Ora appunto l’ottavo Bonifacio, che tuttavia copriva della sua grande
ombra la natale Anagni, era stato il fondator vero dello Studio romano;
e dalla sua terra appunto aveva egli promulgato la bolla statutaria,
poco innanzi il tradimento e la prigionia, ai dottori e agli scolari
concedendo una giurisdizione lor propria e la esenzione dalle imposte.
E già nobili uomini ornati di tutte lettere, come Anibaldo Anibaldi,
Romano Orsini, Egidio Colonna, Iacopo Stefaneschi, avevano interrotto
con lo splendore di lor dottrina la notte di barbarie addensata su
l’Urbe.
Meraviglioso fu l’ardore del giovine plebeo nell’apprendere dalla viva
voce, dalla tradizione, dall’autorità, dalla natura, da sé stesso.
Imparò gramatica e retorica; studiò i poeti gli storici gli oratori;
conobbe Sallustio, Livio, Cicerone, Seneca, Valerio Massimo; in Boezio
e in Simmaco venerò la postrema dignità di Roma, l’amoroso uso della
sapienza, la norma compiuta del ben vivere; nei Profeti della Bibbia
trovò le imagini di fiamma, le sentenze imperiose, le grandi parole di
minaccia di esortazione e di promessa.
Ma dalle ruine s’ebbe egli il più strenuo insegnamento: gli antichi
marmi furono i suoi più severi maestri; l’acume delle inscrizioni
latine, ch’egli dilucidava, forte gli punse l’animo incitandolo.
Bella e singolare questa giovinezza del figlio di Rienzo, in verità,
la più nobile parte di sua vita, consacrata alla ricerca assidua
e taciturna, ansiosamente china sopra le testimonianze della virtù
prisca, perdutissimamente innamorata di un simulacro marmoreo, come
quell’imberbe Astrolabio che nella leggenda demoniaca dona l’anello
alla Statua in segno di amor perenne.