Quivi capitò nella casa di uno speziale fiorentino; e lo pregò che lo
presentasse a messer Carlo eletto imperatore per la Chiesa di Roma,
volendo dirgli cosa di suo onore e di sua utilità. Il Boemo ammise
al suo conspetto il pellegrino ignoto e gli consentì di esporre il
messaggio. Allora Cola disse: «Fa vita santa in Montecelo un romito
per nome Frate Angiolo; il quale ha eletto due ambasciatori, e l’uno
ha mandato al Papa in Avignone e l’altro a voi Imperatore. Io sono
quello». Il Boemo si chinò verso lo strano messo per iscrutarlo
con que’ suoi grossi occhi di cane sagace, premendo il collo e il
viso innanzi, com’era suo costume. Gli disse: «Parla, adunque». Il
gioachimita parlò secondo la dottrina dei tre stadii. «Sappiate,
messere Imperatore, che Frate Angiolo vi manda a dire che nel
principio regnò sul mondo il Padre e dopo gli succedette il Figliuolo
nella possanza; ed ora è la volta dello Spirito Santo, il quale
deve regnare sul tempo a venire». Il gobbetto astuto, ch’era rimasto
pelato de’ suoi peli per il beveraggio propinatogli dall’amor geloso
della regina onesta, cessò dal tagliuzzar le verghette di salcio col
coltelluccio, com’era suo costume e suo diletto nelle udienze. Avendo
udito quell’uomo separare il Padre e il Figliuolo dallo Spirito Santo e
avendo già notizia delle eresie di Cola, disse: «Sei tu colui, il quale
io penso?» E l’altro: «Chi pensate voi ch’io sia?» E l’imperatore: «Io
penso che tu sia il Tribuno di Roma». E questi: «Veramente io sono
quel Cola a cui il Signore diè grazia di poter governare in pace in
giustizia e in libertà Roma capo del mondo». E seguitò suo sermone
presagendo una prossima strage di principi della Chiesa, la morte
del pontefice, l’avvenimento di un pastore angelico, di un redivivo
Francesco, che doveva iniziare la rinnovazione portentosa, edificando
alla gloria del Paràclito un duomo assai più splendido del tempio di
Salomone. «Questo pastore coronerà voi in Roma con un serto d’oro
e me Tribuno con un diadema argenteo, a voi lasciando la signoria
dell’Occidente, a me quella dell’Oriente. E saremo noi tre in terra
l’imagine della santissima Trinità». Il Boemo, udendo tante favole,
ricominciò a tagliuzzar le verghette di salcio e a movere i grossi
occhi intorno; sì che pareva non attendesse alla diceria. Ma, com’ebbe
finito Cola di sermonare, mandò Carlo per l’arcivescovo di Treveri e
per altri vescovi molti, e per gli ambasciatori del re di Scozia, e per
tutto il corpo de’ dottori, affinchè udissero i savii e giudicassero.
Ed eglino giudicarono infette di eresia quelle dottrine e abominarono
il dicitore. Il quale fu preso, costretto a distendere per iscritto il
messaggio, e dato in custodia all’arcivescovo finché non giungesse la
deliberazione del pontefice a cui l’imperatore aveva spedito l’empia
scrittura sigillata col suo sigillo.