_Nuove costituzioni delle repubbliche di Genova e di Fiorenza.
L'indipendenza italiana viene sagrificata da Clemente VII, e da
Francesco I ne' trattati di Barcellona e di Cambray. Coronazione
di Carlo V a Bologna e servitù dell'Italia._
1528 = 1530.
Press'a poco nell'epoca in cui l'Italia perdeva la sua indipendenza,
eransi vedute risorgere due delle più antiche sue repubbliche. Firenze e
Genova, non si lasciando scoraggiare dalle spaventose calamità che
opprimevano tutta la penisola, sforzavansi di riformare le loro
costituzioni. La peste diminuiva la loro popolazione, la fame ne
esauriva i mezzi, e la guerra minacciava ad ogni istante la medesima
loro esistenza, quando, sottraendosi l'una e l'altra alla tirannide da
cui erano state lungamente oppresse, cercavano di non ricadere nello
stesso infortunio colla combinazione di nuove leggi. Ma nello stato di
miseria cui trovavasi l'Italia ridotta da così lunghe e disastrose
guerre, non le bastavano le proprie forze per fissare i nuovi suoi
destini da sè medesima; ed i piccoli stati ond'era composta potevano
ancora meno guarentire co' loro proprj sforzi la loro esistenza e la
loro indipendenza. Essi dovevano soggiacere o sostenersi a seconda della
sorte de' loro alleati, piuttosto che della propria; e se Firenze e
Genova ebbero diverso destino, procedette dall'avere una di queste
seguito il partito imperiale, l'altra il partito francese, e non perchè
fosse migliore la costituzione dell'una o dell'altra.
Anche prima che il Doria si presentasse innanzi a Genova, i capi de'
contrarj partiti, che si erano così lungamente e con tanto accanimento
battuti, e che, vittime de' vicendevoli loro odj, trovavansi tutti
ridotti in eguale servitù, avevano finalmente conosciuto che non
potevano trovare salvezza che in una sincera riconciliazione. Avevano
avute fra di loro alcune conferenze, alle quali avevano chiamati tutti
coloro che avevano in Genova opinione di conoscere le leggi e gli affari
dello stato. Tutti avevano manifestato un conforme desiderio di
concordia, tutti eransi mostrati disposti a grandi sagrificj. Teodoro
Trivulzio, in allora luogotenente del re di Francia in Genova, non aveva
concepito verun sospetto di tali adunanze; conciossiachè il loro
apparente scopo di procurare una pace generale ad una città divisa in
tanti partiti, pareva troppo legittimo.[399]. Egli aveva trovati in
città dodici magistrati, creati nel precedente anno col titolo di
riformatori, i quali dovevano occuparsi della riforma delle leggi, e
della riunione delle diverse fazioni. Il Trivulzio aveva lasciato questi
che si occupassero liberamente intorno alle funzioni della loro carica;
e i riformatori poterono sotto il di lui governo maturare i loro
progetti di legislazione, senza prendere veruna misura per mandarli ad
effetto[400].
[399] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. VII. p. 173._
[400] _Ivi, p. 174._
Ma quando Andrea Doria, nel 1528, ebbe costretto Barbesieux ad uscire
colla sua flotta dal porto di Genova, e Teodoro Trivulzio a rifugiarsi
nella Cittadella, il senato adunato incaricò i riformatori di dare alla
patria una nuova costituzione, ed in particolare di fare sparire
radicalmente tutti i segni delle fazioni che l'avevano così lungamente
lacerata[401]. Pure il senato ignorava tuttavia se il Doria, ad esempio
di tutti i suoi predecessori, non vorrebbe raccogliere per sè solo tutti
i frutti della sua vittoria e farsi sovrano della sua patria. Infatti
Carlo V, che non amava le repubbliche, ed a cui lo zelo a pro della
libertà ricordava i freschi torbidi de' suoi regni di Spagna, aveva
offerto ad Andrea Doria di riconoscerlo principe di Genova, e di
mantenerlo nel possedimento di quello stato; ma questo grand'uomo ricusò
costantemente d'innalzarsi con danno della sua patria; si ostinò a
chiedere che venisse riconosciuta la di lei costituzione repubblicana,
ed altro per sè non volle che la gratitudine dei suoi concittadini[402].
[401] _Ivi, p. 175._
[402] Il senatore Battista Lomellini lo ringraziò a nome dalla
patria, e la repubblica gli fece innalzare una statua di marmo con
questa iscrizione. «_Andreæ Auriæ civ. opt. felicissimoque, vindici
atque auctori publicae libertatis S. P. q. G. posuere._» _Bern.
Segni, l. II, p. 47 — P. Bizzarri, l. XX, p. 476._
Non era quasi mai per interessi loro proprj, per diritti, o per
privilegj contesi tra le varie classi de' cittadini, che le fazioni di
Genova avevano prese le armi. Fino dalla metà del XIV.º secolo la prima
dignità dello stato era stata dalle leggi riservata ad un plebeo
ghibellino, e le fazioni guelfa e patrizia, eransi senza mormorare
assoggettate a questa costante esclusione. Ad ogni modo l'una e l'altra
aveva continuato ad esistere ed a prendere parte nelle violenti
rivoluzioni dello stato. Ma il punto d'onore di cadaun cittadino
trovavasi bizzarramente associato piuttosto ad un nome che ad un vero
interesse, appoggiandosi le fazioni ad odj personali, non ad opinioni.
Erano in Genova Guelfi e Ghibellini, nobili e cittadini, grandi e
piccoli borghigiani, partigiani degli Adorni e partigiani dei Fregosi:
ogni cittadino si era collocato in alcuna di queste parti, ognuno
trovavasi gravemente offeso nelle prerogative, o nell'onore della
propria fazione; fors'anche era per sè stesso indifferente rispetto alla
cosa che doveva ferirlo, ma se non se ne fosse mostrato offeso, i suoi
concittadini lo avrebbero creduto senz'onore e senza coraggio. Era
dunque il più delle volte l'immaginazione, era un fatale pregiudizio, e
non già reali offese, che avevano tante volte poste le armi in mano di
questo popolo focoso, e precipitatolo d'una in altra rivoluzione. Perciò
i riformatori si trovarono in dovere di mutare piuttosto i nomi che le
cose. Se potevano sopprimere i nomi delle antiche fazioni e quegli
ancora delle antiche famiglie, che erano un pegno dell'attaccamento di
ogni famiglia ad ogni fazione, confidavano di potere spegnere con que'
nomi, anche quelle passioni prive di reale alimento, e tenute vive
soltanto dal pregiudizio.
In ogni tempo le potenti famiglie avevano in Genova avuta la costumanza
di accrescere la potenza loro coll'adottare altre meno ricche famiglie,
meno illustri, meno numerose, cui comunicavano i loro nomi, i loro
stemmi, obbligandosi in pari tempo a proteggerle, e facendo in cambio
che queste prendessero parte a tutte le loro liti. Le case nelle quali
si entrava in tal guisa per adozione, si chiamavano _alberghi_, ed
eranvi poche illustri famiglie che non si fossero aggrandite coll'unione
di straniere famiglie. Questa costumanza apparecchiò un nuovo
regolamento, col quale i dodici riformatori riformarono la
repubblica[403].
[403] _Pet. Bizarri Sentinatis dissert. de Repub. Gen. statu, et
administ. in Graevii Thesaur., t. I, p. II, p. 1453._
Prima di tutto soppressero la legge che assegnava le più eminenti
magistrature a' soli cittadini dell'ordine popolare ed ai Ghibellini,
volendo che tutti gli antichi Genovesi contribuenti e proprietarj
venissero considerati come eguali in diritto: e per uniformarsi alla
crescente vanità del secolo, invece di chiamarli cittadini, loro diedero
il nome di gentiluomini. Onde meglio cimentare fra di loro
l'eguaglianza, vollero che tutti questi gentiluomini fossero
classificati in un ristretto numero di case; dichiararono che tutte le
famiglie che in allora tenevano in Genova sei case aperte, sarebbero
considerate per _alberghi_, ad eccezione soltanto degli Adorni e dei
Fregosi, de' quali volevano sopprimere i nomi, come quelli che
rammentavano troppe guerre civili. Le famiglie, che avevano tali
requisiti, trovaronsi in numero di ventotto[404]. Essi le obbligarono ad
adottare tutto il rimanente de' cittadini genovesi che potevano
partecipare agli onori dello stato; in maniera per altro che
frammischiarono e confusero tutto quello ch'era prima stato oggetto di
distinzione; fecero entrare i Guelfi nelle case anticamente Ghibelline,
e i Ghibellini in quelle dei Guelfi; vollero che in ogni albergo vi
fossero e nobili e plebei, e partigiani degli Adorni, e partigiani de'
Fregosi; in pari tempo risvegliarono la vanità di tutti, legandola al
nuovo loro nome di famiglia; e riuscirono così felicemente, che coloro
che la legge aveva associati insieme, cominciarono fino d'allora a
risguardarsi come parenti[405].
[404] I nomi di questi ventotto alberghi furono, Auria (Doria),
Calvi, Catani, Centurioni, Cibo, Cicada, Fieschi, Franchi, Fornari,
Gentili, Grimaldi, Grilli, Giustiniani, Imperiali, Interiani,
Lercari, Lomellini, Marini, Negri, Negroni, Palavicini, Pinelli,
Promontori, Spinola, Salvaghi, Sauli, Vivaldi, Ususmari.
[405] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 508. — Ben. Varchi, l. VII, p.
180._
Questa singolare divisione di tutta la repubblica in ventotto famiglie
durò quarant'otto anni. Questa aveva fatte cessare le antiche divisioni;
ma ne lasciò scoppiare delle altre tra l'antica e la nuova nobiltà, e
tra queste due classi che governavano ed il popolo escluso dal governo.
Per mettere fine a questa dissensione, che aveva degenerato in guerra
civile, il papa, l'imperatore ed il re di Spagna, cui i Genovesi avevano
deferito l'ufficio di mediatori, credettero di dovere distruggere
l'opera fatta ne' tempi del Doria. Colla legge che pubblicarono il 17
marzo del 1576, furono soppressi i nomi degli alberghi, e fu invitata
ogni famiglia a riprendere l'antica sua denominazione[406].
[406] La legge viene riportata da Grevio. _Thes. Rer. Ital., t. I,
p. II, p. 1471._
Tutti i gentiluomini genovesi ammessi a partecipare degli onori dello
stato dovettero essere ammessi nel senato, nel quale era riposta la
sovrana autorità. Questo senato nel 1528 fu formato di 400 membri, che
si rinnovavano a vicenda, e che non sedevano che un anno. Quando in
seguito l'aristocrazia si andò ristringendo, si trovò più giusto e più
conveniente di chiamare tutti ad un tempo in senato i gentiluomini che
avevano diritto alla sovranità. Erano in allora ridotti al numero di
circa 700, ed entrarono nel gran consiglio tutti coloro che avevano
compiuto l'anno 22.mo[407].
[407] _Hier. de Marinis de Reip. Genuens. Gubernat., c. II, in
Graevi Thes., t. I, p. II, p. 1422 circa il 1667._
A questo primo senato o gran consiglio spettava l'elezione di un altro
senato, composto di cento membri, che posteriormente fu portato a
dugento, e che rinnovavasi tutti gli anni. Al primo spettava pure la
nomina del doge, degli otto consiglieri della signoria e degli otto
procuratori di comune, il di cui ufficio durava due anni, e che
formavano tra di loro il governo. La nuova costituzione, sopprimendo le
distinzioni de' natali, apriva ad Andrea Doria la strada alla dignità
ducale, in addietro chiusa ai gentiluomini; ed infatti pareva che la
pubblica riconoscenza gliela destinasse. Ma questo generoso cittadino
credeva cosa essenziale di conservare alla sua patria la protezione di
Carlo V, continuando a servirlo come comandante delle sue flotte; ed un
tale impiego era incompatibile colla rappresentanza della sovranità.
Perciò il Doria ricusò la corona ducale; e soltanto a motivo di questo
suo rifiuto le funzioni di doge furono ridotte a soli due anni, e
strette le prerogative entro angusti confini. Il primo nominato doge fu
Uberto Lazario Catani. Si volle che tra gli otto signori che formavano
il suo più intimo consiglio, due risiedessero a vicenda nel palazzo
ducale; e si accordò a tutti coloro che sarebbero in appresso stati
dogi, il diritto di prendere posto nel consiglio de' procuratori del
comune. Per ultimo si volle che cinque supremi censori o sindaci
conservassero una certa quale ispezione su tutte le magistrature,
sull'andamento costituzionale di tutte le autorità, e sulle vicendevoli
relazioni fra di loro. Andrea Doria fu il primo di questi sindaci; e per
una eccezione personale si volle che egli conservasse a vita tale
dignità, mentre i suoi colleghi non dovevano restare in carica che
quattro anni[408].
[408] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. VII, p. 181. — Pet. Bizarri,
dissert. de Reip. Genuens, adm. Thesaur. Ital., t. I, p. II, p. 1453
e seguenti. — Cont. Uberti Folietae a Paulo Fratre, l. XII, p. 741.
— Jac. Bonfadii An. Genuens., l. I, p. 1341, in Graev. Thesauro, t.
I, p. II. — Filippo Casoni Annali di Genova, t. II, l. III, p. 45 e
segu._
La costituzione di Genova, a seconda della nuova riforma, era puramente
aristocratica. Stabiliva bensì l'eguaglianza, ma soltanto tra i nobili;
limitava ad un numero proporzionatamente assai piccolo d'individui e di
famiglie una sovranità che stendevasi non solo sopra una grandissima
città, ma inoltre sopra le due Riviere e su tutta la provincia della
Liguria. Il popolo genovese, senza influenza sulla casta che si era
arrogato il diritto di governarlo, non potevasi in verun modo
risguardare come rappresentato; vero è che le lunghe abitudini di una
democrazia, la pubblica opinione ed il rispetto per le antiche memorie
impedirono all'aristocrazia genovese di rendersi esclusiva come quella
di Venezia, o di Lucca. Fino alla fine della repubblica s'introdussero
frequentemente nel consiglio, e con una tal quale regolarità, uomini
nuovi, tanto della città, che delle due riviere[409]. Venivano in tal
modo associati alle prerogative de' governanti; ma non si davano con ciò
difensori al popolo. Altronde le antiche famiglie, o spegnevansi
interamente, o producevano un minor numero d'individui; il circolo in
cui si chiudevano tutti i poteri andava ogni giorno sempre più
ristringendosi, e la repubblica, invecchiando, s'andava maggiormente
allontanando da quella libertà, di cui conservava tuttavia il nome.
[409] La legge permetteva al senato d'ammettere ogni anno sette
abitanti della città, e tre delle riviere nel corpo della nobiltà;
purchè la di lui scelta cadesse sopra coloro che per natali, per
costumi e per servigj renduti allo stato potevano di già essere
riputati eguali ai nobili. _Fil. Casoni Ann. di Genova, t. II, l.
III, p. 46._
Dal canto suo la costituzione fiorentina partecipava di quello spirito
d'aristocrazia, che suole generarsi dall'orgoglio, e che non tarda ad
introdursi in quelle medesime famiglie che si sono rese illustri
fondando la libertà. Il primo sentimento che diresse i Fiorentini
nell'organizzazione dell'antica loro repubblica, era stato il desiderio
di far concorrere tutte le volontà e tutte le forze, così alla difesa
dello stato come alla sua amministrazione. Pure di mano in mano che la
libertà rendeva la città più prospera, il commercio, le manifatture, il
solo sentimento della sicurezza, facevano sorgere nella repubblica
uomini nuovi, che dalla campagna venivano a stabilirsi in città, o che
vi si rifugiavano dagli stati vicini, o finalmente che sorgevano di
mezzo alle classi affatto povere, e la di cui esistenza era quasi del
tutto ignota. Gli antichi cittadini non avevano deposta ogni gelosia
verso coloro che venivano in tal modo a dividere con loro le proprie
prerogative; ed il mantenimento degli esclusivi diritti alla sovranità,
che gli uni pretendevano, e che gli altri non volevano ammettere, era
stato cagione di molte dissensioni.
Quando la repubblica venne nuovamente costituita nel 1527, il principio
di limitare il diritto di cittadinanza a coloro che lo avevano ricevuto
per eredità dai loro antenati fu riconosciuto da tutte le parti. Non si
risguardarono come cittadini fiorentini che coloro i quali poterono
provare che i loro antenati erano stati ammessi ai tre maggiori ufficj,
della signoria del collegio, e del buoni uomini. E non si tenne pur
conto di quest'ammissione, s'era stata accordata dal governo de' Medici,
dal 1512 al 1527, perchè si diceva che in questo spazio di tempo molti
uomini nuovi avevano ottenuto l'ingresso al collegio col danaro, mentre
che niuno era stato dichiarato abile agl'impieghi per mezzo dello
scrutinio di una libera magistratura[410]. Per tal modo, in nome
dell'aristocrazia e della libertà, i Fiorentini pronunciarono una severa
esclusione contro quanti non appartenevano ad una classe poco numerosa.
Effettivamente gli abitanti del territorio fiorentino non avevano parte
alcuna alla sovranità, riservata ai soli cittadini della capitale. Tra
questi ancora non tenevasi verun conto di coloro che non pagavano le
imposte dirette, e che venivano indicati col nome di _non sopportanti_.
Rispetto a coloro che trovavansi inscritti nel libro del comune, e che
pagavano la decima, quando toccavano l'età di ventiquattro anni, prima
della quale non potevano entrare nel gran consiglio, dovevano provare
che il nome del loro padre o dell'avo loro era stato posto nelle borse
dalle quali si estraevano a sorte le tre supreme magistrature, ed in
appresso dovevano essere approvati dalla signoria a scrutinio segreto;
locchè loro dava il rango di _statuali_ ossia di cittadini attivi. Tutti
i cittadini erano finalmente divisi tra i quattordici mestieri
inferiori, ed i sette superiori. I primi, ossiano le _arti minori_
avevano avuto per parte loro il quarto degli onori pubblici, e le _arti
maggiori_ i tre quarti; ma questa divisione, che sembra ineguale, era
favorevole ai mestieri inferiori. Più non restava che un piccolo numero
di antichi cittadini immatricolati nelle arti inferiori; e se fossero
stati posti allo stesso livello che gli altri, non avrebbero ottenuto
quel quarto degl'impieghi che veniva loro accordato[411].
[410] _Gio. Cambi Hist. Fior., t. XXIII, p. 1._
[411] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 336._
Sebbene la popolazione dello stato fiorentino non fosse lontana dal
milione, non vedevansi giammai sedere nel grande consiglio più di due
mila cinquecento cittadini; la quale assemblea propriamente non
rappresentava il rimanente della nazione, ma era sovrana di proprio
diritto, piuttosto che a nome del popolo: ad ogni modo bastava che la
suprema autorità venisse esercitata da un corpo così numeroso, per
interessare l'intera nazione alle sue deliberazioni, e per dare ai
Fiorentini i vantaggi di un governo popolare.
Ma tutti i membri del gran consiglio non avevano egualmente cara questa
popolarità. Vi si distinguevano due fazioni. Capo della prima, ossia di
quella de' magnati, era il gonfaloniere Niccolò Capponi. Questi uomini
renduti orgogliosi dalle immense loro ricchezze, dal fasto onde si
vedevano circondati ne' loro palazzi, dalle eminenti cariche ottenute
nella chiesa, dai cappelli cardinalizj, vescovadi, e governi di province
ond'erano decorati i loro figli o fratelli, sdegnavano di riconoscere
altri uomini loro eguali nella massa dei cittadini fiorentini, e si
studiavano di ravvicinare la repubblica alla costituzione oligarchica di
Venezia, in allora oggetto dell'universale ammirazione. Alla testa della
fazione popolare opposta a questa stava Baldassare Carducci, dottore di
legge, che aveva grandissima riputazione, e che, esiliato già da'
Medici, aveva alcun tempo risieduto in Padova, ov'era stato arrestato
per ordine di Clemente VII. Malgrado la sua assai avanzata età il
Carducci si rendeva ancora oggetto della pubblica attenzione, non meno
per l'impetuosità del suo carattere, e pel suo odio verso il Capponi e
verso tutti i grandi, che per i suoi talenti[412]. Fu un trionfo pel
partito aristocratico lo avergli fatto dare l'ambasceria di Francia, che
lo allontanava dalla sua fazione. Egli morì durante la sua legazione, in
tempo dell'assedio di Firenze[413].
[412] _Ben. Varchi, l. III, p. 170-176. — Ber. Segni, l. I, p. 14,
29. — Fil. de' Nerli, l. VIII, p. 162._
[413] _Ivi, p. 177._
Primeggiava nello stesso partito Dante di Castiglione, il quale assai
più nemico de' Medici che dell'aristocrazia, sforzavasi di aprire tra di
loro e la sua patria una così larga breccia, che in verun tempo non si
potesse più chiudere. Un giorno con un branco d'uomini mascherati, ma
ch'erano stati conosciuti sotto la loro maschera, egli entrò a forza
nella Nunziata, una delle più ricche chiese di Firenze, e vi rovesciò
co' suoi compagni le statue di Lorenzo, di Giuliano, di Leon X e di
Clemente VII. Questi forsennati, dopo averle spezzate con disprezzo,
passarono a distruggere gli stemmi dei Medici nelle chiese di san
Lorenzo, di san Marco e di san Gallo, edifizj eretti o ristaurati da
quella famiglia; essi risguardavano questi emblemi come monumenti di una
servitù che volevano far dimenticare; disprezzavano la politica di
Niccolò Capponi, che temeva di offendere troppo Clemente VII; e sebbene
fossero stati conosciuti, il governo non ardì di punire questa
violazione dell'ordine pubblico[414].
[414] _Bern. Segni Ist. Fior., l. I, p. 19._
Niccolò Capponi era sinceramente attaccato alla libertà; ma la dolcezza
del suo carattere unita a qualche debolezza, lo portavano ad avere de'
riguardi per il papa, e per gli uomini ch'erano stati potenti sotto il
governo mediceo, quali erano Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e
Matteo Strozzi: egli avrebbe voluto che la repubblica, scuotendo il loro
giogo, non lasciasse di rispettarli, onde non provocare il loro
risentimento; e così aveva ingrossato il suo partito con tutti coloro
che mantenevansi segretamente attaccati ai Medici, o che temevano le
vendette del popolo. Contava pure tra i suoi aderenti un'altra classe di
uomini, che non avevano veruna relazione co' precedenti: erano costoro
gli antichi _piagnoni_, ossia i settatori di Girolamo Savonarola. Lo
stesso Capponi era stato discepolo di quel frate, e non aveva interrotte
l'esagerate sue pratiche di divozione nemmeno sotto il precedente
governo poco favorevole ai bigotti. I partigiani de' Medici, che
dicevansi _Palleschi_ o _bigi_, avevano lungo tempo conservata la più
marcata avversione verso i fautori del Savonarola, da loro detti
piagnoni ed ipocriti; ma un interesse comune li riunì sotto le insegne
del Capponi, e bentosto sentirono la segreta alleanza che suole unire
gli uni agli altri i partigiani del dispotismo dell'aristocrazia e della
superstizione.
Le calamità che travagliarono Firenze il primo anno del governo del
Capponi, contribuirono ad accrescere il di lui credito, ed a sviluppare
in lui l'entusiasmo religioso. La peste era stata portata da Roma a
Firenze nel 1522 da un uomo del basso popolo che si era sottratto alle
guardie sanitarie. Sebbene in allora il contagio non si estendesse oltre
alcune strade, che vennero cautamente separate dal rimanente della
città, lo spavento fu in tutti gli abitanti estremo, e la maggior parte
de' ricchi cittadini si rifugiarono nelle loro ville o in lontani paesi.
La peste, cessata nel caldo della state, ricomparve nel susseguente anno
dopo alcune prediche che avevano riunito una grandissima quantità di
popolo. All'ultimo ricomparve nel 1527 con maggiore violenza di prima,
dopo una processione ordinata per rendere grazie a Dio della ricuperata
libertà. In così lungo intervallo il contagio non si era mai spento del
tutto, e ne' sei anni che si protrassero i suoi guasti, si calcolò che
rapisse sessanta mila uomini a Firenze, e press'a poco altrettanti nel
territorio[415].
[415] _Ben. Varchi, l. VII, t. II, p. 203-215. Bern. Segni, l. I, p.
19._ Questi porta la mortalità a 250,000 persone in tutto lo stato
fiorentino.
L'emigrazione ch'era stata nel primo anno grandissima, non si era
rinnovata ne' susseguenti, perchè gli uni si erano accostumati al
pericolo, gli altri non si trovavano abbastanza ricchi per sostenere
così grave dispendio. Ma nel 1527, quando si vide in sul cominciare di
luglio morire in Firenze circa dugento persone al giorno, poi tre in
quattrocento al giorno in agosto, e più di cinquecento in tre successivi
giorni, lo spavento costrinse tutte le persone doviziose a fuggire
nuovamente[416]. Allora si rendettero impossibili le adunanze de'
consiglj o dei collegj della signoria, e tutte le risoluzioni rimasero
ineseguite per non essere sanzionate da sufficiente numero di suffragj.
Per uscire da questo stato di anarchia la signoria fece intimare un
ordine di recarsi al loro luogo nel gran consiglio a tutti i membri del
consiglio degli Ottanta, ed a tutti i cittadini esercenti una qualunque
magistratura. Voleva essere autorizzata a poter trascurare in tempo
della peste le ordinarie forme della legislazione: ma quest'adunanza non
si formò che di novanta cittadini, i quali, dispersi nell'immensa sala
del consiglio, tenevansi possibilmente il più lontano che potevano gli
uni dagli altri per timore di ogni comunicazione. Varj amici e parenti,
che dal principio della malattia fino al presente più non si erano
trovati assieme, si rivedevano per la prima volta in questa sala, e
apprendevano gli uni dagli altri la morte delle più care persone; perciò
si udivano qua e là sospiri e gemiti muovere da quelle quasi deserte
panche. L'autorità domandata dal gonfaloniere gli fu in tale circostanza
di buon grado accordata da quest'assemblea, ed in appresso la signoria,
finchè durò la peste, amministrò la repubblica senza consultare i
consiglj. La vigilia della festa dell'Assunta la malattia parve
sensibilmente diminuita, ed era quasi affatto cessata il dì d'ogni
Santi[417].
[416] _Ben. Varchi, l. VII, p. 212._
[417] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 339. — Comment. di Filippo
de' Nerli, l. VII, p. 168._
Non era gran tempo che la peste più non infieriva, quando in una delle
prime sedute del gran consiglio, il 9 febbrajo del 1528, Niccolò Capponi
si animò in parlando de' gastighi di Dio e della sua compassione; tenne
arringando quasi i termini medesimi adoperati già dal padre Savonarola
in pulpito, e terminò la sua allocuzione gettandosi in ginocchioni ed
implorando ad alta voce la divina misericordia. Il consiglio,
strascinato dal suo esempio, replicò, stando pure in ginocchio, il grido
di misericordia e decretò in appresso, dietro proposizione fatta dal
Capponi, che Cristo sarebbe dichiarato perpetuo re di Firenze, e fece
collocare alla porta principale del palazzo pubblico un'iscrizione che
attestava questa nomina. Ma que' medesimi che non si erano opposti al
Capponi nelle sue estasi religiose, per timore di cadere in sospetto
d'empietà, lo motteggiavano in appresso per la città come imbecille, o
lo accusavano d'ipocrisia[418].
[418] _Ben. Varchi, t. II, l. V, p. 53. — Jac. Nardi, l. VIII, p.
340. — Filip. de' Nerli, l. VIII, p. 170. — Bern. Segni, l. I, p.
31. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 5._
Malgrado l'alienamento che avevano pel Capponi tutti gli amici più
ardenti della libertà, il 10 giugno del 1528, egli fu confermato per
esercitare la seconda volta l'ufficio di gonfaloniere, e tale elezione
riuscì universalmente gradita al popolo, che trovava nel capo dello
stato moderazione, disinteresse ed amore del ben pubblico[419]. Durante
la sua amministrazione egli aveva cercato di riformare i tre più
importanti rami del governo, la giustizia, la finanza e la guerra; ed
aveva se non altro ottenuto di rendere più tollerabili diverse
istituzioni assai viziose.
[419] _Ben. Varchi, l. VI, p. 133. — Bern. Segni, l. I, p. 31. —
Filippo de' Nerli, l. VIII, p. 171._
Erasi fin allora sperimentato che i delitti politici non erano mai in
Firenze giudicati imparzialmente; e sebbene alternativamente portati al
tribunale del podestà, della signoria, degli otto di balìa e del gran
consiglio, le sentenze erano sempre state il trionfo di un partito
sull'altro. In giugno si pubblicò una legge che accordava
l'interposizione dell'appello di tutti i delitti politici e militari ad
un nuovo tribunale detto la _quaranzia_. Fu composto detto tribunale di
quaranta membri estratti a sorte per ogni caso particolare nel consiglio
degli ottanta; e vi si trovò il vantaggio d'avere giudici
originariamente nominati dal popolo, e preventivamente non conosciuti
dai delinquenti. Nello stesso tempo la legge che stabiliva la quaranzia,
assicurava la pronta decisione delle cause portate alla sua
decisione[420].
[420] _Ben. Varchi, l. IV, t. I, p. 191. — Jacopo Nardi, l. VIII, p.
337. — Bern. Segni, l. I, p. 25._
La maniera di distribuire le imposte era stata d'ogni tempo quasi
affatto arbitraria, ed era forse impossibile l'evitare tale
inconveniente in una repubblica mercantile, dove il maggior peso doveva
gravitare sul fruttato del commercio, e dove ogni dichiarazione del
proprio stato di fortuna; intaccando il credito de' mercanti, non poteva
non riuscire odiosa. L'imposta territoriale appoggiavasi ad un catastro
fatto con grandissima diligenza. Le imposte indirette sono di loro
natura apparentemente volontarie, e non alterano punto la libertà; ma
l'imposta diretta sulle ricchezze mobiliari o sopra gli sconosciuti
profitti del commercio era la più difficile a regolarsi, ed era
riservata soltanto per gli urgenti bisogni e per le straordinarie
sovvenzioni. Il gran consiglio, dopo avere ordinata la somma da levarsi
in questo modo, sceglieva venti cittadini, cui dava il carico di
ripartire la fissata somma fra tutti i contribuenti. Richiedeva, sotto
severe pene, che l'operazione loro si terminasse entro un determinato
numero di giorni, e stabiliva un _minimum_ ed un _maximum_ per ogni
quota di contribuzione. Questi commissarj facevano tutti i loro lavori
separatamente, ed in appresso rimettevano ai monaci di qualche convento,
designato con pubblico decreto, il proprio ruolo de' contribuenti colla
somma che gli era arbitrariamente imposta. I monaci, per determinare la
contribuzione di un cittadino, riunivano le venti proposizioni dei
commissarj a suo riguardo, levavano preventivamente le sei più alte e le
sei più basse, siccome quelle che potevano essere state dettate da odio
o da favore, indi addizionavano le otto medie, e dividevano la somma per
otto. Questi monaci erano obbligati con giuramento al segreto per tutto
questo lavoro; e dopo averlo ultimato ne bruciavano tutti i
materiali[421].
[421] _Comment. di Filippo de' Nerli, l. VIII, p. 165._
Per ultimo la terza riformagione, procurata da questo governo alle leggi
di Firenze, tendeva a dare alla repubblica abitudini più militari; e
questa era, meno che le altre, opera del gonfaloniere. Nicolò Capponi,
sia pel suo carattere pacifico e per l'età sua, o sia per economia,
erasi opposto all'accrescimento delle fortificazioni di Firenze, ed
aveva tentato d'impedire che si adottasse il dispendioso progetto
seguito da Clemente VII quand'era tuttavia cardinale. Soleva
frequentemente ripetere che una piccola armata non sarebbe capace di
prendere Firenze, e che una grande non potrebbe tanto tempo mantenersi
nella campagna fiorentina per intraprendere l'assedio della
capitale[422]. Ma non potè interamente resistere all'ardore marziale,
che aveva allora invasa la nazione. Un corpo di trecento giovani,
appartenenti alle principali famiglie, si era volontariamente formato
per guardia del palazzo; era composto de' più caldi partigiani della
libertà, cui il Capponi si rendette in breve sospetto a cagione de' suoi
riguardi verso i Medici. Il gonfaloniere, ch'erasi lungamente opposto
all'armamento del popolo fiorentino, finì col farne egli medesimo la
proposizione, onde procurarsi un appoggio contro la guardia del palazzo.
Tale proposizione fu riconosciuta come legge il 6 novembre del
1528[423].
[422] _Jacopo Nardi, l. VIII, p. 335. — Ben. Varchi, l. VII, t. II,
p. 188._
[423] _Ben. Varchi, l. VII, p. 190. — Bern. Segni, l. II, p. 36._
La guardia urbana doveva essere formata di quattro mila cittadini
dell'età de' diciotto ai quarantacinque anni, tutti di famiglie che
avessero diritto di sedere nel gran consiglio. Dividevasi questa guardia
in sedici compagnie sotto gli ordini dei sedici gonfalonieri che
formavano il collegio della signoria. Ella prestò giuramento di fedeltà
alla repubblica in mezzo ad un popolo orgoglioso di ricevere nuovamente
le armi, e riconobbe per suo capo Stefano Colonna di Palestrina, che fu
incaricato di ordinarla. La ricchezza de' suoi abiti e de' suoi
equipaggi le inspirava una confidenza in sè medesima affatto nuova pei
Fiorentini. Finalmente dopo la sua creazione il consiglio decise, contro
il parere del gonfaloniere, di terminare le fortificazioni di Firenze;
ma per impiegare minor numero di gente nel custodirle, se ne ristrinse
il circuito. Michel Angelo Buonarotti non isdegnò di farne il piano,
dopo avere consultati varj sperimentati militari; ed il più grande
artista consacrò i suoi talenti alla prima delle arti, quella della
difesa della patria[424].
[424] _Jacopo Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 337, 338._
Ma mentre che la repubblica apparecchiavasi con tanto ardore a difendere
la sua libertà, per una singolare circostanza si trovava implicata in
una stessa lega con quel principe medesimo, ch'ella doveva più d'ogni
altro temere. Lo scopo principale della sua alleanza con Francesco I,
Enrico VIII e la repubblica di Venezia, era di costringere Carlo V a
riporre in libertà Clemente VII; e non pertanto Clemente VII era colui
che la repubblica Fiorentina doveva più d'ogni altro temere. Fin dal
principio della rivoluzione, nel 1527, i Fiorentini avrebbero potuto
essere tentati di attaccarsi all'alleanza dell'imperatore, che in allora
teneva prigioniere il papa loro nemico, e che tanto accanimento mostrava
contro la casa de' Medici; ma essi conservavano per la nazione francese
la più tenera affezione: avevano potuto fare confronto di questa nazione
coi Tedeschi, cogli Spagnuoli, cogli Svizzeri, che tanto tempo avevano
guerreggiato in Italia, e l'avevano costantemente trovata umana, leale e
generosa. Invano i loro politici, Macchiavelli, Guicciardini, Vettori e
Capponi, loro avevano rappresentato che non dovevano confondere la
nazione col capo; che quanto questa era, generalmente parlando, valorosa
e fedele, altrettanto il suo governo si faceva giuoco senza scrupolo
della data fede, come l'avevano essi medesimi sperimentato nella guerra
di Pisa, in quella della lega di Cambrai, e nelle negoziazioni colla
Spagna. Le maniere ed i cavallereschi discorsi di Francesco I rendevano
inutili tutti questi avvertimenti. I Fiorentini avevano in lui tutta
riposta la loro fiducia[425]; eransi essi spogliati del necessario per
pagargli sussidj, e per portare a numero la di lui armata a Napoli,
mentre ch'essi medesimi si trovavano oppressi dalla peste e dalla fame.
Le loro bande nere, che gli avevano mandate, erano state lungo tempo il
nervo delle di lui armate, ed erano state totalmente disperse trovandosi
al di lui servigio. Quando seppero il disastro di Lautrec sotto Napoli,
ed in appresso la rivoluzione di Genova, estremi erano stati il loro
dolore e lo spavento loro. Pure risguardavano come cosa impossibile che
un eroe, pel quale si erano sagrificati, gli abbandonasse: ma
l'avvenimento fece vedere che Macchiavelli, Capponi ed Alamanni avevano
conosciuto il re assai meglio che non avevano saputo conoscerlo i loro
concittadini.
[425] _Bern. Segni, l. I, p. 14 — Ben. Varchi, l. III, p. 150 e l.
V, p. II. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 341._
Luigi Alamanni era amico di Andrea Doria; aveva veduto con piacere
stabilirsi in Genova un governo libero; ed egli medesimo, proscritto per
avere congiurato contro Clemente VII, allora cardinale dei Medici, non
doveva cadere in sospetto di parzialità per questo pontefice. Dall'altro
canto Andrea Doria vivamente desiderava la libertà fiorentina; egli
profondamente paventava per la sua patria la gelosia degli stati
dispotici, e calcolava tutti i pericoli che correva Genova se
sopravviveva quasi sola alle distrutte repubbliche dell'Italia. Fece
perciò sentire all'Alamanni quanto poco poteva sperarsi che i Francesi
rimanessero vittoriosi, quanto rischio correvano in particolare i
Fiorentini d'essere da Francesco I abbandonati nelle prime trattative di
pace; l'avvisò confidenzialmente, che Clemente VII consentiva a
riconciliarsi coll'imperatore, se in compenso gli venivano ceduti i
Fiorentini, mentre che Carlo V per dare il suo assenso altro non
aspettava che di vedere se i Fiorentini gli farebbero qualche offerta.
Luigi Alamanni dietro queste prime aperture venne spedito dalla signoria
a Barcellona. Tornò in breve per annunciare al governo, che, se voleva
prevenire la conclusione del trattato del papa, non aveva un solo
istante da perdere; che ad ogni modo Andrea Doria, valendosi del favore
che godeva altissimo presso l'imperatore, prometteva ancora di far
guarentire la libertà e la sicurezza della repubblica, purchè si
affrettasse di trattare. In tale occasione si tennero molte
deliberazioni e consulte segrete, tanto fra i membri componenti il
governo, come cogli uomini di stato che non erano attualmente in carica;
all'ultimo il gonfaloniere assoggettò cotale deliberazione alla
signoria, ai dieci della guerra, ed a quelli che dicevansi la _pratica
segreta_, persone da lui medesimo scelte per tenergli luogo di
consiglieri. Anton Francesco Albizzi espose in una scrittura i vantaggi
della riconciliazione coll'imperatore, la di cui lettura fu ascoltata di
controgenio. Tommaso Soderini, rispondendogli, risvegliò l'antico amore
de' Fiorentini verso la Francia, e tutti a sè trasse i suffragj; di modo
che le trattative si ruppero, e lo stesso Alamanni credette essere
prudente cosa l'allontanarsi[426].
[426] _Bern. Segni Ist. Fior., l. II, p. 52-56._
Dopo la rottura del trattato di Madrid Francesco nulla aveva avuto più a
cuore che di rinnovare le negoziazioni, onde liberare i suoi figliuoli.
Si era alcun tempo lusingato di riuscirvi colle vittorie di Lautrec; ma
bentosto aveva privato questo generale de' fondi che gli aveva promessi,
e ruinata in tal modo la sua armata. La sua negligenza, i suoi
dissipamenti, erano stati la prima cagione del disastro de' Francesi
sotto Napoli; e questo disastro terminò di scoraggiarlo interamente, e
lo dispose ad accettare tutte le condizioni che potrebbero condurre ad
una pace di cui sentiva così vivamente il bisogno.
Omai altre armate non restavano al re in Italia, che quella di Francesco
di Borbone, conte di San-Paolo, la quale era più debole assai di quello
che si diceva, e composta di più cattive truppe che le precedenti:
inoltre il re le mandava meno danaro di quello che aveva promesso, e
perchè il Borbone era prodigo e negligente, s'appropriava parte di
questo danaro, lasciando che i suoi subalterni rubassero il rimanente.
Si disgustò col duca d'Urbino, che dal canto suo rifiutavasi ad ogni
fatto alcun poco pericoloso. Egli non seppe nè soccorrere Genova, nè
assediare Milano, sebbene Antonio di Leyva più non avesse che un pugno
di soldati. Gli andò a male un attentato poco onorevole per sorprendere
Andrea Doria nella sua casa di campagna[427]; e non seppe impedire a due
mila Spagnuoli, di quelli cui l'estrema nudità aveva fatto dare il nome
di _Bisogni_, di passare a Milano, sebbene avessero preso terra a
Genova, senza abiti, senza scarpe, senz'armi, senza paga e senza
vittovaglie; tutte le sue intraprese si ristrinsero alla presa de' tre
castelli di Serravalle, sant'Angelo e Mortara[428].
[427] _Bern. Segni, l. II, p. 48. — P. Jovii Hist. sui temp., l.
XXVI, p. 79. — Jac. Bonfacii An. Gen., l. I, p. 1344. — Galeat.
Capella, l. VIII, p. 689._
[428] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 287._
La campagna del 1529 era di già cominciata, ed i Milanesi si erano
trovati doppiamente oppressi, perchè i due mila _Bisogni_ erano giunti a
Milano in aprile, ed era stato forza di provvederli d'ogni cosa.
Frequentemente costoro fermavano di bel mezzogiorno i cittadini nelle
strade per farsi dare le loro vesti, scarpe, cappelli ec.; e quando
facevasi di ciò lagnanza ad Antonio di Leyva, non si avevano da lui per
tutta risposta che motteggi[429]. In questo tempo il San-Paolo aveva
unita la sua armata a quella del duca d'Urbino ed a quella di Francesco
Sforza; ma tutti tre insieme si erano trovati più deboli assai che non
lo avevano annunziato i loro generali; tutti i reggimenti erano
incompleti, non contando che la metà degli uomini che avrebbero dovuto
avere. Dopo essersi alcun tempo trattenuti in vicinanza di Milano per
privare di vittovaglie quella vasta città, i tre capi sentirono la
necessità di separarsi; e partirono da Marignano, i Veneziani per
Cassano, il duca di Milano per Pavia, ed il conte di San-Paolo per
Landriano[430].
[429] _Gal. Capella, l. VIII, f. 89._
[430] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVI, p. 81. — Gal. Capella, l.
VIII, f. 90._
Il conte di San-Paolo era giunto il sabbato sera, 19 giugno, a
Landriano, grossa borgata lontana dodici miglia da Milano, e poco meno
da Pavia. Questa viene attraversata da un ramo del fiume Olona, che
d'ordinario porta pochissima acqua, ma che in quell'istante era così
gonfio a cagione di una dirotta pioggia, che si trovò impossibile di
farlo guadare all'artiglieria. Il San-Paolo vi si trattenne tutta la
domenica, ed Antonio di Leyva, avutone avviso a Milano, risolse di
sorprenderlo. Il lunedì mattina, 21 giugno, quando il generale francese
aveva già fatta partire la sua vanguardia sotto gli ordini di Guido
Rangoni, e faceva passare il fiume all'artiglieria con circa mille
cinquecento landsknecht ed un piccolo corpo d'artiglieria, che gli erano
rimasti, venne all'improvviso attaccato da Antonio di Leyva, il quale,
trovandosi gravemente preso dalla gotta, era costretto di farsi portare
sopra una seggiola da quattro uomini alla battaglia. Gli uomini d'armi
francesi fecero una valorosa resistenza; ma i Landsknecht si difesero
assai debolmente, sicchè all'ultimo il San-Paolo fu fatto prigioniere
con Giovan Girolamo Castiglione, Claudio Rangoni, Lignacco, Carbone, ed
altri ragguardevoli personaggi. Dopo quest'ultima disfatta, l'armata
francese si disperse, e quasi tutti i soldati tornarono in Francia[431].
[431] _P. Jovii Hist., l. XXVI, p. 82. — Fr. Guicciardini, l. XIX,
p. 521. — Gal. Capella, l. VII, f. 91. — Mém. de M. du Bellay, l.
III, p. 117-121. — B. Segni, l. III, p. 74. — Jac. Nardi, l. VIII,
p. 348. — Ben. Varchi, l. VIII, p. 289. — Fr. Belcarii, l. XX, p.
625. — P. Paruta, l. VI, p. 481._
Intanto a Cambrai si andava trattando la pace. Fino dal mese di maggio
Carlo V e Francesco I avevano convenuto di mandare in quella città, il
primo sua zia, l'altro sua madre. La prima, Margarita d'Austria, già
duchessa di Savoja, sorella del padre dell'imperatore, era governatrice
de' Paesi bassi; la seconda, Luigia di Savoja, duchessa di Angouleme,
madre di Francesco I, aveva in ogni tempo esercitata grandissima
influenza sul suo figlio, che le aveva dato il titolo di reggente.
Queste due signore, pienamente informate de' segreti della loro corte,
che avevano l'intera confidenza de' sovrani che rappresentavano,
ch'erano unite in istretto nodo di parentela, che avevano molto spirito,
abilità ed attitudine al maneggio degli affari, furono concordemente di
avviso d'escludere dalla loro negoziazione tutte le formalità che tanto
ritardo sogliono portare agli affari diplomatici. Recaronsi il 7 di
luglio a Cambrai; alloggiaronsi in due vicine case, tra le quali fecero
praticare una riservata comunicazione: conferirono ogni giorno senza
testimonj, adoperandosi per la pace de' due imperj con una costante
attività e con un impenetrabile segreto[432].
[432] _Mém. de Martin du Bellay l. III, p. 122. — Ben. Varchi, l.
IX, t. III, p. 6. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 524. — Jac. Nardi,
l. VIII, p. 347. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 626._
Ad ogni modo era di somma importanza per Francesco I di presentarsi
sempre a Carlo V come capo di una potente lega, ponendo sulla bilancia
tutto il peso de' suoi alleati d'Italia; perciò non lasciò mai, finchè
durarono le negoziazioni, di dare ai suoi alleati le più costanti
assicurazioni di difendere gl'interessi loro collo stesso zelo de'
proprj. Promise replicatamente, ed ancora con giuramento, a Baldassare
Carducci, ambasciatore di Firenze, ed a molti di lui concittadini, che
mai non abbandonerebbe la repubblica, nè passerebbe a verun trattato
senza comprendervela[433]. A ciò aggiunse positive proteste di essere
apparecchiato a rinnovare la guerra, e ad entrare personalmente in
Italia, ove ciò riuscisse necessario ai suoi alleati; prometteva pure di
condurre con sè due mila quattrocento lance, mille cavaleggieri e
ventimila fanti, e sollecitava i suoi alleati, i Veneziani, i
Fiorentini, ed i duchi di Milano e di Ferrara, a promettergli dal canto
loro mille cavaleggieri e venti mila fanti. Egli continuava queste
negoziazioni con tanto maggior zelo, quanto meno pensava a dare
esecuzione alle sue promesse; e cercava in ogni modo di accrescere la
confidenza dei suoi alleati nella costanza e lealtà del suo
carattere[434].
[433] _Ben. Varchi, l. VIII, t. II, p. 224; l. IX, t. III, p. 4 e
5._
[434] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 519. — B. Varchi, l. IX, p. 4. —
P. Paruta, l. VI, p. 486._
Ma mentre il re tentava con tali pratiche d'ingannare i suoi alleati,
Clemente VII con una politica non diversa cercava d'ingannare lo stesso
re. Voleva il papa vendere a caro prezzo la sua alleanza all'imperatore,
facendosi a lui vedere sostenuto da tutta la potenza della santa lega, e
mentre dava agli stati, che avevano prese le armi per la sua
liberazione, manifeste prove della sua riconoscente fedeltà,
mercanteggiava con Carlo V la misura del prezzo pel quale gli avrebbe
abbandonati[435].
[435] _Lett. de' Principi, t. II, f. 151._
Nella santa lega Clemente VII trovavasi associato a stati che non odiava
meno di Carlo V, o a dir meglio, l'opinione della quasi irresistibile
potenza di questo sovrano aveva pressocchè interamente fatto tacere il
suo rancore, mentre non sapeva perdonare a più deboli stati altre più
leggieri offese. Nel tempo della sua prigionia avevano i Veneziani
occupate Ravenna e Cervia, sotto colore di custodirle per la santa sede;
ma in seguito avevano rifiutato di restituirle, e per quante istanze
loro ne facesse il papa direttamente, e per mezzo del re di Francia,
unendovi anche le minacce, le due città continuarono ad avere
guarnigione veneziana[436]. Il duca di Ferrara aveva a mano armata
riprese le sue terre di Reggio, Modena e Rubbiera, sulle quali la santa
sede non aveva altro diritto che quello che poteva darle la violenta
occupazione fattane da Giulio II, poi da Leone X. Pure Clemente VII
risguardava come un'usurpazione la riconquista fattane dalla casa
d'Este; rivolgevasi alternativamente a tutti i sovrani, perchè le
facessero restituire alla santa sede, e si maravigliava che il duca
Alfonso fosse da loro protetto dopo avere ricuperati i proprj
stati[437]. Ma i più odiati dal papa erano per altro i Fiorentini. Egli
non poteva perdonar loro il ristabilimento della loro libertà, nè lo
scacciamento della sua famiglia, nè il rovesciamento delle sue statue,
nè la persecuzione de' suoi partigiani; domandava che gli fosse
restituita sua nipote Cattarina de' Medici, figliuola di Lorenzo duca
d'Urbino; e malgrado l'interposizione della Francia, non aveva ancora
potuto riaverla[438]. Perciò, dopo avere ricuperata la libertà. Clemente
VII non aveva voluto con verun atto pubblico violare la neutralità,
sebbene dichiarasse ai Francesi che il solo motivo che lo ritraeva
dall'entrare apertamente nella lega, era lo stato di miseria e di
debolezza cui trovavasi ridotto[439].
[436] _P. Paruta, l. VI, p. 456. — Lettere dei Princ., t. II, f.
165_, e frequentemente altrove. — _Lettera del papa a Francesco I
del 9 luglio 1528, f. 105._
[437] _Lett. de' Princ., t. II_ passim e specialmente a _f. 184._
[438] _Lett. de Princ., t. II, f. 167._
[439] _Risposta data a M. di Longavalle a nome di papa Clemente.
Lett. de' Princ., t. II, f. 85._
Dal canto suo Carlo V, sebbene prendesse co' suoi nemici il contegno di
conquistatore, segretamente desiderava di mettere fine ad una guerra che
ruinava le sue finanze, e che, riducendo i suoi popoli alla
disperazione, poteva alla fine ridondare in suo danno e grave pericolo.
Altronde era sommamente agitato dai progressi della riforma in Germania,
e da quelli de' Turchi in Ungheria. Egli non poteva lusingarsi che la
costante sua prosperità si mantenesse ancora; perciocchè, sebbene le sue
truppe mancanti di danaro, di armi e di munizioni, e spesso mal
disciplinate, avessero trionfato di numerose popolazioni, ricche ed
agguerrite, in una nuova guerra potevano pure restar perdenti. Perciò
Carlo desiderava di staccare dalla lega alcuni de' membri che la
componevano, persuadendosi che, quando la lega fosse una volta rotta,
gli altri individui temerebbero per se medesimi, e si disporrebbero ad
abbandonare i loro alleati. Ma più che tutt'altro egli desiderava
l'alleanza del papa; voleva cancellare lo scandalo della di lui
prigionia; e dopo avergli fatto sentire tuttociò che poteva temere,
credeva giunto il propizio istante di affezionarselo coi beneficj.
Per giugnere al suo intento Carlo V accordò a Clemente VII vinto,
spogliato e di fresco uscito di carcere, tali condizioni che appena
Clemente avrebbe potuto pretendere se fosse stato costantemente
vittorioso. La negoziazione cominciatasi in Roma dall'ambasciatore
imperiale Mussetola si terminò in Ispagna dal nunzio del papa, Niccola
di Schomberg, arcivescovo di Capoa; ed il trattato di pace e di alleanza
tra l'imperatore ed il papa fu sottoscritto a Barcellona il 20 di giugno
del 1529[440].
[440] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 291. — P. Jovii, l. XXVII, p. 84. —
Bernardo Segni, l. III, p. 70. — Lettere de' Princ., t. II, f. 178_,
relative alla missione dell'arcivescovo di Capoa.
Col trattato di Barcellona Clemente VII prometteva a Carlo V la corona
imperiale, che questi disponevasi a venire a prendere in Italia; gli
accordava l'investitura del regno di Napoli pel solo tributo d'una
cavalla bianca, e la licenza di levare contribuzioni sul clero de' suoi
stati. Più variati assai erano gli obblighi di Carlo V; dessi
risguardavano la santa sede, la casa de' Medici, ed il ducato di Milano.
L'imperatore prometteva al papa di fargli restituire Ravenna e Cervia
dai Veneziani, e Modena, Reggio e Rubbiera dal duca di Ferrara. La casa
de' Medici più non era rappresentata che dal bastardo Alessandro,
perciocchè il papa, sorpreso da grave malattia in principio del 1529,
per non lasciare i suoi nipoti senza appoggio nel mondo, aveva il 10 di
gennajo dato il cappello di cardinale ad Ippolito da lui sempre
prediletto, e cui aveva avuto già prima intenzione di unire in
matrimonio all'erede di Vespasiano Colonna, sua pupilla[441]; Carlo V
prometteva di rimettere Firenze in potere della casa de' Medici, e di
maritare sua figliuola naturale Margarita con Alessandro, che il papa
destinava al governo di quella repubblica; all'ultimo l'imperatore
prometteva di rimettere alla decisione di un giudice non sospetto la
sorte di Francesco Sforza e del ducato di Milano[442].
[441] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 219. — Filippo de' Nerli, l. VIII,
p. 169. — Ber. Segni, l. II, p. 49._ — Lettera di Gio. Battista
Sanga a Baldassare Castiglione, nunzio in Ispagna, del 10 febbrajo
1529, _t. II, Lettere de' Principi, f. 154._
[442] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 521. — P. Jovii Hist. sui temp.,
l. XXVII, p. 85. — Ben. Varchi, l. VIII, p. 292-294. — Bern. Segni,
l. III, p. 71. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 342-347._
La notizia del trattato di Barcellona portata a Cambrai, vi affrettò la
conclusione del trattato delle Dame, che così fu chiamato quello che
negoziavano Luigia di Savoja e Margarita d'Austria. Queste dal canto
loro sottoscrissero il 5 agosto del 1629 la convenzione che doveva
rendere la pace all'Europa. Ma per quanto fosse grande la diffidenza che
aveva potuto eccitare la politica delle corti, l'Europa non era
apparecchiata allo scandaloso scioglimento di tutti gl'intrighi che per
lo spazio di trent'otto anni avevano occupato il gabinetto di Francia.
Col trattato di Cambrai Francesco I sagrificava tutti i suoi alleati,
senza nemmeno raccomandarli alla clemenza dell'imperatore, cui li
lasciava in balìa. Egli abbandonò coloro che avevano prese le armi in
tempo della sua prigionia, che avevano fatto tremare gl'imperiali dopo
la vittoria di Pavia, che lo avrebbero anche liberato se egli non avesse
tanto affrettata la sua andata in Ispagna, che dopo tale epoca avevano
costantemente per lui combattuto, sagrificandogli i loro tesori, i loro
soldati, le loro province. Niente stipulò a favore di Firenze, la quale
dietro i di lui eccitamenti aveva provocata la collera di Carlo V, e
rifiutato più volte vantaggiose offerte di neutralità; niente per
Venezia, che dal principio del di lui regno fino al presente erasi
mantenuta fedele alleata della Francia, e verso la quale egli aveva
recentemente assunti più formali impegni. Vero è che i Veneziani ed i
Fiorentini trovavansi nominati nel trattato, ma soltanto per esserne
esclusi con un'indegna soverchieria. Diceva uno degli articoli: «Inoltre
il detto signore re cristianissimo procurerà che il comune di Firenze si
convenga coll'imperatore entro tre mesi da contarsi dalla data del
presente trattato, e ciò fatto desso comune sarà compreso nel presente
trattato, e non altrimenti.» Un altro articolo nominava i Veneziani per
obbligarli ad evacuare tutte le piazze del regno di Napoli nel termine
di sei settimane[443]. Ma le pretese intorno alle quali dovevano andare
d'accordo, i sagrificj che dovevano fare, o i giudici delle loro liti
non erano altrimenti indicati; onde questi alleati erano del tutto
abbandonati all'arbitraria volontà dell'imperatore, ed erano, fin che
questi non avesse loro accordata la pace, esclusi dal trattato.
[443] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. IX, p. 10. — Rymer Acta pub., t.
XIV, p. 335 e 340._
Parimenti il re di Francia nulla aveva convenuto pel duca di Milano, al
quale aveva guarentiti gli stati col trattato dell'ultima alleanza;
nulla pel duca di Ferrara, cui, come pegno d'indissolubile amicizia,
aveva dato in matrimonio sua cognata, figliuola del suo predecessore;
nulla per i baroni Romani, ed in particolare per gli Orsini, che, col
loro attivissimo zelo e co' moltiplici loro servigj a favore della
Francia, avevano posta in compromesso la propria esistenza, nulla per i
Fregosi a Genova, che fortunatamente trovarono maggiore riconoscenza
presso la repubblica di Venezia, nulla pel partito d'Angiò in tutto il
regno di Napoli, il quale, mosso dalla memoria d'un'antica fedeltà,
aveva prese le armi a di lui favore, e trovavasi oramai respinto verso i
patiboli; anzi Francesco si obbligò vergognosamente a non dare asilo ne'
proprj stati a nessuno di coloro che avessero portate le armi contro
Carlo V, privandosi in tal modo della possibilità di poter dare qualche
soccorso a quelli, ch'egli aveva spinti alla loro ruina[444].
[444] _B. Varchi Stor. Fior., t. III, l. IX, p. 11. — Fr.
Guicciardini, l. XIX, p. 523. — Bern. Segni, l. III, p. 73. —
Filippo de' Nerli, l. VIII, p. 183. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
VIII, p. 346. — P. Paruta, l. VI, p. 491. — Rymer Acta, t. XIV, p.
336._
Quest'abbandono di tutti gli alleati della Francia era tanto più
scandaloso in quanto che Carlo V nello stesso trattato dava un esempio
tutt'affatto contrario. Egli non dimenticò gl'interessi di coloro che si
erano per lui sagrificati. L'art. 35 ristabiliva in tutti i loro beni
gli eredi del duca Carlo di Borbone, come se questi mai non avesse
abbandonata la Francia; i susseguenti articoli volevano il mantenimento
o il ristabilimento de' diritti ed interessi del conte di Pont-de-Vaux,
del principe d'Orange, della duchessa di Vandome, del conte di Gavre,
del marchese d'Arschott, finalmente di tutti coloro che, pel loro zelo
verso l'imperatore, avevano compromessi i loro diritti o le sostanze da
loro possedute in Francia[445]. Vero è che Francesco non si curò di
rispettare gl'impegni che assumeva, e tosto che riebbe i suoi figli,
fece di nuovo sequestrare i beni di tutti i ribelli francesi[446].
[445] _Hist. de la Diplomatie française, l. III, p. 358._
[446] _Ben. Varchi, l. IX, p. 11._
Col sagrificio de' suoi alleati, de' suoi impegni, del suo onore,
Francesco I aveva ottenuto grandi modificazioni al trattato di Madrid:
egli più non rendeva a Carlo V il ducato di Borgogna, il territorio
d'Auxerre, il Maconnese, Bar sulla Senna, la viscontea d'Auxonne, e le
dipendenze di San Lorenzo, siccome si era obbligato per ricuperare la
sua libertà. Soltanto rinunciava a tutti i diritti di supremazia sopra
le province della Fiandra, che restavano all'imperatore; come pure ad
ogni diritto sopra tutti gli stati d'Italia da' quali obbligavasi a
ritirare le sue truppe prima che spirassero sei settimane. In iscambio
gli venivano restituiti i suoi figliuoli a condizione di pagare due
milioni di scudi, e di sposare Eleonora, sorella dell'imperatore, e
regina vedova di Portogallo, siccome era stato convenuto nel trattato di
Madrid[447].
[447] _Hist. de la diplom. fran., l. III, p. 355-359. — Mém. de M.
du Bellay, l. III, p. 122. — Ben. Varchi, l. IX, p. 8. — P. Paruta,
l. VI, p. 492. — Ar. Ferroni, l. VIII, p. 174 — Gal. Capella, l.
VIII, f. 93._ — Il trattato trovasi per disteso in _Rymer Acta pub.,
t. XIV, p. 326-344._
Questo trattato, forse il più fatale all'onore della Francia di
qualsiasi altro sottoscritto da verun monarca francese, si pubblicò il 5
di agosto nella chiesa di Cambrai. Pochi dì prima, e quando tutti gli
articoli erano di già convenuti, Francesco I aveva protestato agli
ambasciatori degli alleati, che mai non gli abbandonerebbe, ed aveva
rifiutato ai Fiorentini l'assenso loro accordato dal suo predecessore
nel 1512 di fare una pace parziale coll'imperatore, assenso caldamente
ricercato allora di bel nuovo dal loro ambasciatore[448].
[448] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 524. — Ben. Varchi, l. IX, p.
4._
Il re, che in tempo delle negoziazioni si era recato fino a Compiegne,
andò a Cambrai per vedere Margarita subito dopo la sottoscrizione degli
articoli; ma perchè sostenere non poteva la vista degli ambasciatori che
aveva ingannati, ricusò loro udienza sotto diversi pretesti. Finalmente
quando si vide costretto a ricevere Baldassare Carducci, ambasciatore
dei Fiorentini, gli volle far credere che il trattato di Cambrai non
fosse che uno stratagemma necessario per riavere i suoi figliuoli;
protestò non essere altrimenti mutate le sue disposizioni, e se ad onta
di qualsiasi impegno ch'egli avesse preso, essere sempre pronto ad
assistere i Fiorentini, che incoraggiò pure a fare una vigorosa
resistenza[449].
[449] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 525. — Benedetto Varchi, l. IX,
p. 14. — Filip. dei Nerli, l. IX, p. 185._
Carlo V non aveva aspettato che si conchiudesse il trattato di Cambrai
per prendere la strada d'Italia. Aveva spedito Andrea Doria a Barcellona
per assumere il comando delle sue galere; lo aveva onorato più che verun
altro monarca non avesse fatto mai un cittadino; aveva voluto che si
coprisse alla sua presenza, e lo aveva investito del principato di
Melfi[450], confiscato a danno di Ser Gianni Caraccioli. Tostocchè si fu
accordato col papa, egli infatti recossi a Barcellona, ed il 29 di
luglio andò a bordo della flotta genovese, risguardando di già come
sicura la pace colla Francia[451]. Il tragitto fu assai penoso; ed egli
non arrivò a Genova che il 12 di agosto, ove ricevette gli articoli
della pace di Cambrai. Colà trovavasi alla testa d'un'armata
appositamente adunata per dare esecuzione alla pace. Prima di lui erano
giunti a Genova due mila Spagnuoli; conduceva sulla sua flotta mille
cavalli e nove mila fanti, e doveva essere raggiunto in Lombardia dal
capitano Felice di Virtemberga, che gli conduceva otto mila Landsknecht.
Nello stesso tempo il principe d'Orange radunava all'Aquila il resto
dell'armata che aveva presa Roma e difesa Napoli. Vi si trovavano tre
mila Tedeschi, in addietro arruolati sotto il contestabile di Borbone e
sotto Giorgio Frundsberg, e quattro mila Italiani che servivano senza
paga sotto il comando di Fabrizio Maramaldo di Calabria. Una piccola
armata spagnuola, composta degli avanzi delle vecchie bande che si erano
sottratte a quelle micidiali campagne, spingeva con poca apparenza di
buon esito l'assedio di Monopoli in Puglia, sotto gli ordini del
marchese del Guasto, e faceva testa ai Veneziani, che in questa
provincia avevano ottenuti alcuni vantaggi[452].
[450] _Ben. Varchi Stor. Fior. l. IX, p. 23. — Jac. Bonfadii An.
Genuens., l. II, p. 1349. — Bern. Segni Stor. Fior., l. III, p. 76._
[451] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 526. — P. Jovii, l. XXVII, p.
93. — Jac. Bonfadii, l. II, p. 1349. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 627._
[452] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 525. — Ben. Varchi, l. IX, p.
24. — P. Bizarri, l. XX, p. 479. — P. Paruta, l. VI, p. 489. —
Lettere de' Princ., t. II, f. 160._
Carlo V era entrato in Italia, intenzionato di valersi di tutti i
diritti che aveva acquistati colla vittoria e colla rinuncia di
Francesco I; e per verità la di lui armata era abbastanza numerosa ed
agguerrita per fargli credere agevole l'esecuzione de' suoi progetti. Ma
gli alleati d'Italia, sebbene abbandonati dal re di Francia, non
mostravansi del tutto scoraggiati. I Fiorentini spedirono a Genova
ambasciatori a Carlo; ma essi ostinatamente rifiutavano di trattare con
Clemente VII. L'armata de' Veneziani non era per anco stata attaccata;
Malatesta Baglioni tratteneva sotto Perugia quella del principe
d'Orange; ed il vescovo di Tarbes, ambasciatore di Francia, non lasciava
di persuadere gli alleati a fare resistenza, anche dopo pubblicata la
pace, facendo loro sperare i soccorsi di una potente armata francese,
che diceva essere di già in cammino[453].
[453] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 527. — Ben. Varchi, t. III, l.
IX, p. 14._
D'altra parte l'urgente pericolo del fratello di Carlo V e di tutto
l'impero stesso germanico richiamava a sè l'attenzione dell'imperatore.
Solimano con un'armata, che facevasi ascendere a cento cinquanta mila
uomini, aveva invaso e guastato tutto il regno d'Ungheria, ed il 13 di
settembre aveva posto l'assedio a Vienna. Il tradimento del Visir di
Solimano, o la destrezza di Ferdinando, costrinsero veramente il turco a
levare l'assedio il 16 di ottobre; ma quel superbo monarca, ritirandosi
sdegnato, minacciava tuttavia, ed il terrore incusso dal suo prossimo
ritorno era proporzionato alla violenza della sua collera. Altronde la
Germania, divisa dalle dispute religiose, vedeva lo spirito
d'indipendenza andar crescendo cogli avanzamenti della riforma; e
l'imperatore sentiva il bisogno di fissarvi per alcun tempo la sua
residenza, onde ristabilirvi l'autorità imperiale; finalmente
sperimentava egli stesso quella penuria, che spesse volte aveva lasciata
provare ai suoi generali. Aveva tutti esauriti i suoi mezzi per
equipaggiare la flotta e trasportare la sua armata, ed in principio
della campagna si trovava di già senza danaro. Non pertanto egli non
aveva cuore di risolversi a far esercitare sotto i proprj occhi le
orribili esazioni con cui Antonio di Leiva ed il principe d'Orange
avevano tanto tempo mantenute le loro armate[454].
[454] _Ben. Varchi, l. X, p. 235. — P. Jovii Hist. sui temp., l.
XXVII, p. 92. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. II, f. 117. — Jo.
Sleidani Comm. de statu Relig. et Reip., l. VI, f. 102._
Per tutti questi motivi Carlo V s'impose, trattando cogli stati
d'Italia, una moderazione che non potevasi da lui sperare, e che infatti
non si accordava col suo carattere. I soli ai quali non volle accordare
veruna indulgenza furono i Fiorentini, non perchè avesse qualche
particolare motivo di odio contro di loro, ma perchè credeva per sè
vantaggioso di soddisfare pienamente a Clemente VII, e perchè era
sollecito di togliere ai popoli il pericoloso esempio d'uno stato che la
libertà rendeva prospero[455].
[455] Istruzione al vescovo di Vaison, nunzio presso l'imperatore,
intorno al modo da tenersi da questi verso gli stati italiani. Roma;
25 agosto 1529. _Lett. de' Princ., t. II, f. 181._
Il 30 di agosto era partito da Genova alla volta di Piacenza, e gli
ambasciatori fiorentini che l'avevano seguito, non avendo potuto
ottenere pieni poteri, dei quali egli voleva che fossero muniti, per
trattare col papa, non vennero ammessi alla sua udienza[456].
[456] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 528. — Jac. Nardi, l. VIII, p.
348. — Bern. Segni, l. III, p. 75. — P. Jovii, l. XXVII, p. 95._
Frattanto Antonio di Leiva manteneva viva la guerra contro il duca di
Milano; ed il marchese di Mantova, che a prezzo d'oro aveva ottenuto di
rientrare nell'alleanza dell'imperatore, era stato posto al comando di
un'armata che doveva attaccare i Veneziani. Vero è che queste due guerre
trattavansi assai mollemente. Il duca di Milano ed i Veneziani, che
egualmente cercavano di negoziare coll'imperatore, temevano d'inasprirlo
approfittando de' loro vantaggi. Gli ultimi avevano rinunciato
all'attacco di Brindisi, e ritirata la loro flotta a Corfù, evitando una
battaglia. Il primo aveva lasciato sorprendere Pavia, che Annibale
Picinardo, suo governatore, aveva per tradimento venduta ad Antonio di
Leiva; ma sperava tuttavia di potere difendere Cremona e Lodi, ed
ambidue si erano vincolati a non trattare separatamente l'uno
dall'altro[457].
[457] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 529. — B. Segni, l. III, p. 90.
— P. Jovii, l. XXVII, p. 96. — P. Paruta, l. VI, p. 490. — Gal.
Capella, l. VIII, p. 94._
Clemente VII e Carlo V erano d'accordo di avere un abboccamento in
Bologna. Il primo vi si recò in sul finire di ottobre, per ricevere
l'illustre suo ospite[458]. Carlo, dietro le calde istanze di Alfonso
duca di Ferrara, attraversò i ducati di Modena e di Reggio per passare
da Piacenza a Bologna; venne accolto ai confini da Alfonso, che da lungo
tempo negoziava per riavere la di lui grazia, e che, mai più non
abbandonandolo per molti giorni, riuscì finalmente a guadagnarsi il di
lui favore. L'imperatore fece il suo ingresso in Bologna il 5 di
novembre, ed il restante dell'anno fu consacrato alle negoziazioni, che
dovevano finalmente fissare la sorte dell'Italia[459].
[458] _Ben. Varchi, l. X, p. 202. — P. Jovii, l. XXVII, p. 100._
Lettera del papa all'imperatore, da Bologna il 27 ottobre. _Lett.
de' Princ., t. II, f. 186._
[459] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 536. — Ben. Varchi, l. X, p.
252. — Bern. Segni, l. III, p. 92. — P. Jovii, l. XXVII, p. 100. —
Fr. Belcarii, l. XX, p. 628. — Galeat. Capella, l. VIII, p. 94. — P.
Paruta, l. VI, p. 495 — P. Giovio vita d'Alf. d'Este, p. 132._
Il papa non aveva cessato di proteggere Francesco Maria Sforza, e non
aveva pure voluto dare orecchio ad alcune proposizioni che gli si erano
fatte di stabilire la casa de' Medici a Milano piuttosto che a
Firenze[460]. Ottenne per lo Sforza un salvacondotto, munito del quale
questi si recò a Bologna il 22 di novembre. Appena giunto, l'infelice
stato della sua salute diede subito a conoscere che non vivrebbe lungo
tempo, e che Carlo V nulla arrischiava trattandolo favorevolmente,
poichè con lui spegnevasi la di lui famiglia, ed il ducato di Milano
ricadeva all'imperatore. Dopo un mese di negoziazioni, delle quali il
papa si fece mediatore, il 23 dicembre del 1529 furono sottoscritti il
trattato di pace dello Sforza e quello de' Veneziani[461].
[460] _Ben. Varchi, l. X, p. 251._
[461] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 537. — Ben. Varchi, l. X, p.
256. — Bern. Segni, l. III, p. 94. — P. Jovii, l. XXVII, p. 103. —
Gal. Capella, l. VIII, f. 94. — P. Paruta, l. VI, p. 500._
Francesco Sforza venne rimesso nel ducato di Milano, e ne ottenne
l'investitura imperiale, o piuttosto, ottenne la conferma di quella che
aveva già ricevuta molt'anni prima. Ma egli staccò da questo ducato la
contea di Pavia, che cedette ad Antonio di Leiva, il quale ne doveva
conservare la sovranità per tutto il tempo della sua vita. Lasciò
inoltre in mano dell'imperatore la città di Como ed il castello di
Milano come guarenzia dei pagamenti che prometteva di fargli nel
susseguente anno. Infatti prima che quell'anno terminasse, prometteva di
pagare all'imperatore quattrocento mila ducati per prezzo di
quest'investitura; e nei dieci successivi anni, doveva ogni anno pagarne
cinquanta mila, che in tutto formavano la somma di novecento mila
ducati, pel quale prezzo Carlo V gli vendeva il suo ristabilimento
nell'eredità de' suoi antenati. Ma per formare così enorme somma in un
paese sventurato, guastato da trent'anni di atroci guerre, dalla
carestia e dalla peste, d'uopo era di aggravare la mano sui contribuenti
con crudeli imposizioni.
Perciò i Milanesi non trovarono sotto Francesco Sforza quel riposo e
quella prosperità che da tanto tempo desideravano. Ne' pochi anni che
ancora passarono sotto il di lui governo, poterono appena cicatrizzare
le profonde piaghe che loro aveva fatte la guerra, e più volte ebbero a
dolersi dell'eccessivo prezzo che pagavano pel ritorno del loro
principe[462]. Per affezionare Francesco alla sua casa, Carlo V gli fece
sposare sua nipote Cristierna, figlia del re di Danimarca, la quale
principessa arrivò a Milano in aprile del 1534. Ma questo matrimonio
inspirava poca confidenza ai principi ed ai popoli vicini. La salute di
Francesco Sforza era a tale termine ridotta, che non potevasi avere
lusinga di vederlo godere una lunga vita, nè avere speranza che
lasciasse figliuoli dopo di lui. Infatti egli morì il 24 ottobre del
1535, senza posterità, chiamando con suo testamento erede
l'imperatore[463].
[462] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 537. — Bern. Segni, l. III, p.
94. — Gal. Capella, l. VIII, f. 96_ ed ultimo.
[463] _P. Paruta, l. VII, p. 559. — Mém. de M. du Bellay, l. VI, p.
300. — Murat. Ann. ad annum._
Per ottenere la pace i Veneziani restituirono al papa le città di
Ravenna e di Cervia, ed all'imperatore i porti sull'Adriatico ch'essi
avevano conquistati nella Puglia. Essi ad ogni modo richiesero un
assoluto perdono per tutti coloro che gli avevano serviti, e che
tornavano sotto gli antichi loro sovrani. Dal canto loro accordarono
pure il perdono ad una parte de' loro esiliati, e fissarono sui loro
beni una pensione a favore di coloro cui non vollero permettere di
tornare in patria. Inoltre i Veneziani promisero di pagare a certi
termini i dugento mila ducati di cui andavano tuttavia debitori verso
l'imperatore, e si obbligarono di aggiungerne altri cento mila come
prezzo della pace. Fecero ricevere il duca d'Urbino, loro generale,
sotto la protezione dell'imperatore, e finalmente si obbligarono a
guarentire i possedimenti dell'imperatore in Italia, e del duca di
Milano, ma soltanto contro i principi cristiani, non volendo
sottoscrivere verun trattato che potesse strascinarli in una guerra
contro i Turchi[464].
[464] _P. Paruta Ist. Ven., l. VI, p. 505. — Fr. Guicciardini, l.
XIX, p. 538. — Ben. Varchi, l. X, p. 257. — P. Jovii Hist., l.
XXVII, p. 104._
Il trattato di pace di Alfonso, duca di Ferrara, fu assai più che non i
precedenti difficile a conchiudersi; negli altri due il papa aveva fatte
le parti di mediatore, mentre che era ostacolo egli medesimo alla
conchiusione di questo. Aveva lungamente cercato d'impedire che Alfonso
non fosse ammesso in Bologna, ed a stento acconsentì di accordargli un
salvacondotto il 20 marzo del 1530. Dopo tale epoca Alfonso trattò i
suoi affari personalmente; ma egli doveva difendere contro il papa la
totalità de' suoi stati. Clemente VII riclamava per la santa sede Modena
e Reggio, conquistate dai suoi predecessori, e Ferrara che pretendeva
avere Alfonso perduta coll'avere egli fatta la guerra al papa, suo
supremo signore. Carlo V non desiderava di rendere tanto potente lo
stato della Chiesa; egli si riprometteva assai più dell'ubbidienza
all'impero di un duca di Ferrara, che di un futuro papa; e soltanto egli
voleva aggiustare queste vertenze prima di abbandonare l'Italia, per non
lasciare dietro di sè alcun seme di guerra; in conseguenza stimolava
Alfonso di prenderlo arbitro di tutti i suoi interessi. Alfonso, che
conosceva il trattato di Barcellona, col quale l'imperatore si era
obbligato a far restituire alla santa sede Modena, Reggio e Rubbiera,
aveva paura di acconsentirvi; Clemente VII dal canto suo non diffidava
meno di assoggettare alla disamina de' giureconsulti i diritti
totalmente immaginarj della santa sede sopra Modena e Reggio. Per
persuaderlo, Carlo V segretamente gli promise, che, dopo l'esame de'
reciproci diritti, se i giureconsulti decidevano a favore della santa
sede, pubblicherebbe e farebbe eseguire la loro sentenza, che, se
accadesse il contrario, la sentenza non sarebbe mai pubblicata, e che,
spirato il termine del compromesso, le due parti rientrerebbero ne'
rispettivi diritti. Dopo quest'iniqua convenzione, il papa ed il duca di
Ferrara si assoggettarono all'arbitramento della camera imperiale con un
compromesso sottoscritto il 20 di marzo, e le terre contestate furono
depositate in mano dell'imperatore[465].
[465] _Ben. Varchi, t. IV, l. XI, p. 58. — Muratori Ann. d'Italia ad
an. — P. Giovio vita d'Alfonso d'Este, p. 134._
Carlo V, che tacitamente aveva ritornato in sua grazia Alfonso d'Este,
volle dargliene una prima dimostrazione il 25 di marzo, accordandogli
l'investitura della città e della contea di Carpi, che aveva confiscata
a pregiudizio di Alberto Pio in gastigo del di lui attaccamento alla
Francia. Vero è che Alfonso pagò sessanta mila ducati in effettivo
danaro per questo favore, promettendo di pagarne altri quaranta mila a
lungo termine. I rispettivi diritti dell'impero, della santa sede e
della casa d'Este furono in seguito discussi con molte scritture da varj
giureconsulti, i quali conchiusero che le città di Modena, Reggio e
Rubbiera non erano state altrimenti comprese nella donazione
dell'esarcato di Ravenna, fatta ai pontefici da Pipino, o da Carlo
Magno; e che perciò queste città non avevano mai cessato di far parte
del dominio dell'impero. Per tal modo, piuttosto che riconoscere o i
diritti delle popolazioni di essere governate pel loro maggiore
vantaggio, o quelli de' trattati, o quelli che dà il possesso, si
ricorse ad un'apocrifa transazione di un secolo barbaro, senza farsi
carico di sette secoli di successive rivoluzioni. Carlo V, trovandosi in
Colonnia il 21 dicembre del 1530, pronunciò la sua arbitramentale
sentenza a favore della casa d'Este; soltanto il papa riuscì ad
impedirne la pubblicazione fino al 21 aprile del 1531. Con questa si
obbligava la santa sede a conferire al duca Alfonso l'investitura di
Ferrara, contro il pagamento di cento mila ducati d'oro da farsi alla
camera apostolica; mentre che la camera imperiale, la quale dal canto
suo si era fatta lautamente pagare, accordò allo stesso duca
l'investitura di Modena, Reggio e Rubbiera, come feudi dell'impero[466].
[466] _Fr. Guicciardini, l. XX, p. 549. — Ben. Varchi, t. IV, l.
XII, p. 349. — Muratori Ann. d'Italia, t. X, p. 242. — P. Jovii
Hist., l. XXVII, p. 137. — Lo stesso, vita d'Alfonso d'Este, p.
137._
Il duca d'Urbino era stato presentato in Bologna all'imperatore ed al
papa dagli ambasciatori veneziani, ed era stato egualmente ben accolto
dall'uno e dall'altro[467]. Federico Gonzaga, marchese di Mantova, era
stato uno de' primi tra i piccoli potentati a fare la sua pace
coll'imperatore, cui apparecchiava uno splendido ricevimento nella sua
capitale, ottenendo in contraccambio da lui il 25 di marzo un diploma,
col quale il marchesato di Mantova veniva eretto il ducato[468]. Il duca
Carlo III di Savoja ed il marchese Bonifacio di Monferrato recaronsi
pure personalmente a Bologna per fare la loro corte al monarca diventato
il solo arbitro dell'Italia. Il primo era cognato dell'imperatore,
essendo sua moglie Beatrice, siccome pure quella di Carlo V, figlia del
re di Portogallo; ed era in pari tempo zio di Francesco I, perchè Luigia
d'Angoleme, di lui madre, era sua sorella. Questo doppio parentado aveva
senza dubbio contribuito a farlo rispettare dai due rivali monarchi in
tempo delle guerre che avevano fino allora guastata l'Italia. I suoi
stati avevano sofferto assai pel continuo passaggio delle armate, ma per
altro erano sempre stati risguardati come neutrali: ma Luigia, duchessa
d'Angoleme, morì nel susseguente anno, e Carlo III, perdendo la sua
protettrice alla corte di Francia, credette più prudente consiglio di
attaccarsi totalmente all'imperatore cui vedeva salito all'apice della
potenza; e questo cambiamento di politica trasportò ne' suoi stati le
guerre che bentosto si riaccesero tra i due rivali[469].
[467] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVII, p. 110._
[468] _Ben. Varchi, l. XI, p. 59. — P. Jovii, l. XXVII, p. 110._
[469] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVII, p. 110. — Mém. de M. du
Bellay, l. IV, p. 140._
La repubblica di Genova occupava in allora un altissimo grado nel favore
di Carlo, ed il liberatore di lei Andrea Doria aveva ricevuto dal
monarca nuove distinzioni. Nella Toscana due altre repubbliche, Siena e
Lucca, conservavano nell'oscurità la loro indipendenza: erano da lungo
tempo affezionate al partito Ghibellino, e venivano considerate quali
feudatarie dell'impero; avevano continuamente somministrati sussidj alle
armate imperiali, ed il solo favore che domandavano in contraccambio,
era di venire dimenticate; effettivamente al primo aspetto i loro
rapporti cogli altri stati non parvero cambiati; ma il consolidamento
della potenza imperiale in Italia le faceva sempre più di mano in mano
decadere dal rango e dall'importanza di stati indipendenti.
La sola repubblica di Firenze non era compresa in questa pace
universale: Carlo V aveva promesso al papa di sagrificargliela; e sul di
lei territorio egli andava ragunando tutte le armate che successivamente
richiamava dalle diverse province cui rendeva la pace. Tutta questa
gente, nudrita nel sangue e ne' delitti, che aveva pel corso di
trent'anni spogliate senza pietà ed avvolte nel dolore tutte le contrade
dell'Italia, si adunava adesso in Toscana. Ma Carlo V preferiva di non
essere testimonio dello sterminio di quell'industre ed illuminato
popolo, che tanto aveva contribuito ai progressi delle lettere, delle
arti, delle scienze, e che in faccia sua non aveva verun demerito. Egli
si era legate le mani col papa, obbligandosi a non avere pietà dei
Fiorentini; perciò non volle trovarsi a portata di sentire le loro
preghiere, quando dovrebbe ricusar loro ogni compassione; e questo
motivo si aggiunse a tutti gli altri sovraccennati, che già lo
affrettavano a prendere la strada della Germania.
Carlo V si era proposto di ricevere in Italia le due corone della
Lombardia e dell'impero. Secondo l'antica costumanza, avrebbe dovuto
cingere la prima a Milano nella chiesa di sant'Ambrogio, e la seconda a
Roma nella basilica di san Giovanni Laterano. Ma pare che troppo non
desiderasse di vedere queste due città, le quali erano state
barbaramente trattate da' suoi generali: pretestò lettere di suo
fratello Ferdinando, re d'Ungheria, che lo affrettavano a recarsi in
Germania, ed ottenne dal papa che le due coronazioni si facessero in
Bologna. Queste cerimonie ebbero dunque luogo, la prima il 22 di
febbrajo nella cappella del palazzo pontificio, la seconda il 24 di
marzo nella cattedrale di san Petronio. Da ottant'anni a quella parte
l'Italia più non aveva veduto coronarsi verun imperatore, e questa fu
pure l'ultima coronazione. Tutto adunque contribuì a rendere questa
cerimonia magnifica, ed il fasto e la pompa che si spiegarono in tale
occasione, ed il rango de' personaggi che in tale circostanza
corteggiarono l'imperatore, ed il terrore che inspiravano le vittoriose
legioni che lo circondavano, e la gloria militare de' loro capi[470].
[470] _Fr. Guicciardini, l. XX, p 541. — P. Jovii Hist., l. XXVII,
p. 105. — Bern. Segni, l. IV, p. 107. — Ist. di Gio. Cambi, t.
XXIII, p. 51. — P. Paruta, l. VII, p. 510. — Alfonso de Ulloa vita
di Carlo V, l. II, f. 119._
Ma la coronazione di Carlo V a Bologna è ancora più notabile, siccome
l'epoca della nuova potenza cui erasi l'imperatore innalzato, e
dell'intera servitù dell'Italia. Nè Carlo Magno, nè il primo Ottone, non
avevano ottenuto in mezzo a tutta la gloria delle loro conquiste un così
illimitato potere su tutta l'Italia come quello che vi esercitava Carlo
V. I primi erano stati contenuti dalle prerogative della Chiesa, da'
privilegj de' principi e delle città, e per quanto si estendessero le
loro pretese, scontravano dovunque delle barriere che non potevano
superare. Ma nell'istante in cui venne coronato Carlo V, più non eravi
alcuna parte d'Italia che potesse chiamarsi indipendente. Il popolo che
così lungamente aveva occupata la storia colle sue alte imprese, colle
sue virtù, co' suoi talenti e colla sua politica, aveva cessato di
esistere come nazione. Al mezzodì i due regni di Sicilia e di Napoli
riconoscevano l'immediata sovranità di Carlo V. Lo stato della chiesa,
che veniva dopo quelli co' suoi piccoli principi feudatarj, era stato
talmente domo dalle vittorie dell'armata imperiale, che il papa aveva
perduta ogni confidenza nelle proprie forze, ed ogni idea di resistenza.
La Toscana, invasa dalle armate di Carlo, era vicina ad essere
convertita in un principato feudale dell'impero. I duchi di Ferrara, di
Mantova, di Milano, di Savoja, ed il marchese di Monferrato dovevano
l'esistenza loro al beneplacito dell'imperatore, ed in questi ultimi
mesi essi medesimi avevano confessate e più strettamente rannodate le
loro catene. La repubblica di Genova, libera soltanto entro il recinto
delle sue mura, si era colle sue esterne relazioni compiutamente
assoggettata alla politica spagnuola. Quella di Venezia si era sottratta
tremando ai pericoli che la minacciavano, ma non lasciava perciò di
sentire tutta la sua debolezza: ella calcolava l'infelice suo stato
meglio assai che non facevano i suoi vicini, e di già si assoggettava a
quella timida e sospettosa condotta, con cui protrasse la sua esistenza
per lo spazio di quasi tre secoli, rinunciando all'influenza che aveva
fin allora esercitata su tutta l'Europa. Dall'una all'altra estremità
dell'Italia la potenza dell'imperatore era del tutto illimitata. Colui
che avesse avuto la disgrazia d'incontrare il suo risentimento, colui
che ardito avesse, nei suoi discorsi, nelle sue scritture, di giudicare
liberamente le di lui azioni o quelle de' generali o de' ministri di
lui, non avrebbe trovato asilo contro la formidabile di lui collera, nè
alla corte dei principi, nè in seno delle repubbliche. Tutti gl'Italiani
tremavano ed ubbidivano; e quando Carlo V partì per recarsi in Germania,
ne' primi giorni d'aprile del 1530, non aveva verun motivo
d'inquietudine rispetto alle province che si lasciava alle spalle[471].
[471] _Ben. Varchi Stor. Fior., t. III, l. IX, p. 8, t. IV, l. XI,
p. 60. — Bern. Segni, l. IV, p. 115. — P. Bizarri, l. XX, p. 489. —
Alfonso de Ulloa vita di Carlo V, l. III, f. 121. — P. Paruta Ist.
Ven., l. VII, p. 511._