Cola vestì la lana rozza con la stessa vanità con cui erasi composto
nelle guarnacche di sciamito e di vaio. Non dimenticò la _regula
dictatoria_ per la _regula paupertatis_. Si rimpinzò di cipolle per
farsi modello degli Spirituali; si ingombrò di dottrine profetiche
per improvvisarsi teologo. La Concordia il Decacordo il Comento, il
Vangelo eterno di Gioachimo da Fiore, i vaticinii di Cirillo e della
Sibilla, le Cronache delle sette tribolazioni, le glosse di Giovanni
da Parma e di Pier Giovanni Ulivi, tutte le visioni e tutti i sogni
suscitati dal turbine dell’Apocalisse in quanti affaticava l’ansia del
Futuro, tutti si rimescolarono confusamente in quello spirito ventoso
e caliginoso. Divenuto Gioachimita ardentissimo, egli per i due primi
stadii del mondo — per il «carnale», compreso tra la creazione di
Adamo e la natività di Cristo, per il «sacerdotale» fondato dal divino
Figlio — discese al terzo stadio «monacale» che doveva iniziarsi con
l’avvento d’un santo uomo eletto a riformar la Chiesa nella povertà.
Or chi poteva esser mai questo angelico riformatore se non egli, Cola
di Rienzo, lo scavalcato cavaliere del Paràclito? Simulando infatti la
voce di un romito annunziatore dell’èra terza, volle egli persuadere
a sé medesimo e ad altrui questa elezione. Non il buon frate Angelo da
Monte di Cielo messaggero di Dio lo esortò a dipartirsi dall’eremo e a
ridiscendere tra gli uomini per operare i novissimi prodigi, sì bene
egli medesimo fu l’esortatore della sua follìa ribollita. «O Cola,
a che t’indugi? Assai vivesti in solitudine. Or devi ricominciare a
vivere per la salute dell’Universo. Il Signore ti ha scelto. Va, rècati
all’imperator romano che nell’ordine è il centesimo, e tu assistilo
qual precursore col consiglio e con l’opera. E non dubitare che Roma
presto s’adorni della papale e imperiale corona, essendo già trascorsi
i quarant’anni da che fu tolto a Gerusalemme il tabernacolo del Signore
e rimasto per i peccati degli uomini lungi dalla sua vera sede». E
l’industre gonfianùgoli imaginò che il romito per vie più incitarlo
gli svolgesse sotto agli occhi i rotoli delle profezie di Merlino e
quelli ov’eran trascritti i vaticinii incisi nelle due tavole d’argento
offerte dall’Angelo a Cirillo sul monte Carmelo.
In verità, anche questa volta la paura fu il più efficace stimolo al
viaggio; ché egli seppe come l’arcivescovo di Napoli, conosciuto il
rifugio, pensasse di prenderlo e di consegnarlo al cardinal Legato in
Roma dove la memoria del Tribuno era tuttora viva e forse faziosa. Il
terziario gittò la tonacella in un botro del Morrone e s’incamminò alla
volta della Magna; valicate le Alpi, giunse alla città di Praga nel
mese di luglio dell’anno 1350.