Movendosi Lodovico re d’Ungheria a vendicare la vituperosa morte
fatta in Aversa del suo fratello Andreasso e a racquistare il reame
di Puglia, vennero anche in Roma ingaggiatori con mandato di levar
soldati per lui. Un conte di Minerbino e paladino di Altamura, chiamato
Giovan Pipino, con suoi fratelli conti di Potenza e di Nocera, stando
adunque in Roma ad assoldare bande per l’Ungaro, commetteva ogni sorta
di ribalderie e di ladrerie. Collegato con Luca Savelli e protetto dal
cardinal vicario, si rideva delle citazioni tribunizie e imperversava
con arroganza crescente.
Ora, ai 15 di decembre, il Savelli fece affiggere alla porta della
chiesa di Sant’Angelo un suo bando col quale invitava a una adunanza
nelle sue case pel quarto giorno i suoi partigiani. Cola mandò un
marescalco a lacerare il bando del sovvertitore e ad affiggere in suo
luogo un atto d’intimazione a Luca perché comparisse nel termine di
tre dì, sotto grave pena. L’officiale capitolino fu colto dalle genti
del Pugliese e malmenato. Cola citò allora in giudizio il paladino
di Altamura. Costui per risposta si afforzò nel circo Flaminio, alzò
serragli e barre sotto l’arco di San Salvatore in Pesoli e in tutta
la contrada dei Colonnesi, fece sonare a martello le campane della
contrada, ragunò gente assai a cavallo e a piede, gridando: «Popolo!
Popolo! Viva la Colonna, e muoia il Tribuno».
Si trattava di menar le mani. Dov’era Giordano Orsini? La paura
dirompeva al cavaliere dello Spirito Santo gomiti e ginocchia.
Anch’egli fece sonare a stormo le campane. Per un dì e per una notte
quella di Pescheria fu sonata del continuo da un giudeo; ma nessuno
traeva a disfare le barre. Gli Orsini dal Monte non si mostravano; il
popolo al romore si asserragliava nei suoi rioni e aspettava l’evento.
Disperato il Tribuno mandò contro la forza dei ribelli un conestabile
di nome Scarpetta; che rimase ucciso. E il buon giudeo si scalmanava
tuttavia a scampanare a scampanare in Pescheria; e nessuno traeva alle
barre; e Cola in Campidoglio «non sapeva che si facesse, sospirava
forte, tutto raffreddato piagnea, sbigottito et annullato suo core era,
non avea virtude per uno piccolo garzone».
Così l’impresa del Liberatore si discioglieva in lacrimette e in
balbettìo. Lacrimava egli e balbettava, lacrimavano e balbettavano i
suoi familiari intorno, mentre il buon giudeo di lungi sonava senza
riposo. Escito dal palagio, lasciando la sua camera piena zeppa
di epistole dettate e non inviate, il notaro della Regola andò a
rifugiarsi in Castel Sant’Angelo; e quivi si stette chiuso e celato
alcun tempo, e lo raggiunse la moglie partitasi dalle case dei Lalli in
abito di frate minore.