XXX.

Quivi capitò nella casa di uno speziale fiorentino; e lo pregò che lo

presentasse a messer Carlo eletto imperatore per la Chiesa di Roma,

volendo dirgli cosa di suo onore e di sua utilità. Il Boemo ammise

al suo conspetto il pellegrino ignoto e gli consentì di esporre il

messaggio. Allora Cola disse: «Fa vita santa in Montecelo un romito

per nome Frate Angiolo; il quale ha eletto due ambasciatori, e l’uno

ha mandato al Papa in Avignone e l’altro a voi Imperatore. Io sono

quello». Il Boemo si chinò verso lo strano messo per iscrutarlo

con que’ suoi grossi occhi di cane sagace, premendo il collo e il

viso innanzi, com’era suo costume. Gli disse: «Parla, adunque». Il

gioachimita parlò secondo la dottrina dei tre stadii. «Sappiate,

messere Imperatore, che Frate Angiolo vi manda a dire che nel

principio regnò sul mondo il Padre e dopo gli succedette il Figliuolo

nella possanza; ed ora è la volta dello Spirito Santo, il quale

deve regnare sul tempo a venire». Il gobbetto astuto, ch’era rimasto

pelato de’ suoi peli per il beveraggio propinatogli dall’amor geloso

della regina onesta, cessò dal tagliuzzar le verghette di salcio col

coltelluccio, com’era suo costume e suo diletto nelle udienze. Avendo

udito quell’uomo separare il Padre e il Figliuolo dallo Spirito Santo e

avendo già notizia delle eresie di Cola, disse: «Sei tu colui, il quale

io penso?» E l’altro: «Chi pensate voi ch’io sia?» E l’imperatore: «Io

penso che tu sia il Tribuno di Roma». E questi: «Veramente io sono

quel Cola a cui il Signore diè grazia di poter governare in pace in

giustizia e in libertà Roma capo del mondo». E seguitò suo sermone

presagendo una prossima strage di principi della Chiesa, la morte

del pontefice, l’avvenimento di un pastore angelico, di un redivivo

Francesco, che doveva iniziare la rinnovazione portentosa, edificando

alla gloria del Paràclito un duomo assai più splendido del tempio di

Salomone. «Questo pastore coronerà voi in Roma con un serto d’oro

e me Tribuno con un diadema argenteo, a voi lasciando la signoria

dell’Occidente, a me quella dell’Oriente. E saremo noi tre in terra

l’imagine della santissima Trinità». Il Boemo, udendo tante favole,

ricominciò a tagliuzzar le verghette di salcio e a movere i grossi

occhi intorno; sì che pareva non attendesse alla diceria. Ma, com’ebbe

finito Cola di sermonare, mandò Carlo per l’arcivescovo di Treveri e

per altri vescovi molti, e per gli ambasciatori del re di Scozia, e per

tutto il corpo de’ dottori, affinchè udissero i savii e giudicassero.

Ed eglino giudicarono infette di eresia quelle dottrine e abominarono

il dicitore. Il quale fu preso, costretto a distendere per iscritto il

messaggio, e dato in custodia all’arcivescovo finché non giungesse la

deliberazione del pontefice a cui l’imperatore aveva spedito l’empia

scrittura sigillata col suo sigillo.

La vita di Cola di Rienzo · 第 33 / 48 题