Ma la rocca resisteva; e il cavaliere dello Spirito Santo chiamava
invano a soccorso contro la duplice stecconaia i Fiorentini e gli altri
alleati del primo patto. L’esercito popolesco ansava già nella fatica
inconsueta, travagliato dalle balestre orsine, con scarsa vettovaglia e
scarsissimo soldo. I cavalierotti mandavano lettere segrete a Stefano
Colonna invitandolo a venire sotto le mura con la sua gente, ché gli
avrebbero aperte le porte. Allora i Colonnesi, col favore del cardinal
legato che macchinava in Montefiascone a danno del disobbediente,
raunarono nella cittadella di Palestrina da cinquecento cinquanta
cavalli e pedoni quattromila, per tentare lo sforzo. La novella della
raunata mise grande spavento addosso al Tribuno, che «diventò come
fosse infermo e matto». Non prendeva più cibo né sonno. Smaniava,
farneticava, vedeva da per tutto traditori, faceva a ogni tratto sonare
la campana patarina, congregava il popolo per raccontargli i suoi
sogni e le sue visioni. Il Prefetto, chiamato, mandò innanzi a sé molte
carra di frumento e venne di poi con cento lance, seguito da quindici
baronetti di Toscana, accompagnato dal suo figliuolo Francesco, che
per la prima volta vestiva Tarme. Cola rinnovò con lui l’insidia
conviviale, ma senza pentirsi. Lo invitò a mensa co’ suoi; alle frutta
lo fece prigione. Gli arnesi e i cavalli distribuì ai Romani. Radunò
il popolo una volta per dirgli d’aver udito in sogno San Martino «lo
quale fu figlio di tribuno» assicurare la vittoria su i nemici di
Dio; un’altra volta per dirgli d’aver udito il santo papa Bonifacio
vaticinare la postuma vendetta sopra gli odiati Colonnesi.
Come costoro s’erano accampati a quattro miglia dalla città presso un
luogo detto Monumento, l’interprete gridò esser questo il segno certo
che non solamente sarebbero sconfitti, ma morti avrebbero quivi il lor
monumento sepolcrale. E sùbito fece dar nelle trombe nelle nacchere e
nelle ciaramelle, e ordinò le genti con l’aiuto di certi degli Orsini
di Campo di Fiore e da Ponte Sant’Angelo, e di Giordano dal Monte.
Diede per parola d’ordine «Spirito Santo cavaliere». Si mosse verso la
porta di San Lorenzo, contro cui s’apparecchiava Io sforzo ostile.
I baroni, sperando di occultare la marcia, s’eran discosti dalla
via di Palestrina volgendo a quella di Tivoli e s’erano accampati
in vicinanza del Ponte Mammolo. In su la mezzanotte Stefano Colonna
iuniore, capitano di tutta l’oste, condusse fanti e cavalli sino
al Monastero fuori le mura. Li travagliava la pioggia dirotta e il
crudelissimo vento, di tratto in tratto giungendo con le ràffiche
lo stormo delle campane di Campidoglio, segno della riscossa. Sotto
il portico della basilica, Stefanuccio — che era infermo di vòmito e
batteva i denti per la terzana ma dominava il malore col grande animo —
adunò a consiglio i baroni collegati; i quali erano il suo primogenito
Gianni, Pietro di Agapito signore di Genazzano, Giordano Orsini,
Cola di Buccio Braccia, Sciarretta orfano di quel tremendo Sciarra
castigatore di Bonifazio, Petruccio Frangipane e due Caetani di Fondi.
Udivasi tuttavia la campana capitolina nello scroscio della pioggia;
e Pietro di Agapito, il quale era grassoccio e alquanto più inclinato
alle cautele che agli ardimenti per aver lasciato da giovine l’abito di
chierico ma non l’indole, cominciò a disanimarsi e a vacillare. Egli
aveva veduto in sogno la sua moglie, una degli Annibaldi, scapigliata
in gramaglia vedovile; e temeva il presagio. Nel consiglio tenne per
l’abbandono dell’impresa e per la rapida ritirata su Palestrina. Ma
Stefanuccio gli mozzò le parole in bocca: prese con seco un sol fante,
voltò il cavallo, e fu dinanzi alla porta, poiché sperava che taluno
dei cavalierotti avrebbe mantenuta la promessa di aprire. Ad alta voce
nella notte chiamò la guardia a nome; disse: «Sono cittadino di Roma;
voglio a casa mia tornare; vengo pel buono stato». La guardia nominata
non faceva motto. Egli batté con la manopola, iterando il grido. E
allora un balestriere dall’androne gli rispose la guardia esser mutata,
avere egli Paolo Buffa la custodia, non voler tradire la fede. Per
segno di sua fermezza, non potendosi la porta aprire se non di dentro,
accomandò la chiave a una verretta e con questa la scagliò a forza di
balestro di là dall’arco di travertino. Cadde la chiave nella melma di
un pantano. Disse il patrizio: «Buono balestriere, di te si ricorderà
Stefano Colonna». E spronò verso il monasterio. Ai collegati disse:
«Entrare non potiamo per via alcuna, che fummo tratti in inganno.
Serrata è la porta e saldissima; difficile abbatterla, difficile
appellare quel pazzo alla battaglia fuori mura. Giova rimettere il
colpo ad altro giorno con più di forze, ma ritirarsi con onore passando
in ordinanza davanti la porta a suon di trombe e a bandiere levate».
Mise fanti e cavalli in tre schiere. Comandò che l’una dopo l’altra
movessero verso la porta, quella rasentassero, dessero quindi la volta
a man ritta per riprendere la via consolare. La prima, condotta da
Sciarretta di Sciarra, si mosse ordinata; giunta sotto la porta sonò
le trombe a disfida; voltò senza colpo ferire. Il medesimo fece la
seconda, condotta da Petruccio Frangipane. La terza veniva avanti con
più baldanza, ché vi s’accoglieva il fiore della cavalleria colonnese,
la più animosa gioventù patrizia, la meglio in arme, la meglio in
arcione, montata su romani di gran corpo o su giannetti alla leggiera,
esercitata a ogni fazione e tanto ardente al combattere che Stefanuccio
prima di muoverla aveva messo bando che sotto pena corporale niuno
tentasse l’assalto. Precedevano il grosso gli otto primi feditori in
antiguardo, tutti nobili; e tra questi Gianni Colonna il leoncello,
arditissimo e fiero oltre misura, occhio del vegliardo.