XIV.

Il Tribuno confinò tutti i baroni nelle loro terre e castella; occupò

tutti i ponti e li sgombrò delle barre e de’ serragli; fece prendere i

capi delle masnade che manteneano le ruberie in Roma e d’intorno; mandò

editto ai nobili che venissero al suo conspetto in Campidoglio. Vennero

i più, e volle egli giurassero sopra il corpo di Cristo obbedienza alle

leggi della Republica. Li accoglieva in lunga cotta color di fiamma

su l’arme, sforzandosi di parer terribile, tra gran moltitudine di

sollecitatori cui egli rendea ragione con parola infaticata. E dopo i

nobili vennero i giudici i notari i mercatanti, e giurarono fedeltà al

buono stato perpetuo.

Instituì la casa della giustizia e della pace, e piantò in essa il

gonfalone di Sire san Paolo, nel quale stava la spada nuda e la palma

della vittoria; e vi pose pacieri a comporre inimicizie, giustizieri

a punire misfatti. L’ordine fu ristorato, la sicurezza regnò le vie i

campi le selve.

Il _dictator epistolarum_ mandò messi latori di epistole a tutti

i Comuni e anco alle Signorie, al doge di Venezia, al marchese di

Ferrara, a Luchino Visconti, al Sommo Pontefice, all’imperatore

Ludovico, al re di Francia. In quelle epistole «luculentissime»

egli narrava il felice evento, pregava che gli mandassero sindici e

giureconsulti alla solenne assemblea indetta per ragionar delle cose

utili al buono stato, convocava gli inviati delle città italiche a

concludere in Roma il patto d’alleanza per una impresa di liberazione

universale, e stabiliva al gran convegno il dì primo d’agosto. I messi

correvano le province in lievissimo arnese, inermi, sol portando per

insegna del loro officio una verghetta di legname mondo. Le genti

accorrevano curiose alla novità di questi Mercurii senza talari e

senza serpi; ai quali pareva il Tribuno avesse insufflato il suo

spirito e il suo sermone smisuranti, ché al ritorno essi narravano

cose oltremirabili come se magico fosse quel lor bastoncello dipinto.

Tornati, ripartivano con nuove epistole. Giorno e notte gli scribi

seduti ai lunghi banchi scrivevano sotto la dettatura di Nicolaio

severo e clemente. Da prima non s’udiva stridere intorno a lui se

non la penna d’oca; di poi s’udì stridere qualche ribechino, ché

incominciarono venir d’ogni parte verso la grassa mensa tribunizia

buffoni sonettatori cantatori e simil gente di corte a celebrare in

rima il Camillo il Bruto il Romolo redivivi nell’Urbe. Forniva il

Laureato, di lungi, le iperboli sonore. «Romolo fondò Roma; Bruto,

che tante volte già nominai, la libertà; Camillo l’una e l’altra ebbe

redintegrata. Or quale, o chiarissimo, da loro a te corre differenza se

non questa: che Romolo una meschina città di fragile steccato ricinse,

tu la città fra quante furono e sono grandissima d’inespugnabili mura

hai circondato? Bruto da un solo, tu da molti tiranni usurpata la

libertà rivendicasti? Camillo da recenti e ancor fumanti ruine, tu da

rovine antichissime e l’una e l’altra, di cui già disperavasi, facesti

risorgere? Salve a noi Camillo, a noi Bruto, a noi Romolo o qualunque

altro sia nome onde ti piaccia chiamarti; salve, o fondatore della

libertà, della pace, della tranquillità di Roma. Per te quelli che

or vivono potranno liberi morire, liberi nasceranno per te quei che

vivranno in futuro.»

Vento di lode tanto impetuoso gonfiò smisuratamente il figlio del

tavernaio e dell’acquaiuola, immemore omai del giubberello sbrandellato

che nei giorni della disgrazia avignonese mal gli ricopriva il fianco

scarnito dalla fame insonne. Cavalcò alle feste con grande stormo di

cavalieri, bianco vestito su palafreno bianco, a simiglianza degli

Imperatori nelle coronazioni preceduto dalla sua guardia di cento

giovani scelti nel nativo rione della Regola, mentre un gonfalone

regio gli sventolava sul cappelletto di perle. Scavalcò a San Pietro

con infinito codazzo di giudici notari camerlenghi cancellieri pacieri

sindici marescalchi, con suono di trombe e di nacchere, vestito di

velluto mezzo verde e mezzo giallo foderato di vaio, tenendo in pugno

una verga di acciaio sormontata da un aureo pomo che nella sua crocetta

conteneva una scheggia del Legno santo. Dinanzi a lui Buccio figlio di

Giubileo portava la spada nuda in segno di giustizia e Liello Migliaro

gittava al popolaccio manate di danari attingendo di continuo alle

sacca che due portatori gli sostenevano; dietro a lui Cecco di Alesso

palleggiava lo stendardo dal sole d’oro e dalle stelle d’argento in

campo cilestro; a destra e a manca gli camminavano cinquanta vassalli

da Vitorchiano suoi fedeli, con gli spiedi in mano, irsuti come orsi.

Su le scale di San Pietro i canonici con tutta la chiericìa in cotta

bianca gli si fecero incontro agitando i turiboli e cantando: _Veni

creator Spiritus_. Tante magnificenze non aveva ostentate il Bavaro.

La vita di Cola di Rienzo · 第 17 / 48 题