XXVII.

Dopo due dì, rientrò in Roma il vecchio Stefano Colonna con la sua

fazione. E diede esempio memorando di magnanimità; ché non corse alle

rappresaglie, non rinfocolò le ire, non perseguitò i congiunti del

caduto né lui snidò dal suo rifugio, ma per evitare ogni dissenso gli

ordinamenti mantenne e per dimostrare la sincerità della sua perdonanza

diede in pubblico il bacio di pace al suocero di colui che aveva osato

attinger l’acqua sanguigna dall’orribile pozza ov’era caduto il più bel

fiore della virtù colonnese.

Indi a poco rientrò anche Bertrando di Deucio e riformò lo stato

abolendo tutti i decreti tribunizii ed eleggendo a senatori Bertoldo

Orsini e Luca Savelli. I quali parvero ritrovare in Campidoglio il

contagio del folle figuratore, poiché fecero dipingere sul muro Cola

di Rienzo col capo in giù e a fianco di costui anche capovolti il

cancelliere Cecco Mancino e il nepote Conte che teneva la rocca di

Civitavecchia.

A Civitavecchia erasi ricoverato il tremebondo; ma, quando il

suo nepote fu dal cardinale costretto alla resa, tornò in Castel

Sant’Angelo presso quegli Orsini che avevano combattuto per lui nel

tempo delle fortune. Quivi la sua carne saginata, che però in tanto

travaglio andava perdendo l’adipe accolto in sette mesi di buona

pasciona, fu messa a prezzo. E parve così quasi avverarsi quell’augurio

dei lepidi patrizii a cena, quando lui presagirono principe di Norcia

se non imperator romano. Francesco Orsini, notaro pontificio in

Avignone, mercatò per averlo e ingraziarsi il papa col darglielo nelle

mani; ma perse tempo a stiracchiar la somma. Il suo nepote Nicolao

trattava intanto con quel feroce Rainaldo di Marino che, non avendo

perso memoria della trista notte di settembre passata in Campidoglio

dopo la cena infida, voleva pagar di contanti la gioia del conficcarlo

vivo in uno steccone del suo fosso; ma qui anche soverchio fu l’indugio

del contratto. Volle il gioco della sorte che ambo i comperatori

morissero di sùbito; sicché il mercatato ebbe salva la pelle. E, prima

di mettersi al sicuro, trovò tempo e modo di far dipingere sul fianco

della Chiesa di Santa Maria Maddalena in prossimità del Castello

un’ultima allegoria d’un angelo calpestatore di draghi e di aspidi.

Ma l’allegoria non ebbe effetto, anzi fu bruttata di loto e di sterco.

Perduta ogni speranza di riscossa, Cola escì dalla città alla ventura,

lasciando dietro sé la guerra civile la Compagnia del duca Guernieri e

la pestilenza.

La vita di Cola di Rienzo · 第 30 / 48 题