V.

L’avvenire appariva come una nube di procella. Il Bavaro aveva gran

fame d’oro: dopo aver tolto con martirio la signoria di Viterbo e il

tesoro a Salvestro de’ Gatti, fece in Roma una imposta di trentamila

fiorini, non senza indegnazione del Popolo che dalla presenza

dell’imperatore s’attendeva larghezze e non carichi. Appresso, fece

Parlamento nella Piazza di San Pietro; vestito di porpora, col globo

e la verga, comparve solennemente su i grandi pergami eretti dinanzi

alla chiesa; e, al conspetto della moltitudine silenziosa, con una

molto lunga sentenza rimosse il prete Jacopo di Caorsa, il quale si

faceva chiamare papa Giovanni ventiduesimo, dall’officio del papato

e da ogni officio e beneficio temporale e spirituale; in fine promise

che fra pochi giorni provvederebbe di dar buono pastore ai Cristiani.

E ricongregò in fatti, poco dopo, il popolo a parlamento nel luogo

medesimo; e fece venire dinanzi a sé un frate minore chiamato Pietro

da Corvara; e lo mostrò ai Romani, e domandò se lo volessero per

pontefice; ed eglino risposero gridando, che sì. E l’eletto ebbe nome

Nicola quinto, ed entrò in chiesa trionfalmente. E poco dopo ancóra, il

dì della Pentecoste, il Bavaro cavalcò verso il Vaticano, all’incontro

dell’antipapa e della sua corte di cardinali scismatici; e, smontato

in chiesa, mise a quel suo frate minorita la berretta scarlatta e da

quello fu egli novamente coronato e confermato imperatore. Il popolo

ondeggiava fra l’allegrezza delle pompe e l’orrore delle profanazioni.

Ma quando, stretto dalla necessità della moneta e dalle continue

scorrerie delle genti napoletane nella Campagna, Ludovico deliberò di

partirsi col suo antipapa e i suoi cardinali, l’ira popolare insorse

con grande strepito sì che la dipartita fu obbrobriosa come una fuga.

La plebe scagliava sassi e scherni gridando: «Muoiano gli scomunicati

e viva la santa Chiesa!» La notte medesima, senza contrasto, la città

fu riformata all’obbedienza dell’Avignonese e dell’Angioino. Roma

abiurò la fede data all’imperatore e all’antipapa, riconobbe per suo

solo signore Giovanni XXII, rinunciò ad ogni diritto nella elezione

pontificia e imperiale. La morte risparmiò al vecchio Sciarra Colonna

l’onta dell’abiura o la pena del bando; ma Jacopo Savelli e Tebaldo

cercaron grazia presso il papa e la trovarono.

Tutto si dileguò come fumo. Dalla breve illusione della maestà

restituita il popolo ricadde nella tristezza dell’abbandono, si ricolcò

nella sua miseria, udendo il rombo delle contese che si riaccendevano

con più furore fra le torri dei grandi. Quando l’orfano ventenne Cola

di Rienzo, spentosi il tavernaio della Regola, tornavasene da Anagni

per la via Casilina a quella santa e terribile Roma che più d’una

notte gli aveva turbato i sonni nel durissimo letto, s’abbatté in

una grande compagnia di penitenti vestiti dell’abito di San Domenico,

con sul mantello cilestro una colomba bianca intagliata, che venivano

gridando pace e misericordia. E si mescolò con costoro, e seppe ch’eran

Lombardi, gentili uomini e rubatori, micidiali e religiosi, loici

e mentecatti, chiamati fratelli della colomba, condotti da un frate

Venturino bergamasco dell’ordine dei predicatori. E con essi giunse in

città, e li vide che si rassegnavano alle chiese e in quelle dinanzi

all’altare si spogliavano dalla cintola in su e si flagellavano.

Errò per le vie anguste il contadino, smarritamente, oppresso dai

ricordi della lontana infanzia; guardò le torri imbertescate, le case

arse e disfatte, i palagi deserti, i chiostri invasi dall’erba e dal

bestiame; s’arrestò agli sbocchi sbarrati dalle catene e dai serragli,

ai capi dei ponti guardati dalle masnade con pavesi e balestre; fu

testimone d’assalti, di ruberie, d’arsioni; udì a sera le laudi dei

Battuti che passavano sul sangue e su le macerie a stormi tra il

biancheggiare delle colombe intagliate, e ogni stormo con sua croce

innanzi cantando. Come il frate da Bergamo congregò il popolo in

Campidoglio per predicare la penitenza, confuso nella calca il giovine

Cola stette ad ascoltare la predica; e forse per la prima volta,

mentre la moltitudine gli mareggiava intorno mossa dalla parola,

si risvegliarono confusamente in lui gli spiriti dell’eloquenza.

Attentissimo egli era; e notò che i più attenti deridevano il frate a

quando a quando cogliendolo in peccato di falso latino.

La vita di Cola di Rienzo · 第 7 / 48 题