XV.

Ma il villan rifatto andò sempre più oltre. Da buon demagogo egli

peccava nel ventre. Già erasi acconciato a rallegrare i conviti

dei nobili; ora, per vendicarsi della patita temperanza, si dava

a spropositato bere e mangiare. Tutto dì crapulava, rinzeppandosi

delle vivande più preziose, delle confetture più ricche, tra buffoni

e giullari fràdici che berciavano canzoni e vomivano piacenterie

ininterrottamente. Sotto pretesto di riedificare il palagio del

Campidoglio, condannò in cento fiorini ciascun barone che per

addietro avesse coperto l’officio di senatore. Ricevette l’oro, ma

per iscialacquarlo in cene mal digeste e in apparati goffi. Volle che

la sua moglie andasse per le vie con una corte di giovincelli adorni,

seguita dalle patrizie umiliate, assistita dalle fantesche che le

facevano vento, la spruzzavano di essenze, la difendevano dalle mosche.

Un suo zio barbiere e cerusico di mezza matricola lasciò rasoio e

lanciuola, ranno e mignatte, rizzò la cresta, si chiamò Gianni Rosso,

e andò burbanzoso cavalcando a gambe larghe con iscorta d’onore. Una

sua sorella vedova si maritò a barone di castella. Simili altri suoi

parenti entrarono in grandezze; e scialavano senza pudicizia a spese

del buono stato.

Romanamente volle egli anche alternare la crapula con la crudeltà;

ma la crudeltà sua fu della peggior sorta, come quella che nasceva

dalla paura e usava bilance bugiarde. Per dar terrore ai nobili, dannò

all’impiccagione un infermo di morbo mortale e accumulò intorno al

supplizio le atrocità; che costui, chiamato Martino di Porto, nepote

del cardinale di Ceccano, era idropico: secco il viso, esile il collo,

riarso il labbro, enfiato a dismisura il corpo, «liuto da sonare

parea». E stavasi in casa rinchiuso con la sua grandissima sete e

con la sua molto leggiadra donna, chiamata Amasia degli Alberteschi,

supplicando i fisici che lo medicassero. E il Tribuno lo fece pigliare

nella propria casa, strappare di tra le mani della moglie, trascinare

al Campidoglio come ladrone, spogliare della sua cappa al conspetto

della plebaglia, impiccare senza indugio. E una notte e due dì lo

lasciò pendere dalle forche, sì che la vedova dal balcone potesse

scorgere quel tristo sacco pien d’acqua morta.

Così resse Roma in odio ai potenti. Però dei potenti si giovava per

mandarli a oste in sua vece, ché egli alle durezze del campo preferiva

il suo «onesto e trionfai letto» ove dal solo strepito delle nari

era accompagnato il sogno della vittoria. Cola e Giordano Orsini

guerreggiarono per lui contro Gianni di Vico prefetto di Viterbo;

egli s’addossò il carico di contare la pecunia prodotta dai tributi,

la quale in verità era tanta che dava «increscimento e fatica» a

noverarla. Avuta per tal modo la rocca di Respampano, avuti i càssari i

passi e i ponti di Roma in tutto, e Ceri e Vitorchiano e Civitavecchia,

«fece core» e ordinò Gianni Colonna capitano contro i ribelli della

Campagna. Frattanto egli edificava una cappella, e dentrovi faceva

cantare messe solenni con moltitudine di cantori e di luminarie; si

poneva a sedere, e faceva stare dinanzi a sé i baroni in piedi e in

zucca.

Perché un tal giuntatore riuscisse a ciurmare per alcun tempo il mondo

era pur necessario il soccorso del malo spirito che dal cerchio polito

dello specchio etrusco balzando entrava nella mela d’oro fitta a sommo

della verga. Da città e castella veniva gente credula al Campidoglio

per giustizia. I comuni le signorie i reami rispondevano con ambasciate

illustri al dettator di lettere. Un buono bolognese avventuroso,

ch’era divenuto schiavo in terra saracina, subito dopo il riscatto

corse a Roma e raccontò come il Soldano, udito che sul Tevere cresceva

in gloria l’uomo novo, gridato avesse con sbigottimento grandissimo:

«Sire Maometto aiuti la Saracinia!» La regina Giovanna, già sposa del

suo drudo Aloisi, temendo le vendette del re ungaro per l’abominevole

uccisione di Andreasso, si raccomandò alla grazia del Liberatore e donò

cinquecento fiorini con giunta di gioie alla Tribunessa. Il principe

di Taranto richiese d’amicizia il Severo e Clemente, con una legazione

condotta da un arcivescovo. Perfino il Bavaro gli mandò — secondo

fu bucinato — segreti messi, perché lo riconciliasse con la Chiesa.

L’antico ciarlone schernito dal Fortifiocca, ora tronfio in seggio,

atteggiato di maestà, col globo crociato in palma di mano, usurpava

solennemente il versetto del Salmo: «Giudicherò la rotondità delle

terre nella giustizia, e i popoli nell’equità».

La vita di Cola di Rienzo · 第 18 / 48 题