Il figlio del tavernaio tiberino, apparso a molti eroe da trivio
mal travestito in brandelli di porpora, era veramente l’eroe
rappresentativo del Trivio medievale, se giovi consacrare ai suoi Mani
questo bisticcio in commemorazione di quelli che gli furon cari come
ornamenti prescritti dalla _Regula dictatoria_. Gramatico, retorico,
dialettico, egli sembrava quasi incarnare la faticosa aspirazione delle
Tre discipline a manifestarsi in un atto di vita e di regno, come se
già il presentimento della primavera umanistica ne disciogliesse il
rigore e la sterilità. Di quel vano sforzo creativo egli fu l’aborto
ventoso battezzato nel culto tradizionale di Roma; e lo tenne a
battesimo innanzi al mondo attonito la lirica illusione di quel Poeta
laureato il quale s’era sottoposto all’esame triduano del Re da sermone
per farsi degno di ascendere il Campidoglio. L’_ars notaria_ e l’_ars
dictandi_ furono le due mammelle che lo nutrirono con sovrabbondanza,
quando meglio sarebbegli valso a farlo maschio un solo sorso dell’aspro
latte lupigno. Ma assai prima della esaltazione al tribunato non aveva
egli scelto lo scettro che più gli conveniva e che sembrò non potersi
mai più disgiungere dalle sue dita? quella «penna di fino ariento» con
cui era uso esercitare il suo officio di tabellione remunerato.
Il biografo antico ci dice che «in sua bocca sempre riso appariva in
qualche modo fantastico». E sembra il riso ambiguo dell’àugure apparso
a lui medesimo in quello specchio d’acciaio polito in cui si specchiò
forse un giorno su l’orlo d’un sarcofago scoperchiato. Ma era un
riso rivolto alla faccia del futuro, un riso generato dal sentimento
superstizioso della sua predestinazione certa. «Quest’uomo, credetelo,
a voi fu mandato dal cielo» doveva i Romani esortare il Petrarca.
«Come rarissimo dono di Dio voi veneratelo; e fate di profferire per la
salvezza di lui le vite vostre». Di lui doveva sognare il cantore di
Scipione Africano: «Nel mezzo del mondo, e su la cima di una scoscesa
montagna parvemi vederti sublime tanto che quasi giungevi a toccare
il cielo. Paragonata a quella l’altezza di tutti i monti ch’io vidi, e
qualunque altra che descritta lessi o intesi, stata sarebbe profonda e
bassa vallèa: l’Olimpo stesso dai poeti nell’una e nell’altra favella
tanto esaltato si riduceva a quel confronto umile colle. Basse sotto i
piedi a gran distanza avevi le nubi; vicino il Sole ti girava sul capo.
Ti circondava uno stuolo d’uomini forti, in mezzo ai quali tu di tutti
maggiore sovra uno scoglio luminoso sedevi per sovrumana bellezza così
splendente ed augusto, che Febo stesso pareva invidiarti....» L’errante
evocatore delle Ombre non incontrò forse il Petrarca quando questi per
la prima volta visitava Roma venendo dal castello di Capranica ove lo
aveva bene accolto Orso dell’Anguillara sposo di Agnese Colonna e amico
delle Camene? Certo lo vide di lontano aggirarsi, in compagnia dei
patrizii illustri, pel Gianicolo per l’Aventino pel Monte Sacro, «dove
tre volte sdegnosa ai padri si ritrasse la plebe», o assidersi su la
volta delle Terme diocleziane a contemplare lo spettacolo delle grandi
ruine e a ragionare delle grandi memorie con Giovanni di San Vito.
Certo lo acclamò, quattro anni dopo, in quell’inclito aprile che parve
illuminare un nuovo e inopinato Natale di Roma, quando il popolo per un
giorno scosse da sé l’onta della sua servitù, quando i nobili per un
giorno si mondarono del sangue fazioso, e in festante concordia tutta
la gente romana sollevò con un sol gesto verso la fronte del Poeta la
ghirlanda composta del primo ramo reciso al giovinetto alloro ch’era
per divenire l’arbore vittoriosa del Rinascimento.