Ben altre strida gli giunsero di sùbito un mattino d’ottobre in su la
nona mentre poltriva, essendosi lavata la faccia col greco secondo il
costume. «Popolo! Popolo!» L’infamia della morte di Pandolfo aiutava
nell’intenzione i Colonnesi e i Savelli. Con rapido movimento, ragunati
i partigiani, dai rioni Colonna Trevi Sant’Angelo e Ripa cominciarono
a levar rumore, corsero all’arme, escirono in moltitudine contro il
Campidoglio gridando: «Popolo! Popolo!» I quattro torrenti ingrossavano
e infuriavano sboccando nella piazza, invadendo le scale, cingendo il
palagio d’ogni parte, battendo lo steccato e il muro onde Cola aveva
chiusi gli intercolonnii della loggia. E la voce si mutava, tra la
grandine delle pietre, urlo d’uomini di femmine di fanciulli concorde
e implacabile: «Mora, mora il traditore! Mora chi ha fatta la gabella,
mora!»
Tuttavia intorpidito, levatosi sul cubito ascoltava il poltrone gli
strepiti pensandosi che leggiere gli sarebbe sedar la sommossa con una
arringa; poiché allora allora eragli giunta la lettera della conferma
papale da publicare in consiglio. Si levò a chiamar la sua gente.
Non rispondeva, non veniva alcuno. Giudici notari scribi camarlinghi
famigli, tutti avevan già procacciato di campar la pelle fuggendosi;
molti di loro s’eran anzi mescolati alla calca dei gridatori
e soffiavano nella furia le lor vendette. I richiami affannati
echeggiarono nelle sale deserte. La faccia di Cola mutò in livido il
vermiglio, sotto il mollore del vin greco, quando gli venne innanzi
con due soli fanti il suo parente Lòcciolo pellicciaro, vilissimo
barattiere, pidocchio riunto. Crescendo il subbuglio, grandinando in
su le mura sassi e quadrella, crepitando già nel legname la vampa, il
senatore sbigottito chiedeva consiglio al venditor di fòderi. Cercava
anco più disanimarlo costui, deliberato in cuor suo d’ingraziarsi la
canaglia cacciandole nelle fauci la vittima obesa. «Non irà così, per
la fede mia!» sclamò Cola riscotendosi; e la sua fede fu nella virtù
dell’apparato e del sermone. Si vestì di tutt’arme a modo di cavaliere,
si cinse il panzerone e il batticulo in tutto il tondo, s’infilò il
sorcotto di porpora, si calcò la barbuta su la cuticagna, afferrò il
gonfalone del Popolo, e così guernito se ne venne alla sala maggiore
che aveva balconi di dietro e d’avanti per il traverso del palagio.
Solo si affacciò; distese la mano verso il tumulto. Un nembo spesso di
urli, di sassi, di dardi lo ributtò contro lo stipite. «Mora, mora!»
Tentò egli agitare al vento del furore lo zendado in cima all’asta,
additar la leggenda solenne _Senatus Populusque Romanus_. Un verruto
lanciato da una balestra lo colse nella mano; le pietre gli ammaccarono
l’arnese. Udiva egli i colpi nelle porte a sconquasso, salire sentiva
l’ardor del fuoco appiccato al legname della steccaia e del ponte in
sommo della scala perigliosa. Non potendosi più sostenere, si volse;
e scorse Brettone di Narba aggrappato come pardo allo spiraglio della
carcere, che rispondeva al popolo. Rivide l’odio e il sangue di Fra
Moriale negli occhi del fratello superstite. Si ritrasse, preso dal
terror gelido, cercando una via qualunque di scampo. L’ànsima lo
soffocava, l’inutile ferrame gli impacciava le mosse. Trovò tovaglie
da tavola, le annodò insieme, compose una sorte di canapo, se lo legò
alla cintola, dai due fanti si fece discendere allo scoperto dinanzi
la prigione del Tabulario. I prigionieri alle inferriate gli ulularono
contro come lupi bramosi di addentarlo. Egli temette e arretrò, se bene
avesse sopra di sé le chiavi. Si sporgeva Lócciolo intanto dal balcone
d’avanti e faceva segni al popolo mastino che la bestia grossa se n’era
scesa dall’opposta parte. Poi correva al balcon di dietro e confortava
il parente soffiandogli che non dubitasse; e anco tornava alla canea e
cennava la via buona per la presa. Stordito dal clamore e dal fragore
incessanti (rapinoso ruggiva l’incendio alle porte), disperato della
fortuna egli tentennò alcun tempo su le gambiere tra la paura dello
strazio e l’ignominia della fuga. Si cavò la barbuta e la gittò a
terra; incominciò a spogliarsi dell’arme. La vergogna gli ghiacciò le
giunture delle braccia. Si chinò, raccolse i pezzi dell’arnese per
rivestirseli. Un’ultima imagine delle antiche storie gli balenò nel
cervello sconvolto e lo trasse al proposito di affrontare il periglio
come eroe. Ma fu breve fervore, che la bestialità cieca del ventre
vinse ed estinse. Nell’ora in cui il sangue degli uomini non può
mentire né ciurmarsi, la severità della sorte inflessibile lo forzò
a escir della porpora non sua per rientrar nel suo cencio. Figlio di
taverniere tornò dinanzi alla prova il Tribuno augusto.
Impiastrata d’olio e di pégola la prima porta fiammeggiava come
fascio di sermenti. Le travi del solaio schiantandosi, la loggia era
per piombar giù disfatta. Le lingue del fuoco già lambivano la porta
seconda, che crepitò, arida come l’esca. Le schegge e le faville
rompevano il fumo atro del bitume. L’ardore e il clamore incalzavano.
S’udiva a quando a quando il ruggito del leone capitolino superare
il tumulto. Il fuoco e la morte, le due purità del mondo, chiamavano
l’eroe al gran paragone. E Cola svignò lesto nella casìpola del
portinaio; ansando si liberò d’ogni ferro e d’ogni insegna; la spada
lasciò per le forbici e per il paiuolo; con le forbici si tagliò la
barba, col paiuolo si fregò la faccia. Così tonduto e filigginoso,
tolse un tabarro consunto e di quello s’inviluppò; tolse un fascio
d’una materassa con altri panni dal letto e sei mise in capo. Escì
villano come nato era. Di corsa passò per mezzo all’incendio, traversò
la loggia pericolante, scese la prima e la seconda scala senza essere
conosciuto. Imitava la parlatura della Campagna dicendo agli altri:
«Suso suso a gliu traditore. Suso a rubbare, che c’è robba assai».
Passata l’ultima porta, quando era già quasi al sommo di scampare,
l’occhio aguzzo di tal ch’egli aveva offeso, l’occhio infallibile
dell’odio così col fascio in capo lo raffigurò. Gli vide il nemico
luccicare ai polsi i braccialetti e lo conobbe più certo. «Dove vai
tu?» gli fece, abbrancandolo. Sùbito gli strappò di collo quella
materassa e il tabarro; lo discoperse al cospetto del popolo, gridando:
«Ecco ecco lo traditore».
D’intorno il tumulto cessò a un tratto; le mille e mille braccia,
levate a percuotere e ad ardere, ricaddero. Solo il nemico non lentò la
presa ma con la branca gagliarda trascinò la vittima anelante giù per
la scala fino alla gabbia del leone, dove udito aveva la sentenza il
friere prode di Santo Giovanni. Quivi lo spinse e lo lasciò senz’altro
dire. Niuno apriva bocca. Stupor grande teneva il popolo. Grande
silenzio era fatto intorno. S’udiva il ringhio della belva chiomata
e l’ànsito dell’uomo corpulento. Stava costui discinto, sol col
giubbetto verde che avea sotto l’arme e con le calze vermiglie: erangli
rimasti agli omeri i musacchini, il cosciale alla destra coscia, una
mezza falda su l’anca. Soffiava e guatava, col ceffo impiastrato di
filiggine, simile a un fantoccio abbozzato e stoppato per chiasso da
quella marmaglia istessa ch’era per isfondarlo. Guatava e biasciava,
non potendo formare parola, ché il terrore gli aveva annodata la lingua
nella chiostra dei denti. Balzò fuora dalla calca Cecco del Vecchio con
lo stocco in pugno, e gli dié un colpo diritto nella ventraia; onde
escì l’anima con sibilo come vento da otro forato. Lo spaventacchio
barcollò alquanto su le rosse gambe; ma, prima ch’ei stramazzasse,
Treio notaro gli spaccò il cranio con un fendente. Piombò giù di
schianto la soma, senza motto né gemito. Allora gli si scagliarono
sopra urlando i più feroci e tutto lo stamparono co’ ferri, a gara lo
crivellarono, le mani gli orecchi il naso le pudende gli mozzarono.
Poi, presigli in un cappio corsoio i fùsoli delle gambe, lo
trascinarono fino alle case dei Colonnesi in San Marcello. Quivi giunti
lo appesero per i piedi a un poggetto, con gran festa e gazzarra lo
lapidarono. Penzolava giù senza il teschio, ché quel poco lasciatogli
dai ferri erasi logorato nel lungo stràscino. Nudo era, di pelle come
femmina bianco dove sangue non l’arrossava; e, al modo dei bùfoli in
beccheria, dalla sparata grassezza le interiora ancor fumide sgorgavano
mal ricoperte dalla rete lacera.
Quivi rimase al publico ludibrio due dì e una notte, finché non ebbe
appestato col gran fetore quel capo di strada. Per comandamento di
Giugurta e di Sciarretta Colonna calato giù dal poggiuolo, fu tratto al
campo dell’Austa, al luogo del Mausoleo imperiale, e dato alla rabbia
dei Giudei sozzi che l’ardessero. Gli fecero costoro un rogo di cardi
secchi, e in gran numero accorsero intórnogli ad attizzare il fuoco
che nudrito dall’adipe vampeggiava forte. I vènti ebbero la cenere, i
secoli la memoria, gli uni e gli altri discordi.
Così scomparve il Tribuno di Roma. E l’Urbe stette su’ suoi colli sola
co’ suoi fati e co’ suoi sepolcri.