VIII.

Il figlio del tavernaio tiberino, apparso a molti eroe da trivio

mal travestito in brandelli di porpora, era veramente l’eroe

rappresentativo del Trivio medievale, se giovi consacrare ai suoi Mani

questo bisticcio in commemorazione di quelli che gli furon cari come

ornamenti prescritti dalla _Regula dictatoria_. Gramatico, retorico,

dialettico, egli sembrava quasi incarnare la faticosa aspirazione delle

Tre discipline a manifestarsi in un atto di vita e di regno, come se

già il presentimento della primavera umanistica ne disciogliesse il

rigore e la sterilità. Di quel vano sforzo creativo egli fu l’aborto

ventoso battezzato nel culto tradizionale di Roma; e lo tenne a

battesimo innanzi al mondo attonito la lirica illusione di quel Poeta

laureato il quale s’era sottoposto all’esame triduano del Re da sermone

per farsi degno di ascendere il Campidoglio. L’_ars notaria_ e l’_ars

dictandi_ furono le due mammelle che lo nutrirono con sovrabbondanza,

quando meglio sarebbegli valso a farlo maschio un solo sorso dell’aspro

latte lupigno. Ma assai prima della esaltazione al tribunato non aveva

egli scelto lo scettro che più gli conveniva e che sembrò non potersi

mai più disgiungere dalle sue dita? quella «penna di fino ariento» con

cui era uso esercitare il suo officio di tabellione remunerato.

Il biografo antico ci dice che «in sua bocca sempre riso appariva in

qualche modo fantastico». E sembra il riso ambiguo dell’àugure apparso

a lui medesimo in quello specchio d’acciaio polito in cui si specchiò

forse un giorno su l’orlo d’un sarcofago scoperchiato. Ma era un

riso rivolto alla faccia del futuro, un riso generato dal sentimento

superstizioso della sua predestinazione certa. «Quest’uomo, credetelo,

a voi fu mandato dal cielo» doveva i Romani esortare il Petrarca.

«Come rarissimo dono di Dio voi veneratelo; e fate di profferire per la

salvezza di lui le vite vostre». Di lui doveva sognare il cantore di

Scipione Africano: «Nel mezzo del mondo, e su la cima di una scoscesa

montagna parvemi vederti sublime tanto che quasi giungevi a toccare

il cielo. Paragonata a quella l’altezza di tutti i monti ch’io vidi, e

qualunque altra che descritta lessi o intesi, stata sarebbe profonda e

bassa vallèa: l’Olimpo stesso dai poeti nell’una e nell’altra favella

tanto esaltato si riduceva a quel confronto umile colle. Basse sotto i

piedi a gran distanza avevi le nubi; vicino il Sole ti girava sul capo.

Ti circondava uno stuolo d’uomini forti, in mezzo ai quali tu di tutti

maggiore sovra uno scoglio luminoso sedevi per sovrumana bellezza così

splendente ed augusto, che Febo stesso pareva invidiarti....» L’errante

evocatore delle Ombre non incontrò forse il Petrarca quando questi per

la prima volta visitava Roma venendo dal castello di Capranica ove lo

aveva bene accolto Orso dell’Anguillara sposo di Agnese Colonna e amico

delle Camene? Certo lo vide di lontano aggirarsi, in compagnia dei

patrizii illustri, pel Gianicolo per l’Aventino pel Monte Sacro, «dove

tre volte sdegnosa ai padri si ritrasse la plebe», o assidersi su la

volta delle Terme diocleziane a contemplare lo spettacolo delle grandi

ruine e a ragionare delle grandi memorie con Giovanni di San Vito.

Certo lo acclamò, quattro anni dopo, in quell’inclito aprile che parve

illuminare un nuovo e inopinato Natale di Roma, quando il popolo per un

giorno scosse da sé l’onta della sua servitù, quando i nobili per un

giorno si mondarono del sangue fazioso, e in festante concordia tutta

la gente romana sollevò con un sol gesto verso la fronte del Poeta la

ghirlanda composta del primo ramo reciso al giovinetto alloro ch’era

per divenire l’arbore vittoriosa del Rinascimento.

La vita di Cola di Rienzo · 第 10 / 48 题