XXXVIII.

Sotto colore d’amicizia mandò egli a chiamare il fresco ospite, che

venisse in Campidoglio co’ suoi fratelli e conestabili. Adoprato

aveva la pania per invescare i due merli implumi; preparò la tagliuola

per prendere il lupo rapace. Andò Fra Moriale, senza alcun sospetto,

alla lieta accoglienza. Come fu giunto, si accorse d’esser incappato

nell’ordigno e bestemmiò la sua balordaggine; ma non ebbe neppur

tempo di mordersi le dita ché fu stretto in manette e in ceppi,

legato inferrato imprigionato prestissimamente insieme con Brettone

e con Arimbaldo. Cola ritrovava la celerità cesàrea. Dissimulando la

cupidigia sotto la toga della giustizia, processò senza impaccio e

indugio di procedura il friere di San Giovanni «come publico principe

di ladroni, il quale aveva assalite le città della Marca, e di Romagna,

e le città di Firenze, di Siena e di Arezzo in Toscana, e fatte

arsioni e violenze e ruberie senza cagione in catuna parte, e molte

uccisioni di uomini innocenti». Conobbe il friere come quello sbracato

plebeo avesse più sete dell’oro che del sangue, e cercò maniera di

fargli intendere che avrebbe comperata la libertà a qualunque prezzo.

Consolava i fratelli con la speranza del riscatto. Rispondevano egli

sospirando: «Deh faccialo per Dio!» Discesa la notte, il condottiero

si addormentò raccolto in tondo alla guisa dei veltri, com’era uso nel

campo sotto la tenda, facendo alla gota sostegno del braccio nerbuto;

ché il manigoldo lo aveva alleggerito dei ferri infami. Scosso fu di

sùbito nel primo sonno, condotto al tormento. Come vide la corda,

si sdegnò contro l’audacia dei villani, attestò a gran voce la sua

qualità di cavaliere spron d’oro, drizzò contro l’oltraggio il corpo

e l’anima; né li curvò più mai fino al trapasso. Fece il novero delle

sue imprese. «Capo della Grande Compagnia fui; e, perché cavaliere,

venir volli ad onore. Prendere seppi e rivendere città, mettere taglie,

terre guastare, uomini uccidere, femmine priemere. Quanto pesi mia

spada sanno la Puglia la Toscana e la Marca». Dinanzi alla morte, la

pervicacia del predone si accendeva di magnanimità. Ricondotto nel

carcere, il priore dei Gioanniti domandò penitenza; e gli fu dato

un confessore per acconciarsi con Domeneddio. Brettone e Arimbaldo

nell’ombra si sforzavano di soffocare il singulto e il gemito, ma non

tanto che non l’udisse il primogenito. «Cari fratelli, non vi dolete»

parlò a conforto pacata e grave quella voce sì potente in levare e

infrenare l’impeto dell’assalto e del saccheggio. «Voi siete anco in

sul fiore come io era quando con la galèa di Provenza me ne andava in

Levante, e la fortuna cacciò il legno arrenato nella bocca di questo

antico Tevere ov’ella oggi m’ha pur ricondotto a perire. Predata e

rotta fu la galèa, roba e arnese perdetti, ignudo scampai per la

piaggia; dopo cinqu’anni fui vicario del Re d’Ungheria, tenni la

città d’Aversa e il tesoro accolto. Di prima barba siete anco, dolci

fratelli, e non conoscete ciò che è fortuna: i forti aiuta sebbene è

fallace. Pregovi dunque che siate forti e savii e animosi al mondo come

io fui, e che vi amiate e vi onoriate. Non temete, ché voi non morirete

ora. Io morrò, e di mia morte non dubito. Mura di città non istimai se

non quando erano da prendere; così la vita mia se non per dovermela

conquistare ogni giorno. Ora penso che meglio m’è non avere potuto

ricomperarla in contante, ché sempre di poi l’avrei avuta in dispregio

come cosa rivendutami da un matto villano. Sono contento morire in

quella terra dove transirono i beati Pietro e Paolo, nella misericordia

di Dio avere pace, sul santo petto di Sire santo Giovanni posare. Su,

fratelli, su, sangue mio buono! Per tua colpa, Arimbaldo, io uomo fui

condotto in questo inganno come fantolino. Ma non ti dolere di me,

non lacrimare. Sì bene vi sovvenga che non v’era pur ieri sopra me, o

fratelli, meglio ammaestrato guerriero né meglio in arme né meglio a

cavallo né di più sano consiglio né più ridottato». In questi conforti,

la notte s’avvicinava al dì e cominciava l’alba ad apparire. Il friere

sorse e volle udir messa. Ci stette scalzo, a gambe nude.

Su l’ora di mezza terza sonò la campana, fu congregato il popolo.

Condotto alla scalea del Campidoglio ov’era la gabbia del leone, il

Provenzale ebbe pietà della fiera e fu allegro di morire. S’inginocchiò

dinanzi all’imagine di Nostra Donna. Tre fraticelli lo assistevano.

Il popolo silenzioso mirava la gentilesca grandigia del cavaliere

vestito d’una roba di velluto fosco a liste d’oro. In piedi egli

ascoltò la sentenza. Interruppe il lettore gridando: «Ahi Romani, e

come consentite alla mia morte? Quale ingiuria da me aveste? E chi

mai potrebbe oggi riformare a buono stato la città vostra miserabile,

se non io che ridussi all’obbedienza col senno e col ferro Puglia,

Marca e Toscana? Per la vostra miseria e per la mia ricchezza debbo

oggi morire; ma trist’a voi, trist’a quel sozzo can traditore che m’ha

fatto frode». Sentì fremito del popolo intorno; placato s’inginocchiò

novamente innanzi alla Vergine. Come parvegli udire nella sentenza

mentovar le forche, balzò di sùbito in piedi, pallido di corruccio,

ergendosi di tutta la statura come per respingere l’infamia. Quelli che

intorno gli stavano lo confortarono, che non dubitasse, che condannato

era certo nel capo. Si acquetò allora; camminò con passo fermissimo al

supplizio, verso la spianata del Monte Tarpeo. Il luogo era tristo e

selvaggio, aduggiato dall’ombra delle alte forche, pascolo di capre,

scalo di cordai, sparso di colonne infrante e d’oleastri contorti;

onde scorgevasi la faccia travagliata dell’Urbe con le sue basiliche

e i suoi chiostri, con le sue terme e i suoi circhi, con i suoi

archi imbertescati e i suoi fori trincerati, col biancicore dei suoi

marmi mezzo sepolti su cui le opere di mattone rosseggiavano quasi

fossero costrutte di grumo impietrato. Egli volse in giro gli occhi

grifagni; poi li affisò nella torre caetana delle Milizie fondata con

possa ciclopica sopra il foro di Traiano. Il suo sogno di dominazione

ripalpitò per un attimo su la cima del propugnacolo formidabile. Egli

vide la sua Grande Compagnia, condotta dal conte Lando, cavalcare verso

le terre lombarde a nuove prede, ignara della iniqua sorte. Disse:

«Risollevare io voleva questa città vostra, o Romani. Ingiustamente

muoio». Si accostò al ceppo, s’inginocchiò in terra, posò il capo a

prova sul legno; poi si levò e disse: «Non sto bene». Si volse verso

Oriente, a Dio si accomandò; di nuovo pose in terra i ginocchi; baciò

il ceppo, e disse: «Dio ti salvi, santa Giustizia». Fece con la mano

il segno della croce là dov’era per lasciar la vita, il segno baciò;

si tolse il cappuccio bruno listato d’oro e lo gittò. Come la mannaia

gli fu aggiustata sul collo, disse: «Non sto bene». E chiamò il suo

medico di piaghe, ch’eragli presso con altri familiari. Il cerusico gli

ritrovò la giuntura dell’osso e la indicò al carnefice. Tutto il popolo

era intorno sospeso, rattenendo il respiro; i pastori guatavano da

lungi attoniti; i mazzi della canapa risplendevano al sole d’agosto in

cima delle aste tenute dai cordai; sì alto era il silenzio che si udiva

il brucar delle capre negli sterpi. Al primo colpo mozza, la testa

sbalzò. Al getto veemente del sangue si conobbe la potenza di quella

vita. Pochi peli della barba rimasero nel ceppo. Sì netto fu il taglio

che, quando i frati minori rappiccarono al busto il teschio, parve la

grande spoglia avere intorno al collo un fil vermiglio. Tumulata fu in

Araceli.

La vita di Cola di Rienzo · 第 41 / 48 题