Il Tribuno non s’era mai ardito escir fuori della porta né distaccarsi
dall’ombra dello stendardo bruttato. Sempre la vista e il cozzo del
ferro gli davano il tremacuore, perocché assai più famigliare ei fosse
con gli inchiostri e coi vini che col buon succo delle vene virili.
Quando vide Giordano dal Monte ricomparire sotto l’arco ad annunciar
col guizzo dello stocco la vittoria piena, egli riprese colore; e
rizzatosi dall’arcione fece sonare tutte le sue trombe d’argento a
raccolta. Pronta aveva già la corona d’ulivo, e se la pose in capo;
pronti già nel suo capo l’ordine e l’apparato del trionfo. Rimise le
genti in ischiera e cavalcò a Santa Maria di Araceli con tripudio.
Quivi appese in voto alla Vergine la corona d’ulivo e la verga
d’acciaio. Rendute le grazie, salì al Campidoglio e si mostrò con la
spada in pugno al popolo festante. Non una gocciola rossa interrompeva
il nitore della lama imbelle; ma l’eroico mimo fece l’atto di forbirla
al lembo della sua cotta cremisina, rotondamente. Disse: «Hai mozzata
orecchia di tal capo, che non la poté tagliare Papa né Imperadore». E
andò a mensa.
Su l’imbrunire i cadaveri spogli di Stefano, di Gianni e del proposto
furon trasferiti pietosamente dalla porta di San Lorenzo alla cappella
sepolcrale della casata in Araceli. Coperti furon di coltri d’oro,
intorniati di torchietti ardenti. Vennero le gentili donne colonnesi
in gramaglia, seguite da una moltitudine di lamentatrici scarmigliata
e lacera, per fare la lamentazione e l’ululo sopra i cari morti.
Echeggiavano le strida e i pianti per l’erta sacra, e turbavano il
convito nel palagio accosto. Montò in furore il Tribuno, e comandò
che fossero scacciate le vedove col loro stuolo urlante, e negate
le esequie agli uccisi. Parve nella minaccia rammemorar le parole da
Stefano il Vecchio profferite quando in San Marcello aveva spregiato
l’editto; perché gridò: «Se quei tre mi fanno poco d’ira, io li farò
gittare nella fossa degli appesi, come maledetti spergiuri ch’ei sono».
Allora i cadaveri nottetempo, senza pompa e senza ploro, furono portati
nella chiesa di San Silvestro in Càpite ove i Colonnesi aveano fondato
un monasterio per le figliuole di lor sangue. In segreto quivi, tra il
virtuosissimo padre e il pusillanime congiunto, ebbe sepoltura e requie
dalle pie donne l’imberbe eroe domatore di cavalli, che il Petrarca
paragonava a Marcello diletto da Giove Ferètrio.