Gli escirono incontro fino a Monte Mario i cavalierotti con rami
d’ulivo e lo scortarono alla porta di Castello. L’entrata fu trionfale.
Sotto la porta, nella piazza, sul ponte, per la strada ondeggiavano
drappi, piovevano frondi, sonavano plausi e clamori. Giunto al
Campidoglio, l’uffiziale del papa francioso rimpannucciato col denaro
del ladron narbonese fece sua solita concione e si paragonò al re
Nabucodonosor che, essendo la sua signoria giunta al cielo e pervenuta
fino all’estremità della terra, fu scacciato d’infra gli uomini e per
sette stagioni si rimase con le bestie e rugumò l’erba come i buoi e
bagnato fu dalla guazza, tanto che il pelo gli crebbe come le penne
alle aquile e le unghie come agli uccelli. Schiamazzava la plebaglia
rimirando il notaro della Regola che imbestiatosi era per certo ma
non parea già pasciuto d’erba né beverato di guazza, così ventroso e
rubicondo, lucido di lardo e di sudore, con quella collottola e quella
mascella più che badiali. Cresciuto bensì gli era il pelo ché aveva
la barba lunga; e cresciute gli erano anche a tutto aggranfiare le
granfie. Scioltissimo pur sempre lo scilinguagnolo ma molto ingrossato
il fiato nella gargozza.
E sùbito ricominciò egli a mandar suoi epistoloni insulsi per
l’universo mondo, a spacciar sue spropositate promesse tra i
perdigiorni, a spiccar suoi bandi e comandamenti goffi contro i nobili.
Nominò capitani di guerra i due merlotti, Arimbaldo e Brettone; fece
un tal Cecco da Perugia suo cavaliere e suo consigliere. Ma sopra
ogni altra istituzione curò quella della dispensa, della mensa e della
cantina; ché «distemperatissimo bevitore» era diventato, e giustificava
la sua spaventevole sete con le scalmane prese nelle prigioni di
Boemia. Non volle più conoscer acqua. Non soltanto a ogni ora del
giorno e della notte mescolava nel suo otro il dolce e il brusco, il
greco e l’ispano, l’albano e il trebbiano, il falerno e la malvasìa, il
moscadello e il màmmolo; benanche si lavava con vin pretto le mani e la
faccia.