Il Tribuno confinò tutti i baroni nelle loro terre e castella; occupò
tutti i ponti e li sgombrò delle barre e de’ serragli; fece prendere i
capi delle masnade che manteneano le ruberie in Roma e d’intorno; mandò
editto ai nobili che venissero al suo conspetto in Campidoglio. Vennero
i più, e volle egli giurassero sopra il corpo di Cristo obbedienza alle
leggi della Republica. Li accoglieva in lunga cotta color di fiamma
su l’arme, sforzandosi di parer terribile, tra gran moltitudine di
sollecitatori cui egli rendea ragione con parola infaticata. E dopo i
nobili vennero i giudici i notari i mercatanti, e giurarono fedeltà al
buono stato perpetuo.
Instituì la casa della giustizia e della pace, e piantò in essa il
gonfalone di Sire san Paolo, nel quale stava la spada nuda e la palma
della vittoria; e vi pose pacieri a comporre inimicizie, giustizieri
a punire misfatti. L’ordine fu ristorato, la sicurezza regnò le vie i
campi le selve.
Il _dictator epistolarum_ mandò messi latori di epistole a tutti
i Comuni e anco alle Signorie, al doge di Venezia, al marchese di
Ferrara, a Luchino Visconti, al Sommo Pontefice, all’imperatore
Ludovico, al re di Francia. In quelle epistole «luculentissime»
egli narrava il felice evento, pregava che gli mandassero sindici e
giureconsulti alla solenne assemblea indetta per ragionar delle cose
utili al buono stato, convocava gli inviati delle città italiche a
concludere in Roma il patto d’alleanza per una impresa di liberazione
universale, e stabiliva al gran convegno il dì primo d’agosto. I messi
correvano le province in lievissimo arnese, inermi, sol portando per
insegna del loro officio una verghetta di legname mondo. Le genti
accorrevano curiose alla novità di questi Mercurii senza talari e
senza serpi; ai quali pareva il Tribuno avesse insufflato il suo
spirito e il suo sermone smisuranti, ché al ritorno essi narravano
cose oltremirabili come se magico fosse quel lor bastoncello dipinto.
Tornati, ripartivano con nuove epistole. Giorno e notte gli scribi
seduti ai lunghi banchi scrivevano sotto la dettatura di Nicolaio
severo e clemente. Da prima non s’udiva stridere intorno a lui se
non la penna d’oca; di poi s’udì stridere qualche ribechino, ché
incominciarono venir d’ogni parte verso la grassa mensa tribunizia
buffoni sonettatori cantatori e simil gente di corte a celebrare in
rima il Camillo il Bruto il Romolo redivivi nell’Urbe. Forniva il
Laureato, di lungi, le iperboli sonore. «Romolo fondò Roma; Bruto,
che tante volte già nominai, la libertà; Camillo l’una e l’altra ebbe
redintegrata. Or quale, o chiarissimo, da loro a te corre differenza se
non questa: che Romolo una meschina città di fragile steccato ricinse,
tu la città fra quante furono e sono grandissima d’inespugnabili mura
hai circondato? Bruto da un solo, tu da molti tiranni usurpata la
libertà rivendicasti? Camillo da recenti e ancor fumanti ruine, tu da
rovine antichissime e l’una e l’altra, di cui già disperavasi, facesti
risorgere? Salve a noi Camillo, a noi Bruto, a noi Romolo o qualunque
altro sia nome onde ti piaccia chiamarti; salve, o fondatore della
libertà, della pace, della tranquillità di Roma. Per te quelli che
or vivono potranno liberi morire, liberi nasceranno per te quei che
vivranno in futuro.»
Vento di lode tanto impetuoso gonfiò smisuratamente il figlio del
tavernaio e dell’acquaiuola, immemore omai del giubberello sbrandellato
che nei giorni della disgrazia avignonese mal gli ricopriva il fianco
scarnito dalla fame insonne. Cavalcò alle feste con grande stormo di
cavalieri, bianco vestito su palafreno bianco, a simiglianza degli
Imperatori nelle coronazioni preceduto dalla sua guardia di cento
giovani scelti nel nativo rione della Regola, mentre un gonfalone
regio gli sventolava sul cappelletto di perle. Scavalcò a San Pietro
con infinito codazzo di giudici notari camerlenghi cancellieri pacieri
sindici marescalchi, con suono di trombe e di nacchere, vestito di
velluto mezzo verde e mezzo giallo foderato di vaio, tenendo in pugno
una verga di acciaio sormontata da un aureo pomo che nella sua crocetta
conteneva una scheggia del Legno santo. Dinanzi a lui Buccio figlio di
Giubileo portava la spada nuda in segno di giustizia e Liello Migliaro
gittava al popolaccio manate di danari attingendo di continuo alle
sacca che due portatori gli sostenevano; dietro a lui Cecco di Alesso
palleggiava lo stendardo dal sole d’oro e dalle stelle d’argento in
campo cilestro; a destra e a manca gli camminavano cinquanta vassalli
da Vitorchiano suoi fedeli, con gli spiedi in mano, irsuti come orsi.
Su le scale di San Pietro i canonici con tutta la chiericìa in cotta
bianca gli si fecero incontro agitando i turiboli e cantando: _Veni
creator Spiritus_. Tante magnificenze non aveva ostentate il Bavaro.