Che taluno ripetesse al Tribuno, dopo il fatto d’arme compiuto dai due
Orsini, l’ammonimento di Maharbale al Cartaginese dopo la battaglia di
Canne, non è certo. Certo è bensì, che il dettatore né sapeva vincere
né sapeva usare la vittoria. Invece di fare oste senza indugi sopra
Marino e Palestrina per quivi sradicar di colpo ogni resistenza e
ribellione di nobili, egli adunò la sua cavalleria di cavalierotti
da lui chiamata sacra milizia e si credette satisfare all’importuna
pretesa del soldo con una nuova facezia. Parlò: «Vògliovi dar paga
doppia oggi. Venite meco». Ordinò le schiere. Vestì di drappi bianchi
il figliuol suo Lorenzo, lo pose a cavallo, e lo menò seco a suon di
nacchere e di trombette. Dov’ei volesse andar a parare con quella
mostra, non sapeva alcuno. Cavalcò verso la porta tiburtina, al
luogo della zuffa; ov’era rimasta nel terreno la pozza atroce con la
melma e con l’acqua arrossate dal sangue magnifico di Stefanuccio
Colonna e del feditore adolescente. Dinanzi la pozza smontò, fece
smontare il figliuolo; inginocchiare lo fece su l’orlo tristo,
attinse di quell’acqua sanguigna, ne asperse il prostrato dicendogli
impronto: «Sarai Cavaliere della Vittoria». E gli astanti stupirono e
inorridirono. Ed egli volle che i conestabili percotessero col piatto
delle spade, secondo l’usanza, l’ignobile battezzato col fango suo pari
più che col sangue degli eroi.
Sì grande fu il disgusto, allo spettacolo, che i baroni di parte
popolare si vergognarono di vestire arme in pro di tal cialtrone. E
i cavalierotti e l’altra soldatesca, omai ristucchi di attendere la
paga doppia e pur la mezza paga, mormoravano e si sbandavano; mentre
il dannato Giordano Orsini, con le ferite ancóra aperte, rinnovava la
guerra minuta portando il guasto fin sotto le mura, mentre Sciarretta
Colonna collegatosi con Luca Savelli operava senza tregua, sovvenuto di
danari e di uomini dal cardinal legato che ne traeva dalle città guelfe
d’Umbria e di Toscana.
Roma era affamata. I guerreggiatori chiudevano il passo alle
vettovaglie. Rubbio di frumento valeva sette libre di moneta. La plebe
dal mormorìo passava al tumulto. Lo spocchione, tutto dato alla crapula
e al fasto, non vedeva né udiva. Dì e notte era ai conviti, vestito
come un satrapo, grasso e rubicondo, esercitando la ganascia che aveva
potentissima, inzeppando la ventresca che già diveniva badiale. Alle
badìe infatti toglieva per impinguarsi; sequestrava le entrate delle
chiese, le aziende dei mercanti, i beni delle comunità; prendeva l’oro
a chi l’aveva, senza ritegno, ammutolendo con le minacce gli spolpati.
Il tutto andava in ghiotteria e in scialo, in mantener buffoni e
masnadieri.
Così, mentre l’Orsino derubava e angariava di fuori, il medesimo egli
faceva di dentro. Intollerabile era divenuto anche al popolo il giogo
del villano. Costui non più si ardiva tener parlamento, per paura del
furore improvviso. Il cardinal legato da Montefiascone minacciava
la scomunica e il bando, il papa da Avignone esortava i cittadini
che abbandonassero ai suoi errori l’uomo abominevole «la cui malizia
strisciava qual serpe, mordeva qual scorpione, diffondevasi qual
tossico». E il Petrarca, riconosciuta non senza rossore la vanità del
suo lirico sogno, scriveva moltiplicando nella obiurgazione epistolare
le figure e le sentenze: «Oh! che dirti potrei se non quello che Bruto
diceva scrivendo a Cicerone? Sento vergogna di coteste vicende, di
cotesta fortuna. Te dunque, che ammirò duca de’ buoni, oggi il mondo
vedrà fatto satellite de’ ribaldi? Così per noi si mutaron le stelle,
così nemico si fece il cielo? Dove n’andò quel Genio tuo salutare, col
quale era fama che avessi tu continui convegni? Tanto eran grandi e
incredibili le imprese tue. Ma a che m’affanno?... Io verso te correva,
or volgo strada. Addio Roma, a te pure addio!»