Il silenzio che seguì fu lungo e penoso. Nessun rumore nella casa o
nella strada. Una solitudine sconfinata. E in quel gran vuoto, in quello
spazio senza limite, noi due seduti sul letto, noi due vicini, noi due
soli, sperduti in quel mondo vasto e vacuo come un abisso! Ah! come
tutto era ridicolo in noi e intorno a noi: i nostri abiti, le nostre
tube nere e lucide sui cuscini; i nostri volti attoniti e quel dolore
che affratellava improvvisamente due creature estranee, che ci
sospingeva l'un verso l'altro, lui e me, con un trasporto pieno di
timore e di speranza; di speranza e di tenerezza; di molta tenerezza e
di molto amore. Quanto era accaduto un momento prima, quell'eccitazione
crudele, quel barlume di coscienza ironica, tutto era svanito. Rimaneva
il peso inerte di un doloroso ricordo già lontano. Una commozione
insensata. Uno smarrimento cupo e angoscioso. La prima brezza mattutina
entrò con un lieve soffio nella stanza e mi accarezzò la faccia.
Finalmente Sterpoli, forse scosso da quella stessa carezza di frescura,
mormorò:
--Che fare? Che fare? Ormai è finita per sempre. Ah! non si può tornare
indietro: non si può ricominciare da capo. Ognuno ha la sua propria
sorte, un destino infame. Non c'è scampo. Non c'è modo di fuggire,
d'indietreggiare, di resistere! Una voce è sempre presente, una voce
imperiosa che dice:--Ubbidisci! E tu curvi le spalle e ubbidisci,
umilmente ti sottometti al tuo destino di schiavo. Che fare? Come potevo
io resistere o fuggire? Mi aveva detto:--Sarò tua. Tutto il male sarà
compensato. Tu sarai felice!--ed io ero come un prigioniero al quale si
dice:--Sta lieto! Domani ti apriremo le porte. Il mondo sarà tuo.
Promettere la felicità? Io ero già pazzo di gioia al pensiero che sarei
stato felice, che ella sarebbe stata mia. Mia! Perchè questa parola è
magica? Quale ebbrezza! Ma d'un colpo, in un attimo, questo sogno
rovinava. Con frastuono immenso, con scompiglio spaventoso, questo sogno
rovinò sul mio capo, su me, e mi seppellì vivo sotto le sue rovine.--Che
fare?--urlavo disperatamente.--È possibile? È vero?--e tutto ciò che
toccavo, riducevo in frantumi, in briciole, in polvere! L'idea della
morte mi balenò subito nel cervello. Subito la sua figura, schifosa e
orrenda, m'apparve e si mise al mio fianco, e mi avvolse con il suo
sguardo buio, beffarda e amorevole, spaventosa e attraente.--Che vuoi da
me, civetta?--urlavo, ed ella mi additava con gesto servile la sua
ghirlanduccia intorno al cranio vuoto, intorno al cranio nudo e
risonante, per indicarmi che non tutti i fiori che fioriscono sono di
questa terra, di questa terra fangosa e verminosa, di questi giardini
che noi irroriamo di lacrime e di sangue!--Morire! dicevo a me stesso.
Anche questa è una salvezza, un rifugio, uno scampo. Si può morire. E mi
pareva di udire una soave musica di trombe angeliche, lontano e
meraviglioso concerto. Di essere libero e insensibile, leggiero e
felice. Mi vedevo disteso sopra un letto abbrunato, con questo vestito e
questa tuba, e intorno a me s'affollavano uomini e donne che dicevano
singhiozzando:--Mi pento di averlo offeso! Mi pento di non averlo amato!
Poi ad un tratto tutti si traevano da un lato e Daria si avanzava
lentamente, tenendo una rosa rossa fra le dita; s'avvicinava e mi
appuntava quella rosa sullo sparato.--Mi pento, diceva guardandomi come
una madre guarda il suo bimbo morto. Poi si curvava per posare un bacio
sulla mia bocca. Ah! io non sentivo quel bacio! La mia bocca era
insensibile. Io non potevo muovermi, alzarmi, abbracciarla, stringerla e
tenerla contro di me, e dirle--Vedi? per te mi sono ucciso. Ora mi ami?
No: non potevo nè muovermi nè parlare. Allora un uomo si faceva largo
fra gli altri, la prendeva per le spalle e la spingeva via. Ed io avrei
voluto saltare dalla mia bara (ero disteso in una lunga bara),
aggredirlo, insultarlo, percuoterlo su quella faccia impassibile, su
quella bocca sempre vittoriosa, urlare:--Lasciala! L'ho pagata col mio
sangue! È mia! Ma rimanevo inchiodato tra quei quattro assi ed egli se
ne andava con lei, tranquillamente. A che giovava dunque morire? Perchè
morire? Perchè uccidersi? E il mio furore cresceva, cresceva la mia
disperazione. Improvvisamente mi accorsi di correre lungo una strada
buia, sulla quale ogni tanto s'aprivano rare stazioni illuminate, e
dietro di me con rumor di zoccoli e di scope, con fracasso di forche e
di molle, correva saltando una torma di folletti e di streghe, di
spiriti neri e indemoniati. Così giunsi correndo dinnanzi alla casa di
Clauss. Mi fermai. Improvvisamente tutti quei folletti svanirono, ed io
mi ritrovai solo, sotto una luna livida che sbavava su me la sua luce da
cimitero. Il cancello era socchiuso. Guardandomi intorno come un ladro,
adagio lo spinsi ed entrai. La casa era buia, silenziosa, deserta: tutte
le finestre chiuse e spente. Cauto salii le scale. Qualche cosa che era
in una delle mie tasche mi punse la coscia. Trattenni a stento un grido
di dolore e continuai a salire. Buio. Silenzio. Odor di fiori, di gigli,
di rose. Più mi avanzo e più intorno a me le tenebre s'infittiscono. Mi
sembra di essere in un castello fatato e di salire sopra una torre. Ad
un tratto scopro uno spiraglio, uno spiraglio sottile sottile di luce:
scorgo una fessura illuminata, una piccola striscia gialla e lunga al
mio fianco. Quella lingua di luce mi punge, mi spaventa. Vorrei
indietreggiare e fuggire. Ma le mie gambe vacillano, la mia testa gira
come una banderuola, e sono pietrificato. Le orecchie ronzano e sembra
che un frastuono immenso di campanelli riempia la casa. E in quel
ronzìo, in quel tintinnìo assordante, odo una voce, la sua voce, e poi
uno scoppio di risa dietro la porta. Un passo, sì, un passo si avvicina.
La mia anima si sprofonda in un imbuto, mi appiattisco in un angolo,
divento piccolo, piccolo e trasparente, invisibile. La porta si apre e
un'ombra appare illuminata da tergo, si muove, si avvicina. Ora è a due
passi da me, e ora a un passo, e ora mi sfiora, quasi mi tocca.--Chi è?
domanda imperiosamente quella voce. So bene che dovrei tacere. Ma non
posso.--Sono io! dico come in un soffio. L'ombra si arresta.--Chi è?
ripete quella voce.--Sono io, Clauss, sono io!--rispondo. Poi alzo il
braccio, lo alzo appena e lo abbasso lentamente, lentamente. Una voce
rantolante sospira:--Daria! Aiuto!... E odo un tonfo e qualche cosa di
molto pesante cade di schianto ai miei piedi.--Sono io,--ripeto ancora.
E poi più nulla...
Sterpoli si alzò. Un'ombra spaventosa era nei suoi occhi. Egli si curvò
per baciarmi; ma io liberai le mie mani dalle sue, lo respinsi;
inorridito lo respinsi e gridai:
--Vattene! Vattene! Assassino!
Egli fece un mezzo giro su sè stesso e si abbattè ai piedi del letto,
come morto.
La candela si spense. Allora un gran panico mi invase, e corsi qua e là
per la stanza. Rovesciai una sedia e quel rumore mi gelò il sangue. Mi
pareva d'udire passi su per le scale e colpi sordi contro l'uscio, voci
rauche, grida arrabbiate. Chiusi la finestra, chiusi l'uscio a doppio
giro di chiave, e mi rifugiai in un angolo. Mi raggomitolai in un angolo
e attesi. Il buio era opprimente. Soffocavo. Vedevo nelle tenebre,
comparire e scomparire, accendersi e spegnersi, strane luci bianche.
Qualcuno si muoveva, si avanzava strisciando. Sentivo il suo alito
gelido sulle mie mani, e con uno sforzo penoso, sempre più penoso,
balbettavo:--Indietro! Non mi toccare! Va via! Va via!