Una brezza viva di novità inaspriva l’aria. Non era anco sedata
l’ultima onda del tumulto che aveva tolto dal Campidoglio i senatori
patrizii di parte orsina e di parte colonnese per insediarvi i tredici
priori delle arti. Il comune di Firenze, richiesto, aveva mandato
suoi ambasciatori con gli ordini della giustizia «contra i grandi e
potenti in difensione dei popolani e meno possenti». Si rinnovellava la
memoria delle assemblee popolari convocate dal Bavaro per la elezione
delle due potestà supreme; e il popolo sentiva sempre più risvegliarsi
la coscienza degli antichi diritti maiestatici ond’era spogliato.
Morto nel palagio avignonese il dodicesimo Benedetto, le speranze del
racquisto si riagitarono. Un’ambasceria solenne fu inviata a Clemente
VI in Avignone, composta di grandi di mediani e di minuti, per recargli
la potestà civica e per supplicarlo di venire a rioccupare la sedia di
Pietro. Ma né gli argomenti degli ambasciatori né il carme di Francesco
Petrarca valsero a smuovere il Limosino; che da signor magnifico
ricompensò il cantore conferendogli un buon priorato in quel di Pisa
e fece intendere che a sollievo della fame romana avrebbe concesso
l’anticipazione del giubileo. Moriva decrepito intanto il sommo maestro
in teologia e divoto avvocato della Chiesa Roberto di Napoli, lasciando
erede Giovanna l’adultera; e il Regno era sovvertito da mutazioni
impetuose che si propagavano allo stato finitimo. Il governo dei
tredici buoni uomini, rinsediato in luogo dei Senatori, spediva oratore
al pontefice il notaro dalla penna d’argento Cola di Rienzo.
Subitamente il popolo ebbe una voce sonora, un ampio gesto, una
maschera cospicua. La prima epistola di Cola, scritta pel ragguaglio
dell’ambasceria, fa pensare allo scoppio di una abondanza troppo a
lungo compressa, ha gli accenti del delirio e dell’ebrezza, la foga di
un salmo senz’arpa. «_Exultent in circuito vestro montes: induantur
colles gaudio et universe planities.... Ecce namque coeli aperti
sunt_....» Egli già conferisce a sé stesso il titolo di console romano
e l’officio di legato popolare unico degli orfani, delle vedove, dei
poveri. L’infatuazione lirica gli fa precorrere gli eventi. Nella
Babilonia provenzale egli già assume l’aspetto dell’inviato dal Cielo,
dell’eroe molto atteso. In tale aspetto compare a Francesco Petrarca,
movendosi e atteggiandosi a similitudine del redentore ideale che il
poeta s’era foggiato nel fuoco della sua mente; cosicché questi crede
offerta per prodigio ai suoi occhi mortali la incarnazione dell’eterna
imagine, e si accende di speranze sublimi, e già vede nel prossimo
avvenire restaurato l’ordine con la libertà, riposto il vicario di
Cristo nel suo soglio verace, ravvivato l’Impero alla fonte originaria
del diritto popolare italico, restituita ai due poteri concordi la
romana sede e alla madre Roma la supremazia del mondo.
Il mutuo incitamento nei segreti colloquii sollevava il sogno
d’entrambi a folle altezza. Eglino ripromettevano all’Urbe la perpetua
sovranità che le aveva promesso Enea nel vergiliano: «_Imperium sine
fine dabit_». L’impero non poteva in nessun modo cessare d’esser
romano, ché l’imperatore — qualunque fosse la sua stirpe e qualunque
la sua dimora — non poteva dire che a lui si appartenesse l’autorità
venutagli da Roma; né poteva Roma cederla o trasferirla ad altri,
avendola ricevuta in retaggio eterno. «Se solo rimanesse nell’Urbe
l’ignudo sasso capitolino» diceva il Petrarca «pur quivi durerebbe
senza fine l’imperio». E adduceva la sentenza di Giovanni XXII
opposta al suo legato Bertrando del Poggetto che tentava indurlo a
togliere di sul Tevere le due potestà per trasferirle in Guascogna:
«Vescovi cartucensi noi saremmo allora, e l’imperatore equivarrebbe
a un prefetto di Guascogna; mentre sarebbe papa quegli che in Roma
esercitasse l’autorità spirituale, imperatore quegli che in Roma
temporalmente signoreggiasse. _Velimus, nolimus, enim, rerum caput Roma
erit._» La fede in questa indissolubile unità di Roma con la Chiesa e
con l’Impero accomunava i due spiriti ardenti. «Quanti furono i signori
di Roma, se bene ascritti nel novero degli Iddii, chiedevano al Senato
e al Popolo licenza di eseguire ciò che volevano intraprendere; e,
secondo che fosse o negata o conceduta, le meditate imprese cessavano
o proseguivano.» Il tabellione si profferiva al rimatore come l’eroe
capace di tradurre in opera l’alto concetto: come colui che voleva
restituire al Popolo romano tutte le giurisdizioni e tutti gli uffici,
tutti i privilegi e tutte le potestà ond’esso in qualunque tempo aveva
investito altrui: come colui che voleva risollevare ricommettere e
irrobustire di fresco cemento le ruine cagionate dall’orrida barbarie,
germanica e dalla morbida barbarie avignonese. E il fresco cemento
era nel suo pensiero il patto di alleanza tra le città latine, cui non
avrebbe egli imposta l’obbedienza, sì bene con la legittima autorità di
Roma confermato e assicurato le libertà e i privilegi, largito inoltre
il diritto dell’elezione imperiale. E nel suo pensiero più segreto non
considerava egli quel patto come uno strumento efficace a scuotere il
giogo alemanno, a ristabilir l’impero italico, a vestire della porpora
imperiale il liberatore, l’uomo novo, sé stesso?
Incredibile fervore accendeva l’animo del Petrarca; e l’interna vampa
sembrava renderlo cieco: «Quando ripenso» scriveva al notaro della
Regola «quando ripenso il gravissimo santo discorso che mi tenesti
l’altrieri su la porta di quell’antica chiesa, parmi avere udito un
oracolo sacro, un dio, non un uomo. Così divinamente deplorasti lo
stato presente, anzi lo scadimento e la ruina della repubblica; così
a fondo mettesti il dito della tua eloquenza nelle nostre piaghe;
che, ogni qualvolta il suono di quelle tue parole mi ritorna alle
orecchie, me ne cresce il dolore all’animo, me ne sale la tristezza
agli occhi; e il cuore che, mentre tu parlavi, ardeva, ora, mentre
pensa, mentre ricorda, mentre prevede, si scioglie in lacrime, non già
feminee ma virili, ma d’uomo che all’occasione oserà qualche cosa di
pietoso secondo il potere a difensione della giustizia. E se anche per
addietro io era col pensiero teco sovente, dopo quel giorno son teco
più che sovente; e ora dispero, ora spero, ora ondeggiando tra speranza
e timore dico in me stesso: Oh se fosse mai! oh se avvenisse a’ miei
giorni! oh se anch’io fossi a parte di sì grande impresa, di tanta
gloria!»
Ma il legato dei tredici buoni uomini non soltanto ragionava in
segreto con l’amico del Colonna; anche difendeva in palese al
conspetto del pontefice la causa della plebe miseranda e si scagliava
con indignazione copiosa contro le iniquità dei patrizii. Essendo il
Limosino ornato di buone lettere e dedito allo studio dell’eloquenza,
come quegli che aveva professato teologia in Parigi ed esercitato
l’officio di cancelliere presso Filippo di Valos, ascoltava non senza
favore le invettive del giovane romano, e la _novitas dicendi_ gli
dava gran diletto. Per mala ventura il cardinal Giovanni Colonna,
non tollerando le accuse fatte al suo parentado, prese a perseguitar
l’imprudente e seppe contro di lui volgere l’animo del pontefice.
Caduto in disgrazia, Cola visse alcun tempo in povertà, quasi mendico.