Egli vagava tutto il giorno fra le terme gli archi i colonnati, lungo
le mura di Aureliano, sotto gli acquedotti omai aridi, nei deserti
spiazzi ingombri di ruderi, diseppellendo le lapidi, liberando dalla
crosta dei secoli le lettere incise, raccozzando i frammenti sparsi,
nudando i volti delle statue mascherati dall’edera, interpretando le
istorie scolpite nei bassi rilievi, leggendo ad alta voce i nomi dei
consoli e degli imperatori, evocando in quel cimitero formidabile i
fantasmi augusti, mentre gli pareva udire a quando a quando nel vento
funebre gli urli della Lupa e i gridi dell’Aquila presaghi della
seconda vita di Roma. Col favore del silenzio e della solitudine quel
mondo sotterraneo gli si animò nella fantasia così fieramente, ch’egli
credette esser divenuto quasi il consanguineo dei liberatori e dei
pacificatori quiriti. Gli si affievolì o gli si sfigurò allora nello
spirito ossesso la contezza della torbida e perigliosa materia su cui
voleva egli imprimere l’imagine del suo sogno inefficace. Assai più
romano delle sue meditazioni erranti era, in verità, quell’implacabile
furore di guerra che insanguinava il tufo del Campidoglio ove il
palagio del Comune pativa la mala ombra protesa dalla rocca dei Conti,
dalla torre delle Milizie, dalla cittadella dei Frangipani emule
dell’arce romùlea. Un gran guerriero era necessario alla gran bisogna,
non un rètore facondo. Come la folgore favoleggiata profondandosi
nel suolo s’indura a guisa di saetta aguzza, così ogni pensier novo
apparito tra gli uomini deve convertirsi in spada silenziosa. Ma
il deciferatore di lapidi, intento ad ascoltar ripercossi dalla sua
intima eco gli accenti della grandezza, non trovò sotto le macerie
la larga lama imperatoria, ottima e di punta e di taglio; anzi neppur
quella che Stratone tenne ritta contro la mammella dell’usuraio Marco
Bruto dopo la disfatta. Se un eroe vero fosse stato espulso dal cuor
sepolto di Roma, una sola parola questi avrebbe proferito, veramente
romana, nunzia velocissima delle azioni: Eccomi. _Adsum._ Chi deve
lottare per la vita e per la salute, solo con la realtà delle cose
e con l’ignobilità degli uomini, non ha il tempo di maturarsi in
parola eloquente. Egli è inviato dal fondo dell’Infinito non per recar
messaggi come un poeta, ma per condurre eventi come un re. Il plebeo,
volgendosi dal silenzio venerando verso la plebe clamorosa, sentì la
sua lingua contro i suoi denti vani mossa da un bisogno infrenabile
di loquacità. Egli doveva così emettere tutto il suo fumo, prima di
averlo convertito in fuoco gagliardo e durevole. I suoi atti eran per
aver principio e fine in lettere ed in concioni. Si approssimava non il
_Magister populi_ ma il _Dictator epistolarum_.