Or messere Stefano Colonna il maggiore, che stava a Corneto per
l’incetta del grano, udita la novella, senza indugio cavalcò alla volta
di Roma.
Ceppo umano della più dura fibra questo vegliardo omai nonagenario
che ancor metteva il piede nella staffa senza aiuto e inforcava
saldamente il suo stallone. Tal razza di figliuoli e di nepoti era
da lui rampollata negli anni, che pareva egli le avesse dato per
cuna la sua targa e per nutrice la sua spada a doppio taglio e per
battesimo il sangue orsino. Già Nicolò IV il minorita l’aveva fatto
conte di Romagna; ed egli era entrato in Rimino l’anno medesimo in
cui Gianciotto Malatesta vi trafiggeva i due cognati. Dalla rudezza
del proconsole romano offese le libertà dei Comuni erano insorte; e i
figli di Guido da Polenta avevano assalito in Ravenna e imprigionato il
rettore. Il reduce in Roma erasi messo al fianco del suo padre Giovanni
tratto in Campidoglio dal popolo su carro trionfale e gridato Cesare
con grido eguale a quello delle coorti; poi aveva ottenuto la dignità
senatoria, combattuto con la parola e con la balestra per l’elezione
del nuovo papa, veduto l’anacoreta del Morrone pallido e tremante su
l’asina condotta per la capezza da due re, veduto indi a poco Benedetto
Caetani cinto di tiara su la chinea bianca pur tra quei due re
scarlatti, sostenuto con tutti i suoi la collera taurina del gran prete
d’Anagni, opposto alle folgori di Bonifazio l’orgoglio indòmito della
colonna eretta, mirato il giullare di Dio Iacopone nella congiura di
Lunghezza saltar come capro scagliando la satira pazzesca, udito senza
sgomento la furia papale invocare l’universa Cristianità a prender la
croce contro il mucchio d’uomini radicato nel sasso inespugnabile di
Palestrina, finalmente lasciato dietro di sé nella via dell’esiglio la
rocca ciclopica disfatta e rasa come al tempo di Silla, con la corda al
collo i due cardinali congiunti, Sciarra errabondo come Caio Mario per
macchie e per paludi. Taluno, dopo la ruina delle torri e dei càssari,
avevagli domandato: «Or quale fortezza ti rimane, o Stefano?» Risposto
aveva l’eroe sorridendo, con la mano sul gran petto: «Questa». E anco
una volta era dalla sorte dimostro quale stupenda disciplina di virtù
fosse per i magnanimi l’esiglio. Con atroce pertinacia il Caetani avea
richiesto per ogni dove la testa dell’esule invitto, posto in opera
ogni argomento di promesse di minacce di autorità di ricchezze per
artigliarlo, errando quegli di terra in terra, oltremonte, oltremare,
ospite di re talvolta, sembianza di re egli medesimo sempre, maggiore
di ogni più grande sfortuna. Un giorno, nel tenitorio di Arles, caduto
in mano di ricercatori prezzolati e richiesto di suo nome, senza
indugio aveva risposto: «Sono Stefano Colonna cittadino romano», con sì
alto coraggio che i sicarii non s’erano arditi toccarlo. E finalmente
il principe dei nuovi Farisei era morto; e la colonna marmorea s’era
rialzata più superba, e Stefano era rientrato in Roma ai combattimenti
e alle vittorie: aveva rotto gli Orsini, sostenuto Arrigo VII contro
Roberto d’Angiò, osteggiato il Bavaro, patito novamente il bando ma
breve, ripreso le armi dentro e fuori le mura, dato ai suoi di continuo
l’esempio del massimo ardire nel periglio, del massimo senno nel
consiglio, del massimo decoro nell’esiglio.
Or questo gran vecchio, udite le novelle, cavalcava a Roma pensandosi
di poter leggermente castigare la pazzia del notaro. Giunto nella
piazza di San Marcello, in prossimità della rocca colonnese fondata sul
luogo ove nelle antiche apoteosi erano arse le salme imperiali, egli
si fermò e disse «che queste cose non li piaceano». Il dì seguente, la
mattina per tempo, Cola di Rienzo mandò a messere Stefano comandamento
che si partisse da Roma. Il vecchio lacerò la cedola sul viso al
messo capitolino, e gridò: «Se questo pazzo mi fa poco d’ira, io lo
farò gittare dalle finestre di Campidoglio.» Riferita la minaccia al
Tribuno, costui senza por tempo in mezzo sonò la campana a stormo.
Tutto il popolo corse alle armi. D’ora in ora cresceva il tumulto.
Considerato il pericolo e il suo scarso guernimento, il Colonna
rimontò a cavallo, non seguìto se non da un sol fante da piede, e
uscì della città per la porta di San Lorenzo. Giunto alla basilica,
sostò sotto il portico; si sedette sopra un dei leoni che reggono i
pilastri della porta, e masticando un pezzo di pane amaro meditò la
vendetta. Un oscuro presentimento non gli gravò il cuore ferreo? Lì
presso s’incurvava l’ampio arco di travertino costrutto da Augusto per
sorreggere i tre acquedotti, sacro alla prossima strage dei Colonnesi
e alla doglia del vegliardo superstite. Ben egli sul tramontare di
un giorno, molt’anni innanzi, andando per via con Francesco Petrarca,
aveva già vaticinato: «Ahi che, sovvertito l’ordine della natura, di
tutti i figli miei sarò io l’erede!» E volto aveva altrove gli occhi
gonfi di lacrime.