Roma pativa tutti i mali, quasi che sopra la Donna dei regni si
fossero abbattute le desolazioni e abominazioni annunciate dal ruggito
dei profeti alle città di Giuda stese nella vergogna. Distrutta la
magnificenza della sua forza; cadute a terra le statue della sua
gloria; la fame e la strage indizii della vita rimasta nell’immensa
ruina. Il lamento che la diserta faceva in sul limo del suo fiume non
era udito dal Pontefice là nella ventosa Avignone intento a stimar con
bilancia d’orafo se ogni fiorini otto gli dessero il peso legittimo di
una oncia d’oro.
Miserabile e formidabile l’aspetto dell’Urbe quale si rispecchiò
negli occhi ceruli del settimo Arrigo giunto alla Porta del Popolo
con sì ricco sogno e sì scarso arnese. Un drama più grande che quello
cotidiano delle fazioni furenti vi si svolgeva espresso dalle pietre e
dal suolo. La funebre voracità dell’Agro, non placata da tanto pasto
secolare, pareva che stesse per inghiottire i Fori i Templi i Teatri
gli Archi le Terme, tutti i testimonii venerandi che la Republica e
l’Imperio con sì stabile fondamento avevan radicato nel tufo primiero.
La bellezza dell’Urbe si faceva sotterranea, discendendo a poco a
poco nel silenzio degli asfodeli verso i Mani degli Scipioni e de’
Cesari che l’avean creata a imagine della magnanimità loro. Gli
sterpeti le vigne gli orti le paludi occupavano i luoghi tra ruina e
ruina. Ma, come più andavan profondandosi nel lento seppellimento le
moli illustri, la superbia dei nuovi ottimati soprapponeva al marmo
scolpito la muraglia rozza di cotto e riconquistava il cielo con le
torri inespugnabili che parevano i nudi fantasmi dei colossi antichi.
Un’orrida città di guerra cresceva, irta di offese, sul composto
lineamento di quella che aveva potuto acquietarsi contemplando l’orbe
trionfato. Coi ruderi del Teatro di Pompeo costruivano la rocca gli
Orsini; i Pierleoni con quelli del Teatro di Marcello. I Margani e
gli Stazii si afforzavano nel Circo Flaminio, i Millini ed i Sanguigni
nello Stadio di Domiziano.
Poggiata al fulvo travertino del Colosseo la cittadella dei Frangipani
comprendeva in una cintura di torri gli Archi di Giano, di Tito, di
Costantino, il Septizonio e gli altri palagi imperiali, e le vestigia
sante della Roma quadrata, e forse i santuarii dedicati al culto dei
primi Eroi indigeti. Tenevano i Colonnesi il Mausoleo d’Augusto e
tutta la valle tra il Monte Pincio e il Quirinale; i Savelli tutto
l’Aventino; i Caetani parte dell’Isola Tiberina e il battifolle
inalzato intorno al sepolcro di Cecilia Metella, ch’ebbe nome
Capo-di-bove dai bucranii, ove il saettame era accumulato intorno al
sarcofago illeso della sposa di Crasso.
Rivale in potenza all’opere dei Frangipani la cittadella dei Conti
abbracciava i Fori d’Augusto di Nerva e di Cesare ergendo incontro
al Campidoglio sopra una base di macigni ciclopici la massa tetragona
della torre mastra murata di cotto in tre ripiani con guernimento di
merli bertesche e piombatoi, l’altissimo dei propugnacoli dominatore
di tutta la cerchia, degno d’esser comparato per robustezza austera
alle più valide arci della Republica. In tal selva nemica entrava
Arrigo, attonito, coi suoi duemila cavalli e coi tre cardinali legati
che dovevano incoronarlo. E dal maggio al giugno combatté di torre in
torre, di bastita in bastita, di serraglio in serraglio, vanamente, per
giungere al Vaticano che Giovanni d’Acaia e gli ottimati guelfi gli
contendevano. Per giorni e giorni il sangue arrossò le vie, il fuoco
arse le case, i cumuli degli uccisi abbarrarono i ponti: la chiericìa
in piastra e maglia con spuntoni e corsesche armeggiò nei crocicchi;
il vescovo di Liegi fu fatto prigione, gettato vivo in groppa d’un
giannetto come soma, ammazzato dalla ferocia d’un balestriere di
Catalogna; i palagi degli Orsini in Campo de’ Fiori furono messi a
sacco; i frati francescani diedero il convento di Araceli in potere dei
Bavari. Ma il Castel Sant’Angelo resisteva ad ogni assalto, precludendo
la via al limitare degli Apostoli. Stanco e scorato, il Re chiese
ai Cardinali che lo coronassero in Laterano. Quando alfine, dopo la
cerimonia non lieta, bianco vestito e in zazzera discese dal caval
bianco e sedette a convito su l’Aventino, egli udì gazzarra che le
masnade orsine menavano a piè del colle, vide bolzoni e quadrella volar
su le mense tratti dalle balestre guelfe. E certo ripensò con mestizia
quel globo aureo, insegna dell’Impero, da Benedetto VIII offerto a un
altro Arrigo; ch’era pien di cenere.