II.

Roma pativa tutti i mali, quasi che sopra la Donna dei regni si

fossero abbattute le desolazioni e abominazioni annunciate dal ruggito

dei profeti alle città di Giuda stese nella vergogna. Distrutta la

magnificenza della sua forza; cadute a terra le statue della sua

gloria; la fame e la strage indizii della vita rimasta nell’immensa

ruina. Il lamento che la diserta faceva in sul limo del suo fiume non

era udito dal Pontefice là nella ventosa Avignone intento a stimar con

bilancia d’orafo se ogni fiorini otto gli dessero il peso legittimo di

una oncia d’oro.

Miserabile e formidabile l’aspetto dell’Urbe quale si rispecchiò

negli occhi ceruli del settimo Arrigo giunto alla Porta del Popolo

con sì ricco sogno e sì scarso arnese. Un drama più grande che quello

cotidiano delle fazioni furenti vi si svolgeva espresso dalle pietre e

dal suolo. La funebre voracità dell’Agro, non placata da tanto pasto

secolare, pareva che stesse per inghiottire i Fori i Templi i Teatri

gli Archi le Terme, tutti i testimonii venerandi che la Republica e

l’Imperio con sì stabile fondamento avevan radicato nel tufo primiero.

La bellezza dell’Urbe si faceva sotterranea, discendendo a poco a

poco nel silenzio degli asfodeli verso i Mani degli Scipioni e de’

Cesari che l’avean creata a imagine della magnanimità loro. Gli

sterpeti le vigne gli orti le paludi occupavano i luoghi tra ruina e

ruina. Ma, come più andavan profondandosi nel lento seppellimento le

moli illustri, la superbia dei nuovi ottimati soprapponeva al marmo

scolpito la muraglia rozza di cotto e riconquistava il cielo con le

torri inespugnabili che parevano i nudi fantasmi dei colossi antichi.

Un’orrida città di guerra cresceva, irta di offese, sul composto

lineamento di quella che aveva potuto acquietarsi contemplando l’orbe

trionfato. Coi ruderi del Teatro di Pompeo costruivano la rocca gli

Orsini; i Pierleoni con quelli del Teatro di Marcello. I Margani e

gli Stazii si afforzavano nel Circo Flaminio, i Millini ed i Sanguigni

nello Stadio di Domiziano.

Poggiata al fulvo travertino del Colosseo la cittadella dei Frangipani

comprendeva in una cintura di torri gli Archi di Giano, di Tito, di

Costantino, il Septizonio e gli altri palagi imperiali, e le vestigia

sante della Roma quadrata, e forse i santuarii dedicati al culto dei

primi Eroi indigeti. Tenevano i Colonnesi il Mausoleo d’Augusto e

tutta la valle tra il Monte Pincio e il Quirinale; i Savelli tutto

l’Aventino; i Caetani parte dell’Isola Tiberina e il battifolle

inalzato intorno al sepolcro di Cecilia Metella, ch’ebbe nome

Capo-di-bove dai bucranii, ove il saettame era accumulato intorno al

sarcofago illeso della sposa di Crasso.

Rivale in potenza all’opere dei Frangipani la cittadella dei Conti

abbracciava i Fori d’Augusto di Nerva e di Cesare ergendo incontro

al Campidoglio sopra una base di macigni ciclopici la massa tetragona

della torre mastra murata di cotto in tre ripiani con guernimento di

merli bertesche e piombatoi, l’altissimo dei propugnacoli dominatore

di tutta la cerchia, degno d’esser comparato per robustezza austera

alle più valide arci della Republica. In tal selva nemica entrava

Arrigo, attonito, coi suoi duemila cavalli e coi tre cardinali legati

che dovevano incoronarlo. E dal maggio al giugno combatté di torre in

torre, di bastita in bastita, di serraglio in serraglio, vanamente, per

giungere al Vaticano che Giovanni d’Acaia e gli ottimati guelfi gli

contendevano. Per giorni e giorni il sangue arrossò le vie, il fuoco

arse le case, i cumuli degli uccisi abbarrarono i ponti: la chiericìa

in piastra e maglia con spuntoni e corsesche armeggiò nei crocicchi;

il vescovo di Liegi fu fatto prigione, gettato vivo in groppa d’un

giannetto come soma, ammazzato dalla ferocia d’un balestriere di

Catalogna; i palagi degli Orsini in Campo de’ Fiori furono messi a

sacco; i frati francescani diedero il convento di Araceli in potere dei

Bavari. Ma il Castel Sant’Angelo resisteva ad ogni assalto, precludendo

la via al limitare degli Apostoli. Stanco e scorato, il Re chiese

ai Cardinali che lo coronassero in Laterano. Quando alfine, dopo la

cerimonia non lieta, bianco vestito e in zazzera discese dal caval

bianco e sedette a convito su l’Aventino, egli udì gazzarra che le

masnade orsine menavano a piè del colle, vide bolzoni e quadrella volar

su le mense tratti dalle balestre guelfe. E certo ripensò con mestizia

quel globo aureo, insegna dell’Impero, da Benedetto VIII offerto a un

altro Arrigo; ch’era pien di cenere.

La vita di Cola di Rienzo · 第 4 / 48 题