XXVIII.

Dove lo condussero il rammarico smanioso della signoria renunziata

così stolidamente, il terrore delle persecuzioni papali indette contro

l’eretico, la confusa angoscia del peccato, della penitenza, dei

castighi celesti? Si bucinò ch’egli entrasse nel reame per chiedere

soccorso al re Lodovico che vi aveva già vendicato Andreasso e

riformata la terra. E chi disse che andò per mare sconosciuto su un

legno; e chi disse che trattò col Nemico di Dio per cavalcar con lui

sopra Roma e che, raccolto il denaro occorrente, il patto non ebbe

séguito, perché il fratello di Cola si fuggì con la cassa; e chi disse

perfino averlo visto in Roma aggirarsi ignoto tra i pellegrini accorsi

alla perdonanza del Giubileo ed essere egli medesimo l’instigator

segreto del verruto balestrato contro il cardinale Anibaldo.

Il bandito pellegrinava ben più lontano, pei valichi dell’Apennino

verso quel Morrone petroso ove s’erano inerpicati i tre vescovi per

recare al fraticello scalzo l’annuncio terribile della sua assunzione.

Certo, un numero sublime regola i passi dell’eroe colpito dal fato

iniquo allorché, dopo avere stampata la sua più dura impronta su

l’anima della stirpe, si rivolge verso il deserto, verso la rupe,

verso la palude, verso la fiumana, tratto dalla necessità di rientrare

nel silenzio originario ov’egli rimarrà solo co’ suoi pensieri

inespressi che s’appiglieranno alla terra per infinite radici, solo

con la sua verità disconosciuta che profondamente custodita nella

terra si risolleverà domani fra gli uomini operosa quando il suo primo

portatore si sarà disciolto e riconfuso nella malinconia del mondo. Ma

l’appressarsi di quell’istrione stracco e rauco dall’aver troppe volte

con bocca rotonda gittato al vento e alla plebe il nome ineffabile

di Roma, l’appressarsi di quel rètore sgonfio a quell’aspra montagna

tutta piena di anelito divino è senza alcuna bellezza, senza alcuna

grandezza, in vero.

Altare di sacrificio e d’implorazione tra i più venerandi, sollevato

dall’ansia dello spirito sotterraneo verso i cieli troppo remoti,

quella mole di sasso pareva nei secoli il fulcro dell’estasi umana.

Nelle cavità polite e adorne dall’arte dell’acqua umile e casta,

viveva un popolo di asceti perpetuamente rivolto verso l’oriental

bagliore dell’Eletto ch’era per venire a purificare e rinnovellare

il regno profanato. Il loro culto era di aspettazione vigile e

trepida. Lo sposo novello della Povertà, il pastore angelico,

sarebb’egli apparso nell’alba dell’ultimo orizzonte? o subitamente

illuminato da un mattino paradisiaco sarebbe egli sorto di su la

stuoia nella spelonca, risplenduto agli attoniti sul limitare, indi

sceso dal monte alla pianura per compiere l’alta profezia? Essi

vivevano aspettando, affrettavano con la preghiera la venuta, con la

macerazione assottigliavano l’ingombro carnale perché l’anima potesse

più facilmente ricevere il lume. E tuttavia talun dei più semplici

dal vertice della rupe aprendo le braccia verso l’aurora ripeteva con

bocca fedele il Cantico delle creature, o lo cantava a gran voce di

giubilo simulando con due legni il gioco del liuto; e forse a vespro

vedeva giungere per le vie dell’aria il Serafico e chinarsi con benigna

letizia su la scodelletta di scorza a condirgli con l’olio dell’oliva

umbra l’odorata erba alpestre o il legume farinoso.

La vita di Cola di Rienzo · 第 31 / 48 题