XVI.

Il dì primo di agosto, al conspetto degli ambasciatori magnifici e di

tutto il popolo romano, Cola di Rienzo prese l’ordine di cavalleria

con la più buffonesca cerimonia che abbia mai accompagnato in terra

esaltazione di falso eroe. Preceduto e seguito dalla solita mascherata

allegorica, cavalcò al Laterano. Affacciàtosi alla bella loggia

costrutta da Bonifacio VIII e dipinta da Giotto, in gonnella bianca,

parlò: «Sappiate che questa notte mi deggio fare cavaliere. Tornate

domani, e udrete cose che piaceranno a Dio in cielo e agli uomini in

terra.» Come la moltitudine si fu dispersa, discese nella basilica

ch’era l’Aula di Dio; assistette all’ufficio divino; poi, secondo

l’usanza dei cavalieri antiqui, si apprestò al bagno che doveva

renderlo puro qual pargolo. Il notaro ignudo che «sentiva già del

grassetto» si adagiò con tranquilla impudenza nella conca di paragone

ov’era fama si fosse bagnato l’imperator Costantino sotto gli occhi

santi del Pontefice Silvestro per mondarsi dalla paganìa e dalla

lebbra. Escito del lavacro, involto in drappi candidi, si appressò al

letto alzato entro il recinto ottagono del battistero chiuso tra le

colonne di porfido che il terzo Sisto avea tolte ai templi dei Gentili

e quivi ordinate. Come fece per coricarsi, il letto crollò se bene

era nuovo; e il sonno fu turbato dal tristo presagio. Ma al mattino,

riapparso su la loggia di Bonifacio innanzi al popolo, tutto vestito

di scarlatto e di vaio, ebbe cinta la spada da Vico Scotto, allacciati

gli speroni da un Orsini e da un Armanni. Quindi, assunto il titolo

di «Candidato dello Spirito Santo Nicolaio Severo Clemente liberatore

della Città zelatore d’Italia amatore del mondo Tribuno augusto»,

fece leggere da un notaro capitolino un decreto che confermava Roma

capo dell’orbe e fondamento della cristianità, donava la libertà

perpetua e la cittadinanza romana alle genti di tutta la sacra Italia,

dichiarava l’elezione dell’Imperatore e la signoria dell’impero

appartenersi al romano popolo e all’italico, citava a comparire per

la prossima Pentecoste Messer Lodovico duca di Baviera e Messer Carlo

re di Boemia come quelli che si spacciavano per veri imperatori o

già eletti all’impero, citava ancóra tutti i prelati i re i duchi i

principi i conti i marchesi i popoli le Comunità, minacciandoli di

procedere contro di loro in contumacia «secondo l’inspirazione dello

Spirito Santo!» Non lo scoppio fragoroso delle risa e delle beffe

coprì la fine di questa incredibile buffoneria, ma sì frastuono di

trombe trombette nacchere e ciaramelle levato a coprir la protesta

del Vicario pontificio. E il ciurmadore, tratta fuor della guaina la

spada innocua, ferì il vento tre volte per tre bande a indicare le tre

parti del mondo, e a ogni colpo vociò: «Questo è mio, questo è mio, e

questo è mio.» E tuttavolta risa non s’udirono, né beffe, se bene tra

la gente nuova fosse già per ispandersi taluno degli spiriti che in

quell’ora fervevano entro l’anima libera del gran dileggiatore Giovanni

Boccaccio. Ov’era egli, il Certaldese? A Ravenna, presso Ostasio da

Polenta? a Forlì, presso Francesco Ordelaffi? Ah, se come il suo giudeo

Abraam, si fosse egli ritrovato in Roma «per quivi vedere e considerare

i modi e i costumi di quelli che a Roma vivono», non avrebbe egli forse

potuto dare un fratello illustre al notaro da Prato ovunque conosciuto

per Ser Ciappelletto?

La vita di Cola di Rienzo · 第 19 / 48 题