L’uomo comunale viveva incorporato alla sua famiglia alla sua
consorteria alla sua maestranza alla sua parte, in quella guisa che
la figura sbozzata di basso rilievo aderisce alla vena del sasso,
resta prigione della forza compatta onde nasce. Ma già l’acerrima arte
dantesca aveva scolpito figure di tutto tondo, girato grandi ossature
umane in attitudini di sdegno solitario, staccato d’ogni banda e
fissato in piedestallo la prestanza dell’Eretico disceso da Catilina;
ed esso l’artiere grifagno dalla gota macra aveva anco gittato di
bronzi, nel più tristo fuoco delle passioni civiche, la sua propria
statua e sollevàtala di contro alla Città e al Fato, visibile per
sempre sul folto dei secoli come le torri di Dite rosse nella notte
infernale.
Il Poema per lui composto era il più duro atto di volontà che compiere
si potesse in terra da un eroe rimasto solo con gli Elementi e con i
suoi Pensieri. Le due mani della creatura terrestre fatta a imagine
della Divina Mente non avevano mai operato nel tempo medesimo un
prodigio duplice con tal fermezza. Come il venerando restauratore
dell’Impero occidentale e liberator della Chiesa, l’alunno di Vergilio
reggeva nell’una mano un mondo chiuso e crociato ma nell’altra non
la verga dell’oro, sì bene la chiave protesa ad aprir la porta di un
mondo caldo di natività urgenti. Quel tirannico spirito, cui fu bello
aversi fatta parte per sé stesso, annunciava l’avvento delle volontà
singolari, l’esaltazione della virtù soverchiatrice, l’amore effrenato
del predominio e della gloria. Come quel suo magnanimo Uberti dalla
cintola in su fuor dell’avello roggio, così dalla fornace scoperchiata
degli odii cittadini cominciavano a drizzarsi col petto e con la fronte
i dominatori.
Pareva che, nel suolo già calpesto dalla Lupa e sorvolato dall’Aquila
marzia, imbevute di sangue le radici innumerevoli delle genti fossero
per produrre alla cima dell’arbore umana fiori più larghi, frutti
più pesanti. Per ovunque apparivano anime spaziose, ardue stature,
volti d’aspro risalto. La Tirannide e la Libertà si combattevano con
l’unghie e coi rostri, entrambi della razza di Anteo giganteggiando
ché, atterrate, ribalzavano con furor novello; e aveano fatto voto di
ricementar torri e palagi l’una col sangue dell’altra come quell’antico
di murar suo tempio con cranii d’uomini. Nella vicenda degli
insediamenti e degli abbattimenti, delle congiure e dei riscatti, delle
cacciate e dei racquisti, le virtù si moltiplicavano, il nerbo del
braccio e dell’ingegno s’accresceva ognora più di possa e di destrezza,
la gioia selvaggia di vincere o di morire ampliava il torace cui pareva
angusto il giaco.
Forme di vita politica variissime si creavano, alternandosi,
intricandosi, soprapponendosi. Appetivano la novità i popoli come
le greggi il sale. Frequenti come le violenze erano le dedizioni.
Uguccione riceveva Pisa in dono, prendeva Lucca per forza. In breve
giro di tempo Firenze offeriva sé a Roberto d’Angiò, al Duca di
Calabria, a Gualtieri di Brenna; poi di sùbito si rivendicava in
libertà, traeva i grandi dal palagio, rifermava sopra loro gli ordini
di giustizia, dava la signoria alle ventuna capitudini dell’arte,
in poco più d’un anno mutava quattro stati di reggimento, per tante
rivolture passava dalla saviezza del Re da sermone alla mattezza di
Messer Andrea bestia. Ma il cittadino costretto a vivere così tra
tirannia e stato franco superava in durizia il ferro battuto tra
incudine e martello. E se i serragli e le guernigioni di logge e di
torri in piazza in crocicchio e in capo di ponte mettevano a pruova
ogni ardire e ogni astuzia, l’esilio esaltava la volontà eroica in
supremo: l’esilio che già del provvido Priore di Parte Bianca aveva
fatto l’Ulisse cristiano, meravigliosamente avido di conoscenza, solo
veleggiante su l’oceano d’Eternità.
Or, costituite le Signorìe, si riaccendeva l’amor del vivere ornato. I
vincitori, detersi dall’eccidio e assisi, accoglievano con umanità la
Poesia e l’Eloquenza ospiti in toga aulica o in saio volgare. Pareva
che Federico di Svevia risuscitasse ai Ghibellini esempio di cortesia
cavalleresca. Già il Polentano amico di Dante aveva composto suoi
dolci sonetti; or di mordere anco in rima dilettavasi Castruccio dalla
rossa capelliera. Già Franceschino Malaspina aveva nominato il fosco
fuoruscito procurator di pace al Vescovo di Luni; or Giovanni Visconti
e il secondo Galeazzo commettevano ambascerie solenni a Francesco
Petrarca. E il nato di gente nuova, con la scorta dei cavalieri
colonnesi, recando tra le salmerie la porpora regia donatagli da Re
Roberto, entrava trionfalmente in Roma vedova.