Di questa favola si valse Cola negli anni della vanagloria quando
mirava a rendere perpetua la sua signoria; ma, in verità, egli nacque
d’infima plebe né mai poté cancellare da sé il marchio plebeo, ché anzi
ne restò impresso ogni suo atto insino alla morte. E, mentre vagiva
nella culla quegli che doveva esperimentar poi così crudamente la
volubilità delle sorti e la fugacità dei sogni, l’Imperatore mòssosi
di Pisa per andare a oste contro l’Angioino scendeva da cavallo a
Buonconvento e coricato sul suo letto da campo rendeva lo spirito grave
di grandi disegni e di più grandi speranze, là nelle lugubri maremme
fumide di febbre sotto l’ardore d’agosto, veleggiando invano sul mare
etrusco le settanta galee di Lamba Doria.
Visse Cola l’infanzia triste nella casa tiberina, su i ginocchi
della madre che sfioriva in lento male, tra i vapori del fiume
limoso, sbigottendo egli allo strepito delle risse e al baccano
delle gozzoviglie onde risonava la taverna di Rienzo. E, quando la
madre passò di vita, fu egli mandato a stare in Anagni con un suo
parente contadino; dove rimase fino al ventesimo anno, incolto e
solitario ma già agitato dal flutto delle sue passioni e delle sue
imaginazioni, in quella terra che serbava il ricordo dell’oltraggio
di Sciarra e del cruccio di Bonifacio. Qual fuoco ardeva dentro dalla
cerchia, laggiù, in fondo alla pianura deserta che chiudevano i Monti
Prenestini e i Laziali accesi dal vespro? Sciarra Colonna, colui che
aveva osato trascinar pel braccio il Caetani vacillante sotto il peso
della tiara, non era stato eletto capitano del Popolo e condottiero
delle milizie? Di tratto in tratto giungevano le novelle. I Romani
avevano cacciato i grandi, riformato la città, chiamato Sciarra che la
reggesse col consiglio di cinquantadue popolani, mandato ambasciatori
a papa Giovanni in Avignone minacciandolo che, s’ei non fosse tornato
con la corte, avrebber ricevuto a signore il Bavaro. Tornava dunque
dall’esilio il papa? Non tornava. Cinque galee di Genovesi per mandato
del re Roberto erano alla foce del Tevere acciocché non entrasse
vettovaglia in città per la via del mare. Rotti erano i trattati?
Il principe Giovanni e il cardinal degli Orsini con messer Napoleone
avevano rotto le mura del giardino di San Pietro nella Città Leonina,
per entrare con fanti e cavalli. Il popolo aveva sonato a stormo
la campana di Campidoglio, e alle sbarre fatte gran battaglia s’era
combattuta, e il principe e il legato s’eran posti in salvo con danno
e disonore. E il Bavaro non veniva? Volevano dargli la signoria senza
patti? Sciarra Colonna l’aveva chiamato. Ora passava la Maremma con
grande affanno e tempo crudo e scarsità di grasce. Giungeva a Viterbo,
si moveva per alla volta di Roma, aveva seco Castruccio duca di Lucca
con molta moneta. Oh popolo semplice! I cinquantadue buoni uomini
disputavano su i patti; e Sciarra in segreto ordinava e trattava
la venuta di Ludovico, che lasciasse ogni indugio e si mettesse in
cammino. E, quando gli ambasciatori furono giunti a Viterbo, commise il
Bavaro la risposta dell’ambasciata a Castruccio; il quale fece sonare
tutte le trombe nel campo e mandò bando che ogni uomo cavalcasse verso
Roma; _e questa_ — disse agli ambasciatori di Roma — _è la risposta del
signore Imperadore_. Qual prezzo del negozio aveva egli avuto, Sciarra
il capitano? E Jacopo Savelli? e Tebaldo?
Giungevano così a quando a quando le faville del fuoco civico fin
là su i massi di travertino tagliati e commessi dall’antichissima
forza degli Ernici. E il giovinetto Cola interrogava il suo parente
canuto, ricercava i luoghi segnati dal sacrilegio, ritrovava le tracce
dell’incendio. Di quivi il Colonna una mattina per tempo era entrato
in Anagni a cavallo con le insegne e le bandiere del re di Francia
gridando: «Muoia papa Bonifazio!» Quivi il magnanimo vecchio, sentendo
il rumore e vedendosi abbandonato da tutti i cardinali e i famigliari,
aveva detto: «Dacché per tradimento mi conviene morire, almeno voglio
morire come papa.» E s’era posto a sedere su la sedia papale parato
dell’ammanto di Pietro, cinto della Corona di Costantino, con in
pugno le chiavi e la croce. E Sciarra lo aveva schernito, minacciato,
manomesso, nel palagio dato alle fiamme e alla cupidigia dei
saccheggiatori. Il sacrilego non era quegli che, in nome del popolo di
Roma, ora incoronava il Bavaro e la sua donna, con rinnovata temerità?
Per la prima volta un imperatore cristiano si faceva consacrare non dal
papa o dal legato ma da un deputato del popolo: evento memorabile. E
tutta la città levava grido: «Viva il nostro signore e re dei Romani!»
E s’era piena di cherici e prelati e frati di tutti gli ordini, ribelli
e scismatici di Santa Chiesa; e si spandeva nell’aria gran lezzo di
eresìa, e non più si cantava officio sacro né sonava campana, e il
sudario di Cristo era stato nascosto da un canonico di San Pietro
perché non fosse offeso dallo sguardo degli scomunicati. Quali tempi si
approssimavano? Il bello e avventuroso Castruccio nominato senatore di
Roma, nel prendere l’officio con grandissima pompa, s’era messa indosso
una toga di sciamito cremisi con lettere dinanzi che dicevano: «Egli è
quel che Dio vuole,» e di dietro: «E’ sarà quel che Dio vorrà.»