XXIV.

Che taluno ripetesse al Tribuno, dopo il fatto d’arme compiuto dai due

Orsini, l’ammonimento di Maharbale al Cartaginese dopo la battaglia di

Canne, non è certo. Certo è bensì, che il dettatore né sapeva vincere

né sapeva usare la vittoria. Invece di fare oste senza indugi sopra

Marino e Palestrina per quivi sradicar di colpo ogni resistenza e

ribellione di nobili, egli adunò la sua cavalleria di cavalierotti

da lui chiamata sacra milizia e si credette satisfare all’importuna

pretesa del soldo con una nuova facezia. Parlò: «Vògliovi dar paga

doppia oggi. Venite meco». Ordinò le schiere. Vestì di drappi bianchi

il figliuol suo Lorenzo, lo pose a cavallo, e lo menò seco a suon di

nacchere e di trombette. Dov’ei volesse andar a parare con quella

mostra, non sapeva alcuno. Cavalcò verso la porta tiburtina, al

luogo della zuffa; ov’era rimasta nel terreno la pozza atroce con la

melma e con l’acqua arrossate dal sangue magnifico di Stefanuccio

Colonna e del feditore adolescente. Dinanzi la pozza smontò, fece

smontare il figliuolo; inginocchiare lo fece su l’orlo tristo,

attinse di quell’acqua sanguigna, ne asperse il prostrato dicendogli

impronto: «Sarai Cavaliere della Vittoria». E gli astanti stupirono e

inorridirono. Ed egli volle che i conestabili percotessero col piatto

delle spade, secondo l’usanza, l’ignobile battezzato col fango suo pari

più che col sangue degli eroi.

Sì grande fu il disgusto, allo spettacolo, che i baroni di parte

popolare si vergognarono di vestire arme in pro di tal cialtrone. E

i cavalierotti e l’altra soldatesca, omai ristucchi di attendere la

paga doppia e pur la mezza paga, mormoravano e si sbandavano; mentre

il dannato Giordano Orsini, con le ferite ancóra aperte, rinnovava la

guerra minuta portando il guasto fin sotto le mura, mentre Sciarretta

Colonna collegatosi con Luca Savelli operava senza tregua, sovvenuto di

danari e di uomini dal cardinal legato che ne traeva dalle città guelfe

d’Umbria e di Toscana.

Roma era affamata. I guerreggiatori chiudevano il passo alle

vettovaglie. Rubbio di frumento valeva sette libre di moneta. La plebe

dal mormorìo passava al tumulto. Lo spocchione, tutto dato alla crapula

e al fasto, non vedeva né udiva. Dì e notte era ai conviti, vestito

come un satrapo, grasso e rubicondo, esercitando la ganascia che aveva

potentissima, inzeppando la ventresca che già diveniva badiale. Alle

badìe infatti toglieva per impinguarsi; sequestrava le entrate delle

chiese, le aziende dei mercanti, i beni delle comunità; prendeva l’oro

a chi l’aveva, senza ritegno, ammutolendo con le minacce gli spolpati.

Il tutto andava in ghiotteria e in scialo, in mantener buffoni e

masnadieri.

Così, mentre l’Orsino derubava e angariava di fuori, il medesimo egli

faceva di dentro. Intollerabile era divenuto anche al popolo il giogo

del villano. Costui non più si ardiva tener parlamento, per paura del

furore improvviso. Il cardinal legato da Montefiascone minacciava

la scomunica e il bando, il papa da Avignone esortava i cittadini

che abbandonassero ai suoi errori l’uomo abominevole «la cui malizia

strisciava qual serpe, mordeva qual scorpione, diffondevasi qual

tossico». E il Petrarca, riconosciuta non senza rossore la vanità del

suo lirico sogno, scriveva moltiplicando nella obiurgazione epistolare

le figure e le sentenze: «Oh! che dirti potrei se non quello che Bruto

diceva scrivendo a Cicerone? Sento vergogna di coteste vicende, di

cotesta fortuna. Te dunque, che ammirò duca de’ buoni, oggi il mondo

vedrà fatto satellite de’ ribaldi? Così per noi si mutaron le stelle,

così nemico si fece il cielo? Dove n’andò quel Genio tuo salutare, col

quale era fama che avessi tu continui convegni? Tanto eran grandi e

incredibili le imprese tue. Ma a che m’affanno?... Io verso te correva,

or volgo strada. Addio Roma, a te pure addio!»

La vita di Cola di Rienzo · 第 27 / 48 题