Dove lo condussero il rammarico smanioso della signoria renunziata
così stolidamente, il terrore delle persecuzioni papali indette contro
l’eretico, la confusa angoscia del peccato, della penitenza, dei
castighi celesti? Si bucinò ch’egli entrasse nel reame per chiedere
soccorso al re Lodovico che vi aveva già vendicato Andreasso e
riformata la terra. E chi disse che andò per mare sconosciuto su un
legno; e chi disse che trattò col Nemico di Dio per cavalcar con lui
sopra Roma e che, raccolto il denaro occorrente, il patto non ebbe
séguito, perché il fratello di Cola si fuggì con la cassa; e chi disse
perfino averlo visto in Roma aggirarsi ignoto tra i pellegrini accorsi
alla perdonanza del Giubileo ed essere egli medesimo l’instigator
segreto del verruto balestrato contro il cardinale Anibaldo.
Il bandito pellegrinava ben più lontano, pei valichi dell’Apennino
verso quel Morrone petroso ove s’erano inerpicati i tre vescovi per
recare al fraticello scalzo l’annuncio terribile della sua assunzione.
Certo, un numero sublime regola i passi dell’eroe colpito dal fato
iniquo allorché, dopo avere stampata la sua più dura impronta su
l’anima della stirpe, si rivolge verso il deserto, verso la rupe,
verso la palude, verso la fiumana, tratto dalla necessità di rientrare
nel silenzio originario ov’egli rimarrà solo co’ suoi pensieri
inespressi che s’appiglieranno alla terra per infinite radici, solo
con la sua verità disconosciuta che profondamente custodita nella
terra si risolleverà domani fra gli uomini operosa quando il suo primo
portatore si sarà disciolto e riconfuso nella malinconia del mondo. Ma
l’appressarsi di quell’istrione stracco e rauco dall’aver troppe volte
con bocca rotonda gittato al vento e alla plebe il nome ineffabile
di Roma, l’appressarsi di quel rètore sgonfio a quell’aspra montagna
tutta piena di anelito divino è senza alcuna bellezza, senza alcuna
grandezza, in vero.
Altare di sacrificio e d’implorazione tra i più venerandi, sollevato
dall’ansia dello spirito sotterraneo verso i cieli troppo remoti,
quella mole di sasso pareva nei secoli il fulcro dell’estasi umana.
Nelle cavità polite e adorne dall’arte dell’acqua umile e casta,
viveva un popolo di asceti perpetuamente rivolto verso l’oriental
bagliore dell’Eletto ch’era per venire a purificare e rinnovellare
il regno profanato. Il loro culto era di aspettazione vigile e
trepida. Lo sposo novello della Povertà, il pastore angelico,
sarebb’egli apparso nell’alba dell’ultimo orizzonte? o subitamente
illuminato da un mattino paradisiaco sarebbe egli sorto di su la
stuoia nella spelonca, risplenduto agli attoniti sul limitare, indi
sceso dal monte alla pianura per compiere l’alta profezia? Essi
vivevano aspettando, affrettavano con la preghiera la venuta, con la
macerazione assottigliavano l’ingombro carnale perché l’anima potesse
più facilmente ricevere il lume. E tuttavia talun dei più semplici
dal vertice della rupe aprendo le braccia verso l’aurora ripeteva con
bocca fedele il Cantico delle creature, o lo cantava a gran voce di
giubilo simulando con due legni il gioco del liuto; e forse a vespro
vedeva giungere per le vie dell’aria il Serafico e chinarsi con benigna
letizia su la scodelletta di scorza a condirgli con l’olio dell’oliva
umbra l’odorata erba alpestre o il legume farinoso.