X.

La fortuna cominciava a giocare col capo di lui il suo gioco ridevole

e tremendo. Come i taciti anni vissuti a cercar tra le ruine le

testimonianze della gran Madre, così ci sembrano profondi quei mesi

d’esilio sul Rodano vorace che, secondo il lagno petrarchesco, «tutti

per sé gli onori del Tevere rodeva e ingoiava». Egli patì la miseria

e l’infermità. Per giorni e giorni udì il gran vento di Provenza

rintronargli nel cranio vacuo o agitargli pazzamente fra tempia e

tempia i sogni d’infermo. Mal coperto di vesti logore, si trascinava

sotto le muraglie impenetrabili del palagio babilonico; ove, stando

egli «al sole come biscia», gli passava dinanzi agli occhi riarsi

d’odio e di febbre alcun prelato corpulento _«Cupidinis veteranus,

Baccho sacer et Veneri, non armatus sed togatus et pileatus»_. Non

sentì egli allora la debolezza del suo braccio imbelle? la vanità della

sua ambizione senza ugne e senza rostro? la disparità lacrimevole

tra quel violento sogno imperiale e l’animo suo servile dominato

dalla paura della morte? Chi mai gli avrebbe data la leva capace di

risollevare alla luce del secolo un mondo caduto nell’abisso delle

cose irrevocabili come la prora di Enea e l’ancile di Numa? Come quello

scudo vermiglio caduto dal cielo, veggente tutto il popolo di Roma, era

per cadergli ai piedi la spada fatale? Ma il fantastico riso vagava

ancora su le sue labbra sporgenti quando, addossato a una colonna

pagana nel vestibolo della Cattedrale, egli guardava l’imagine di

Nostra Donna e del Figliuolo dipinta nella lunetta sopra la porta da

quel Maestro Simone sanese cui il Petrarca aveva posto in man lo stile

per ritrarre Laura.

E fu Messer Francesco per certo il grazioso intercessore che gli

impetrò il perdono da Giovan Colonna, così che esso cardinale lo rimise

dinanzi al Papa. E in breve il dimacrato popolano in giubberello, non

senza artificiose lusinghe cortigianesche (scaltro e versatile egli

era e fra tante volpi inclinato naturalmente a volpeggiare), seppe

racquistarsi presso il dottore in camauro il favor perduto; onde gli fu

agevole ottenere l’officio di notaro della Camera urbana, remunerato

con cinque fiorini al mese, e non soltanto tornarsene a Roma sul

vento della lode, ché il breve papale encomiava i suoi costumi la

sua devozione e la sua sapienza, ma esser pur anco difeso da Clemente

contro i senatori Matteo Orsini e Paolo Conti i quali per vendicare le

risapute infamazioni lo avevan sottoposto a processo.

La vita di Cola di Rienzo · 第 12 / 48 题