Era in funeraria solitudine rimasto il seniore, là sul monte di
Palestrina consecrato alle distruzioni dalla prima ferocia di Silla.
Nella cittadella per lui medesimo ricostrutta su le ruine sconvolte da
Bonifacio, egli ricevette l’annunzio. Già tre figli della sua virtù
aveva perduti in tre anni. Ora perdeva d’un tratto il primogenito
foggiato a sua imagine e il leoncello sortito a superar tutti. Ascoltò,
diritto in piedi, senza vacillare. Colore non mutò, non fece motto,
non sparse lacrima, non mosse gesto di cruccio né sospiro d’ambascia.
Soltanto gli occhi aridi chinò su l’ombra spaziosa che la sua statura
non incurvata dal secolo stampava in terra; fissi li tenne in quella
terra ingiusta che già tanta stirpe immatura aveva inghiottito e
rifiutava la pace alle vecchissime ossa omai polite dai travagli
del destino come le selci dal torrente infaticabile. Disse alfine,
riscotendosi: «Sia fatta la volontà di Dio. Meglio è morire che
sopportare il giogo di un villano».
E, poiché non anche poteva coricarsi nella fossa, rimase in piedi
ferrato ad apprestar le vendette.