In Roma — corsa ogni giorno da quelle novità che non parevano a Matteo
Villani degne di memoria «per i lievi e vili movimenti di quell’antica
madre e donna del mondo» — era sorta, sul sangue orsino e colonnese
versato alle barre nei tumulti d’agosto, una scimmia del Tribuno. Il
popolo aveva gridato rettore della città lo scribasenato Francesco
Baroncelli detto lo Schiavo «uomo di piccola e vile nazione, e di poca
scienza»; ma, dopo quattro mesi di reggimento riformato su gli statuti
toscani, lo aveva deposto a furia.
La Signoria fu allora offerta al cardinal di Spagna giunto in
Montefiascone; restituita fu al Papa la facoltà di porre suoi vicarii
nel seggio senatorio. Se bene la novella della liberazione di Cola e
il sentore della sua vicinanza già risollevassero nella parte popolare
le memorie del primo tribunato e provocassero un certo fermento, il
savio Egidio buon conoscitor d’uomini si guardò dal consentire alla
designazione e insediò in Campidoglio Guido Patrizi. Memore dei suoi
fatti d’arme innanzi a Taliffa e ad Algesira, il Conchese con ardita
celerità, accresciuto dei diecimila uomini raccolti sotto la condotta
di Giovanni Conti, sostenuto dalla lega di Firenze, di Siena e di
Perugia, rinforzò la guerra contro il Prefetto di Vico pel recupero
del Patrimonio. Vittorioso, coi Monaldeschi entrò in Orvieto; ebbe
alfine curva ai suoi piedi calzati di ferro la nuca del ribelle, su cui
pesavano tre scomuniche.
Cola di Rienzo s’era ritrovato al campo con molti Romani; ai quali
il rivederlo sano e salvo fuor di tanti pericoli pareva portento.
Lo invitavano a rientrar nelle mura i cittadini «grandi lingue». E
parevano ora gonfiarlo con l’arte sua istessa. Gli dicevano: «Torna
alla tua Roma, curala di tanto male, siine novamente signore. Noi
sovvenirti vorremo di favore e di forza. Non dubitare. Non mai tanto
amato e addimandato fosti». Gli davano di queste vesciche i popolari e
non un danaro. A parolaio parole, a promettitore promesse.