Ma il fato dei Colonnesi non era compiuto. Imbaldanzito il popolo per
le due uccisioni, da queste aizzato a proseguir la strage l’accanimento
degli Orsini di Campo di Fiore e di Ponte Sant’Angelo per inimistà
dei consorti e per odio dei competitori, costernati i cavalieri della
congiura privi del duce magnanimo e soperchiati dal numero stragrande,
le sorti della zuffa si volsero in breve contro questi ultimi
che debole sforzo tentarono sotto la porta, respinti non ressero,
scavalcati balenarono su la melma sdrucciolevole non potendo fermare
il piè in terra, caddero l’un sopra all’altro, e l’uno vendette cara
la vita e l’altro la domandò salva, e pochi rimasti in sella tornarono
in fuga a briglia abbandonata, come Giordano di Marino e un Caetani di
Fondi se bene perdessero sangue dalle ferite mortali. Caduto da cavallo
il proposto di Marsiglia Pietro di Agapito Colonna, dove la mischia
era men folta, cercava lo scampo. La veracità del sogno l’empiva
di spavento. Impacciato dall’arme inconsueta e dalla pinguedine
chericale, sfangava e ansimava pe’ pantani cercando di riparare a una
vigna vicina. Da ribaldi raggiunto, si buttò ginocchione a pregare
per Dio e per la Vergine che tutto gli togliessero ma gli lasciassero
la pelle. Dei danari lo spogliarono, e poi del sorcotto a oro, e
poi d’ogni arnese. Rimasto nudo e scalzo, pregava tuttavia, sperava
tuttavia tornare alla sua donna e mai più ritrovarsi allo sbaraglio.
Ma Sgariglia beccaio con una sguerruccia gli segò la pappagorgia.
Giacque nella vigna supino il proposto, grasso bracato, più che sugna
bianco, con la calva cotenna nella pozza del sangue grumoso, non uomo
da fazioni ma da prebende. E poco di lungi stette il suo cugino Messer
Pietro di Belvedere, e un Frangipani e un Caligaro, e un della famiglia
di Lugnano, e Camillo bastardo di Stefanuccio. E dei nobili ottanta
altri perirono, macellati furono, mozzi e tronchi: giacquero nella mota
cruenta nudi al ludibrio della razzumaglia.