PARTE SECONDA

Come finì la collana.

Se io non avessi scritto soltanto per alleggerire il peso dell'anima mia

la pietosa storia di Daria, ma mi fossi lasciato andare a pubblicarla

sotto forma di racconto, come tanti fanno oggidì, che invitano nella

loro intimità il maggior numero di persone ad udire i piccoli casi della

loro vita, più di un lettore si sarebbe domandato dove mai fosse andata

a finire quella collana, adorna di uno smeraldo, che Daria gettò in viso

a Sterpoli quando affrontò Clauss all'Alhambra, la sera prima della sua

morte. Capisco anche che a molti altri l'omissione di questo particolare

sarebbe passata inosservata; tanto più che oggi la moda vuole che l'arte

del romanzo e della novella sia trattata sinteticamente, a grandi linee,

tutta stretta intorno alle cose essenziali e necessarie, senza quel

cumulo di descrizioni minute e di inutili particolarità che usavano i

romanzieri d'un tempo, quando gli uomini non avevano la fretta che hanno

adesso e l'arte narrativa non aveva dato ancora tanti grandi scrittori.

Ma per me, la fine di quella collana dallo smeraldo ha un'importanza

grandissima, e non posso assolutamente passare sotto silenzio la sua

breve storia.

*

* *

Quando Daria si strappò dal collo quella collana e la scagliò con ira

contro Clauss, colpendo invece Sterpoli in pieno viso, la collana cadde

ai piedi di Sterpoli tra molti cuscini disseminati sopra il tappeto, e

là rimase, dimenticata da tutti. Chi volete che pensasse a quel

gioiello, per quanto esso fosse prezioso, quando ora sappiamo fino a che

punto tutti noi, presenti a quella scena, fossimo intimamente sconvolti,

e più di ogni altro Clauss, il quale pure all'apparenza sembrava

conservare intera la padronanza di sè medesimo? Sterpoli certo non si

curvò a raccoglierlo, mezzo acciecato com'era, e poi non ne ebbe il

tempo, perchè se ne fuggì ad inseguire Daria, come abbiamo veduto.

Clauss non lo raccolse egualmente, perchè egli avrebbe dato uno smeraldo

mille volte più grosso e luminoso di quello per un bacio di Daria, e

certo non importava nulla a lui di sapere chi lo avrebbe raccolto e chi

se ne sarebbe impadronito. Io non lo raccolsi, perchè dimenticai subito

che la collana fosse caduta fra quei cuscini, mentre più d'ogni altro

l'avevo ammirata sul candore niveo della gola di Daria. Poi Clauss ed io

ce ne eravamo andati, lasciando gli altri ancora seduti sui divani, e

gli avvenimenti che seguirono la notte e il giorno dopo ci condussero

pur troppo lontani dal ricordo di quel disgraziato gioiello. Quelli che

rimasero dopo la nostra partenza avrebbero ben potuto ricordarsene, non

solo perchè dovevano essere molto più calmi di noi, ma perchè,

discorrendo ancora a lungo tra loro della scena che s'era svolta sotto i

loro occhi, avrebbero dovuto anche soltanto incidentalmente parlare

della collana e quindi pensare di raccoglierla. Sta di fatto che assai

tardi, a notte molto inoltrata, quei giovani chiesero i loro pastrani e

le loro tube al guardarobiere, e se ne andarono facendo pronostici sulle

possibili conseguenze dell'avvenimento che s'era prodotto quella sera. E

la collana rimase fra i cuscini, là dove era caduta.

*

* *

È vero che quella notte, fantasticando di Daria, la sua immagine non

m'apparve mai disgiunta dallo splendore magico dello smeraldo che avevo

veduto brillare sulla nudità del suo collo. Quella pietra preziosa era

per me quasi un attributo della sua bellezza, come i suoi occhi

oltremarini, come le vene azzurre delle sue tempie, come il rosso crudo

di cui ardevano le sue labbra. Anche più tardi, quando il delirio che

per intere settimane mi tenne sospeso tra vita e morte finalmente si

placò, l'immagine di Daria mi riapparve nella precisione lucida del

primo ricordo con quello smeraldo verdissimo sospeso alla gola. Nel

delirio non l'aveva mai abbandonata. Vedevo colori meravigliosi, e

sopratutto il sangue, di cui tutte le cose mi apparivano macchiate e

grondanti, era d'un rosso paragonabile soltanto al fuoco e ai tramonti

d'estate. Ma il verde di quella gemma vinceva in splendore, in violenza,

in bellezza ogni altro colore, nelle mille strane forme che assumeva

nell'incubo. Ora era un lago verde, nella cui trasparenza guizzavano

pesci di madreperla, di ambra e di corallo, dal cui fondo sorgevano

ondeggiando foreste d'alghe e di piante d'ogni varietà di verde; e su

quelle piante sbocciavano fiori enormi, bianchi e neri, che poi si

distaccavano dai rami e salivano a galleggiare sull'acqua come meduse.

Ora invece era una verde pupilla che s'apriva improvvisa in un cielo

buio, e da essa scendeva un raggio verde diritto come dalla pupilla di

un dio, fluido, abbagliante, che dove si posava divampavano altissimi

incendi, serpeggiavano guizzando fiamme verdi, e intere città con torri

e castelli erano avvolte da un alone livido fosforescente, e subito

incenerite. Le loro rovine formavano poi alte montagne di verdi tizzi

ardenti.

Ma la collana di Daria, chiusa nella buia mano di un miserabile

rigattiere, non mandava più alcuno splendore. Un ragazzo, la mattina che

seguì quella notte memoranda, spazzando, l'aveva trovata là dove era

stata abbandonata da tutti, e senza neppure il tempo di fiatare, se

l'era cacciata nella più nascosta tasca dei suoi calzoni, tutti

rattoppati davanti e di dietro. Anzi quella tasca segreta altro non era

che una delle tante toppe dei suoi calzoni, nella quale il furbo ragazzo

aveva fatto un buco. Quel ragazzo si chiamava Bombita, e suo padre era

un facchino. All'Alhambra esercitava il nobile mestiere di sguattero, in

attesa di vestire una livrea gallonata e di essere promosso ruffiano.

Quella mattina Bombita, che era d'umor taciturno e usava di solito

accompagnare l'andirivieni della sua scopa con dispettosi grugniti,

l'udirono invece cantare, con una bella voce di mezzo soprano, una delle

tante canzoni che là dentro sapevano anche i muri.--Guarda, disse il

maestro di casa che in maniche di camicia lustrava le maniglie alle

porte, nella testa di Bombita è nato un gallo! Nella testa di Bombita

poteva essere nato non soltanto un gallo, ma financo un asino, perchè

era non solo rotonda come un uovo, ma grossa come una zucca. Quel

ragazzo era rachitico, si può dire che fosse tutta testa; sulla testa

cresceva poi un arruffio di capelli gialli come la stoppa, e il suo viso

era tutto macchiato di lentiggini. I suoi occhi piccini piccini

sembravano anch'essi due macchie un poco più rosse delle altre, e non

c'era caso che ti guardassero in faccia. Ma non era nato, no, un gallo

nella testa di Bombita. Lo sapeva bene lui, che cosa gli fosse nato

sotto i piedi, quella mattina, per cantare così.

*

* *

A mezzodì Bombita si slacciò il grembiule e lo buttò in un angolo. Ma i

calzoni se li tenne addosso, e, senza voltarsi indietro, infilò l'uscio

e se ne andò dove era atteso a quell'ora, e cioè al mercato dei pesci,

sulla banchina nuova del porto. Come ogni giorno, ad ogni angolo di

strada incontrava un amico, tutti in giro allo scoccare di mezzodì per

importanti affari d'appetito. Ma Bombita camminava con la testa alta, i

capelli al vento, le mani in tasca, a passi da granatiere, e non si

degnava di guardare in faccia nessuno di quanti incontrava lungo la via.

Il mercato era semi deserto, perchè a quell'ora chi aveva voglia di

pesce lo andava a cercare nelle casseruole piene di salse profumate, o

nelle padelle dove stava guizzando più che vivo tra gli scoppi e i

sibili dell'olio bollente, anzichè nelle ceste umide e algose dei

pescivendoli, a pesarlo morto sulle loro puzzolenti bilance. Le navi

ormeggiate alla banchina dondolavano i loro alti alberi alla brezza

lieve di levante, e sul ponte fumavano i fornelli dei marinai, che,

sdraiati sui sacchi e per i mucchi di gomene arrotolate, guardavano

sonnecchiando la poca gente passare in fretta lungo il molo. I cani

randagi facevano allora le pulizie del mercato, pronti a cedere la più

bella collana di smeraldi per una lisca di triglia. Ma Bombita non li

guardò neppure, quei suoi modesti colleghi, e tirò via verso una barca

tirata a secco dietro il casotto dei doganieri, dove era aspettato da

Egle. Egle, la figlia del pescatore, aveva tredici anni, mentre Bombita

non ne aveva che dodici. Era una bambina rotonda come una palla, due

gote rosse come due mele, e un par d'occhi che parevan fatti con due

scaglie di vetro nero. I suoi capelli erano crespi come la lana e

opachi, corti e arruffati, e legati dietro in una treccia così grossa e

sgraziata che somigliava la coda mozza di un cane.

Egle stava seduta sotto la barca e sgranocchiava tranquillamente una

crosta di pane, quando Bombita le si parò dinnanzi con quell'aria fiera

che si conviene ad un vero conquistatore. Egli si lasciò andare di peso

a sedere accanto a lei, e ridendo silenziosamente le dette una gomitata

nel fianco.

--Stupido!--disse Egle.--Non sai fare altro che dar gomitate tu! Guarda

Andromaco piuttosto come fa con Rosina. Guarda che bel nastro d'oro

porta alla cintola! Quello glielo ha regalato Andromaco.

Bombita strizzava gli occhi, e, guardando Egle, rideva silenziosamente,

e batteva il pugno sul ginocchio dove sentiva il duro dello smeraldo. Lo

zuccone che soffriva terribilmente di gelosia, e sempre, solo a

nominargli Andromaco o Ninotto, copriva Egle di sputi, questa volta si

contentò di darle tre pizzicotti nella schiena a denti stretti e

schizzando gli occhi dalle orbite. Ma stette muto, e poi ricominciò a

sorridere. Egle fece la faccia da lacrime, cercò di tastarsi la schiena

dove i pizzicotti le bruciavano, poi mostrò un palmo di lingua all'amico

e con disprezzo disse:

--Se non la finisci, me ne vado e non mi vedi mai più...

Buttò in mare quell'avanzo di crosta di pane che teneva in mano, voltò

le spalle a Bombita, e, puntati i gomiti sulle ginocchia e il mento sui

pugni chiusi, guardò verso le barche che si dondolavano sull'acqua.

--Sei come tuo padre, tale e quale, disse con voce agra, senza nè

muoversi nè voltarsi, come se parlasse al vento, che tutti dicono che

altro che di bastonate non ha mai nutrito nè te nè tua madre. Almeno mi

dicessi dov'è quell'anello che mi avevi promesso, e ne parlavi sempre,

quando facevo all'amore con Tristano, e non ne volevo sapere di

piantarlo per fare all'amore con te. Se lo saranno mangiato i pesci!

E mentre Egle parlava voltandogli la schiena, Bombita, ficcato il dito

nel buco della sua toppa, ne aveva tirato fuori a poco a poco la

collana, finchè era venuto alla luce lo smeraldo che il sole d'un tratto

riempì di scintille abbaglianti. Poi, curvandosi appena, l'aveva con due

dita tenuta sospesa sul capo di Egle, e a poco a poco, abbassando il

braccio, gliela calò sul naso, finchè Egle la vide e ammutolì. Vide

bene, Egle, che era una bella collana con una bella pietra verde tutta

piena di verdi sfavillii; ma non la toccò, e, abbassato il capo, stette

silenziosa e imbronciata a raspare con le unghie la terra tra i selci.

Poi, vedendo con la coda dell'occhio che quella collana continuava a

ciondolare all'altezza della sua fronte, con un gesto improvviso la

strappò dalla mano di Bombita e se la nascose in grembo.

Bombita non parlò, non cercò che Egle si voltasse a guardarlo e a

sorridergli, non aspettò nemmeno che lo ringraziasse, considerando

quanto egli fosse più generoso e grande di Andromaco ed ella più

fortunata di Rosina. Aveva appetito. Si alzò, e se ne andò di corsa,

sicuro che Egle lo avrebbe aspettato anche un anno intiero là, seduta

sotto la barca. Ma, mangiata alla svelta la zuppa, sarebbe ritornato fra

un'ora.

*

* *

Egle, rimasta sola, allargò le ginocchia e guardò la collana dallo

smeraldo che le stava ammucchiata in grembo. Non ebbe neppure un piccolo

pensiero di gratitudine per Bombita, e poichè certamente una collana

così bella costava più di sette soldi, forse dieci e anche venti, ella

giudicò che Bombita doveva averla vinta ai giardini pubblici, giocando

al giuoco della campana con qualche ragazzo signore ancora più stupido

di lui. La prese fra le dita e incominciò a intrecciarla in mille modi,

e spesso, allontanando da sè la mano e tenendola aperta contro il sole,

guardava le belle luci di quella pietra verde che splendeva di mille

luci diverse. Certo che cosa era il nastro dorato di Rosina in confronto

di quella bella collana? Chi sa quanto tutte le sue rivali l'avrebbero

invidiata, vedendola apparire nella corte con quello splendore al collo,

e come si sarebbero consumate di rabbia perchè non ne avevano una che

potesse valere quanto quella! Rosina avrebbe picchiato Andromaco, e

forse Andromaco, stanco di buscarne da quella brutta civetta, si sarebbe

deciso a fare all'amore con lei. Egle aveva posato lo smeraldo dinnanzi

a sè sopra un sasso, perchè il sole lo illuminasse in pieno. Ella

guardava l'acqua verde che ondeggiava sotto i fianchi delle navi e

pensava che la pietra della collana era proprio verde come una goccia di

quell'acqua.

Anche Porfirio guardava, appoggiato a una mezza botte, certi pescatori

che risciacquavano le loro reti tutte piene d'erbe marine, e, vedendole

gocciolare contro il sole d'oro, pensava quanto egli sarebbe stato ricco

e felice se avesse conosciuto il segreto per trasformare quelle gocciole

iridescenti in tante belle pietre preziose. Ma nel suo sacco, che stava

posato floscio ai suoi piedi, non c'erano che stracci e un vecchio

orologio a pendolo che da un pezzo aveva cessato di segnare il tempo.

Anche Porfirio era vecchio come quell'orologio, e il suo cuore aveva da

un pezzo cessato di battere al semplice richiamo delle illusioni. Era

stato giovane come tutti gli uomini, e anche lui aveva avuto i suoi

sogni. Ma quanto quei giorni felici erano ormai lontani! C'è chi sogna

una donna amata, c'è chi sogna la gloria, c'è chi sogna la ricchezza,

tesori nascosti, colpi di fortuna, eredità favolose, affari indovinati.

Il sogno costante di Porfirio, durante tutta la sua vita, finchè la

vecchiaia non aveva steso un velo opaco sulla sua immaginazione, era

stato quello di trovare a un angolo di strada, camminando camminando,

come faceva lui, da mattina a sera, di porta in porta, con il suo sacco

in spalla e gli occhi bassi, qualche cosa di molto prezioso, che non gli

costasse assolutamente nulla, perchè era roba trovata, e che,

rivendendola, egli potesse ricavarne tutto guadagno.

Fra sè, il vecchio meditava sulla sua sfortuna, mentre quei pescatori,

risciacquando le loro reti, pescavano le false gemme del mare. Il suo

tubino calato sulla fronte, il naso arcigno, la pipa corta spenta fra i

denti, la barba bianchiccia che gli pioveva giù dal mento sulla vecchia

palandrana verde, stava fermo come una statua, incantato dalle magiche

luci che saltavano sull'acqua. Ma quando alfine si riscosse, come se

improvvisamente al vecchio orologio chiuso nel suo sacco fosse scoccata

l'ora fatale, i suoi occhi furono attratti da ben altra visione. Accanto

a lui era posata a secco una barca, mezzo rovesciata, con larghi squarci

nel ventre e tutta spalmata di nero catrame. Ma di sotto quella barca

spuntavano due piccole mani di bambina che giocavano con una pietra

verde, simile a una di quelle scheggie di vetro verde, levigate dal

mare, che si raccolgono lungo le spiagge. Senonchè quella pietra

sprigionava lampi meravigliosi, come avrebbe fatto un vero smeraldo,

tanto che al confronto l'acqua verde del mare pareva pallida e

opaca.--Vecchia sgualdrina, pensò Porfirio indirizzandosi alla fortuna,

quando finirai di tentarmi con i tuoi falsi miraggi? E, dato di piglio

al sacco, sputò e fece due passi per andarsene lontano da quel luogo

pieno di supplizi.

*

* *

Ma, fatti due passi, Porfirio si voltò. Egli non sapeva distaccarsi di

là nel dubbio che quel falso smeraldo potesse essere invece uno smeraldo

vero. Quanti non tradirono così la fortuna, proprio per averla

disprezzata quell'unica volta ch'essa era realmente a portata della loro

mano! E Porfirio, perplesso, non sapeva distogliere gli occhi da quella

pietra verde che ora, posata sopra un sasso, splendeva ferma al sole; e

avrebbe pagato non si sa quanto per sapere con certezza se era un pezzo

di vetro verde oppure un vero smeraldo.

Egle intanto era già stanca di quella collana; già non le piaceva più.

Poichè certo quella collana, con quella pietra così verde, era una bella

collana; ma il nastro d'oro di Rosina era pure un bel nastro; e, come

nastro, era senza dubbio tanto bello quanto la sua collana. Egle sarebbe

stata mille volte più felice se invece della collana avesse potuto

mostrare a Rosina un nastro dorato che fosse più bello del suo. Allora

certamente Rosina sarebbe stata umiliata e non avrebbe più portato il

nastro di Andromaco come se fosse il più bel nastro dell'universo.

Quando Porfirio, apparendo improvvisamente di dietro la barca, si fermò

dinnanzi a lei, e le domandò:--Bambina, che cos'è quella pietra verde

che ci giuochi? Egle lo guardò senza paura e rispose:--È una collana,

non la vedi? E quando Porfirio, con la voce più buona del mondo e

sorridendo amorevole, le disse:--Ah! come faccio a vederla se sono mezzo

cieco? Dammela un momento che guardo che razza di vetro è

quello...--Egle gliela porse tranquillamente, e si mise a grattar la

terra con un sasso.

Porfirio accostò gli occhi allo smeraldo e lo scrutò per ogni verso, lo

palpò col polpastrello di ogni dito, lo pesò sul palmo della mano e si

mise a ridere.--Scommetto, disse, che l'hai pagato più di quattro soldi.

Egle lo guardò con disprezzo e rispose pronta:--Quattro soldi? Più di

venti, ne costa...--Per Dio! esclamò Porfirio, più di venti soldi? Se

erano soltanto quindici, te lo ricompravo io.

Egle abbassò il capo. Quindici soldi! Forse con quindici soldi, forse

anche soltanto con dieci, avrebbe potuto comprare un bel pezzo di nastro

d'oro, più bello, più largo, più ricco del nastro che Andromaco aveva

regalato a Rosina. Nella vetrina d'una bottega di merciaio, ne aveva

veduti dei gomitoli immensi, tutti d'oro, oppure d'oro e argento

intrecciati, che erano nastri non mai veduti altrove. Quindici soldi

valevano forse quindici volte più di quella collana, che non aveva di

bello se non quella pietra verde!

Porfirio sentiva il suo vecchio cuore scoppiare, e di sotto il tubino

nero gli gocciolava sulla fronte un sudor freddo. Quello era proprio un

vero smeraldo. Ma come la fortuna gli si mostrava fino all'ultimo avara!

Quella stupida bambina lo aveva certamente trovato per via, e mentiva

quando diceva d'averlo pagato più di venti soldi. Ma lui, Porfirio,

nella migliore ipotesi, per averlo, avrebbe ora dovuto pagare almeno

quindici soldi, anche se la bambina non ne avesse pretesi ad ogni costo

venti. E così la sua gioia non sarebbe stata neppure quella volta piena

ed intera.

Allora Porfirio afferrò il suo sacco per il collo, lo squassò e lo

sbatacchiò per terra. Il vecchio orologio, risvegliato da

quell'imprevisto sconquasso, digrignò i denti di tutte le sue ruote

arrugginite e incominciò a battere come un tamburo. E Porfirio,

spalancando gli occhi e soffiandosi furiosamente nella barba, disse con

voce cupa:

--Bambina, lo vedi questo sacco? Lo senti questo tamburo che suona là in

fondo? Questo è il sacco nero dove sta chiuso l'uomo nero, e questo

tamburo è la pancia dell'uomo nero che ha fame di bambine vanitose e

cattive che portano collane con una pietra verde. Ora guardalo che salta

fuori e ti si mangia tutta in un boccone!

Quando Porfirio ebbe pronunciate queste spaventose parole, l'orologio

nel sacco, stanco, si era già riaddormentato. Ma Egle coi capelli ritti

fuggiva ancora gridando:--Mamma, mamma! e Porfirio non la rivide mai

più.

*

* *

Porfirio aveva la sua bottega in un vicolo triste dove non risplendeva

mai raggio di sole. Era una stanzina umida piena di luridi stracci, di

vecchi orologi, di scarpe sfondate, di ferramenta rugginose e di

bottiglie vuote. Una bilancia stava appesa a un chiodo. In fondo, tra

gli altri stracci, c'erano quelli che gli servivano da letto. Quando

Porfirio si fu chiuso nella sua bottega e, acceso un moccolo di candela,

aprì finalmente le dita che stringevano la bella collana di Daria,

sembrò al vecchio che quelle nere pareti, tutte coperte di ragnatele, si

illuminassero di una luce stupenda, come se per il tetto scoperchiato vi

fosse piovuta dentro la luna in una notte serena. Ora egli poteva godere

liberamente di quello splendore magico, inebbriarsene, e magari piangere

di contentezza al pensiero che quello smeraldo era suo, assolutamente

suo, e che non gli costava nemmeno un soldo. Sentiva, Porfirio, di non

aver vissuto invano tanti anni ingrati a vuotare i guardarobe dei

poveri, a frugare nelle immondezze, a raccogliere i rifiuti dei morti,

se poi, in fondo a tanta miseria, doveva splendere per lui quello

smeraldo meraviglioso che vinceva in fulgore la luce stessa del sole.

Dio l'aveva infine premiato!

Porfirio non volle mostrarsi da meno del suo sublime benefattore, e

quando il pensiero della Divina Provvidenza balenò alla sua mente

eccitata, subito egli cadde in ginocchio; e senza staccare gli occhi

dallo smeraldo che la fiamma tremula della candela illuminava in tutto

il suo splendore, egli pregò a lungo, umilmente e in silenzio. Chi lo

avesse veduto allora avrebbe pensato ciò che tutti falsamente pensano

degli avari, e cioè che egli adorasse in ginocchio quello smeraldo. In

realtà nello smeraldo di Daria Porfirio adorava unicamente Iddio. Poi si

levò, e volle che una giornata tanto memoranda non avesse altro seguito.

Se fosse stato un nume, avrebbe comandato al sole di anticipare il

tramonto. Non essendo che un povero rigattiere, fece la notte per conto

proprio, spense il moccolo, e stringendosi al cuore quella collana tanto

amata, si coricò, per dormire, nel suo lettuccio di stracci. Ma il sonno

non fu così ubbidiente come egli avrebbe voluto. I suoi occhi non

potevano addormentarsi, come accade quando, in estate, coricati sotto un

verde albero, un raggio di sole, attraverso il folto fogliame, cade a

piombo sulle vostre palpebre chiuse. Quella luce che feriva gli occhi

chiusi di Porfirio era un raggio verde smeraldo.

Alfine, senza accorgersene, egli si addormentò, e sognò tutta la notte,

ma di quei sogni non conservò, al ridestarsi, alcun preciso ricordo.

Appena riaperti gli occhi, egli si sentì felice. Ma prima di afferrare

la ragione di quella felicità gli abbisognò di ricercarla a fatica per

più d'un minuto. Quando l'ebbe afferrata, se ne rallegrò vivamente. Ma

avendo già pagato il suo tributo d'entusiasmo alla propizia fortuna,

tenne spenti i fuochi di fantasia e chiamò invece a raccolta le idee

pratiche. Il grande affare di Porfirio in quel giorno e per molti giorni

successivi, fu di cercare per le cantonate se qualcuno avesse perduta

una collana con uno smeraldo e facesse appello all'onestà di chi l'aveva

trovata per ricuperarla con la promessa di un premio. Porfirio si

sentiva sicuramente superiore a un'onestà che per manifestarsi aveva

bisogno di così fatte lusinghe. Ma avrebbe volentieri letto un manifesto

concernente lo smarrimento di quella collana poichè quella collana

poteva esser stata smarrita, ma poteva anche essere stata rubata; e

Porfirio aveva fretta di risolvere con certezza questo dubbio grave, per

sapere in che modo comportarsi nel commercio che pensava di farne.

Ma nessuno fece ricerche della collana di Daria. I muri delle case non

suggerirono nulla a Porfirio, e Porfirio dovette affidarsi alla propria

prudenza, che era in tutto degna di un savio suo pari. Egli dunque

continuò a commerciare in stracci e in bottiglie usate, girovagando di

porta in porta con il suo vecchio sacco sulle spalle, il tubino unto

calato sugli occhi, e in tutti i suoi atti la solita modestia e

semplicità. Il suo tesoro lo portava annodato in un fazzoletto e sepolto

in una tasca misteriosa che s'apriva nella fodera della sua palandrana.

Come tutti gli eroi, egli aspettava pazientemente la sua ora. Quando

vedeva una bambina con un vestito scozzese, senza affrettare il passo

imbucava la prima porta che gli si parava dinnanzi o voltava l'angolo

della prima strada. Con un gesto naturalissimo si calava ancora più sul

naso le falde del cappello, e così procedeva fiducioso che la sorte non

avrebbe disfatto ciò che aveva fatto una volta. Ma una mattina, mentre

avrebbe dovuto svegliarsi con il pensiero deciso di affrontare

finalmente l'inevitabile quanto sospirata conclusione di quella strana

avventura, il vecchio Porfirio non si svegliò. Un rigattiere suo

concorrente gli chiuse gli occhi, che pur senza svegliarsi si erano

aperti. Ed è importante sapere che egli fu seppellito nudo in una cassa

d'abete.

*

* *

L'autunno era trascorso: incominciò il grigio inverno. Io allora mi

aggiravo per la mia casa, pallido come un morto, appoggiandomi ad un

bastone, cercando a poco a poco di riconoscere le cose alle quali avevo

già detto addio quando credevo che non le avrei più rivedute. La mia

febbre era durata molte settimane, e quando alfine mi ridestai dal suo

sonno malefico, tutti mi dissero che io, più d'una volta, avevo varcata

d'un passo la soglia dell'al di là. Ma sempre il peso vivo dei miei

vent'anni m'aveva tirato indietro, ed ero infine rimasto con quanti ad

ogni costo volevano che non me ne andassi da quello che, per ironia, si

chiama il banchetto della vita.

La stagione era triste, grigia, piovosa. Io non potevo arrischiarmi nè

al vento, nè alla pioggia, nè all'aria gelida di novembre. Dalla

finestra dietro la quale rimanevo per lunghe ore seduto, vedevo le

colline deserte e squallide, i campi grigi, il bosco tutto giallo e

nudo. Se dal cielo sempre nuvoloso un povero raggio di sole per un

momento appena illuminava quel paesaggio invernale, si accendeva qua e

là, sorridente, qualche raro cespuglio ancor verde, come una speranza

subito soffocata di primavera. Il cielo non aveva più luna, non più

stelle. Perciò quella stagione era senza notti. Era tuttavia piena di

tenebre, che calavano assai presto e duravano a lungo, e costringevano

tutte le cose ad una dolorosa cecità. Allora io mi rifugiavo accanto al

fuoco, e l'immagine di Daria, quella di Clauss, quella di Sterpoli,

disgraziato, mi visitavano, e si sedevano al mio fianco, rimanendo là

mute ed immobili finchè io con uno sforzo non le mandavo via. Ma non

appena se ne erano andate, bastava che distrattamente rivolgessi loro un

pensiero, per vederle subito riapparire dall'ombra in cui erano

scomparse, come se il loro compito fosse di tenersi sempre pronte a

comparirmi dinnanzi ad ogni mio richiamo. La mia sola speranza era,

prima di addormentarmi, di vedere la mattina dopo la neve candida e

silenziosa posarsi sulle colline, sui campi, sui boschi.

Una di quelle sere si festeggiava il compleanno di Silvina. Eravamo

tutti seduti intorno alla tavola imbandita. Mia madre, guardandomi più

teneramente che mai, mi supplicava con gli occhi di sorridere un poco, e

Silvina, vestita con un bellissimo abito nuovo di seta cangiante, non

staccava mai le pupille da un anello di platino con un piccolo fiore di

smalto azzurro che portava all'anulare destro, ed era il dono che le

avevano fatto le sorelle insieme. Mio padre era stato in città tutto il

giorno, e la diligenza era arrivata allora allora dinnanzi alla nostra

porta, e s'udivano i cavalli nitrire, scalpitare e scuotere le loro

squillanti sonagliere. Non aspettavamo che lui per incominciare il

pranzo. Ed egli entrò ridendo, abbracciò la mamma, baciò tutti noi, e si

fermò dietro a Silvina. Si frugò in tasca, e guardandoci uno per uno con

occhi che esprimevano una gran meraviglia, ne trasse una collana adorna

d'uno stupendo smeraldo. A quell'improvvisa apparizione io mi sentii

tutto gelare il sangue e chiusi gli occhi per non vedere quello

smeraldo; li chiusi per non vedere l'immagine alta e diritta di Daria

che era apparsa al fianco di mio padre quando la luce verde dello

smeraldo aveva brillato fra le sue dita. E quando li riaprii, Silvina

aveva al collo quella collana, e la pietra verde splendeva sulla sua

esile gola.

Mio padre disse onestamente:

--Deve essere roba rubata, perchè l'ho presa quasi per nulla.

Poi baciò in fronte Silvina e soggiunse:

--Neppure tua madre, un gioiello di questa bellezza, non l'ha avuto mai!

Si sedette soddisfatto e spezzò il suo pane.

Il perduto amore · 第 21 / 53 题