IV.

Di questa favola si valse Cola negli anni della vanagloria quando

mirava a rendere perpetua la sua signoria; ma, in verità, egli nacque

d’infima plebe né mai poté cancellare da sé il marchio plebeo, ché anzi

ne restò impresso ogni suo atto insino alla morte. E, mentre vagiva

nella culla quegli che doveva esperimentar poi così crudamente la

volubilità delle sorti e la fugacità dei sogni, l’Imperatore mòssosi

di Pisa per andare a oste contro l’Angioino scendeva da cavallo a

Buonconvento e coricato sul suo letto da campo rendeva lo spirito grave

di grandi disegni e di più grandi speranze, là nelle lugubri maremme

fumide di febbre sotto l’ardore d’agosto, veleggiando invano sul mare

etrusco le settanta galee di Lamba Doria.

Visse Cola l’infanzia triste nella casa tiberina, su i ginocchi

della madre che sfioriva in lento male, tra i vapori del fiume

limoso, sbigottendo egli allo strepito delle risse e al baccano

delle gozzoviglie onde risonava la taverna di Rienzo. E, quando la

madre passò di vita, fu egli mandato a stare in Anagni con un suo

parente contadino; dove rimase fino al ventesimo anno, incolto e

solitario ma già agitato dal flutto delle sue passioni e delle sue

imaginazioni, in quella terra che serbava il ricordo dell’oltraggio

di Sciarra e del cruccio di Bonifacio. Qual fuoco ardeva dentro dalla

cerchia, laggiù, in fondo alla pianura deserta che chiudevano i Monti

Prenestini e i Laziali accesi dal vespro? Sciarra Colonna, colui che

aveva osato trascinar pel braccio il Caetani vacillante sotto il peso

della tiara, non era stato eletto capitano del Popolo e condottiero

delle milizie? Di tratto in tratto giungevano le novelle. I Romani

avevano cacciato i grandi, riformato la città, chiamato Sciarra che la

reggesse col consiglio di cinquantadue popolani, mandato ambasciatori

a papa Giovanni in Avignone minacciandolo che, s’ei non fosse tornato

con la corte, avrebber ricevuto a signore il Bavaro. Tornava dunque

dall’esilio il papa? Non tornava. Cinque galee di Genovesi per mandato

del re Roberto erano alla foce del Tevere acciocché non entrasse

vettovaglia in città per la via del mare. Rotti erano i trattati?

Il principe Giovanni e il cardinal degli Orsini con messer Napoleone

avevano rotto le mura del giardino di San Pietro nella Città Leonina,

per entrare con fanti e cavalli. Il popolo aveva sonato a stormo

la campana di Campidoglio, e alle sbarre fatte gran battaglia s’era

combattuta, e il principe e il legato s’eran posti in salvo con danno

e disonore. E il Bavaro non veniva? Volevano dargli la signoria senza

patti? Sciarra Colonna l’aveva chiamato. Ora passava la Maremma con

grande affanno e tempo crudo e scarsità di grasce. Giungeva a Viterbo,

si moveva per alla volta di Roma, aveva seco Castruccio duca di Lucca

con molta moneta. Oh popolo semplice! I cinquantadue buoni uomini

disputavano su i patti; e Sciarra in segreto ordinava e trattava

la venuta di Ludovico, che lasciasse ogni indugio e si mettesse in

cammino. E, quando gli ambasciatori furono giunti a Viterbo, commise il

Bavaro la risposta dell’ambasciata a Castruccio; il quale fece sonare

tutte le trombe nel campo e mandò bando che ogni uomo cavalcasse verso

Roma; _e questa_ — disse agli ambasciatori di Roma — _è la risposta del

signore Imperadore_. Qual prezzo del negozio aveva egli avuto, Sciarra

il capitano? E Jacopo Savelli? e Tebaldo?

Giungevano così a quando a quando le faville del fuoco civico fin

là su i massi di travertino tagliati e commessi dall’antichissima

forza degli Ernici. E il giovinetto Cola interrogava il suo parente

canuto, ricercava i luoghi segnati dal sacrilegio, ritrovava le tracce

dell’incendio. Di quivi il Colonna una mattina per tempo era entrato

in Anagni a cavallo con le insegne e le bandiere del re di Francia

gridando: «Muoia papa Bonifazio!» Quivi il magnanimo vecchio, sentendo

il rumore e vedendosi abbandonato da tutti i cardinali e i famigliari,

aveva detto: «Dacché per tradimento mi conviene morire, almeno voglio

morire come papa.» E s’era posto a sedere su la sedia papale parato

dell’ammanto di Pietro, cinto della Corona di Costantino, con in

pugno le chiavi e la croce. E Sciarra lo aveva schernito, minacciato,

manomesso, nel palagio dato alle fiamme e alla cupidigia dei

saccheggiatori. Il sacrilego non era quegli che, in nome del popolo di

Roma, ora incoronava il Bavaro e la sua donna, con rinnovata temerità?

Per la prima volta un imperatore cristiano si faceva consacrare non dal

papa o dal legato ma da un deputato del popolo: evento memorabile. E

tutta la città levava grido: «Viva il nostro signore e re dei Romani!»

E s’era piena di cherici e prelati e frati di tutti gli ordini, ribelli

e scismatici di Santa Chiesa; e si spandeva nell’aria gran lezzo di

eresìa, e non più si cantava officio sacro né sonava campana, e il

sudario di Cristo era stato nascosto da un canonico di San Pietro

perché non fosse offeso dallo sguardo degli scomunicati. Quali tempi si

approssimavano? Il bello e avventuroso Castruccio nominato senatore di

Roma, nel prendere l’officio con grandissima pompa, s’era messa indosso

una toga di sciamito cremisi con lettere dinanzi che dicevano: «Egli è

quel che Dio vuole,» e di dietro: «E’ sarà quel che Dio vorrà.»

La vita di Cola di Rienzo · 第 6 / 48 题