XXXVII.

Chiamati all’obbedienza, i baroni non risposero. Dei Colonnesi l’orfano

Stefanello, germano di quel Gianni che in un punto aveva lanciato

il cavallo e l’animo oltre il limitare di Roma e dell’Eternità,

non tralignava dalla sua progenie. Avendo composto nel sepolcro le

terribili ossa dell’avo quasi centenni, unico superstite del suo

ceppo egli si sforzava di tener ritta sul sasso di Palestrina la gran

marmorea colonna contro il secolo procelloso. Come seppe il ritorno

del villano battezzatore, si preparò a vendicare il sangue della

pozza. Avendogli mandato il beone i cittadini Buccio di Giubileo e

Gianni Caffarello per ingiungergli di venire all’omaggio, l’orfano

ritenne i due messi, li imprigionò, fece a uno strappare un dente per

ispregio, all’altro impose taglia di quattrocento fiorini d’oro. Con

guardinga rapidità, condusse fuori della rocca le sue bande di arcieri,

corse la campagna fin sotto le mura, menò gran preda di bestiame, si

ritrasse, ricomparve, alternò la beffa e il danno, giocò d’astuzia e

di destrezza, combattitore espeditissimo. Costretto dal mormorìo dei

Romani, tirato su in arcione con gli argani, attorniato da una banda

di famigli e di mercenarii Cola cavalcò fuor della Porta Maggiore,

in ambio, ché il peso e l’ansima non gli consentivano altra andatura.

Per la via Prenestina la sua gente sciamannata faceva vista di cercare

tra i ruderi dei sepolcri. Tutta la campagna era muta e deserta, senza

traccia di uomini e di bestie. La via tagliata nel tufo discendeva alla

bassura del bulicame, risaliva pel dorso di Tor de’ Schiavi. E nulla

era più miserevole di quella pinguedine pusillanime dondoloni in groppa

a quella chinea grossa (sotto gli zòccoli ambianti risonava il lastrico

antichissimo battuto un dì dalle coorti di Quinzio Cincinnato) mentre

declinava il sole sul silenzio dell’Agro alla cui selvaggia grandezza

s’erano talvolta agguagliati i nuovi sangui almeno per la tenacità

degli odii per la ferocia delle oppressure per il dispregio della vita

e della morte. Mormorava il tardo persecutore: «Che giova gire qua e là

per lòcora senza vie?» E aveva paura del silenzio. Ma il buon mastro

di guerra Stefanello co’ suoi lesti arcieri già traversava il taglio

della rupe Sabina, passava innanzi alla cella del tempio di Giunone

spingendosi innanzi la preda: ricoverava e le bande e le mandre di là

dalle ruine dell’acquedotto, nella selva chiamata Pantano, presso il

confluente; poi, fatta la notte, traeva il tutto alla ròcca in salvo.

Cola volse per Tivoli; là sostò; là seppe, il giorno di poi, che la

preda romana era già in Palestrina; furente, sfogò in millanterie,

giurò l’ultima distruzione dei Colonnesi, scrisse gran numero di

lettere, chiamò a sé le masnade mercenarie, rialzò il suo vecchio

stendardo azzurro col sole e le stelle. Vennero i soldati pochi con

bandiere trombe cornamuse e nàcchere molte; vennero Messer Brettone

e Messere Arimbaldo capitani generali che avevano appresa l’arte

della guerra dai giureconsulti dello Studio perugino per gareggiare

col maggior fratello. Ma le barbute e i conestabili, come furono

in conspetto del senatore, gli domandarono a gran voce le paghe;

gli gridarono che combattere non poteano, avendo lasciato in pegno

l’arnese. Prestamente il litteratissimo con una citazione dell’antiche

storie foggiò una ciurmeria e per quella fu buono di trarre dalle borse

dei due Narbonesi ancora un migliaio di fiorini. «Trovo nelle antiche

storie scritto che in diffalta di pecunia il console adunò i baroni di

Roma e disse: Noi, che teniamo le dignità e gli offici, esser dobbiamo

i primi a donare secondo le forze di ciascuno. Tanta moneta sùbito

fu raccolta, che la milizia ebbe tutte le sue paghe. Così voi due

cominciate a donare; seguiranno gli altri l’esempio, e avremo denari

a furore». I due impaniati nicchiarono ma non si ardirono contraddire

alla dotta citazione; sciolsero di mala voglia le borse, e ciascuno

diede cinquecento fiorini. La somma fu distribuita a tutta l’oste.

Fatta la ragunata, Cola mosse all’assedio di Palestrina.

Dinanzi alla cittadella ciclopica l’espugnatore atellano si diede a

«capezzare» come dinanzi al chiuso cardinale Albornozzo. Levava dunque

il capo, considerava le torri e il càssaro eccelso, rammemorava i più

ingegnosi stratagemmi storici; poi diceva: «Questo è quel monte, lo

quale mi conviene appianare». Ma le sue genti operavano fiaccamente, a

quella calura d’agosto; non tagliavano gli alberi perché si piacevano

di meriggiarvi all’ombra sazii di frutta. L’espugnatore seguitava a

guatare il monte: vedeva entrar per le porte munite mandre di bestiame,

lunghe file di giumenti carichi di salmerie; e domandava: «Quelli

somarieri che vonno dicere?» Gli rispondevano: «Portano vettovaglie

alla rocca». Ed egli: «Non si poterìa fare che non le portassero?» Gli

rispondevano che troppo era aspra la fortezza del monte. Egli giurava

allora, senza distogliere lo sguardo: «Mai non ti lento finché non

ti consumo, o Palestrina». Una sera giunse al campo una femminetta

e chiese udienza. Era la fante di Fra Moriale sopraggiunto in Roma

con quaranta conestabili per mantener la promessa ai suoi fratelli e

per vedere se fosse il caso di «far le cose magnifiche» secondo il

suo costume. La fante, con l’animo di vendicare i mali trattamenti

avuti dal suo padrone, riferì avere udito più volte il Narbonese far

proposito di riscuoter suoi crediti pigliandosi la pelle lustra del

senatore. D’improvviso il senatore levò l’assedio (era l’ottavo giorno)

e di buon portante ritornò a Roma, pensandosi essere a lui più facile

ordire la frode che condurre la guerra, e la cassa piena del malvagio

friere giovargli assai meglio che il saettame del Colonnese scarno.

La vita di Cola di Rienzo · 第 40 / 48 题