_Il Lautrec conduce un'armata francese sotto Napoli, e lo
blocca; vittoria ottenuta dalla sua flotta su quella degli
Spagnuoli; malattia nel suo campo, sua morte, e capitolazione
della sua armata. Andrea Doria passa al partito imperiale, e
cambia il governo di Genova._
1527 = 1528.
Nel quattordicesimo secolo, mentre i papi tenevano la loro corte in
Avignone, dessi erano i soli tra i potentati che non temessero
d'avvilupparsi in perpetue guerre. Qualunque si fossero le disgrazie
delle loro armate, essi non soffrivano nulla dalla desolazione de' loro
popoli, dal saccheggio delle loro città, o anche della loro capitale;
stando in Avignone, non si accorgevano de' patimenti intollerabili
dell'Italia; le grida del popolo non giugnevano fino a loro per
isforzarli a fare la pace; e sempre erano circondati da cortigiani, da
ministri, da interessati adulatori, i quali, non potendo migliorare la
propria fortuna che colla guerra, sforzavansi di far loro credere, che
l'onore, la religione, gl'interessi della fede e quelli della Chiesa
richiedevano la continuazione delle ostilità. Ciò che nel
quattordicesimo secolo era una particolare condizione della Chiesa
Romana, in principio del sedicesimo era quella di tutti i monarchi della
Cristianità, ad eccezione del solo papa. Dopo che gli stati eransi molto
aggranditi, la guerra non oltrepassava mai i loro confini, e non metteva
mai in pericolo l'esistenza de' re.
Carlo V, in età di ventisette anni, aveva di già fatto prigionieri il re
di Francia, quello di Navarra, ed il papa; pure fin allora mai non si
era posto alla testa di veruna delle sue armate; egli non conosceva il
terribile spettacolo di un campo di battaglia, nè la miseria o la
desolazione di una città presa d'assalto, nè i prolungati tormenti de'
borghesi presso i quali acquartierava senza pagarla un'armata. I suoi
cortigiani si davano ogni cura per celare all'_invincibile Augusto_ le
particolarità che avrebbero potuto affliggerlo; lo andavano
intrattenendo intorno agl'interessi della sua gloria: Carlo V teneva
dietro a' progetti della sua ambizione; e quando la prodigalità della
sua corte, o l'assurdo sistema delle sue finanze facevano mancare il
danaro necessario ai generali per terminare un'intrapresa, tutti
facevansi un dovere di dissimulare le calamità d'una lontana provincia,
o le rappresentavano quale necessaria conseguenza d'una magnanima
politica. In appresso Carlo V condusse egli stesso le sue armate; allora
sentì meglio la necessità della pace, e la sua ambizione dovette spesso
piegare in faccia alle circostanze. Ma i di lui successori, Filippo II,
Filippo III, Filippo IV, che mai non uscivano dalle solitudini
dell'escuriale, ed erano inaccessibili agli occhi di tutti, sordi a
tutte le lagnanze, a tutti i gemiti, mai non rinunciarono ai loro
ambiziosi progetti nè per timore, nè per compassione. Perchè mai non
videro la guerra, la fecero continuamente; mai non conobbero le calamità
che cagionarono pel corso di un secolo, oppure non vollero aver pietà
mai delle altrui miserie. Furono visti protrarre d'uno in altro anno il
sacco delle città, i guasti delle campagne, pel possedimento d'una
miserabile provincia, per una sterile prerogativa, per una contesa
d'etichetta, o talvolta ancora per infingardaggine, perchè non sapevano
prendere una risoluzione.
Enrico VIII, re d'Inghilterra, che nella stessa epoca aveva in Europa
acquistata una così grande preponderanza, era ancora più che i monarchi
di casa d'Austria lontano da' pericoli della guerra; il di lui popolo
non ne conosceva il peso che per l'accrescimento delle sue spese; e la
vanità d'Enrico VIII veniva lusingata dall'importanza militare che si
era acquistata. Figuravasi, secondo il comune errore de' re, che,
sebbene non si mostrasse mai alle armate, poteva non pertanto
raccogliere gloria dalle battaglie vinte in suo nome, sebbene non vi
avesse dato veruna prova nè di talento, nè di valore.
Fino alla battaglia di Pavia, Francesco I era stato egualmente sordo
alle lagnanze de' popoli, ed insensibile alle loro calamità. Gloriavasi
d'avere liberati i re di Francia dalla tutela de' paggi (_hors de
pages_), ossia di essersi condotto a seconda delle sue fantasie senza
ascoltare le rimostranze, o senza consultare gl'interessi de' suoi
sudditi. Egli non era insensibile, e la vista de' patimenti da lui
cagionati avrebbero potuto commoverlo, se l'estrema sua leggerezza e la
sua estrema inclinazione per i piaceri non avessero sempre distratta la
sua attenzione da' suoi doveri. Mentre le sue armate si disperdevano per
non essere pagate; che le sue città mal provvedute e peggio difese
venivano prese d'assalto; che le requisizioni de' suoi generali facevano
che in Italia si avesse in orrore il nome della Francia; egli
prodigalizzava alle sue amanti il danaro dello stato, dissipava in feste
inutili i tesori che sarebbero bastati per difendere l'indipendenza e la
gloria nazionale. Finalmente la cattività aveva tutt'ad un tratto
manifestato a Francesco I, e l'esistenza della sventura, e i pericoli
del suo regno, ed il bisogno che i suoi popoli avevano della pace. Dopo
quest'epoca aveva perduta l'antica sua confidenza nella propria fortuna,
il suo allegro carattere aveva sentito gli effetti della calamità; ed
egli, obbligato a continuare la guerra, lo aveva fatto senza ardore, e
sempre desiderando, sempre cercando una pace che gli restituisse i suoi
figliuoli, e facesse cessare quello stato d'inquietudine e di timore in
cui si trovava.
Ma una dura esperienza può cambiare un carattere debole ed incostante,
senza per altro riformarlo. Francesco I nella sua prosperità
intraprendeva la guerra con leggerezza, ed in appresso la trascurava per
instabilità di carattere: dopo avere provata la disgrazia, ascoltò i
consiglj di una timidità fin allora a lui sconosciuta; prima di tutto
più non volle esporsi; e desiderando la pace, non seppe vedere che uno
de' mezzi di ottenerla era quello di spingere vigorosamente la guerra
nel momento favorevole. Egli mai non seppe risolversi a dare
agl'Italiani quegli ajuti che gli avrebbero fatto infallibilmente
trionfare; lasciò che fossero oppressi, prima di muoversi di buona fede,
e le loro perdite, cagionate dalle sue lentezze, gli costarono assai più
sangue e danaro che non abbisognavano due anni prima per ottenere le più
luminose vittorie. Le afflizioni, abbattendo il suo coraggio, non
distrussero il suo gusto per i piaceri, l'abitudine del dissipamento era
inveterato in lui; la distrazione sembravagli tanto più necessaria,
quanto maggiori erano le sue inquietudini; ed una continuata
applicazione era per lui diventato un insopportabile peso. I suoi amori,
la sua galanteria non lo occupavano meno che avanti la prigionia, e la
loro influenza non gli fu dopo quest'epoca meno funesta[324].
[324] Quanto è qui accennato dal nostro autore trovasi diffusamente
raccontato, sebbene per diverse cagioni, da Benvenuto Cellini nelle
Memorie della sua vita, e forse niuno meglio di lui ci fa conoscere
col racconto de' fatti il carattere di Francesco I. _N. d. T._
Giammai le calamità della guerra non avrebbero dovuto far desiderare più
vivamente la pace ai sovrani, che dopo la presa di Roma. Gli è il vero
che l'imperatore aveva fatta un'insperata conquista, ma l'aveva ottenuta
con un'armata che da molto tempo egli non era più in istato di pagare, e
che in certo modo non era più dipendente da' suoi ordini. I suoi soldati
ben potevano ruinare affatto i suoi nemici; ma essi più non conoscevano
i di lui ordini, nè ubbidivano ai di lui generali, nè gli davano veruna
guarenzia per l'avvenire. Così Carlo V dopo il sacco di Roma si trovava
tanto lontano dal compimento de' suoi progetti, quanto lo era prima
della guerra. Dal canto loro gli alleati avevano sperimentato quanto
poco dovessero fidarsi gli uni degli altri; avevano veduto che ognuno di
loro cercava di rigettare sui suoi alleati il peso della guerra, e di
sottrarsi all'adempimento delle più positive obbligazioni; avevano
veduto che il loro generale, il duca d'Urbino, giugneva sempre a tempo
per essere testimonio delle calamità delle loro province, giammai per
prevenirle; e ben potevano essere persuasi che il generale esaurimento,
che la vicendevole diffidenza, e che lo scoraggiamento delle truppe,
andrebbero ogni anno crescendo senza ch'essi potessero apporvi rimedio.
La notizia della presa e del sacco di Roma comprese d'orrore e di
spavento tutta l'Europa. Lo stesso Carlo V non volle agli occhi de' suoi
sudditi rendersi risponsabile delle atrocità commesse in suo nome. Fece
sospendere le feste che erano state ordinate in Ispagna per la nascita
di suo figlio Filippo; ordinò preghiere per la libertà del papa, come se
non fosse in sua mano l'accordarla; e scrisse il 2 di agosto al re
d'Inghilterra ed a tutti gli altri sovrani, per giustificarsi di una
violenza, che protestava essere stata commessa contro il suo
volere[325].
[325] _Lett. de' Princ., t. II, f. 76. — Alfonso d'Ulloa Vita di
Carlo V, l. II, f. 111. — P. Paruta, l. VI, p. 399._
Ma d'altra parte i re di Francia e d'Inghilterra, partecipando ai
sentimenti de' loro sudditi e di tutta l'Europa, sembravano disposti a
vendicare il papa ed a rendergli colla forza delle armi una libertà
ch'egli non aveva perduta che per essere stato da loro abbandonato. Il
cardinale Wolsey partì da Londra il 3 di luglio per venire ad abboccarsi
in Amiens con Francesco I. Cammino facendo, ricevette le proposizioni
che Carlo V avea fatte per la pace generale dopo la notizia degli affari
d'Italia, e sebbene le sue proposizioni si avvicinassero alle domande di
Francesco I, i due re non vollero accettarle. Il 18 di agosto
sottoscrissero un trattato d'alleanza, il di cui scopo era di far
rimettere in libertà il papa ed i due figli del re di Francia, fissando
il prezzo del riscatto degli ultimi due a due milioni di scudi d'oro,
lasciando la Borgogna a Francesco I, ed il ducato di Milano alla casa
Sforza. Domandò Enrico VIII che il comando dell'armata francese che
scenderebbe in Italia si confidasse al signore di Lautrec, e promise di
pagare trentadue mila ducati al mese per le spese della guerra[326].
[326] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 458. — Ben. Varchi, t. II, l.
V, p. 8. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 301. — Fr. Belcarii, l. XIX, p.
598. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 165. — Rymer Acta pub., t. XIV, p.
198. — Hist. de la diplom. franç., t. I, p. 330. — Gal. Capella, l.
VII, f. 74._
Nello stesso tempo il cardinale Cibo invitava i cardinali suoi
confratelli, che non si trovavano in potere degli Spagnuoli, a riunirsi
a Bologna o a Parma, sebbene il re di Francia preferisse Avignone, per
occuparsi della liberazione del capo della Chiesa, e per impedire che
gli atti che gli si potessero strappare colla violenza in tempo della
sua prigionia, non riuscissero pregiudicievoli alla Cristianità. Dopo
qualche dubitazione il collegio de' cardinali si adunò a Parma, e di là
cominciò a trattare in nome della Chiesa romana cogli alleati[327].
[327] Lettera del card. Cibo al card. Salviati del 27 luglio 1527, e
risposta di questi. _Lett. de' Princ., t. II, f. 78 e seg._
La peste erasi aggiunta a tutti gli altri flagelli che avevano fin
allora desolata l'Italia. L'universale miseria, il cattivo alimento de'
poveri, i martirj dell'animo che si accoppiavano ai patimenti del corpo
avevano preparato il popolo a contrarre la contagione. Dessa era
scoppiata nella parte settentrionale dell'Italia, e si era in appresso
sparsa di città in città per mezzo delle licenziose armate che
trascuravano ogni pulizia, e ricusavano di assoggettarsi ad ogni
regolamento sanitario.
I mali trattamenti che i Romani aveano sofferti dall'armata imperiale
non gli avevano che troppo disposti a ricevere la comunicazione di
questo flagello. Infatti non si fu appena la peste manifestata in Roma,
che vi prese un carattere ancora più spaventoso che in tutte le altre
parti d'Italia. Il marchese del Guasto e don Ugo di Moncade avevano
condotte in questa città le truppe che stavano nel regno di Napoli; ma
bentosto l'indisciplina de' loro soldati gli aveva costretti a fuggire
per porre in salvo la propria vita. Così pure il principe d'Orange aveva
abbandonata l'armata per recarsi a Siena, sotto pretesto di calmare i
movimenti sediziosi di quella città. Finalmente il vicerè di Napoli,
Carlo di Lannoy, che si era pure allontanato, morì in Aversa in sul
declinare di settembre, mentre tornava a Napoli[328].
[328] _Mar. Guazzo Ist. de' suoi tempi, f. 53. — Lett. de' Princ.,
t. II, f. 79. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 454. — Georg. von
Frundsberg, B. VII, f. 127._
I soldati, rimasti senza capi, si fecero più formidabili ai loro ospiti.
Roma non era già stata esposta al sacco per pochi giorni, ma per più
mesi; e le stesse estorsioni, i medesimi orrori che avevano accompagnato
il primo ingresso degl'imperiali, si andavano rinnovando ogni giorno. Il
timore della peste persuase all'ultimo le truppe spagnuole ed italiane a
spargersi per le campagne romane, mentre che i Tedeschi credevano di
preservarsene vivendo in una continua dissolutezza. Allora gl'imperiali
saccheggiarono Terni e Narni e sforzarono Spoleti a riscattarsi con una
contribuzione, mentre che il duca d'Urbino, il quale colla sua armata
avrebbe dovuto coprire questa provincia, andava sempre rinculando in
faccia a qualunque corpo nemico che si avanzasse[329].
[329] _Ben. Varchi, l. III, p. 137. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p.
458. — Georg. von Frundsberg, B. VII, f. 130._
Il papa, chiuso in castel sant'Angelo con tredici cardinali, sotto la
guardia di Alarcone, aveva di già veduta la peste penetrare in quella
fortezza, e privarlo di alcuni suoi famigliari. Egli riponeva ogni sua
speranza nella generosità di Carlo V, cui erasi raccomandato. Aveva
schivato di essere tradotto a Gaeta, come volevano prima farlo i
luogotenenti dell'imperatore; si sottrasse altresì di essere trasportato
in Ispagna, siccome era segreto desiderio di Carlo V. Ma intanto si
rendeva ancora più terribile la presente sua condizione, di trovarsi
prigioniero in una fortezza in cui si era introdotta la peste[330].
[330] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 457. — P. Giovio Vita del
card. Pompeo Colonna, f. 176._
Con estrema difficoltà riuscì a pagare pel suo riscatto i primi cento
cinquanta mila ducati, parte de' quali gli fu prestata da alcuni
mercanti genovesi a condizione di riaverli sulle decime del regno di
Napoli, sulla vendita dei sali a Benevento, e su tutto ciò che il papa
poteva ipotecare di più liquido: ma i Tedeschi domandavano guarenzie per
le altre somme promesse dal pontefice, e questi stando in prigione, non
le poteva in nessun modo trovare. Aveva dati per ostaggi il suo datario
G. Matteo Ghiberti, i cardinali Trivulzio e Pisani, e due suoi parenti,
Giacomo Salviati, e Lorenzo Ridolfi; uno padre, l'altro fratello de'
cardinali dello stesso nome. Tre volte questi ostaggi furono condotti in
Campo Fiore ad una forca loro apparecchiata dai forsennati Tedeschi; di
già il carnefice gli aspettava; ma i medesimi soldati che minacciavano
queste vittime, loro in appresso accordavano un nuovo respiro, per non
perdere il solo pegno di cui si credessero sicuri. Finalmente un giorno,
dopo una lunga prigionia, questi ostaggi riuscirono in un lauto
banchetto ad ubbriacare tutte le loro sentinelle, e fuggendo di notte a
piedi e travestiti arrivarono fino al campo del duca d'Urbino[331].
[331] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 333 — Ber. Segni, l. I, p.
18, 21. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 603. — Fr. Guicciardini, l.
XVIII, p. 459. — Georg. von Frundsberg, B. VII, f. 136._
La fuga di questi ostaggi rendette i Tedeschi più trattabili. Il
marchese del Guasto tornò a Roma per riordinare l'armata, e dando due
scudi ad ogni soldato, cominciò a richiamarli sotto le loro bandiere: ma
la peste e la diserzione ne avevano talmente scemato il numero in una
sola stagione, che invece di quaranta mila, entrati in Roma col duca di
Borbone, più non se ne trovavano che dieci mila[332]. D'altra parte don
Francesco Angelio, generale dei Francescani, e Verrei de Milhaud,
ciambellano di Carlo V, erano arrivati a Roma con piena autorità
dell'imperatore per negoziare col papa. Avevano commissione di trattarlo
oramai con rispetto; ma di tenersi in guardia contro il suo risentimento
e di non accordargli veruna confidenza[333]. Dopo lunghi contrasti,
all'ultimo sottoscrissero con lui il 31 di ottobre una nuova
convenzione, che allargava alquanto più il tempo per pagare il suo
riscatto. Clemente VII doveva essere posto in libertà dopo un secondo
pagamento d'altri cento dodici mila ducati da farsi alle truppe
imperiali. Nel corso dei tre susseguenti mesi doveva pagarne altri
dugento trent'otto mila; dare in pegno molte fortezze, ed i suoi due
nipoti, Ippolito ed Alessandro, come ostaggi; accordare i prodotti d'una
crociata e d'una decima ecclesiastica in Ispagna all'imperatore, e
finalmente obbligarsi a tenersi neutrale nella guerra che stava per
iscoppiare, sia nel ducato di Milano, sia nel regno di Napoli[334].
[332] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 459. — Ben. Varchi Stor.
Fior., l. IV, p. 235._
[333] _Bern. Segni, l. I, p. 14._
[334] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV, p. 27. — Fr. Guicciardini,
l. XVIII, p. 468. — Bern. Segni, l. I, p. 21. — Ben. Varchi, l. V,
p. 44. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 604._
Ma assai prima che a così dure condizioni ricuperasse la sua libertà
Clemente VII, era cominciata la guerra che i re di Francia e
d'Inghilterra avevano determinato di portare in Italia. Il Lautrec, che
da Francesco I era stato di mal animo nominato generale della sua armata
dietro le istanze d'Enrico VIII, e che con estremo rincrescimento aveva
ancor esso accettato una commissione non accompagnata dal favore del suo
padrone, partì dalla corte il 30 di giugno per recarsi all'armata che si
andava adunando nell'Astigiano. Doveva questa essere composta di
novecento uomini d'armi, di dugento cavaleggieri e di ventisei mila
fanti, sei mila de' quali erano landsknecht sotto il conte di Vaudemont,
sei mila Guasconi sotto il conte Pietro Navarro, quattro mila Francesi e
dieci mila Svizzeri[335]. Ma tutti questi corpi mai non si mettevano a
numero; le rimesse di danaro già procedevano lentamente, ed era facile
lo scorgere che con questa ostentazione di grandi forze, Francesco I
pensava assai più ad affrettare le negoziazioni intavolate colla corte
di Madrid pel riscatto de' suoi figliuoli, che a fare grandi imprese. I
Veneziani dal canto loro avevano lasciato ridurre tanto l'armata di
terra che di mare in così misero stato, che non potevasene sperare verun
servigio. I soli Fiorentini, che ricuperando la loro libertà, avevano
sentito risvegliarsi nel cuor loro tutto l'antico affetto per la casa di
Francia, somministravano di buona fede all'armata della lega i
contingenti cui si erano obbligati[336].
[335] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 465. — Mém. de M. du Bellay,
l. III, p. 65. — Ben. Varchi, l. V, t. II, p. 8. — Bern. Segni, l.
I, p. 20. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 598. — Arn. Ferroni, l. VIII,
p. 166. — Gal. Capella, l. VII, p. 75._
[336] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 466. — Ben. Varchi, l. IV, p.
236._
Mentre aspettava che la sua armata si adunasse interamente, il Lautrec,
avendo avviso che il conte Luigi di Lodrone levava contribuzioni
nell'Alessandrino con un grosso corpo di landsknecht, lo sforzò nel mese
d'agosto a gettarsi nel castello di Bosco, ove lo assediò, e dopo dieci
giorni di vivissimi attacchi lo costrinse ad arrendersi a
discrezione[337]. In pari tempo Andrea Doria, allora ammiraglio della
flotta francese, uscì dal porto di Marsiglia con diciassette galere e
ricominciò il blocco di Genova, che, sebbene più volte interrotto, aveva
omai ridotta quella città in estrema miseria. Egli aveva costrette nove
galere imperiali, che portavano a Genova un grosso approviggionamento di
frumento, a rifugiarsi nella rada di Porto Fino, ove le tenne alcun
tempo chiuse, finchè una burrasca, allontanandolo dalla costa, loro
diede opportunità di salvarsi. Pure quest'avvenimento, che pareva dovere
assicurar Genova dagli attacchi del partito francese, produsse un
effetto affatto contrario, perchè incoraggiò il doge Antoniotto Adorno a
tentare la sorte della battaglia. Agostino Spinola, comandante della
guardia, dopo avere ottenuto qualche vantaggio sulle truppe da sbarco di
Andrea Doria a Porto Fino, fu mandato contro Cesare Fregoso, che
staccatosi da Lautrec si era avanzato con un corpo d'armata fino a san
Pier d'Arena. Incoraggiato dai precedenti vantaggi, lo Spinola non
dubitò di venire a battaglia, e fu sconfitto e fatto prigioniero. I
Genovesi, che da molto tempo soffrivano per la causa imperiale, non
vollero esporsi a nuovi blocchi; la fazione fregoso prese in città le
armi, e fu ingrossata da tutti coloro che desideravano il riposo; due
deputati, Ferrari e Lomellini, furono mandati a Cesare Fregoso per
offrirgli di riceverlo in città, e di mettere la repubblica sotto la
protezione della Francia, purchè egli si obbligasse a non fare
proscrizioni, nè vendette. Lo stesso Antoniotto Adorno, che in principio
del tumulto erasi ritirato nel Castelletto, prese parte al trattato, e
promise di evacuare la fortezza; in tal modo si fece la rivoluzione ne'
primi giorni d'agosto senza spargimento di sangue, senza disordine,
senza violenza, mercè la moderazione de' capi dei due partiti ai quali
il senato decretò in comune rendimenti di grazie. L'Adorno si ritirò a
Milano presso Antonio di Leyva, ove morì pochi mesi dopo senza lasciare
figliuoli, e Teodoro Trivulzio, mandato a Genova da Lautrec, vi fu
riconosciuto come governatore e luogotenente generale del re[338].
[337] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 461. — P. Jovii Hist. sui
temp., l. XXV, p. 24. — Gal. Capella, l. VII, f. 76. — Mém. de M. du
Bellay, l. III, p. 66. — Bern. Segni, l. I, p. 20. — P. Paruta, l.
VI, p. 407. — Georg. von Frundsberg, B. VII, f. 138._
[338] _P. Jovii Hist., l. XXV, p. 34; l. XXVI, p. 64. — Gal.
Capella, l. VII, f. 75. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 461. — Mém.
de M. du Bellay, l. III, p. 67. — Ben. Varchi, l. IV, p. 251. — Fr.
Belcarii, l. XIX, p. 600. — Agost. Giustiniani, l. VI, f. 279. — P.
Paruta, l. VI, p. 410._
Intanto Lautrec stringeva d'assedio Alessandria, ove il conte Battista
Lodrone aveva il comando d'una guarnigione tedesca. Il Lodrone sentivasi
debole per la prigionia di suo fratello, e pel distaccamento perduto a
Bosco; ma Alberico da Barbiano, conte di Belgiojoso, gli condusse
cinquecento uomini a traverso alle colline dell'Alessandrino senza che i
Francesi se ne accorgessero, e con questi la città si difese finchè
giunsero al campo di Lautrec artiglierie e munizioni da Venezia.
Gl'imperiali non capitolarono, che quando diverse brecce furono aperte
nelle mura[339].
[339] _Gal. Capella, l. VII, f. 76. — P. Jovii, l. XXV, p. 24._
Il Lautrec volle da prima lasciare in Alessandria una guarnigione
francese, sembrandogli questa città importantissima per la comunicazione
della sua armata colla Liguria e la Francia. Ma Francesco Sforza riclamò
contro questa violazione dei trattati, che segnava i primi passi dei
Francesi in Lombardia, dovendo tutte le città del ducato di Milano a
misura che venivano prese, in conformità dell'alleanza, essere
consegnate al duca. I Veneziani s'interposero pel mantenimento del
trattato, e Lautrec cedette. Pure non era difficile il conoscere la
diffidenza che di già divideva i confederati: temevano gl'Italiani
che il re non volesse appropriarsi il Milanese, o conservarsene
almeno i mezzi per sagrificarlo poscia onde riavere a tale
prezzo i suoi figliuoli. Dal canto suo il Lautrec teneva dalla
sua corte segreti ordini di non ridurre gli affari di Lombardia
ad una pronta decisione, per paura che i Veneziani, più non avendo
che temere dall'imperatore, non prendessero ulteriore interessamento
nel rimanente dell'impresa[340].
[340] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 463. — Gal. Capella, l. VI, f.
76-78. — P. Jovii Hist., l. XXV, p. 27. — Mém. de M. du Bellay, l.
III, p. 70. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 382. — Ben. Varchi,
l. V, f. 9. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 601. — P. Paruta, l. VI, p.
407._
Dopo la sommissione d'Alessandria l'armata di Lautrec, essendosi unita
con quella de' Veneziani in Lombardia, si avanzò fino ad otto miglia da
Milano. Antonio di Leyva, che vi comandava, non dubitando d'essere
bentosto attaccato, e non avendo per difendersi bastanti forze, richiamò
all'istante quattrocento fanti della guarnigione di Pavia; e questo
appunto voleva il Lautrec, che ripiegò bruscamente sopra Pavia il 28 di
settembre, e non diede tempo di rientrarvi al rinforzo che n'era uscito.
Luigi da Barbiano, conte di Belgiojoso, che aveva il comando di
quest'ultima città, sebbene non avesse che ottocento uomini, volle pure
difendersi. Il quarto giorno dopo l'attacco furono aperte nelle mura
alcune brecce, onde il Belgiojoso si lasciò muovere dalle preghiere
degli abitanti, ed offrì di capitolare; ma non era più tempo: la città
fu presa d'assalto ed abbandonata al furore delle truppe francesi. Il
nome di Pavia loro ricordava la prigionia del re e la distruzione della
loro armata: ufficiali e soldati, tutti erano animati dallo stesso
spirito di vendetta; e gli sventurati abitanti, che non avevano presa la
più piccola parte nelle vittorie degl'imperiali furono trattati con un
rigore che pareggiava la crudeltà dei Castigliani. Soltanto dopo otto
giorni d'eccessi d'ogni genere il Lautrec richiamò le sue truppe alla
disciplina e fece cessare il saccheggio[341].
[341] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 462. — Mém. de M. du Bellay,
l. III, p. 71. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 352. — Gal. Capella, l.
VII, p. 77. — P. Jovii, l. XXV, p. 24. — Ben. Varchi, l. V, p. 9. —
Marco Guazzo, f. 53. — Bern. Segni, l. I, p. 20. — Fr. Belcarii, l.
XIX, f. 601._
Dopo presa Pavia i Veneziani ed il duca di Milano sollecitavano il
Lautrec a terminare la conquista della Lombardia; gli rappresentavano
che Antonio di Leyva era infermo, che le sue truppe erano scemate assai
e scoraggiate dalle recenti vittorie de' Francesi; ma che, se gli si
dava tempo, il Leyva riceverebbe i rinforzi che per lui si levavano in
Germania, ed allora opporrebbe un'insuperabile resistenza. Conveniva il
Lautrec che questo piano di campagna sarebbe il più conveniente; ma egli
vi oppose gli espressi ordini dei re di Francia e d'Inghilterra, i quali
non avevano formato la sua armata che per liberare il papa, e proseguì
il suo cammino verso il mezzodì dell'Italia[342].
[342] _P. Paruta, l. VI, p. 409. — Gal. Capella, l. VII, f. 78._
Il Lautrec incontrò a Piacenza gli ambasciatori di Alfonso d'Este, duca
di Ferrara, e di Federico, marchese di Mantova, che, come vuole il
destino dei piccoli principi, venivano ad ingrossare il partito più
forte. Alfonso d'Este, malgrado gli ajuti dati di fresco al duca di
Borbone, fu da Francesco I trattato con parzialità. Renata di Francia,
figlia di Lodovico XII e cognata del re, fu promessa in matrimonio a suo
figliuolo Ercole, portandogli in dote i ducati di Chartres e di
Montargis. Il sacro collegio, adunato a Parma sotto la presidenza del
cardinale Cibo, rinnovò a nome del pontefice prigioniero l'investitura
di Ferrara a favore della casa d'Este, e rinunciò ad ogni sua pretesa
sul Modenese. Nello stesso tempo fu promesso il cappello di cardinale ad
Ippolito, secondo figlio d'Alfonso, e questi si obbligò invece a
somministrare all'armata della lega cent'uomini d'armi e sei mila scudi
al mese[343].
[343] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 465. — Mém. de M. du Bellay,
l. III, p. 73. — Ben. Varchi, l. V, p. 36. — Bern. Segni, l. I. p.
17. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 602. — Gal. Capella, l. VII, p. 78. —
P. Paruta, l. VI, p. 416._
Dal canto suo la repubblica di Firenze fu chiamata a rinnovare la sua
alleanza colla Francia e coi Veneziani. Il gonfaloniere Niccolò Capponi
vedeva con rincrescimento i suoi concittadini prendere parte in questa
guerra. Egli avrebbe giudicato più prudente consiglio il tenersi amici i
due sovrani che minacciavano l'Italia; e Luigi Alamanni, che aveva di
già gran nome come poeta, e che dopo la congiura contro il cardinale
Giulio dei Medici era sempre vissuto in Francia, pareva avere conosciuto
a quella corte quanto la repubblica dovesse poco contare sulla di lei
amicizia; e perciò vivamente esortava i suoi concittadini a collegarsi
con Carlo V, piuttosto che con Francesco I. Ma Firenze trovavasi in
allora divisa in due partiti, dei grandi e del popolo; di già spargevasi
il sospetto che i primi pensassero a richiamare i Medici, e si suppose
che il Capponi e l'Alamanni non si opponessero al rinnovamento
dell'alleanza che per segretamente favorirli. Tutto il partito popolare
dichiarossi vivamente per la Francia; fu rinnovata l'alleanza, e le
bande nere che la repubblica aveva da poco tempo prese al suo servizio,
e ch'erano state portate a cinque mila uomini sotto gli ordini d'Orazio
Baglioni, furono promesse al signore di Lautrec[344]. Dopo queste
negoziazioni il rinnovamento della lega si pubblicò a Mantova il 7
dicembre: doveva questa comprendere papa Clemente VII, i re di Francia e
d'Inghilterra, le repubbliche di Venezia e di Firenze, i duchi di Milano
e di Ferrara, ed il marchese di Mantova[345].
[344] _Ben. Varchi, l. IV, p. 212; l. V, t. II, p. 12-23. — Jac.
Nardi, l. VIII, p. 341. — Bern. Segni, l. I, p. 15._
[345] _P. Jovii, l. XXV, p. 34. — Dumont Corps Diplomatique, t. IV.
— P. Paruta, Ist. Ven., l. VI, p. 417. — Rymer Acta pub., t. XIV, p.
233._
Il papa veniva sempre nominato alla testa della santa lega destinata
essenzialmente a fargli ricuperare la libertà. Pure nell'epoca press'a
poco in cui si pubblicava questa lega in Mantova, egli ancora usciva
dalla sua lunga prigionia di Castel sant'Angelo. Per ragunare il danaro
promesso alle truppe imperiali egli era stato obbligato di porre in
vendita sette cappelli di cardinale, ed altre principali dignità della
Chiesa romana; aveva fatte aprire agl'imperiali le fortezze ch'erano
tuttavia in suo potere; aveva dati nuovi ostaggi per guarentire il resto
del suo debito; ed il giorno 10 di dic. era finalmente stato fissato per
aprirgli le porte della sua prigione. Alarcone per sei interi mesi che
l'ebbe in sua custodia aveva adempiuto al suo ufficio colla più rigorosa
puntualità; ma l'ultimo giorno, o sia che realmente trascurasse la
consueta vigilanza, o che avesse segrete istruzioni di permettere che il
papa si sottraesse alle nuove domande che gli potessero essere fatte
dall'armata, egli lo lasciò fuggire. Il papa presentossi il 9 di
dicembre alla porta di castel sant'Angelo, come un espresso mandato dal
suo proprio maestro di palazzo per apparecchiargli viveri ed alloggio;
non fu riconosciuto, o le guardie finsero di non riconoscerlo, ed egli
passò liberamente coperto il capo con un cappello grandissimo, ed
avviluppato il corpo in un grossolano mantello; uscì quindi a piedi da
Roma per la porta di un orto, poi trovato fuori delle mura un cavallo
spagnuolo che lo stava aspettando, andò tutto solo ad Orvieto dove
allora trovavansi accampati gli alleati[346].
[346] _Jac. Nardi, l. VIII, p. 334. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p.
468. — Bern. Segni, l. I, p. 21. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 604. —
Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 75. — Ben. Varchi, l. V, p. 44. —
P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV, p. 29. — Georg. von Frundsberg, B.
VIII, f. 153._
Clemente VII, abbattuto da tanti patimenti e da così lunga prigionia,
disperando di miglior fortuna, e rinunciando a' suoi vasti progetti, cui
aveva fatti fin allora tanti sagrificj, parve, quando giunse presso gli
antichi suoi confederati ad Orvieto, non avere oramai altro desiderio
che quello di soddisfare al trattato conchiuso cogl'imperiali, e di
tornare la pace all'Italia. Supplicò gli alleati a ritirare la loro
armata dagli stati della Chiesa, poichè i generali di Carlo V gli
avevano promesso di ritirare nello stesso tempo anche la loro armata da
Roma; e questa sventurata capitale, esposta sette mesi continui alle
ruberie d'una barbara armata, non poteva più a lungo sostenere così
crudele calamità. Ma quando in principio del 1528 gli ambasciatori di
Francia e d'Inghilterra si presentarono al papa e gli fecero calde
istanze perchè si unisse alla loro lega, egli fu visto ritornare
all'irrisoluzione, alle simulazioni e alla mala fede che avevano per lui
avuto così fatali conseguenze, e lusingare nuovamente tutti i
partiti[347].
[347] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 470. — Ben. Varchi, l. VI, p.
98. — Lett. de Princ., t. II, f. 82 e seg. — P. Paruta, l. VI, p.
418._
Sebbene le ostilità si fossero ricominciate da alcuni mesi, solamente il
21 gennajo del 1528 gli ambasciatori di Venezia e d'Inghilterra si
presentarono a Carlo V a Burgos per riepilogare in una pubblica udienza
le lagnanze de' loro padroni, per intimargli di porre in libertà il papa
ed i reali figli di Francia, e per domandare in caso di rifiuto il loro
congedo, poichè delle tante proposizioni di pace che si erano discusse
nel precedente anno niuna aveva potuto ottenere il vicendevole
aggradimento. Agli ambasciatori tennero dietro immediatamente due araldi
d'armi, che a nome dei re di Francia e d'Inghilterra dichiararono
formalmente la guerra. Questo clamoroso apparato dato alla rottura delle
negoziazioni irritò l'imperatore, il quale, sotto colore di provvedere
alla sicurezza de' proprj ambasciatori, fece ritenere in distanza di
trenta miglia gl'inviati di Francia, di Venezia e di Firenze, e non
permise all'inviato del duca di Milano d'abbandonare la sua corte[348].
[348] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 471. — Ben. Varchi Stor.
Fior., l. V, p. 59. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 43. — Alfonso
de Ulloa, l. II, p. 113._
Francesco I fece, per rappresaglia, arrestare l'ambasciatore
dell'imperatore, ed ottenne con tale mezzo che fossero posti in libertà
i suoi inviati, i quali, essendo tornati in Francia, gli dissero che
l'imperatore l'aveva pubblicamente chiamato mancatore di parola:
Francesco rispose il 28 di marzo a Carlo V con un cartello di sfida a
singolare duello per provargli che aveva mentito accusandolo: Carlo V
rispose il 24 di giugno accettando la disfida, ed offrì per campo di
battaglia lo stesso luogo sulla sponda dell'Andaya, ove Francesco I era
stato cambiato coi suoi figliuoli. Queste disfide appagarono l'animosità
dei due principi, senza che veruno di loro pensasse poi di dare effetto
alla disfida[349].
[349] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 44-63. — Ben. Varchi, l. V,
p. 69-75. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 474. — Fr. Belcarii, l.
XIX, p. 606._
Frattanto Lautrec, quando vide perduta ogni speranza di pace, mosse la
sua armata per tentare la conquista del regno di Napoli. Era partito il
9 di gennajo da Bologna, tenendo la strada della Romagna e della Marca
per entrare negli Abruzzi; ed infatti passò il Tronto il 10 di
febbrajo[350]. Francesco I gli aveva assegnati cento trenta mila scudi
al mese pel mantenimento dell'armata; e di già aveva lasciato accumulare
un arretrato di dugento mila scudi, quando, dimenticando che aveva fatto
perdere il Milanese allo stesso Lautrec per non avergli somministrate le
somme necessarie al mantenimento dell'armata, ridusse tutt'ad un tratto
a sessanta mila scudi la promessa sovvenzione, facendolo in pari tempo
avvisare che non potrebbe continuarla più di tre mesi[351].
[350] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 473. — Mém. de M. du Bellay,
l. III, p. 76. — Pauli Jovii Hist., l. XXV, p. 35. — Bern. Segni, l.
I, p. 25. — P. Paruta, l. VI, p. 420. — Mar. Guazzo, f. 55._
[351] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 478. — P. Paruta, l. VI, p.
433._
Questa notizia fu un colpo di fulmine pel Lautrec, che fin allora aveva
fatto più che non erasi sperato. Tutte le città degli Abruzzi gli
avevano aperte le porte, e la maggior parte, ricevendolo come loro
liberatore, gli avevano mandate le loro chiavi in distanza anche di
venticinque e di trenta miglia. I Veneziani gli avevano somministrato,
sotto gli ordini di Pietro Pesaro e di Camillo Orsini, un'armata, la di
cui cavalleria leggiere, levata nelle montagne dell'Epiro, era la
migliore di quante altre allora servivano in Europa[352]. I Fiorentini,
cui Lautrec aveva soltanto domandato danaro, preferirono di
somministrare il loro contingente in uomini. Sentivano essi la necessità
di tornare ad essere militari per difendere la loro indipendenza;
avevano prese al loro servigio le bande nere formate quasi interamente
di Toscani, e ne avevano affidato il comando ad Orazio, figliuolo di
Gian Paolo Baglioni di Perugia; e questa truppa di quattro mila uomini
era annoverata tra le più valorose e più temute dell'armata
francese[353].
[352] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV, p. 36. — P. Paruta, l. VI,
p. 420._ — Diverse lettere d'Andrea Civran, provveditore degli
Stradioti. _Lett. de' Princ., t. II, f. 94 e seg._
[353] _Bern. Segni, l. I, p. 22._
Se Francesco I avesse saputo approfittare dello zelo dei popoli, se con
un solo sforzo avesse bastantemente provveduta la sua armata d'uomini e
di danaro, avrebbe potuto nel corso d'una breve campagna scacciare
gl'imperiali dall'Italia; ma l'armata di Lautrec, che stando ai ruoli
mostravasi numerosissima, non fu mai portata a numero, nè vicina ad
esserlo. Il Lautrec aveva consumato molto tempo nella Marca d'Ancona,
aspettandovi ora gli Svizzeri, ora i Tedeschi, ora i Guasconi. Prima che
uno dei corpi ch'egli doveva comandare avesse raggiunte le sue bandiere,
un altro aveva di già terminato il tempo del suo servigio; perciò la sua
marcia nulla aveva di quell'impeto che era stato il carattere distintivo
de' Francesi nelle prime loro campagne in Italia; egli avanzavasi
lentamente lasciando tempo ai suoi alleati di scoraggiarsi; e in breve
il bisogno di danaro lo costrinse ad alienarsi colle sue estorsioni que'
popoli che prima l'avevano ricevuto a braccia aperte[354].
[354] Lettere di Gio. Battista Sanga, segretario di Clemente VII, a
Pietro Paolo Crescenzio, suo nunzio all'armata della lega. _T. II,
f. 86 e seg. Lett. de' Princ._
Sebbene il Lautrec fosse di già entrato nel regno di Napoli, il principe
d'Orange potè a stento trarre fuori di Roma l'armata imperiale per
andare a combatterlo. Questa sfrenata soldatesca non voleva rinunciare
alle spoglie ed alle delizie che trovava ancora nella capitale della
Cristianità. Nel corso di otto mesi veruna protezione era stata
accordata nè alle persone, nè alle proprietà, e siccome andavano di pari
passo crescendo l'insolenza de' militari e la miseria degli abitanti, i
mali della vigilia erano sempre superati da quelli del susseguente
giorno. Bisognava dare danaro all'armata per persuaderla ad ubbidire di
nuovo: il principe d'Orange ne domandò al papa, che colla sua corte
trattenevasi tuttavia in Orvieto; e questi, malgrado la miseria cui era
ridotto, malgrado i voti che faceva per la causa della lega, malgrado il
timore di offendere i Francesi, diede ancora quaranta mila ducati al
principe d'Orange perchè facesse uscire da Roma la sua armata, la quale
infatti entrò in campagna il 17 di febbrajo. Ma sebbene i disertori
fossero stati rimpiazzati dai malviventi che da ogni banda dell'Italia
affrettavansi di venire a prendere parte nello spoglio della capitale
della Cristianità, quest'armata, che otto mesi prima contava per lo meno
quaranta mila uomini, si trovò ridotta a mille cinquecento cavalli,
quattro mila Spagnuoli, due in tre mila Italiani, e cinque mila
Tedeschi; essendo gli altri rimasti tutti vittima della peste[355].
[355] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 479 — Ben. Varchi, l. V, p,
52. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV. p. 37. — P. Paruta, l. VI,
p. 421._ — Lettera di Gio. Battista Sanga a Pietro Paolo Crescenzio,
nunzio presso di Lautrec; da Roma, 24 febbrajo. _Lett. de' Princ.,
t. II, f. 92. — Georg. von Frundsberg, B. VIII, f. 157._
Il principe d'Orange ed il duca del Guasto, avendo preso colla loro
armata la strada della Campania, passarono in seguito le montagne presso
Serra di Capriola e scesero nella Puglia, ove si accamparono presso le
mura di Troja. Dal canto suo il Lautrec invece di portarsi con diligenza
sopra Napoli, il di cui possedimento aveva quasi sempre decisa la sorte
delle guerre del regno, si era trattenuto nella Puglia per riscuotere la
gabella del transito de' montoni, la quale nel mese di marzo produce
dagli ottanta ai cento mila scudi, e che in allora formava la principale
entrata della corona. Aveva fatta la rassegna delle sue truppe a
Sanseverino, ed aveva contati circa trenta mila uomini sotto i suoi
ordini; era in appresso andato a Luceria, ove lo aspettava Pietro
Navarro; e finalmente le due armate francese ed imperiale si trovarono
in vista l'una dell'altra. Le rive d'un ruscello, che scorre tra Luceria
e Troja, vennero attaccate e difese con diverse belle scaramucce di
cavalleria, ma con poco spargimento di sangue, perchè i fucilieri non
entrarono in battaglia[356].
[356] _P. Jovii, l. XXV, p. 37. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p.
479. — Mar. Guazzo, f. 54. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 79. —
Ben. Varchi, l. VI, p. 100. — P. Paruta, l. VI, p. 432._
Lautrec offrì più volte la battaglia al principe d'Orange ne' sette
giorni che le due armate si tennero a vista l'una dell'altra; ma
gl'imperiali non vollero accettarla. Per altro Lautrec non osò di
attaccare i loro alloggiamenti, perchè non istimava la sua fanteria
abbastanza ferma per un tale assalto; stava però tuttavia aspettando i
quattro mila uomini delle bande nere al soldo de' Fiorentini, che
conduceva Orazio Baglioni. Quando il principe d'Orange ebbe avviso del
loro avvicinamento, risguardandole ancor esso come le migliori truppe di
fanteria che in allora guerreggiassero in Italia, giudicò conveniente di
ritirarsi sopra Napoli: approfittò d'una densa nebbia per uscire dal suo
campo il 21 di marzo, lasciandovi, per ingannare i Francesi, alcuni
fuochi accesi; e mentre attraversava le gole di Crevalcuore per
rientrare nella Campania, lasciò a Melfi ser Gianni Caraccioli, principe
di quella città, colla sua compagnia d'uomini d'armi, due battaglioni
spagnuoli e quattro battaglioni italiani, onde trattenere i
Francesi[357].
[357] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 480. — P. Jovii Hist., l. XXV,
p. 39. — Marco Guazzo, f. 55. — P. Paruta, l. VI, p. 434. — Mém. de
M. du Bellay, l. III, p. 83. — Georg. von Frundsberg, B. VIII, p.
158._
Il Lautrec, accortosi della fuga de' nemici, ed essendo entrato in
Troja, ove trovò che avevano ancora molte vittovaglie, adunò un
consiglio di guerra per deliberare intorno alle future operazioni.
Rappresentavano Guido Rangoni, Renato di Vaudemont, Valerio Orsini, e
quasi tutti i capitani, che omai niun oggetto poteva trattenere
utilmente l'armata nella Puglia, ave la gabella de' montoni non aveva, a
cagione della guerra, prodotto più della metà di ciò che si sperava; che
per lo contrario tenendo dietro da vicino al principe d'Orange, era
facile di raggiugnere l'armata nemica tuttavia imbarazzata dal bottino
fatto in Roma; che questa attaccata nella sua marcia sarebbe sicuramente
distrutta, tanto più che il principe d'Orange, essendo apertamente
disgustato con Ugo di Moncade, succeduto al Lannoy nella carica di
vicerè di Napoli, non otterrebbe da questi verun soccorso. Ma Pietro
Navarro, che, come il Lautrec, consigliava sempre diversamente dagli
altri, e riponeva in appresso tutto il suo orgoglio nel sostenere
acremente le proprie opinioni, insistette perchè l'armata non si
lasciasse alle spalle veruna fortezza, ed in particolare Melfi, piazza
d'armi di ser Gianni Caraccioli, uno de' più potenti e de' più valorosi
baroni del partito imperiale. Si adottò il suo consiglio; fu attaccato
Melfi dallo stesso Navarro colle bande nere e colla fanteria guascona; e
dopo due sanguinosissimi assalti la città fu presa il 23 di marzo, ed il
castello si arrese poco dopo a discrezione: i soldati furibondi per le
perdite che avevano fatte, non vollero accordare quartiere; e ad
eccezione dello stesso principe di Melfi e di pochi suoi ufficiali,
tutti gli altri prigionieri furono uccisi in numero di oltre tre mila,
parte in città e parte nella rocca[358].
[358] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV, p. 39. — Bern. Segni, l. I,
p. 26. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 381. — Mém. de M. du Bellay,
l. III, p. 84. — Ben. Varchi, l. VI, p. 101. — Fr. Belcarii, l. XIX,
p. 610. — Mar. Guazzo, f. 55._
Il ritardo cagionato dall'assedio di Melfi ebbe le più funeste
conseguenze per l'armata francese. Il principe d'Orange ebbe tempo di
eseguire la sua ritirata sopra Napoli senza perdere un sol uomo; ebbe
agio di calmare una sollevazione de' suoi soldati spagnuoli che gli
domandavano i loro soldi arretrati, e di provvedere alla difesa di
Napoli. Distribuì nella stessa città la sua armata, malgrado le istanze
del marchese del Guasto, che voleva risparmiare ai suoi concittadini
così formidabili ospiti, e farli accampare in una forte posizione fuori
delle mura. Intanto il Lautrec occupava Barletta, Venosa, Ascoli e tutte
le città della Puglia, tranne Manfredonia; e Gio. Moro, che aveva il
comando della flotta veneziana a cagione dell'assenza dell'ammiraglio
Pietro Lando, scorrendo colle sue galere le coste della terra di Bari e
della terra d'Otranto, aveva di già ricevuta la capitolazione di
Monopoli e di Trani, ed assediava il castello di Brindisi, dopo avere
presa la città. Tre altre città ancora erano state promesse ai Veneziani
in forza delle condizioni della lega; cioè Otranto, Pulignano e Molo, ed
in tutte tre i popoli manifestavano altamente il loro desiderio di
tornare sotto il dominio veneto. Sgraziatamente il provveditore degli
Stradioti, Andrea Civran, il più valoroso, il più attivo di tutti i
capitani veneziani, venne colpito, nell'assedio di Manfredonia, da una
malattia che lo condusse al sepolcro; subito dopo la flotta veneziana fu
da Lautrec chiamata innanzi a Napoli, per secondare le operazioni della
sua armata[359].
[359] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 484. — P. Paruta, l. VI, p.
435. — P. Jovii, l. XXV, p. 41._ — Lettere del nunzio P. P.
Crescenzio al segretario del papa, Gio. Battista Sanga. _Lett. de'
Princ., t. II, f. 96 e seg._
Il Lautrec verso la metà d'aprile aveva lasciata la Puglia per
accostarsi a Napoli. Aveva ricevute le capitolazioni di Capoa, di Nola,
di Acerra, d'Aversa e di tutte le principali città di terra di Lavoro;
per altro avanzavasi con estrema lentezza, a cagione delle grandi piogge
che avevano allagato il paese, e per la difficoltà di trovar vittovaglie
per una così grande armata; conciossiachè per una imperdonabile
negligenza egli aveva permesso che a' suoi soldati si unisse forse il
doppio numero di servitori e d'operai. Finalmente il 29 d'aprile arrivò
in faccia a Napoli, ed il primo di maggio si accampò sul Poggio
Reale[360].
[360] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 485. — P. Jovii, l. XXV, p.
41. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 86. — Ben. Varchi, l. VI, p.
102. — Bern. Segni, l. I, p. 27 — Georg. von Frundsberg, B. VIII, f.
159._
Napoli era in allora riputata fortissima città, e le montagne lungo le
quali si stendevano le sue fortificazioni si difendevano facilmente;
oltrecchè al presente aveva entro le sue mura piuttosto un'armata che
una guarnigione, la quale era tutta composta di soldati invecchiati
nella guerra, e de' più esperti ufficiali di tutta l'Europa. Credevasi
che la città non fosse sufficientemente approvvigionata; ma la più parte
degli abitanti eransi ritirati ad Ischia, a Capri, e nelle altre vicine
isolette, onde le loro provvigioni erano rimaste ai soldati. Lautrec,
invece d'aprire le sue batterie contro Napoli, e di approfittare con un
ardito attacco del naturale impeto de' Francesi, che a dir vero egli
aveva di già lasciato intiepidire, si propose di affamare la città con
un blocco. Gli fu inutilmente rappresentato, che mai non otterrebbe di
chiudere affatto il mare agli assediati, che non sarebbe meno in
pericolo di mancare di vittovaglie la sua armata che quella de' nemici,
e che cominciando il caldo della state l'aria della campagna di Napoli
riuscirebbe fatale ai suoi soldati. Lautrec si faceva un punto d'onore
di decidere ogni cosa da sè senz'abbadare agli altrui consiglj. Faceva
così grande fondamento sui bisogni degli assediati, che da prima vietò
ai suoi soldati di entrare in veruna scaramuccia; ma fu bentosto forzato
di rivocare quest'ordine, affinchè l'ozio e la noia non facessero
perdere alla sua gente il coraggio e la salute[361].
[361] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 486. — Mém. de M. du Bellay, l.
III, p. 88. — Bern. Segni, l. II, p. 39._
Le due armate ricominciarono dunque ad intrattenersi ogni giorno in
piccole zuffe, che spesso riuscivano sanguinose assai perchè
l'infanteria leggiere armata di carabine vi prendeva parte colla
cavalleria, e gli Spagnuoli da una banda, ed i Toscani delle bande nere
dall'altra, erano assai destri fucilieri. Pure l'armata che difendeva
Napoli, avvezza in Roma all'abuso della vittoria ed all'indisciplina,
opprimeva crudelmente i Napolitani. Questi fuggivano dalla città
qualunque volta potevano farlo, e si rifugiavano in Caprea, in Ischia,
in Procida, o sul promontorio di Sorrento. La maggior parte de'
fuggiaschi, credendo i Francesi sicuri della vittoria, o desiderando
ardentemente di scuotere il crudel giogo degli Spagnuoli, passavano di
là al campo di Lautrec, e si affrettavano di giurare fedeltà al re di
Francia. Vincenzo Caraffa fu il primo a darne l'esempio, e fu bentosto
seguito dal Caraccioli, conte di Murcone, da Ferdinando Pandoni, da
Federico Gaetani e da Francesco d'Aquino. Lo stesso ser Gianni
Caraccioli, fatto prigioniere a Melfi, di cui era principe, non avendo
potuto ottenere d'essere riscattato dal principe d'Orange, dichiarossi
pel partito angioino, e ricevette da Lautrec un comando
nell'armata[362].
[362] _P. Jovii, l. XXV, p. 42. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p.
102. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 490._
Gli assediati cominciavano di già a provare grandi privazioni, perchè
quantunque avessero abbondante approvvigionamento di granaglie, tutti i
loro mulini erano in mano de' nemici, ed erano costretti di macinare
essi medesimi il frumento. Il vino, che avevano prodigalizzato ne' primi
giorni dell'assedio, cominciava pure a mancare: i landsknecht visitavano
tutte le cantine de' privati per trovarne, e spinsero l'insolenza loro
fino a saccheggiare quelle del marchese del Guasto, uno de' loro
generali[363]. Dall'altro canto i Francesi avevano di già moltissimi
ammalati nel loro campo; e fu per loro una grave perdita quella d'Orazio
Baglioni, colonnello delle bande nere, ucciso il 22 di maggio in una
grossa scaramuccia. Gli fu sostituito il conte Ugo de' Pepoli[364].
[363] _P. Jovii, l. XXV, p. 42._
[364] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 490. — P. Jovii, l. XXVI, p. 48.
— Marco Guazzo f. 62. — Bern. Segni, l. II, p. 42. — Fr. Belcarii,
l. X, f. 613. — Lett. de' Princ., t, II, f. 100._
Sperava Lautrec che il porto di Napoli verrebbe interamente chiuso agli
assediati dalle flotte francese e veneziana; ma Andrea Doria, ammiraglio
della flotta francese, già da gran tempo disgustato della condotta che
tenevano a suo riguardo i generali, e di quella della corte di Francia
verso la sua patria, non aveva voluto servire egli medesimo, e si faceva
rimpiazzare da Filippino Doria, suo nipote, nel comando delle otto
galere genovesi mandate all'assedio di Napoli. Dal canto suo Pietro
Lando, ammiraglio dei Veneziani, non sapeva determinarsi ad abbandonare
l'assedio del castello di Brindisi, e le conquiste che andava facendo
sulle coste della Puglia per la sua repubblica; ad ogni modo, siccome ne
aveva ricevuto positivi ordini in sul finire di maggio, gli assedianti
cominciarono ad aspettare, e gli assediati a temere la di lui venuta.
Don Ugo di Moncade lusingossi di poterlo prevenire, sorprendendo nel
golfo di Salerno Filippino Doria, prima che gli si unisse la flotta
veneziana: meditava di attaccarlo a bordo colle sue vecchie bande
spagnuole, e d'impadronirsi delle sue otto galere, malgrado la
superiorità de' marinaj genovesi nel manovrare. Teneva nel porto di
Napoli sei galere, quattro fuste e due brigantini, sulle quali navi
imbarcò mille archibugieri spagnuoli, il fiore dell'armata; andò a bordo
egli stesso con quasi tutti i capitani, ed i più distinti ufficiali che
si trovavano in Napoli, e si fece seguire da molte barche pescarecce,
che pure caricò di soldati. Aveva sperato di trovare le galere del Doria
senza guarnigione; ma questi era stato prevenuto dei progetti del
nemico, ed aveva avuto tempo di far passare sulle sue galere trecento
archibugieri domandati a Lautrec[365].
[365] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 487. — P. Jovii, l. XXV, p. 43.
— Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 90. — Ben. Varchi, l. VI, p. 115.
— Bern. Segni, l. II, p. 40. — Mar. Guazzo, f. 58._ — Non sono tutti
d'accordo intorno all'epoca di quest'avvenimento. Io la rettificai
colle _Lett. de' Princ., t. II, f. 100 ec. — P. Folietae contin.
Ann. Gen., l. XII, p. 733._
Filippino Doria, quando gl'imperiali si mossero per attaccarlo,
incrociava nel golfo di Salerno, lungo la costa d'Amalfi, in faccia al
piccola promontorio di Capo d'Orco. Non ricusò la battaglia; ma prima di
farsi incontro al nemico, staccò tre galere sotto gli ordini di Niccola
Lomellini, per prendere il vento a qualche distanza, e tornare in
seguito, quando sarebbe attaccata la battaglia, ad urtare ne' fianchi ed
in poppa le navi imperiali con tutta la forza del movimento acquistato.
Il marchese del Guasto ed Ugo di Moncade, essendo partiti la mattina del
28 maggio da Posilippo, avevano voluto incoraggiare i loro soldati a
questo genere di battaglia, cui non erano accostumati, col far loro
apparecchiare un pranzo nell'isola di Caprea, e farli esortare nel
medesimo luogo da un eremita spagnuolo a combattere valorosamente per
liberare i molti prigionieri della loro nazione che il Doria teneva
incatenati nelle sue galere. A questo ritardo l'ammiraglio genovese
dovette il vantaggio d'essere prevenuto dell'imminente attacco. Più non
rimanevano che tre ore di giorno, quando gli Spagnuoli scoprirono le
cinque galere che Filippino s'era tenute. I due vascelli ammiraglj
vennero fra di loro a battaglia; ma il Doria si affrettò di far fuoco il
primo onde coprirsi col proprio fumo, ed uccise colla prima scarica
quaranta uomini sul ponte della galera nemica. I Genovesi, accostumati
al servigio di mare, sapevano chinarsi combattendo, e tenersi nascosti
dietro alla pavesata; gli Spagnuoli invece conoscevano d'essere
inferiori finchè non potessero venire all'abbordaggio, che i loro nemici
evitavano. Essi non avevano pavesata, ed erano maltrattati assai dal
fuoco che i loro avversarj facevano dall'alto degli alberi. Ad ogni modo
due navi genovesi, attaccate da tre imperiali, erano in pessimo stato
condotte, e già stavano per arrendersi, quando quelle del Lomellini col
vento in poppa tornarono a piene vele contro la flotta di Moncade.
L'albero maestro del vascello montato dal Moncade, cadde fracassato
nell'urto; Moncade stesso fu ferito in un braccio, e mentre continuava
ad incoraggiare i suoi soldati fu ucciso dai sassi e dai fuochi
d'artificio che si gettavano sulla sua nave dall'alto delle gabbie
nemiche. In sul finire della battaglia la sua nave fu colata a fondo, e
lo stesso accadde della galera montata da Cesare Fieramosca. Filippino
Doria scelse appunto quest'istante per rompere le catene di tutti gli
schiavi barbareschi che teneva sulle sue galere, esortandoli a meritarsi
la libertà col fare aspra vendetta degli Spagnuoli loro crudeli nemici.
Allora venne all'arrembaggio che aveva prima evitato; ed i barbareschi
mezzo ignudi si precipitarono colla sciabola in mano nei vascelli
spagnuoli. Quelli del marchese del Guasto e di Ascanio Colonna avevano
preso fuoco, spezzati erano i loro remi, ed i loro equipaggi o ribellati
o distrutti, quando pensarono di arrendersi. Furono prese anche le
fuste, non essendosi salvate fuggendo che due galere imperlali in
pessimo stato. Per gastigo di questa sconfitta il principe d'Orange fece
appiccare, appena arrivato, uno de' capitani di quelle due galere;
l'altro, atterrito da quest'atto di crudeltà, riprese il largo e si
arrese a Filippino Doria[366].
[366] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV, p. 46-47. — Ben. Varchi, l.
VI, p. 417. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p, 488. — Marco Guazzo, f.
59, 60. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 91. — Fr. Belcarii, l.
XX, p. 611. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 169. — Bern. Segni, l. II,
p. 40. — Agost. Giustiniani, l. VI, p. 280._
La flotta imperiale era distrutta, ucciso il vicerè Moncade, cui i Mori,
circondando il suo cadavere, chiedevano con feroce sorriso se pensava
tuttavia di fare una seconda discesa sulle coste dell'Africa e di
rinnovarvi le spaventose sue crudeltà. Il marchese del Guasto, Ascanio
Colonna, Francesco Hijar, Filippo Cerbellione, Giovanni Caietani, e
Sernone, erano prigionieri, e nel susseguente giorno lo storico Paolo
Giovio, ch'era stato spettatore della battaglia dalle coste d'Ischia,
andò a nome della marchesana del Guasto a portare ai prigionieri danaro
e conforti sulla galera di Filippino Doria. Questi li mandò poi a suo
zio Andrea colle tre galere che aveva prese[367].
[367] _P. Jovii Hist., l. XXV, p. 46. — Lettere de' Princ. da
Viterbo 3 ed 8 giugno._ Raccomandazioni in favore de' prigionieri.
_T. II, f. 101 e seg._
Poco dopo questa vittoria, che sembrava accertare la buona riuscita
delle intraprese di Lautrec, il 10 di giugno sopraggiunse nel golfo di
Napoli con ventidue galere l'ammiraglio veneziano Pietro Lando, il quale
chiuse affatto per alcun tempo il mare agli assediati[368]. Gl'imperiali
per altro avevano ancora una ragguardevolissima cavalleria leggiere,
mentre il Lautrec quasi non ne aveva; ed invece di assoldarne, come
veniva consigliato di fare, acconsentì che gli uomini d'armi, che
facevano il suo servigio, andassero ad acquartierarsi a Capoa, ad Aversa
ed a Nola. Il principe d'Orange, rimasto solo nel comando di Napoli,
seppe approfittare di questa inavvedutezza del Lautrec per
istancheggiare con frequenti sortite gli assedianti, e far entrare più
vittovaglie in città. La fanteria leggiere delle bande nere, che da
prima aveva combattuto con molto zelo in ogni scaramuccia, vedendosi
costantemente sagrificata, per non esservi più i cavalli a coprirla
nelle sue ritirate, si era disgustata di quelle zuffe sempre
svantaggiose. Ma quanto più calde erano le istanze che si facevano a
Lautrec perchè adoperasse il danaro ricevuto dalla Francia
nell'assoldare cavalleria leggiere, tanto più a questo generale pareva
ingiurioso che altri pretendesse dargli consiglj, e perciò si ostinava a
non seguirli[369]. Omai più non accadevano intorno a Napoli scaramucce
di qualche importanza, e tanto gli assediati come gli assedianti erano
travagliati dalla fame e dalle malattie. I primi erano condannati a dure
privazioni; in città si era manifestata la peste, e molti corpi di
fanteria tedesca e di cavaleggieri trattavano segretamente con Lautrec
per passare nel campo francese; nel quale per altro frequentissime pure
erano le malattie, e tanto guasto avevano fatto tra i zappatori, che più
non si potevano terminare le trincee; perciò il Lautrec era ridotto a
tale stato di non avere più operaj per continuarne i lavori, nè soldati
per custodirle quando fossero terminate. Cotali trincee, rompendo il
corso delle acque, erano state cagione che queste si spargessero per le
campagne, se restassero stagnanti in più luoghi con grave pregiudizio
della salubrità dell'aria. Del resto la campagna che circonda Napoli è
sempre micidiale ne' calori estivi, ed oggi un'armata non potrebbe
tenervisi ne' mesi in cui Lautrec vi accampò colla sua, senz'andare
ugualmente soggetta a febbri pestilenziali. Il primo loro sintomo era
un'enfiagione alle gambe che in appresso stendevasi a tutto il corpo, e
l'infermo moriva tormentato da crudelissima sete. Tra le prime vittime
di questo flagello si contarono il nunzio del papa presso l'armata della
lega, Pietro Paolo Crescenzio, e Luigi Pisani, provveditore veneziano,
morti entrambi il giorno 15 di giugno. In appresso non passò giorno che
non fosse funestato dalla morte di qualche capo dell'armata, sebbene
l'epidemia non giugnesse al colmo che il 15 di luglio[370].
[368] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 496. — P. Jovii, l. XXVI, p, 47.
— P. Paruta, l. VI, p. 440._
[369] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 490. — P. Jovii Hist. sui temp.,
l. XXVI, p. 50._
[370] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 497. — P. Jovii Hist. sui temp.,
l. XXVI, p. 51. — Bern. Segni, l. II, p. 42. — Marco Guazzo Stor.
de' suoi tempi, f. 61. — Georg. von Frundsberg, B. VIII, f. 180._
L'imperatore ed il re di Francia, informati che l'assedio di Napoli non
terminerebbe così presto, ed eccitati dai loro generali a mandare
soccorsi, risolsero ambidue di spedire nuove truppe in Italia. Il primo
scelse per tale spedizione Enrico il giovane, duca di Brunswick; l'altro
Francesco di Borbone, conte di San-Paolo. Doveva il Brunswick condurre
rinforzi ad Antonio di Leyva, e poichè avesse ritornata la superiorità
agl'imperiali in Lombardia, avanzarsi verso l'Italia meridionale per
costringere il Lautrec a levare l'assedio di Napoli. Per lo contrario il
San-Paolo, doveva opporsi al passaggio del primo, scacciare da Milano
Antonio di Leyva, e dopo avere ridotti gl'imperiali a sgombrare la
Lombardia, raggiugnere il Lautrec per terminare con lui la conquista del
regno di Napoli[371].
[371] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 492. — Gal. Capella, l. VII, f.
81. — P. Jovii, l. XXVI, p. 73. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p.
104._
Il duca di Brunswick coll'assistenza di Ferdinando, re d'Ungheria,
fratello dell'imperatore, fu il primo a scendere in Italia. Partì da
Trento il 10 di maggio con seicento cavalli e dieci mila fanti; passò
l'Adige e s'avanzò fino in Lombardia, senza che il duca d'Urbino,
generale de' Veneziani, gli si avvicinasse mai tanto da venire a qualche
scaramuccia. Aveva questi dichiarato al senato veneto, che, per quanto
la sua armata potesse superare di numero la nemica, giammai la sua
cavalleria sosterrebbe l'urto della tedesca, nè la sua fanteria quello
dei landsknecht; onde, non deviando dalla consueta sua tattica, aveva
difese le città e le fortezze, lasciando tempo agli oltremontani di
consumare la loro furia[372].
[372] _P. Jovii Hist., l. XXVI, p. 73. — P. Paruta, l. VI, p. 437. —
Lett. de' Princ., t. II, f. 102 e seg._ Lettera del duca d'Urbino al
comandante di Bergamo: da Brescia, 21 giugno. — _G. Frundsberg, B.
VIII, f. 164._
I Tedeschi condotti dal duca di Brunswick avevano abbandonato il loro
paese per la speranza d'un saccheggio somigliante a quello che nel
precedente anno aveva arricchito i loro compatriotti; e quando trovarono
le pianure della Lombardia ruinate da una disastrosa guerra, le terre
desolate dalla fame e dalla peste, e le città contro di loro difese non
meno dai nemici che dagli amici, non tardarono a disgustarsi d'un
faticoso servigio, del quale non erano pagati. Mai non giugneva danaro
all'armata imperiale, nè dalla Spagna nè dalla Germania; onde Antonio di
Leyva, che aveva da principio persuaso il duca di Brunswick ad assediare
Lodi, vedendo che quest'assedio non avanzava, cercava di scoraggiarlo
per non avere in Lombardia compagni nel comando o nei rubamenti. Il
Brunswick vendicossi di questa opposizione con una crudeltà senza pari;
egli non si accontentava di saccheggiare ogni cosa, ma faceva oltre a
ciò passare a filo di spada tutti gli uomini che gli venivano tra le
mani; bruciava tutte le case isolale, volendo che il suo passaggio fosse
contrassegnato da una totale desolazione. Per giustificare tante
atrocità, pretendeva il Brunswick che tutti gl'Italiani fossero ribelli
all'autorità imperiale, e diceva d'essere venuto a distruggere coloro
che i suoi predecessori non avevano saputo castigare. Il duca d'Urbino
usò lo stesso trattamento verso i prigionieri tedeschi; onde il 13 di
luglio i landsknecht si ammutinarono, e poco dopo il duca di Brunswick
tornò per la strada di Como in Germania co' deboli avanzi di un'armata,
i di cui soldati erano per la maggior parte disertati, o passati sotto
le bandiere d'Antonio di Leyva[373].
[373] _P. Jovii, l. XXVI, p. 74. — Ben. Varchi, l. VI, p. 122. —
Bern. Segni. l. II, p. 41. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 493. —
Marco Guazzo, f. 57. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 614. — Gal. Capella,
l. VII, f. 82. — Georg. von Frundsberg, B. VIII, f. 165._ — Il
vecchio generale di fanteria Giorgio Frundsberg, rimasto infermo a
Ferrara, approfittò della spedizione del duca di Brunswick in Italia
per ritornare per la via di Milano in Germania. Ma non era rientrato
che da otto giorni nel suo castello di Mindelheym, quando venne a
morte, oppresso dai debiti contratti in servizio dell'imperatore.
_Kriegsthaten, B. VIII, f. 168._
Questi continuava a conservare Milano ubbidiente col terrore.
Abbandonato dall'imperatore, senza danaro per pagare i soldati, erasi
impossessato di tutte le vittovaglie che si trovavano in città, di tutte
quelle che giugnevano dalla campagna, e, fattone monopolio, le vendeva
tre o quattro volte più dell'ordinario loro prezzo. I poveri, ruinati da
tre anni d'estorsioni, ai quali erano preceduti vent'anni di guerra,
morivano di fame per le strade, non potendo comperare il pane all'alto
prezzo fissato dell'avarizia del generale; i ricchi, prigionieri de'
soldati alloggiati presso di loro, erano esposti ad ogni genere
d'oltraggi, e spesso alla tortura, qualunque volta tardavano a
soddisfare i capriccj de' loro tiranni. Le sentinelle trattenevano alle
porte tutti coloro che cercavano di fuggire di città; e se a taluno
riusciva di scalare le mura, o di uscire dalle porte travestito, gli si
confiscavano i beni, ed annunciavasene la vendita con avvisi stampati in
tutti i capi strada[374].
[374] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 483. — Gal. Capella, l. VII,
f. 81. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVI, p. 81. — Bern. Segni, t.
II, p. 48. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 336._
L'armata che il signore di San-Paolo conduceva in Lombardia per
liberarla dal giogo degli Spagnuoli, doveva essere composta di
cinquecento uomini d'armi, e di cinquecento cavaleggieri sotto il
comando del signore di Boisì, di sei mila avventurieri capitanati dal
signore di Lorges e di tre in quattro mila landsknecht guidati dal
signore di Montejan. Ma colla consueta sua negligenza Francesco I lasciò
dissipare il danaro destinato a quest'impresa; i corpi non furono
ridotti a numero, non giunsero che lentamente ed a lunghi intervalli al
luogo dell'unione, ed il conte di San-Paolo era tuttavia sulle Alpi,
quand'ebbe notizia che il duca di Brunswick era tornato in Germania per
mancanza di danaro[375]. I Francesi eransi lasciati togliere per
sorpresa Pavia, conquista del signore di Lautrec; il conte di San-Paolo
l'attaccò di nuovo col duca d'Urbino, ed in sul finire della campagna la
riebbe d'assalto[376]; ma trovavasi bastantemente occupato da Antonio di
Leyva che gli contrastava l'acquisto delle città di Lombardia, onde non
potesse innoltrarsi verso Napoli, dove il signore di Lautrec lo andava
invano chiamando.
[375] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 104. — P. Paruta, l. VI, p.
448. — Lett. de' Princ., t. II, p. 106 e seg._
[376] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 105. — Ben. Varchi, l. VII,
p. 175. — P. Jovii, l. XXVI, p. 79._
Malgrado i patimenti di quest'ultimo, che andavano a dismisura
crescendo, non potevasi ancora facilmente prevedere quale delle due
armate di Lautrec o il principe d'Orange avrebbe dovuto soggiacere la
prima alla peste ed alla fame ond'erano egualmente travagliate, quando
un'importantissima diserzione, cagionata dalla inconsiderata politica di
Francesco I, trasse con sè la ruina dell'armata francese. Andrea Doria,
che veniva riputato il più grand'uomo di mare del suo secolo, e che,
fino dalla sua gioventù trovandosi al soldo di stranieri potentati,
aveva creato una flotta che non aveva ricevuta dalla sua patria,
lagnavasi da gran tempo della gelosia e degl'intrighi de' ministri del
re di Francia. Era stato associato a Renzo di Ceri in una spedizione da
principio destinata contro la Sicilia, poscia contro la Sardegna, la
quale era andata a male a cagione della loro malintelligenza[377]. In
tempo della spedizione del Borbone in Provenza aveva fatto prigioniero
il principe d'Orange; ma la ricca taglia di questo prigioniero gli era
stata ritenuta dal re; gli erano inoltre ritenuti ragguardevoli
arretrati pel soldo delle sue galere; e Francesco della Rochefoucault,
signore di Barbesieux, era stato in di lui pregiudizio nominato
ammiraglio dei mari del Levante[378].
[377] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 477. — P. Jovii, l. XXVI, p.
68. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 93._
[378] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 497. — Mém. de M. du Bellay, l.
III, p. 95. — Ben. Varchi, l. VI, p. 150. — P. Jovii, l. XXVI, p.
69. — Bern. Segni, l. II, p. 43. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 608-618.
— Lett. de' Princ., t. II, p. 109._
Ma queste personali offese non erano la principale cagione che alienasse
Andrea Doria dal partito della Francia. Sebbene questo grand'uomo non
avesse quasi mai vissuto in patria, era teneramente attaccato alla
libertà, ed alla prosperità della medesima. Il sacco di Genova eseguito
dall'armata imperiale gli aveva inspirata un'altissima avversione contro
gli Spagnuoli; onde dopo tale epoca non volle per alcun tempo a
qualsifosse prezzo rilasciare i prigionieri di quella nazione, e li
faceva remare incatenati sulle sue galere; non cominciò a perdere forza
nell'animo suo tanta avversione, che quando lo sprezzo di Francesco I
pei privilegj de' Genovesi, per la loro capitolazione, ed ancora per la
privata loro prosperità, lo chiamò a vendicare le fresche offese ad ogni
costo, e foss'anche coll'ajuto di coloro medesimi che erano stati autori
delle più antiche. Il re si ostinava a tenere Genova come una provincia
del regno, non già come una repubblica postasi volontariamente sotto la
sua protezione; egli risguardava tutti i privilegj dei popoli, i diritti
dei cittadini, e le restrizioni della sua autorità, come altrettante
offese fatte alla maestà reale; perciò si compiaceva di emettere ordini
che umiliassero lo spirito ribelle de' Genovesi. A tal fine si propose
di trasportare a Savona, per quanto poteva da lui dipendere, tutto il
commercio di Genova. Accrebbe le fortificazioni di questa città, e volle
che dipendesse immediatamente dalla corona; vi traslocò la gabella del
sale: e sebbene avesse formati questi progetti ne' tempi in cui Savona
gli si era conservata fedele, e quando Genova era passata sotto il
dominio dell'imperatore, non volle punto rinunciarvi allorchè ebbe
ricuperata questa capitale. Nell'esecuzione di questi progetti, i
Genovesi vedevano apertamente il totale esterminio della loro città;
implorarono quindi l'ajuto dell'illustre loro concittadino, il quale
promise: «di fare pel suo paese tutto quanto l'onor suo gli
acconsentirebbe di fare»[379].
[379] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 95. — P. Jovii, l. XXVI, p.
70. — Agost. Giustiniani, l. VI, p. 280._
Il servizio del Doria col re di Francia spirava coll'ultimo giorno di
giugno del 1528. Prima di acconsentire a rinnovarlo, mandò un gentiluomo
alla corte di Francesco I per chiedergli giustizia tanto sulle taglie
de' prigionieri e sugli arretrati dovutigli, che intorno ai privilegj
della sua patria; intanto si rimase in Genova ozioso, ordinando a
Filippino, suo nipote, di non usare soverchio rigore nel blocco di
Napoli. Il Lautrec, avvedutosi che il Doria pensava ad abbandonare
l'alleanza della Francia, e fattone più certo dagli avvisi di Clemente
VII, sentì il pregiudizio grandissimo che da ciò ne verrebbe alla sua
armata. Spedì dunque al re Guglielmo di Bellay per supplicarlo a
ritenere il Doria a suo servizio. Il Bellay, passando per Genova, andò a
trovare il Doria che era suo amico; ed udite le sue inchieste, cercò di
appoggiarle presso il re; ma il cancelliere Duprat impedì che il re le
accettasse. Fu spedito a Genova Barbesieux per prendere il comando della
flotta di Andrea, e impadronirsi non solo delle galere del re, ma ancora
di quelle del Doria, e se gli riusciva, ancora della persona di lui.
L'ammiraglio genovese non aspettò che giugnesse chi era destinato a
rimpiazzarlo. Ritirossi colla sua flotta a Lerici, e dichiarò a
Barbesieux, che andò a visitarlo: essergli noti gli ordini del re, ed
essere non pertanto apparecchiato a rilasciargli le di lui galere; ma
determinato però a ritenere le altre come una sua proprietà; e non
solamente non essere per darne conto a chicchessia, ma per valersene
anzi come meglio crederebbe[380].
[380] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 97. — Fr. Guicciardini, l.
XIX, p. 499. — Ben. Varchi, l. VI, p. 153. — P. Jovii Hist. sui
temp., l. XXVI, p. 70. — P. Folietae Hist. Gen., l. XII, p. 734. —
P. Bizarri, l. XX. p. 475._
Intanto il Doria aveva intavolato un trattato coi prigionieri fatti da
suo nipote sotto Napoli, ed in particolare col marchese del Guasto, che
cercava di ridurlo ai servigj dell'imperatore. Per mezzo di quest'ultimo
il Doria, il 20 di luglio, mandò in Ispagna un segretario incaricato di
esporre le condizioni sotto le quali si obbligherebbe a servire
l'imperatore con dodici galere, per l'annuo stipendio di sessanta mila
ducati. Domandava che Genova fosse posta in libertà e dorinnanzi
governarsi come repubblica indipendente; che le fossero di nuovo
assoggettate Savona e le altre città della Liguria; che a lui ed a tutto
il suo equipaggio l'imperatore condonasse le offese fatte alla sua
corona; che per ogni spagnuolo ch'egli rilascerebbe gli si desse un
altro uomo egualmente robusto e capace di remare[381]. Tutte queste
condizioni furono all'istante accettate, e la flotta di Genova, che il 4
di luglio aveva abbandonata la baja di Napoli, passò al servizio
dell'imperatore[382].
[381] Lettera di Gio. Battista Sanga a Gio. della Stuffa, nunzio
presso il Lautrec. Viterbo in agosto 1528. _Lett. de' Princ., t. II,
f. 110._
[382] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 500._
Giova sommamente a coloro che possono disporre di tutti gli onori e di
tutte le ricompense, di far risguardare la costanza nell'ubbidienza
militare come il principale dovere di un soldato, e di dissimulare che
tutti gli obblighi essendo reciproci, la violazione del contratto per
parte di colui che comanda, scioglie dal giuramento quegli che aveva
promesso di ubbidire. La posterità fu giusta verso Andrea Doria; non
vide nella condotta di lui che eroismo, e non lo accusò di mancanza di
fede verso Francesco I. I suoi contemporanei furono talvolta più severi,
e l'eroe genovese, che aveva passata la sua vita in mezzo ai soldati,
non poteva egli stesso liberarsi da tutti i pregiudizj militari. Il
fiorentino Luigi Alamanni, celebre egualmente come patriotto e come
poeta, disse un giorno ad Andrea Doria: «Certo, Andrea, che generosa è
stata l'impresa vostra; ma molto più generosa e più chiara ancora
sarebbe, se non vi fosse non so che ombra d'intorno, che non la lascia
interamente risplendere.» Affermò Luigi allo storico Segni che Andrea a
tali parole mosse un sospiro, e stette cheto, e poi con buon volto
rivoltosi, disse: «Egli è gran fortuna d'un uomo, a chi riesca di
adoperare un bel fatto con mezzi ancorchè non interamente belli. So, che
non pure da te, ma da molti può darmisi carico, che, essendo sempre
stato della parte di Francia e venuto in alto grado co' favori del re
Francesco, io l'abbia ne' suoi maggiori bisogni lasciato, ed accostatomi
ad un suo nemico; ma se il mondo sapesse quanto è grande l'amore che io
ho avuto alla patria mia, mi scuserebbe se, non potendo salvarla e farla
grande altramente, io avessi tenuto un mezzo, che mi avesse in qualche
parte potuto incolpare. Non vo' già raccontare che il re Francesco mi
riteneva i servizj e non mi attendeva la promessa di restituire Savona
alla patria, perchè non possono queste occasioni aver forza di rimutar
uno dall'antica fede: ma ben puote aver forza la certezza che io aveva,
che il re non mai avrebbe voluto liberar Genova dalla sua signoria, nè
che ella mancasse d'un suo governatore, nè della fortezza; le quali cose
avendo io ottenuto felicemente col ritrarmi dalla sua fede, posso
ancora, a chi bene andrà stimando, dimostrare il mio fatto chiaro, senza
alcun'ombra che gl'interrompa la luce»[383].
[383] Bernardo Segni, che riferisce questo colloquio, l'aveva udito
dallo stesso Alamanni. _Ist. Fior., l. II, p. 52._
La flotta veneziana di Pietro Lando era così male equipaggiata, e tanto
sprovveduta di soldati e di buoni marinai, che difficilmente avrebbe
potuto, dopo la partenza di Filippino Doria, chiudere il porto di Napoli
alle piccole navi siciliane: ma d'altronde anche questa s'allontanò il
15 di luglio per andare a provvedersi di vittovaglie in Calabria, e non
tornò che ne' primi giorni d'agosto. Vero è che Barbesieux era giunto il
18 di luglio colla flotta francese; ma non conduceva a Lautrec che
ottocento fanti, ed un branco di giovani gentiluomini che volevano fare
a Napoli le prime loro campagne: anche il danaro che aveva per l'armata
non era che una piccola parte delle somme dal re promesse a Lautrec.
Pure avendo il Barbesieux sbarcati i suoi pochi soldati col danaro
consegnatogli, questi si avanzarono fino a Nola. Ma il principe di
Navarra, che ne aveva il comando, trovandosi colà troppo debole per
andare più avanti, mandò a chiedere un rinforzo a Lautrec. In fatti,
quando ritornava al campo, dopo averlo ricevuto, gl'imperiali fecero una
così gagliarda sortita, che il signore di Candalles, ed Ugone Pepoli,
che avevano condotto il rinforzo, rimasero prigionieri, e furono uccisi
dugento de' nuovi venuti. Vero è che il danaro arrivò al campo
senz'alcuno accidente, ed il Pepoli fu ricevuto in cambio di un altro
prigioniero; ma Candalles morì in conseguenza delle ricevute
ferite[384].
[384] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 501. — Mém. de M. du Bellay, l.
III, p. 100. — P. Jovii, l. XXVI, p. 52. — Bern. Segni, l. II, p.
43. — Mém. de Blaise de Montluc, l. I, p. 71, t. XXII._
Fino a quest'epoca Lautrec aveva sostenuto il coraggio dell'armata
francese colla fermezza del suo carattere: ma fu ancor esso sorpreso
dalla febbre pestilenziale nello stesso tempo in cui Vaudemont era omai
agonizzante. Anche sotto il peso di questa malattia Lautrec oppose
sempre l'irremovibile costanza del suo carattere a tutti i mali che lo
affliggevano. Destinò il danaro mandatogli dalla Francia per far leve in
Italia di fanteria e di cavaleggieri: Renzo di Ceri partì per assoldarne
nell'Abruzzo, mentre i Fiorentini mandavano due mila uomini per
rimpiazzare i soldati perduti dalle bande nere in questa campagna. Ma
questa risoluzione era di già troppo tarda. Il Lautrec, bloccato ancor
esso nel suo campo da quella stessa armata ch'egli aveva tenuta tanto
tempo assediata, perdeva ogni giorno i saccomani, i convoglj, gli
equipaggi. Le vittovaglie che faceva venire cadevano quasi sempre in
mano del nemico; e mentre che i suoi soldati, sfiniti dalle fatiche e
dalla malattia, mancavano ancora di pane, Napoli abbondava d'ogni cosa,
e i soldati tedeschi più non pensavano a disertare[385].
[385] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 106. — Fr. Guicciardini, l.
XIX, p. 502. — Ben. Varchi, l. VI, p. 155._
In sul declinare di luglio la malattia che infestava il campo francese,
vestì un carattere assai più spaventoso. Di venticinque mila uomini che
vi si contavano un mese prima, il 2 agosto quattro mila soltanto erano
in istato di adoperare le armi, e di ottocento uomini d'armi più non
eranvene che cento. Erano ammalati Pietro Navarro, Vaudemont, Camillo
Trivulzio, ed i due maestri di campo; Lautrec, che credevasi guarito,
era ricaduto; tutti gli ambasciatori, ed i personaggi distinti, ad
eccezione del marchese di Saluzzo e del conte Guido Rangoni, erano
ammalati. La fanteria soffriva nello stesso tempo la fame e la sete;
tutte le cisterne erano senz'acqua, ed i soldati non potevano
procurarsene a Poggio reale, che attaccando i nemici, dal che fare
venivano sconsigliati dalla presente loro debolezza. L'estensione del
campo era affatto sproporzionata al numero de' suoi difensori, i quali
erano perciò continuamente spossati da quasi non interrotte fazioni.
Prima di partire alla volta degli Abruzzi Renzo di Ceri aveva fatto
istanza a Lautrec d'accamparsi altrove, o di acquartierare le sue truppe
nelle città della Campania, facendogli osservare che intorno al campo le
acque stagnavano in ogni luogo, e che l'erba foltissima cresceva anche
nelle tende dei soldati; ma il Lautrec, con un'insuperabile ostinazione,
dichiarò di essere apparecchiato a morire in quel luogo piuttosto che
dare un tale trionfo ai nemici[386]; egli credeva egualmente compromesso
il suo onore nel ristringere i suoi alloggiamenti, e quantunque infermo,
si faceva portare da un posto all'altro, per vedere se i suoi ordini
venivano eseguiti, e se si mantenevano i corpi di guardia da lui
stabiliti. Ma lungo tempo non sostenne tanta fatica, e morì la notte del
15 al 16 agosto: e come la sua virtù, la sua costanza, erano stati fin
allora il più solido sostegno dell'armata, così la sua morte distrusse
ogni speranza di salvezza[387].
[386] _P. Jovii, l. XXVI, p. 53. — Bern. Segni, l. II, p. 42._
[387] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 502. — Mém. de M. du Bellay, l.
III, p. 107. — Ben. Varchi, l. VI, p. 156. — P. Jovii, l. XXVI, p.
55. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 618._
Era morto ancora il conte di Vaudemont, onde prese il comando
dell'armata francese il marchese di Saluzzo, il quale non aveva nè
talenti, nè riputazione convenienti a tanto peso. Altronde le difficoltà
crescevano ogni giorno, perciocchè Andrea Doria era giunto a Gaeta con
dodici galere al soldo dell'imperatore, ed aveva costretta la flotta
francese a prendere il largo. Maramaldo, Ferdinando Gonzaga ed altri
capi imperiali, cessando di starsi chiusi in città, attaccavano e
sorprendevano i corpi staccati de' Francesi a Canoa, a Nola, ad Aversa,
tagliando quasi ogni comunicazione tra l'armata e le città ancora
ubbidienti alla Francia; onde ogni speranza de' Francesi era omai
riposta in Renzo di Ceri, che in allora trovavasi all'Aquila, e di cui
il marchese di Saluzzo affrettava la tornata, non più per prendere
Napoli, ma per ritirarsi egli medesimo con sicurezza[388].
[388] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 503 — P. Jovii Hist., l. XXVI,
p. 56. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 108._
La ritirata era omai indispensabile, ed il marchese di Saluzzo
approfittò di una gagliarda pioggia, accompagnata da lampi e tuoni, che
cadde la notte del 29 agosto per eseguirla senza saputa dei nemici. Egli
si pose con Guido Rangoni in capo alla vanguardia, affidò la battaglia a
Pietro Navarro, mentre che Pomperani, Camillo Trivulzio e Negro Pelisse
comandavano la retroguardia; lasciando sulle batterie i cannoni da
breccia, ed abbandonando i più grossi bagaglj, l'armata partì senza che
si battessero i tamburi o si suonassero le trombe: ma non si erano i
Francesi scostati molto dal campo, quando cessò la pioggia, in sul fare
del giorno. La cavalleria imperiale, avvisata della partenza de'
Francesi, si diede tutta in corpo ad inseguirli. La banda nera dei
Toscani la ricevette con una scarica di tutta la moschetteria; ma perchè
camminava per una strada stretta e chiusa, nella quale non poteva
allargarsi, la cavalleria, facendo una nuova carica, riuscì a romperne
le ultime file, ed a disordinare tutta la colonna. La resistenza non
poteva essere lunga, perchè i soldati ammalati appena avevano forza che
bastasse per alzare i loro fucili o le spade, e rovesciati dal primo
urto, domandavano ed ottenevano facilmente la vita. Fu in questa
circostanza preso Pietro Navarro, che sopra un picciol mulo cercava di
fuggire per una rimota strada. Intanto l'avanguardia era giunta sotto
Aversa; ma l'angusta porta che le era stata aperta venendo ogni tratto
ingombrata, si consumarono tre ore prima che tutti i fuggiaschi,
ammucchiati nella fossa, potessero entrare in città[389].
[389] _P. Jovii, l. XXVI, p. 57, 58. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p.
504. — Bern. Segni, l. II, p. 45. — Georg. von Frundsberg, B. VIII,
f. 161._
Le sventure de' Francesi non terminavano giugnendo in Aversa: essi
rispinsero a dir vero l'irregolare attacco della cavalleria, che gli
aveva inseguiti fin sotto le mura di quella città; ma sopraggiunse il
principe d'Orange coll'infanteria e coi cannoni dagli stessi Francesi
lasciati nell'abbandonato campo. In breve venne aperta una breccia,
mentre il marchese di Saluzzo, ferito in un ginocchio da un pezzo di
pietra, era portato alla sua casa fieramente tormentato dalla ferita.
Per colmo di sventura Capoa, la più vicina città per cui doveva passare
l'armata continuando a ritirarsi, aveva aperte le porte a Fabrizio
Maramaldo, dopo che vi erano stati portati la maggior parte degli
ammalati dell'armata. Aveva il comando di Capoa il conte Ugo Pepoli, ma
egli medesimo era pressochè moribondo; gli abitanti consigliarono la
guarnigione a fare una sortita per provvedere la città di buoi e di
pecore, ed approfittarono della lontananza di quasi tutti i soldati
capaci di trattare le armi per ricevere entro le mura Fabrizio Maramaldo
coi suoi Calabresi; questi con estrema crudeltà spogliarono gli ammalati
ne' loro letti, e lo stesso Ugo de' Pepoli, morto in quell'istante, sul
proprio feretro. Gli abitanti d'Aversa, informati di quest'avvenimento
che toglieva ai Francesi ogni speranza di salute, supplicarono il
marchese di Saluzzo a non esporli agli orrori di un assalto; e questi,
di già vinto dal dolore della sua ferita, incaricò il conte Rangoni di
passare al campo nemico per capitolare[390].
[390] _P. Jovii Hist., l. XXVI, p. 59. — Bern. Segni, l. II, p. 44.
— Arn. Ferroni, l. VIII, p. 170._
La capitolazione portava che il marchese di Saluzzo aprirebbe
agl'imperiali la città e la fortezza; che loro lascerebbe l'artiglieria,
le munizioni, le bandiere, le armi, i cavalli e gli equipaggi; ch'egli
medesimo rimarrebbe prigioniero con tutti i capitani dell'armata; ma che
tutti i soldati, tanto quelli chiusi in Aversa, che quelli ch'erano
stati fatti in avanti prigionieri, sarebbero rinviati in Francia dopo di
essersi obbligati a non servire per sei mesi contro l'imperatore. Il
marchese di Saluzzo promise d'interporsi caldamente, perchè tutte le
guarnigioni francesi del regno di Napoli accettassero la stessa
capitolazione. Il solo conte Guido Rangoni fu dal principe d'Orange
lasciato libero in ricompensa dell'avere egli negoziato questo
trattato[391].
[391] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 504. — M. du Bellay, l. III, p.
109. — Ben. Varchi, l. VI, p. 157. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 619._
Per tal modo una delle più belle armate che la Francia avesse fin allora
poste in campagna, perì interamente, o sotto il ferro de' nemici, o
oppressa dalla malattia, o nella cattività. Gli Spagnuoli con una fredda
crudeltà chiusero i prigionieri, quasi tutti infermi, nelle reali
scuderie della Maddalena. Il principe d'Orange diede licenza al senato
di Napoli di somministrar loro i viveri; ma fu questa la sola cura che
egli acconsentì di prenderne. Gli sciagurati, ammucchiati gli uni su gli
altri nel fango e tra i cadaveri, perirono ancora più rapidamente che
non facevano nel campo. Pochissimi rividero la loro patria; e le loro
malattie comunicarono a Napoli una terribile peste, che continuò a
devastare la città molto tempo ancora dopo di loro[392].
[392] _P. Jovii Hist., l. XXVI, p. 61._
Cotesta capitolazione pose fine alle bande nere, quasi interamente
composte di Toscani, che, formate la prima volta da Giovanni de' Medici,
erano riputate la migliore fanteria dell'Europa. Gli è il vero che le
bande nere si erano colle loro crudeltà e ruberie rendute ancora più
formidabili ai paesi in cui facevano la guerra, che ai loro nemici.
Orazio Baglioni, il capo loro dato dalla repubblica fiorentina, era
morto sotto Napoli; Ugo de' Pepoli, che gli era succeduto, era perito in
Capoa, e Giovan Battista Soderini e Marco del Nero, i due commissarj
fiorentini che le accompagnavano, terminarono i loro miseri giorni nelle
prigioni di Napoli. Più non rimaneva verun capo che prendesse cura di
questo corpo di milizia, che aveva il primo fatto riverberare qualche
gloria sui Fiorentini. Molti soldati erano prigionieri, altri morti,
altri ammalati; il rimanente si disperse, e più non si riunì[393].
[393] _B. Varchi, l. VI, p. 159. — Ber. Segni, l. II, p. 45._
Il marchese di Saluzzo morì bentosto in prigione; e perchè l'afflizione
si aggiunse all'infermità per opprimerlo, si credette che
volontariamente si affrettasse colle proprie mani la morte. Pietro
Navarro fu condotto a Napoli, in quella stessa fortezza ch'egli aveva
presa ai Francesi ai tempi del gran capitano, e chiuso in quella stessa
prigione in cui il re di Spagna l'aveva dimenticato per tre anni. Fu
scritto a Madrid per sapere come dovesse essere trattato, Carlo V ordinò
che fosse decapitato; ma il governatore del castello, Francesco Hijar,
compassionando quest'illustre vecchio, che dalla condizione di
palafreniere del cardinale di Arragona erasi innalzato con tante
luminose azioni, e tanti talenti a tanta gloria, andò egli medesimo,
affinchè non perisse per mano del carnefice, a strozzarlo in prigione,
o, secondo altri, lo fece soffocare sotto le coltri del suo letto[394].
[394] _P. Jovii Hist. sui temporis, l. XXVI, p. 61. — Ben. Varchi,
l. VI, p. 158. — Alfonso de Ulloa vita di Carlo V, l. II, f. 115._
La capitolazione dell'armata francese ad Aversa non fece immediatamente
cessare le calamità del regno di Napoli. Il principe d'Orange, che
comandava i residui di quelle compagnie avvezzate all'assassinio ed alla
crudeltà nel sacco di Roma, era sempre dall'imperatore lasciato senza
danaro, e soltanto col terrore colle confische e coi supplicj poteva di
nuovo riempiere il suo tesoro. I suoi soldati, che avevano saccheggiata
Aversa nell'istante in cui i Francesi l'avevano ceduta, chiedevano
tuttavia il pagamento di otto mesi di soldo. Altro mezzo non restava al
principe d'Orange per soddisfarli che la confisca de' beni di que'
signori che si erano dichiarati pel partito d'Angiò: fece decapitare in
Napoli, sulla piazza del mercato, Federico Cajetano, figlio del duca di
Trajetto, Enrico Pandone, duca di Goviano, figlio d'una figlia di
Ferdinando seniore, re di Napoli, ed altri quattro principali signori
napolitani[395]. Ogni città del regno fu insanguinata da somiglianti
esecuzioni. E dopo di avere in tal modo sparso il terrore tra i
partigiani della Francia, il principe d'Orange si fece a trattare con
loro vendendo loro la grazia per una somma di danaro proporzionata alla
loro ricchezza. Per altro molti, piuttosto che assoggettarsi a così
crudeli ed avidi padroni, preferirono di continuare la guerra, e per
qualche tempo furono secondati dai Francesi e da' Veneziani. Federico
Caraffa, il principe di Melfi ed il duca di Gravina, continuarono nella
Puglia i loro guasti; ed il Romano Simone Tebaldi ottenne qualche
vantaggio in Calabria[396]. Ma questi fatti d'armi, piuttosto che come
una guerra regolare, devono risguardarsi come il cominciamento di quello
stato di violenza e di anarchia, che si prolungò nel regno di Napoli per
tutto il tempo del dominio spagnuolo. Al governo avido, oppressivo,
perfido e crudele dei vicerè deve ascriversi l'impossibilità che provasi
anche al presente di stabilire un regolare andamento di giustizia, di
polizia, di pubblica sicurezza in queste provincie tanto favorite dalla
natura.
[395] _P. Jovii, l. XXVI, p. 61. — B. Varchi, l. VI, p. 158. — Alf.
de Ulloa vita di Carlo V, l. II, f. 115._
[396] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 511. — P. Jovii, l. XXVI, p. 77.
— Marco Guazzo, f. 62. — P. Paruta, l. VI, p. 450._
Andrea Doria aveva colla sua flotta contribuito alla ruina dell'armata
francese; ma tosto che la capitolazione d'Aversa rendette inutile il suo
servigio a Napoli, fece vela verso Genova per raccogliervi il prezzo
ch'egli aveva posto alla sua mutazione di partito, e per liberare la sua
patria. Allora in Genova infieriva la peste, e Teodoro Trivulzio che vi
comandava a nome di Francesco I, non avendo sotto i suoi ordini che una
debole guarnigione, aveva inutilmente domandato un rinforzo di due mila
uomini; questi non vollero entrare in città per timore del contagio; e
il Trivulzio, vedendosi abbandonato, si ritirò nel Castelletto. Ma egli
sperava di potere difender Genova colla flotta del signore di
Barbesieux, ch'entrava in allora nel porto con alcune compagnie
francesi, imbarcate al campo sotto Napoli dopo la rotta dell'armata. Ma
ciò fu invano; perciocchè essendosi il 12 di settembre presentato il
Doria con tredici galere in faccia a Genova, il Barbesieux ritirossi con
tutta la sua flotta nel porto di Savona. Il Doria non aveva che
cinquecento uomini di sbarco: li fece di notte scendere sulle scialuppe,
e li mandò verso la città sotto il comando di suo nipote Filippino e di
Cristoforo Palavicini. I Genovesi, cui aveva preso cura di dare avviso
del suo trattato coll'imperatore, trovarono, malgrado la peste, tanto
vigore da prendere le armi, assecondare lo sbarco, respingere tutti i
Francesi nel castello, ed occupare tutte le fortezze della città[397].
[397] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 506. — P. Jovii Hist., l. XXVI,
p. 71. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 112. — Ben. Varchi, l.
VII, p. 170. — Bern. Segni, l. II, p. 47. — Ag. Giustiniani, l. VI,
f. 282._ — Qui finisce questa cronica genovese contemporanea. — _P.
Folieta, l. XII, p. 735._
Teodoro Trivulzio, maravigliato della debolezza de' nemici cui aveva in
allora ceduto, si volse al conte di San-Paolo, che aveva il comando
dell'armata francese in Lombardia, e che aveva di fresco ricuperata
Pavia, chiedendogli soltanto tre mila uomini, co' quali confidava di
potere di nuovo sottomettere Genova al re di Francia. Ma il duca
d'Urbino ricusò di prendere parte in questa spedizione; ed il San-Paolo
da lui ritardato, non potè arrivare a Genova che il primo di ottobre con
cento lance e due mila fanti. Era di già troppo tardi, i passaggi delle
montagne erano custoditi, e San-Paolo non ottenne pure d'introdurre
qualche rinforzo nel castello. Ritirossi dopo avere dato ordine al suo
luogotenente Montejean di condurre trecento uomini a Savona, in rinforzo
di quella guarnigione; ma Montejean non fu di lui più fortunato, e non
potè penetrare fino a Savona. I Genovesi, condotti dal Doria,
stringevano l'assedio di Savona e del Castelletto. La prima di queste
piazze capitolò il 21 di ottobre, l'altra pochi giorni dopo; ed i
Genovesi, per assicurare la loro libertà, e soddisfare la loro gelosia,
si affrettarono di distruggere la fortezza del Castelletto che li
signoreggiava, e di colmare il porto di Savona, di cui avevano tanto
temuta la rivalità[398].
[398] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 508. — P. Jovii, l. XXVI, p. 72.
— Mém. de Martin du Bellay, l. III, p. 114. — B. Varchi, l. VII, p.
178. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 620. — Gal. Capella, l. VIII, f. 87.
— P. Paruta, l. VI, p. 451. — Lett. de' Princ., t. II, f. 133. —
Arn. Ferroni, l. VIII, p. 170. — B. Segni, l. II, p. 47. — P.
Bizarri, l. XX, p. 475. — P. Folietae, Cont. Hist. Gen. Uberti ejus
fratris, l. XII, p. 742._ — Qui finisce questa storia.