensi mal desti. Ora erano gli
abiti appesi al muro, quelle gambe e quelle braccia vuote e pendule,
quelle ridicole membra di stracci; ora una rosa purpurea che vedevo sul
mio petto e che pareva una bella macchia di sangue. Che cos'era quella
rosa? Chi me l'aveva appuntata sul petto? O meglio: chi mi aveva fatto
quella bella ferita? Ecco: io non riuscivo a comprendere, e di nuovo i
miei occhi si posavano su quel mucchio di cose immobili a piè del letto,
su quella macchia fulva, e su quelle mani, su quelle due mani
abbandonate. Una voce interna mi diceva:--Tu devi esser felice. Ed io,
con la stessa voce, rispondevo:--Sono, sono felice. E ancora:--Tu volevi
morire. Ed io:--Sì, è vero, volevo morire. E c'era un nodo stretto nel
mio cervello, che non si voleva sciogliere; c'era un fiore chiuso che
non si voleva aprire; intorno al quale i miei pensieri vaghi, incerti,
s'aggiravano come farfalle...
Così vissi. A lungo, a lungo, nere farfalle si aggirarono intorno a quel
fiore chiuso.