Ma la cerimonia della coronazione, annunciata per mezz’agosto, superò
in gagliofferia stomachevole la precedente. Il retore fatuo aveva
composto le sei corone tribunizie con ramoscelli colti su per l’Arco
di Costantino, e il simbolo di ciascuna aveva illustrato con passi
scelti a vànvera in antichi scrittori. Durante la messa, il priore
lateranense si fece innanzi e gli offerì la corona di quercia dicendo:
«Ricevila, perocché liberasti i cittadini da morte.» Il priore vaticano
similmente gli offerì quella di edera dicendo: «Ricevila, perocché
della religione fosti zelante.» Il decano di San Paolo gli porse
quella di mirto dicendo: «Ricevila, perocché onorasti l’officio e la
sapienza e aborristi l’avarizia.» Altri sacerdoti lo cinsero d’altre
corone con altri detti. E frattanto un uomo in abito di mendico,
con una spada in mano, gli ritoglieva del capo i serti a uno a uno,
sogghignando, in ricordanza degli scherni e degli ammonimenti che
accompagnavano un tempo i trionfatori quiriti; ma ritogliergli non
potè l’ultima, d’argento, offertagli dal priore di Santo Spirito, ché
l’arcivescovo di Napoli glie la dovette cerimonialmente ricalcare
in capo. La burlesca rappresentazione ebbe termine con un’arringa
in cui il Tribuno si paragonò al Nazzareno che nell’età di trentatre
anni era salito vittorioso al Cielo com’egli ora, avendo senza spada
liberato il popolo, saliva al culmine della gloria. Incredibile a
dirsi: non scoppiò a ridere se non l’uomo vestito da mendico, per
obbligo d’istrione ammaestrato; ma un monaco in odore di santità, frate
Guglielmo, proruppe in lagrime.
Con diadema d’argento e speroni d’oro, Cola sedette a conviti senza
fine. Ebbe il guidapopolo così gozzovigliando il sùbito pensiero di
mettere in opera contro i baroni, come un buon tirannello di Romagna
o della Marca trivigiana, la trappola consueta. Li invitò a cena.
Cinque Orsini e due Colonnesi furono i commensali. Stefano Colonna
il vecchio, sempre disdegnoso e amaro, mosse disputa se convenisse
a rettor popolesco meglio la parsimonia che la prodigalità. A mezzo
della contesa, con un gesto rude il potente scosse al Tribuno un lembo
della guarnacca e disse: «Meglio ti converrebbe portar vestimenta da
bizzocco che queste da principe.» Cola fino a quel punto aveva titubato
dinanzi alla perfidia troppo per lui audace. La vanità ferita ebbe
tal sussulto che vinse la paura. Egli ritenne prigioni i suoi ospiti.
Messere Stefano fu rinchiuso nella sala del Consiglio. Le guardie
udirono tutta la notte ansare il suo cruccio leonino e risonare nel
passo agitato le sue calcagna di bronzo. Di tratto in tratto egli
scrollava col pugno la porta e comandava a gran voce che gli fosse
aperta. Venne l’alba. In suo tenace orgoglio il vegliardo non poteva
credere che quel plebeo si ardisse di mandare a ceppo o a laccio il
capo della Grande Casata. Increduli eran certo anco gli altri, poiché
Giordano e Rainaldo Orsini non poterono comunicarsi per aver mangiato
di buon mattino i fichi freschi, essendo il dolce settembre. Ma il
Tribuno aveva già disposto che fosse parato di bianco e di vermiglio
il parlatorio, in segno di sangue, e che un frate minore ricevesse da
ciascun patrizio la confessione e a ciascuno amministrasse il corpo di
Cristo. Messere Stefano respinse il conforto, non volle apparecchiarsi
alla morte ignobile, non prestò fede al rintocco della campana funebre:
coperto della sua canizie eroica come da un’arme inviolabile, stette
ad aspettare in silenzio l’evento. Quegli che più a dentro tremava
d’incertezza, in verità, era il condannatore; cui la natura non avea
dato la tempra di Ezzelino o di Castruccio. Vacillando egli, vennero
alcuni cittadini prudenti a consigliargli la clemenza. Di sùbito
accolse il consiglio, mutò il proposito. Era ora di terza: i baroni
furono condotti al parlatorio, squillarono le trombe, il popolo attese
avido e trepido il supplizio. Cola salì alla ringhiera e anche questa
volta fece «uno bello sermone» di pace e di perdonanza. Non soltanto
scusò i nobili dinanzi agli aspettanti, ma li colmò di officii e di
beneficii, li nominò consoli capitani e prefetti, li regalò di ricche
robe e di bei gonfaloni, li tenne a mensa senz’altra perfidia, se li
trasse dietro a cavallo per le vie, in fine li accomiatò onestamente.
Rare volte al mondo tanta rapidità di fortuna nell’acquistar lo
stato si accompagnò con tanta inettitudine nel mantenerlo, e tanta
prosunzione di parole con tanta impotenza di fatti. Tra quanti al mondo
pervennero d’abietta origine in signoria nuova non vi fu mai alcuno,
forse, che men di costui sapesse conoscere e usare la bestia e l’uomo,
la frode e la fede, l’arme e la virtù, la crudeltà e la clemenza,
il sopruso e la legge. Sùbito che furon liberati, i baroni escirono
dalle mura, si ritrassero nella Campagna, afforzarono le ròcche e
incominciarono la guerra.