Se Cola di Rienzo avesse avuto cuore di assistere allo spettacolo,
avrebbe dal malvagio friere imparato almeno a ben morire. Aveva fatto
appiccare Martino di Porto, il marito idropico di Monna Masia, per aver
derubato la galèa di Provenza alla bocca del Tevere; e il giovane di
Narba scampato al naufragio doveva in quel medesimo spiazzo ridursi
sotto la mannaia del medesimo giustiziere!
Percossi dalla magnanimità del guerreggiatore dinanzi al supplizio,
i Romani mormoravano di rammarico e di corruccio. I più arditi già
accusavano d’ingratitudine e d’avarizia colui che rimeritava con le
catene il beneficio di Arimbaldo e publicava a sé il tesoro di Fra
Moriale. Quegli adunò e arringò il popolo per acquietarlo, proponendo
nella dicerìa una parabola impudente. «Faremo come fa lo trescatore:
la pula manda al vento, il grano serba tutto per sé. Così noi avemo
dannato questo falso uomo; e la moneta sua li suoi cavalli le sue
armi terremo per far nostra briga». Dei centomila fiorini d’oro ebbe
egli gran parte, il resto arraffò Messer Gianni di Castello; il papa
ne sequestrò sessantamila nei banchi di Padova per incamerarli; i
Fiorentini abbrancarono i depositi ch’eran nei banchi di Perugia.
L’Albornozzo volle che Arimbaldo gli fosse mandato sano, e così fu
fatto. Brettone rimase nella carcere capitolina, incatenato.
Cola tra demenza e paura precipitava alla sua ultima onta. Levò
nuove milizie contro i Colonnesi; creò capitano Riccardo Imprendente
degli Anibaldi, buon mastro di guerra, poi a mezzo della ben condotta
impresa lo cassò dalla capitanìa; pose nuove gabelle sul vino, sul
sale, su altre derrate; mercanti e popolani grassi imprigionò per
esigere riscatti; ultimamente, dandogli ombra il savio uomo Pandolfo
de’ Pandolfucci antico cittadino e di grande autorità nel cospetto
del popolo, senza colpa il fece pigliare e decapitare. Perduto ogni
ritegno, sempre pieno di vino e di vivanda, attorniato da parassiti
e da cagnotti di vilissima sorta, assunse apertamente abito e modi
tiranneschi ma senza il nerbo della tirannìa. A guardia della sua
persona levò cinquanta uomini per rione pronti allo stormo ma non li
pagò. La mobilità dell’opinione e del sospetto travagliava la sua
corpulenza pigra, come nuvolo d’estri affatica vacca da macello.
Sermonando nel consiglio, dava in crosci di risa in scoppi di
singulti. Rideva e lacrimava a un tempo; traballava nelle vertigini,
s’arrovesciava nelle sincopi. Sobbalzando nel letto, tendeva l’orecchio
alle strida degli uccelli notturni.