Poco dopo la Pasqua dell’anno 1344 Cola di Rienzo, dunque, riassiso
al suo banco notarile e ripresa tra le dita la sua penna d’argento,
sorrideva sentendo già intorno al capo spirar l’aura popolare;
ché assai gli giovava al conspetto del popolo l’aver efficacemente
compiuta l’ambasceria, l’aver meritato l’odio degli ottimati, l’esser
protetto apertamente dal pontefice, il ricoprire l’officio più adatto a
soprapprendere le soverchierie dei baroni e le baratterie dei giudici.
Da allora, mentre il gran sogno romano ardeva custodito nel profondo
petto di Francesco Petrarca, queste furono le dicerie e le gesta del
demagogo nella Città.
Una volta, stando nel consiglio capitolino, levàtosi in piedi
all’improvviso, con la movenza ciceroniana della prima catilinaria,
pronunziò d’un fiato una orazione veemente contro i giudici i
magistrati i rettori i patrizii che invece di por riparo ai mali
della patria la subissavano senza ritegno. «Non siete buoni cittadini
voi, ma sì perniciosissimi, che struggete il sangue del popolo, che
in ogni strada e in ogni casa esercitate la ruberia e la violenza,
che sovvertite ogni ordine, profanate ogni culto, usurpate tutti i
diritti, vi arrogate tutti i privilegi, vi sottraete a tutte le leggi.»
Lo ascoltavano i consiglieri in cerchio, senza ombra di rossore,
con orecchio pacato e attento, come se fossero per istimare il gioco
scenico di un istrione illustre. Quando il dicitore ebbe finito, si
levò un Colonnese per nome Andreozzo di Normanno, allora camerario
urbano, si accostò a colui che ancóra era acceso e ansante della
fierissima perorazione, e senza far motto gli stampò una ceffata da
maestro. Poi sorse lo scribasenato Tomaso Fortifiocca; e, battendo la
manca su la piegatura del destro braccio agitato col pugno chiuso a
scherno priapèo, diè la giunta all’uomo dalla gota rossa. Per certo
durò nel consiglio, più che l’effetto della diceria, la risonanza del
malo schiaffo.
Sgonfiato e sbigottito, Cola rinunziò le catilinarie e tentò le
allegorie apocalittiche. I Romani svegliandosi una mattina videro
pendere alla parete del palagio senatorio una vasta tavola dipinta
di figure e di cartigli; e le figure rappresentavano Roma vedova,
le antiche Città flagellate, l’Italia oppressa, le Virtù cardinali,
Bestie occhiute pennute cornute, Pietro e Paolo, isole desolate, navi
in tempesta, altre cose molte; e ogni cartiglio parlante recava un
distico, e la Fede cristiana così favellava:
O sommo patre, duca e signor mio,
Se Roma pere, dove starò io?