XXV.

Senza ciance, i Colonnesi e gli Orsini di Marino lavoravano alla

gagliarda. L’aumento su la gabella del sale, imposto dal Tribuno per

pagare i mercenarii, esasperò i Romani già tribolati dalla carestia.

Allora, pur tra i fumi del vino e i lazzi dei giullari, l’uom delirante

udì il rombo della tempesta. E da prima il tremolìo intermesso della

paura gli tenne luogo del solletico operato in sommo della gola dalle

barbe della penna per vuotar col vomito il sacco e riempierlo ancóra.

Ma, poco dopo, il tremolìo gli si converse in serramento che gli

attanagliò stomaco e strozza e più non lasciò passar boccone. Finita

fu la gran gozzoviglia capitolina. L’uomo non poteva né mangiare

né dormire, di continuo agitato dalle larve e dai presagi. A ogni

lieve romore, balzava in piedi credendo che crollasse il Campidoglio

o che v’irrompessero nemici per uccidere. Al verso degli uccelli

notturni, nascondeva il capo sotto i guanciali raggricchiandosi

tutto nelle coltri. Per dodici notti un gufo malauguroso, quantunque

scacciato dai servi più volte, tornò su la torre campanaria a gufare

sinistramente agghiacciando le vene dell’insonne. Egli si sveniva come

una femminetta, piagnucolava come un fantolino. Allora, per placare

la sorte, cercò di raumiliarsi, di ritrar le corna in dentro, di

farsi mansueto e pieghevole. Ricevette per suo compagno nel governo

il vicario papale, si protestò obbedientissimo servo del Pontefice,

rinunziò le pretese all’elezione dell’Imperatore, annullò i suoi

decreti intorno ai diritti maiestatici del Popolo Romano, revocò le

citazioni contro i principi alemanni, depose ogni potestà su i sudditi

immediati della Chiesa, si spogliò financo dei titoli augusti per

chiamarsi modestamente «Cola cavaliere e rettore per Nostro Signore lo

Papa», appese all’altare della Vergine in Araceli tutti gli emblemi e

tutte le insegne, infine per allontanare ogni sospetto di tirannide si

mise allato un Consiglio di trentanove popolani. Ma sùbito scoppiarono

dissidii tra costoro circa la gabella del sale e la nomina del capitano

di guerra. Il popolo, mal disposto a un nuovo reggimento pontificio,

negò l’ossequio al vicario. Questi accusò di doppiezza il Tribuno;

minacciando, lasciò anche una volta la città e riparò a Montefiascone.

Cola, rimasto solo, affannosamente si diede a riconciliarsi coi nobili,

tolse dal carcere il Prefetto, tentò di stringere le nozze tra il

figliuol di costui e la figlia di Giordano dal Monte, negoziò paci

alleanze dedizioni. Ma, come più s’agitava, più si sprofondava il

pusillo. La sua favola breve era compita.

La vita di Cola di Rienzo · 第 28 / 48 题