XXXI.

Stette Cola alcun tempo in Praga, trattato umanamente, passando i

giorni a disputare con maestri di teologia. La sua facondia «faceva

stordire quelli tedeschi, quelli boemi, quelli schiavoni». L’amico

dei conviti, mal disposto alla frugalità francescana, si contentava

di mangiare e bere all’alemanna; ché «assai vino, assai vivanda li

era data». Per ingraziarsi il Boemo, gli disse: «Io sono del vostro

sangue. Come Santo Alessio che, dopo il suo ritorno dal pellegrinaggio

e sino alla morte sua visse sconosciuto nella casa paterna vituperato

dai servi, io ben voleva tacermi. Ora parlo. Sono figliuolo bastardo

di Enrico imperatore; sono del vostro sangue». E gli raccontò la favola

della taverna, e magnificò anche una volta le sue imprese romane perché

il Boemo non avesse a vergognarsi del parentado. Il gobbetto astuto

aggrinzò nel sorriso le gote rilevate in colmo, e seguitò a tagliuzzar

le verghette di salcio.

Cola fu condotto in un triste castello su l’Elba; ove, afflitto dalla

inclemenza dell’aria e dall’incertezza della sua sorte, passò lunghi

mesi di prigionia confortandosi con la scrittura d’innumerevoli

epistole, finché giunsero in Praga gli atti della inquisizione diretta

contro di lui dal legato papale Giovanni vescovo di Spoleto. Il Boemo

allora mandò l’eretico ad Avignone con buona scorta; e il papa lo ebbe

finalmente nelle mani.

Come Giovanna di Napoli, egli comparve dinanzi al collegio dei

cardinali; ma non fu, come l’adultera, assolto. Fu rinchiuso nella più

massiccia torre del palagio, con la catena al piede; e la catena era

murata nella volta incrollabile! Narrava il Petrarca a Francesco dei

SS. Apostoli avere il Romano evitato il supplizio per l’opinione che

si era sparsa nel volgo esser egli un famoso poeta e come tale e da sì

nobile studio santificata non potersi senza sacrilegio offendere la sua

persona. Dell’antico laudatore aveva chiesto notizia il prigioniero sul

primo entrare nella città, forse sperandone qualche soccorso, o perché

la calda amicizia in quegli stessi luoghi nata gli tornasse alla mente;

ma erasi ritratto nella solitudine di Valchiusa ad ascoltare la melodia

del suo cuore doglioso colui che mirato aveva bella nel bel viso di

Laura la morte.

«Poteva egli aver compiuto in gloria i suoi giorni sul Campidoglio, e

si ridusse invece con onta immensa della Republica e del nome romano

ad essere prima da un Boemo e poi da un Limosino in carcere sostenuto!»

deplorava colui che un giorno aveva anelato di avvolgere le mani entro

i capegli dell’Italia sonnolenta per isvegliarla. Ma il Limosino,

con improvvisa fortuna del catenato che pur riceveva «vitto assai

sufficiente dalla scodella del Papa» e poteva leggere Tito Livio, si

partì dal dolce mondo tralasciando la pompa decenne dispiegata con

larghezza di re. E prese l’ammanto di Pietro il vescovo d’Ostia, sotto

il nome d’Innocenzo VI, col proposito di ammendare la disonestà della

Curia e di purgarla da ogni vituperio. S’adempiva la profezia di Frate

Angiolo? Il nuovo Pastore disposava la Povertà?

Così scaltramente seppe maneggiarsi Cola con questo uomo di buona vita

e di non grande scienza, che assoluto perdonato benedetto fu posto a

fianco del gran cardinale Egidio Albornozzo cui era commesso l’officio

di pacificare l’Italia e di restaurare in Roma i diritti della Chiesa.

La vita di Cola di Rienzo · 第 34 / 48 题