Senza ciance, i Colonnesi e gli Orsini di Marino lavoravano alla
gagliarda. L’aumento su la gabella del sale, imposto dal Tribuno per
pagare i mercenarii, esasperò i Romani già tribolati dalla carestia.
Allora, pur tra i fumi del vino e i lazzi dei giullari, l’uom delirante
udì il rombo della tempesta. E da prima il tremolìo intermesso della
paura gli tenne luogo del solletico operato in sommo della gola dalle
barbe della penna per vuotar col vomito il sacco e riempierlo ancóra.
Ma, poco dopo, il tremolìo gli si converse in serramento che gli
attanagliò stomaco e strozza e più non lasciò passar boccone. Finita
fu la gran gozzoviglia capitolina. L’uomo non poteva né mangiare
né dormire, di continuo agitato dalle larve e dai presagi. A ogni
lieve romore, balzava in piedi credendo che crollasse il Campidoglio
o che v’irrompessero nemici per uccidere. Al verso degli uccelli
notturni, nascondeva il capo sotto i guanciali raggricchiandosi
tutto nelle coltri. Per dodici notti un gufo malauguroso, quantunque
scacciato dai servi più volte, tornò su la torre campanaria a gufare
sinistramente agghiacciando le vene dell’insonne. Egli si sveniva come
una femminetta, piagnucolava come un fantolino. Allora, per placare
la sorte, cercò di raumiliarsi, di ritrar le corna in dentro, di
farsi mansueto e pieghevole. Ricevette per suo compagno nel governo
il vicario papale, si protestò obbedientissimo servo del Pontefice,
rinunziò le pretese all’elezione dell’Imperatore, annullò i suoi
decreti intorno ai diritti maiestatici del Popolo Romano, revocò le
citazioni contro i principi alemanni, depose ogni potestà su i sudditi
immediati della Chiesa, si spogliò financo dei titoli augusti per
chiamarsi modestamente «Cola cavaliere e rettore per Nostro Signore lo
Papa», appese all’altare della Vergine in Araceli tutti gli emblemi e
tutte le insegne, infine per allontanare ogni sospetto di tirannide si
mise allato un Consiglio di trentanove popolani. Ma sùbito scoppiarono
dissidii tra costoro circa la gabella del sale e la nomina del capitano
di guerra. Il popolo, mal disposto a un nuovo reggimento pontificio,
negò l’ossequio al vicario. Questi accusò di doppiezza il Tribuno;
minacciando, lasciò anche una volta la città e riparò a Montefiascone.
Cola, rimasto solo, affannosamente si diede a riconciliarsi coi nobili,
tolse dal carcere il Prefetto, tentò di stringere le nozze tra il
figliuol di costui e la figlia di Giordano dal Monte, negoziò paci
alleanze dedizioni. Ma, come più s’agitava, più si sprofondava il
pusillo. La sua favola breve era compita.