Ma il villan rifatto andò sempre più oltre. Da buon demagogo egli
peccava nel ventre. Già erasi acconciato a rallegrare i conviti
dei nobili; ora, per vendicarsi della patita temperanza, si dava
a spropositato bere e mangiare. Tutto dì crapulava, rinzeppandosi
delle vivande più preziose, delle confetture più ricche, tra buffoni
e giullari fràdici che berciavano canzoni e vomivano piacenterie
ininterrottamente. Sotto pretesto di riedificare il palagio del
Campidoglio, condannò in cento fiorini ciascun barone che per
addietro avesse coperto l’officio di senatore. Ricevette l’oro, ma
per iscialacquarlo in cene mal digeste e in apparati goffi. Volle che
la sua moglie andasse per le vie con una corte di giovincelli adorni,
seguita dalle patrizie umiliate, assistita dalle fantesche che le
facevano vento, la spruzzavano di essenze, la difendevano dalle mosche.
Un suo zio barbiere e cerusico di mezza matricola lasciò rasoio e
lanciuola, ranno e mignatte, rizzò la cresta, si chiamò Gianni Rosso,
e andò burbanzoso cavalcando a gambe larghe con iscorta d’onore. Una
sua sorella vedova si maritò a barone di castella. Simili altri suoi
parenti entrarono in grandezze; e scialavano senza pudicizia a spese
del buono stato.
Romanamente volle egli anche alternare la crapula con la crudeltà;
ma la crudeltà sua fu della peggior sorta, come quella che nasceva
dalla paura e usava bilance bugiarde. Per dar terrore ai nobili, dannò
all’impiccagione un infermo di morbo mortale e accumulò intorno al
supplizio le atrocità; che costui, chiamato Martino di Porto, nepote
del cardinale di Ceccano, era idropico: secco il viso, esile il collo,
riarso il labbro, enfiato a dismisura il corpo, «liuto da sonare
parea». E stavasi in casa rinchiuso con la sua grandissima sete e
con la sua molto leggiadra donna, chiamata Amasia degli Alberteschi,
supplicando i fisici che lo medicassero. E il Tribuno lo fece pigliare
nella propria casa, strappare di tra le mani della moglie, trascinare
al Campidoglio come ladrone, spogliare della sua cappa al conspetto
della plebaglia, impiccare senza indugio. E una notte e due dì lo
lasciò pendere dalle forche, sì che la vedova dal balcone potesse
scorgere quel tristo sacco pien d’acqua morta.
Così resse Roma in odio ai potenti. Però dei potenti si giovava per
mandarli a oste in sua vece, ché egli alle durezze del campo preferiva
il suo «onesto e trionfai letto» ove dal solo strepito delle nari
era accompagnato il sogno della vittoria. Cola e Giordano Orsini
guerreggiarono per lui contro Gianni di Vico prefetto di Viterbo;
egli s’addossò il carico di contare la pecunia prodotta dai tributi,
la quale in verità era tanta che dava «increscimento e fatica» a
noverarla. Avuta per tal modo la rocca di Respampano, avuti i càssari i
passi e i ponti di Roma in tutto, e Ceri e Vitorchiano e Civitavecchia,
«fece core» e ordinò Gianni Colonna capitano contro i ribelli della
Campagna. Frattanto egli edificava una cappella, e dentrovi faceva
cantare messe solenni con moltitudine di cantori e di luminarie; si
poneva a sedere, e faceva stare dinanzi a sé i baroni in piedi e in
zucca.
Perché un tal giuntatore riuscisse a ciurmare per alcun tempo il mondo
era pur necessario il soccorso del malo spirito che dal cerchio polito
dello specchio etrusco balzando entrava nella mela d’oro fitta a sommo
della verga. Da città e castella veniva gente credula al Campidoglio
per giustizia. I comuni le signorie i reami rispondevano con ambasciate
illustri al dettator di lettere. Un buono bolognese avventuroso,
ch’era divenuto schiavo in terra saracina, subito dopo il riscatto
corse a Roma e raccontò come il Soldano, udito che sul Tevere cresceva
in gloria l’uomo novo, gridato avesse con sbigottimento grandissimo:
«Sire Maometto aiuti la Saracinia!» La regina Giovanna, già sposa del
suo drudo Aloisi, temendo le vendette del re ungaro per l’abominevole
uccisione di Andreasso, si raccomandò alla grazia del Liberatore e donò
cinquecento fiorini con giunta di gioie alla Tribunessa. Il principe
di Taranto richiese d’amicizia il Severo e Clemente, con una legazione
condotta da un arcivescovo. Perfino il Bavaro gli mandò — secondo
fu bucinato — segreti messi, perché lo riconciliasse con la Chiesa.
L’antico ciarlone schernito dal Fortifiocca, ora tronfio in seggio,
atteggiato di maestà, col globo crociato in palma di mano, usurpava
solennemente il versetto del Salmo: «Giudicherò la rotondità delle
terre nella giustizia, e i popoli nell’equità».