Cominciava ad albeggiare tra il nuvolo; meno spessa era la pioggia,
ma il terreno tutto melma e pozzanghere, sicché vi s’affondavano
i cavalli fino alla grascella. Le genti del Tribuno e del popolo,
ond’eran capitani Cola Orsini e Giordano dal Monte, avendo già le due
volte udito gli squilli e lo scalpitìo sotto la porta, tumultuavano
per appiccar la zuffa; e, come la chiave erasi involata con la
verretta di Paolo Buffa e serrame e gangheri erano ben saldi all’urto,
incominciarono a maneggiar le scuri contro l’imposta dritta. Udirono
i feditori il rimbombo e il tumulto; e Gianni Colonna, credendo che
i suoi partigiani sopraggiunti movessero quel romore e fossero a
dirompere la porta con i mannaresi e le accette, sùbito imbracciò la
rotella, abbassò la lancia su la coscia, prese di terreno alquanto
per rincorrere, fu pronto alla spronata e all’impeto. Come l’imposta
cadde, fulmineo irruppe nel varco con tanta furia che dinanzi a
lui solo tutta la cavalleria avversa dié la volta e tutto il popolo
sbigottito s’arretrò per una mezza balestrata alla lunga. Lo stendardo
tribunizio cadde a terra di schianto nella belletta sotto le calcagna
dei fuggiaschi; e il Tribuno bianco di terrore vide il cavaliere
lampeggiante, alzò gli occhi al Cielo, credette venuta la sua ultima
ora, altra parola non disse se non questa: «Ahi Dio, hammi tu tradito?»
Ma i compagni non aveano seguito il temerario; che si ritrovò solo di
là dalla porta, non guardato alle spalle, con in pugno il troncone, su
la bestia impennata. Ripreso animo contro l’assalitore singolare, la
pedonaglia romana gli si gettò addosso urlando. Il cavallo al clamore
spiccò due gran lanci per costa e ricadde in una buca impantanata sul
lato manco della porta travolgendo il suo signore che restò preso nella
staffa e confitto nella melma negra. Lo sopraffecero i popolari armati
di spiedi e di verruti con rabbia grande come quella lor prima paura;
e, avidi dell’arme ricca, presero a dispogliarlo innanzi di finirlo.
Si dibatteva il giovinetto terribile, sforzandosi di drizzarsi in piedi
per tener testa alla canaglia che lo sopraffaceva sol perché atterrato.
Gridava sperando essere udito dai suoi: «Colonna, Colonna!» Risonava
su lo schiamazzo il grande nome. Strappatogli del capo l’elmetto, di
dosso gorzarino spallaccio cosciale, tutto l’arnese pezzo per pezzo,
la ferocia ladra lo abbrancava ignudo per dilacerarlo. Fonneraglia di
Trevi fu il primo che lo colpì nell’inguinaia, passando il ferro basso
tra il viluppo degli abbattitori. Gridava tuttavia l’intrepido: «A me,
a me, Colonna!»
Il suo padre dinanzi alla porta domandava ansioso: «Dov’è Gianni mio?»
Risposto gli era: «Noi non sappiamo che aggia fatto, né dove sia gito».
Allora sospettò Stefano che il suo leoncello fosse balzato pel varco.
E, come buon sangue chiama buon sangue, anch’egli spronò, solo entrò
nell’androne. Udì l’ultima voce del figlio, vide il figlio stramazzato
nella buca melmosa, sopra il corpo sanguinante il viluppo degli
uccisori. Come la masnada di Cola Orsini gli corse contro, egli voltò
il cavallo, ripassò la soglia. Ma l’amore della creatura fu più forte
che l’amor della vita. La febbre autunnale gli agghiadava le midolle
e gli scoteva le ossa nell’armatura. Egli strinse i denti; silenzioso
e disperato, spronò ancora una volta a rientrar nelle mura per
soccorrere il figlio abbattuto. Lo vide morto, lo vide supino e ignudo,
riverso il bellissimo capo, lorda la chioma di fango e di sangue,
lacerato l’inguine pubescente, squarciato il divino coraggio del
petto giovenile. I denti non disserrò; silenzioso si rivolse al varco
dove splendeva in quel punto il repentino bagliore dei raggi saettati
pel rotto dei nuvoli. Dalla torricella del presidio un macigno gli
piombò su le spalle, percosse nella groppa lo stallone che impazzato
lo sbalzò di sella contro la muraglia. Tramortito dall’urto, restò in
terra. Sùbito fu calpesto; tratto fu dal popolo in mezzo alla sozzura;
ebbe tronco il piè destro, aperto il viso tra occhi e naso come fauce
belluina. Gittato sul cadavere figliale, mescolò il suo sangue maturo
con quel virgineo ancor caldo di speranza fallace.