Chiamati all’obbedienza, i baroni non risposero. Dei Colonnesi l’orfano
Stefanello, germano di quel Gianni che in un punto aveva lanciato
il cavallo e l’animo oltre il limitare di Roma e dell’Eternità,
non tralignava dalla sua progenie. Avendo composto nel sepolcro le
terribili ossa dell’avo quasi centenni, unico superstite del suo
ceppo egli si sforzava di tener ritta sul sasso di Palestrina la gran
marmorea colonna contro il secolo procelloso. Come seppe il ritorno
del villano battezzatore, si preparò a vendicare il sangue della
pozza. Avendogli mandato il beone i cittadini Buccio di Giubileo e
Gianni Caffarello per ingiungergli di venire all’omaggio, l’orfano
ritenne i due messi, li imprigionò, fece a uno strappare un dente per
ispregio, all’altro impose taglia di quattrocento fiorini d’oro. Con
guardinga rapidità, condusse fuori della rocca le sue bande di arcieri,
corse la campagna fin sotto le mura, menò gran preda di bestiame, si
ritrasse, ricomparve, alternò la beffa e il danno, giocò d’astuzia e
di destrezza, combattitore espeditissimo. Costretto dal mormorìo dei
Romani, tirato su in arcione con gli argani, attorniato da una banda
di famigli e di mercenarii Cola cavalcò fuor della Porta Maggiore,
in ambio, ché il peso e l’ansima non gli consentivano altra andatura.
Per la via Prenestina la sua gente sciamannata faceva vista di cercare
tra i ruderi dei sepolcri. Tutta la campagna era muta e deserta, senza
traccia di uomini e di bestie. La via tagliata nel tufo discendeva alla
bassura del bulicame, risaliva pel dorso di Tor de’ Schiavi. E nulla
era più miserevole di quella pinguedine pusillanime dondoloni in groppa
a quella chinea grossa (sotto gli zòccoli ambianti risonava il lastrico
antichissimo battuto un dì dalle coorti di Quinzio Cincinnato) mentre
declinava il sole sul silenzio dell’Agro alla cui selvaggia grandezza
s’erano talvolta agguagliati i nuovi sangui almeno per la tenacità
degli odii per la ferocia delle oppressure per il dispregio della vita
e della morte. Mormorava il tardo persecutore: «Che giova gire qua e là
per lòcora senza vie?» E aveva paura del silenzio. Ma il buon mastro
di guerra Stefanello co’ suoi lesti arcieri già traversava il taglio
della rupe Sabina, passava innanzi alla cella del tempio di Giunone
spingendosi innanzi la preda: ricoverava e le bande e le mandre di là
dalle ruine dell’acquedotto, nella selva chiamata Pantano, presso il
confluente; poi, fatta la notte, traeva il tutto alla ròcca in salvo.
Cola volse per Tivoli; là sostò; là seppe, il giorno di poi, che la
preda romana era già in Palestrina; furente, sfogò in millanterie,
giurò l’ultima distruzione dei Colonnesi, scrisse gran numero di
lettere, chiamò a sé le masnade mercenarie, rialzò il suo vecchio
stendardo azzurro col sole e le stelle. Vennero i soldati pochi con
bandiere trombe cornamuse e nàcchere molte; vennero Messer Brettone
e Messere Arimbaldo capitani generali che avevano appresa l’arte
della guerra dai giureconsulti dello Studio perugino per gareggiare
col maggior fratello. Ma le barbute e i conestabili, come furono
in conspetto del senatore, gli domandarono a gran voce le paghe;
gli gridarono che combattere non poteano, avendo lasciato in pegno
l’arnese. Prestamente il litteratissimo con una citazione dell’antiche
storie foggiò una ciurmeria e per quella fu buono di trarre dalle borse
dei due Narbonesi ancora un migliaio di fiorini. «Trovo nelle antiche
storie scritto che in diffalta di pecunia il console adunò i baroni di
Roma e disse: Noi, che teniamo le dignità e gli offici, esser dobbiamo
i primi a donare secondo le forze di ciascuno. Tanta moneta sùbito
fu raccolta, che la milizia ebbe tutte le sue paghe. Così voi due
cominciate a donare; seguiranno gli altri l’esempio, e avremo denari
a furore». I due impaniati nicchiarono ma non si ardirono contraddire
alla dotta citazione; sciolsero di mala voglia le borse, e ciascuno
diede cinquecento fiorini. La somma fu distribuita a tutta l’oste.
Fatta la ragunata, Cola mosse all’assedio di Palestrina.
Dinanzi alla cittadella ciclopica l’espugnatore atellano si diede a
«capezzare» come dinanzi al chiuso cardinale Albornozzo. Levava dunque
il capo, considerava le torri e il càssaro eccelso, rammemorava i più
ingegnosi stratagemmi storici; poi diceva: «Questo è quel monte, lo
quale mi conviene appianare». Ma le sue genti operavano fiaccamente, a
quella calura d’agosto; non tagliavano gli alberi perché si piacevano
di meriggiarvi all’ombra sazii di frutta. L’espugnatore seguitava a
guatare il monte: vedeva entrar per le porte munite mandre di bestiame,
lunghe file di giumenti carichi di salmerie; e domandava: «Quelli
somarieri che vonno dicere?» Gli rispondevano: «Portano vettovaglie
alla rocca». Ed egli: «Non si poterìa fare che non le portassero?» Gli
rispondevano che troppo era aspra la fortezza del monte. Egli giurava
allora, senza distogliere lo sguardo: «Mai non ti lento finché non
ti consumo, o Palestrina». Una sera giunse al campo una femminetta
e chiese udienza. Era la fante di Fra Moriale sopraggiunto in Roma
con quaranta conestabili per mantener la promessa ai suoi fratelli e
per vedere se fosse il caso di «far le cose magnifiche» secondo il
suo costume. La fante, con l’animo di vendicare i mali trattamenti
avuti dal suo padrone, riferì avere udito più volte il Narbonese far
proposito di riscuoter suoi crediti pigliandosi la pelle lustra del
senatore. D’improvviso il senatore levò l’assedio (era l’ottavo giorno)
e di buon portante ritornò a Roma, pensandosi essere a lui più facile
ordire la frode che condurre la guerra, e la cassa piena del malvagio
friere giovargli assai meglio che il saettame del Colonnese scarno.