_Il contestabile di Borbone conduce l'armata imperiale verso la
Toscana: Clemente VII, dopo avere riportato qualche vantaggio
nel regno di Napoli, tratta col vicerè. Presa e sacco di Roma,
Firenze torna in libertà._
1527.
L'Italia, da lungo tempo abbandonata ai guasti delle barbare nazioni,
provava sempre nuove più grandi calamità. I suoi abitanti erano di già
pervenuti al più alto grado d'incivilimento, avevano di già ottenuta
tutta la gloria che le lettere, le arti, le scienze dovevano loro
ottenere, conoscevano omai tutti i godimenti che la vita sociale può
promettere, e trovavansi intanto immersi in un abisso di miserie, che
dai progressi fatti fin allora erano rendute più dolorose. Pure tutti i
precedenti mali erano piccola cosa a canto a quelli che apportare doveva
l'anno 1527; anno di vergogna per coloro che gli oppressero, e di
desolazione per loro; anno nel quale i flagelli della peste, della
guerra, della fame si combinarono per istraziarli, e nel quale ognuno di
loro venne aggravata da circostanze fin allora inaudite.
Quasi tutte le calamità che affliggono gli uomini s'addolciscono
prolungandosi; le une sono rendute sopportabili dall'abitudine;
l'esperienza insegna a prevenire le altre; gli sforzi riuniti di quelli
che governano e di quelli che sono governati, ristabiliscono in breve
tempo qualche ordine, anche dove tutto sembrava prima confusione ed
anarchia. Ma la guerra si rende tanto più crudele per lo sventurato
paese che n'è il teatro, quanto più lungamente dura. I bisogni sono i
medesimi, la consumazione non diminuisce, mentre gli approvvigionamenti
sono esauriti, e la riproduzione cessata. L'esazioni del precedente anno
sembrano un titolo per cercarne altre simili; mentre appunto perchè si è
molto pagato, mancano i mezzi di pagare ancora. Nello spirito de'
soldati l'onore delle armi si va sempre più separando dalle antiche
nozioni di giustizia, di morale, di umanità. Coloro che uscendo dalla
casa paterna avrebbero ancora arrossito di ogni non necessaria violenza,
di ogni attentato contro la proprietà, oltre a quelli che sono
giustificati dalle leggi della guerra, si accostumano dopo alcune
campagne a non riconoscere altra legislazione che la forza, a non
curarsi del dolore e della miseria degli altri, e ad insuperbirsi della
propria insensibilità. Spesso, senza che il cuor loro sia corrotto,
adottano come spirito del loro stato lo spirito del più feroce loro
commilitone, e l'opinione del loro corpo, invece di essere il sostegno
della loro morale è un abisso nel quale vanno a cadere inavvertiti tutti
i delitti. Allora essi distruggono per distruggere, maltrattano per
godere degli altrui patimenti, ed il loro cuore, chiuso alla
compassione, più non conserva alcuno di que' pietosi sentimenti che vi
avevano fatti nascere gl'insegnamenti delle loro madri.
A tale stato di ferocia erano in allora giunti i soldati che divoravano
l'Italia. Quelli che in Milano ubbidivano al Borbone avevano vissuto
tutto un anno a discrezione presso gli sventurati abitanti abbandonati a
tutti i loro cattivi trattamenti. Essi li tenevano legati nelle loro
proprie case per istrappar loro coi tormenti tutto ciò che poteva
soddisfare a' loro capricci. Facevansi giuoco di disonorare in loro
presenza le consorti e le figlie: le loro orecchie eransi indurite alle
disperate grida di quegli sventurati; e quando l'ospite prigioniero
poteva fuggire dalle loro mani per precipitarsi da una finestra o
gettarsi in un pozzo, onde mettere fine alla sua miseria, l'avaro
castigliano se ne consolava, pensando che probabilmente non aveva più
nulla da perdere, e prendeva un altro milanese per assoggettarlo ai
medesimi tormenti.
I Tedeschi che Frundsberg conduceva in Italia, se per anco non si erano
macchiati colle medesime crudeltà, erano per lo meno usciti dalla loro
patria, allettati dal racconto che delle medesime era stato loro fatto.
Si erano persuasi a formare un'armata non pagata, soltanto a condizione
che verrebbero abbandonati alla loro discrezione i ricchi abitanti delle
città. Essi conoscevano il disordine del loro imperatore, e la povertà
del generale; ma si erano loro promessi i vini e le donne d'Italia, e
toccava alle loro avide mani il procurarsi di per sè il pagamento de'
loro servigi.
Pure questo soldo, che non era mai pagato, era loro dovuto: i mesi
passavano, ed il debito riconosciuto dai loro generali si andava sempre
ingrossando. Sapevano i soldati che mai non sarebbero pagati, ma non
rinunciavano perciò alle loro pretese. Per lo contrario se ne formavano
un diritto per iscuotere affatto il giogo di ogni disciplina. Se un
capitano più umano voleva intromettersi in favore di qualche sventurato
abitante, il soldato subito gli chiedeva il soldo arretrato; lo
domandava pure se veniva destinato ad un servigio faticoso o
disaggradevole; se riceveva ordine di uscire da un accantonamento di sua
soddisfazione. Colla risposta, _pagatemi_, era sicuro di far tacere i
suoi superiori, e cominciava di già a rendersi non meno formidabile ai
suoi capi che a' suoi ospiti.
La venuta di Frundsberg faceva sperare ai generali imperiali di potere
approfittare per qualche strepitoso fatto d'un'armata così formidabile
come la loro, ed il proprio interesse più ancora che la compassione loro
faceva desiderare di metter fine ai patimenti de' Milanesi. Ma gli
Spagnuoli non vollero uscire da una città ove si erano trovati così
bene, e domandavano ad alte grida i loro soldi arretrati; e volevano che
i generali qualora non li potessero pagare cacciassero fuori di Milano
tutti gli abitanti, che, secondo loro, gli affamavano, non ritenendo in
città che le donne ed i domestici per servirli. Nello stesso tempo
accorsero affollati alle chiese ed ai luoghi fin allora rispettati, e li
saccheggiarono[252]. Non vi volle meno di tutta l'arte del Borbone, e di
tutto il credito d'Antonio di Leiva e del marchese del Guasto per far
partire alla volta di Pavia, uno dopo l'altro, i battaglioni cui
potevansi pagare cinque mesi di soldo arretrato. Le tratte sopra Genova
che Carlo V aveva mandate, i tributi estorti all'Italia, le somme prese
a prestito o esatte sul credito di tutti i generali, tutto fu impiegato
nel pagare questi cinque mesi di soldo; e il 30 di gennajo le truppe
condotte da Borbone passarono il Po. Ma nell'atto che intraprendevasi
questa spedizione niente rimaneva nella cassa militare nè per le spese
necessarie de' trasporti, nè per pagare le truppe di Frundsberg, cui si
dovevano unire quelle di Borbone[253].
[252] _Gal. Capella, l. VI, f. 71._
[253] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 425. — Gal. Capella, l. VI, f.
72._ — Lettera del datario Ghiberti al conte Filippino Doria. Roma 4
febbrajo 1527, _t. II. Lettere de' Princ. f. 49. — Scip, Ammirato,
l. XXX, p. 364._
Quando i due corpi d'armata si furono uniti in riva alla Trebbia, il
duca di Borbone trovò d'avere sotto i suoi ordini tredici in quattordici
mila Tedeschi condotti da Frundsberg, cinque mila Spagnuoli, due mila
Italiani, cinquecento uomini d'armi, e circa il doppio numero di
cavaleggieri[254]. La prima città che incontravano sulla strada era
Piacenza. Il Borbone si trattenne in quelle vicinanze una ventina di
giorni, forse sperando che gliene fossero aperte le porte dalla viltà
delle truppe pontificie; o forse perch'era ancora incerto su ciò che
dovesse fare. Frattanto stringeva Alfonso d'Este, duca di Ferrara, colle
più calde istanze a voler dimostrare il suo attaccamento alla causa
imperiale, nella quale aveva preso parte, somministrandogli artiglieria
e danaro. Alfonso non temeva forse meno la vicinanza di così formidabile
truppa amica, che se fosse stato in guerra coll'imperatore. Si sforzò
dunque di persuadere al Borbone, che il solo partito che gli restava a
prendere era quello di andare avanti, di sorprendere i suoi nemici nel
centro della loro potenza o a Firenze o a Roma, e di alimentare le sue
truppe in un paese sempre nuovo. Gli rappresentò che quando ancora gli
riuscisse di prendere Piacenza, i vantaggi di questa conquista non
sarebbero una sufficiente ricompensa del danaro, della gente e del tempo
perduto per acquistarla. Il Borbone sentì l'importanza di questo
consiglio, e siccome veniva accompagnato da una sovvenzione
somministrata dal duca di Ferrara, il Borbone con questo danaro pagò due
scudi ad ogni Tedesco di Frundsberg: questo era il primo pagamento che
ricevevano i Tedeschi dopo essere entrati in Italia[255].
[254] _Scip. Ammirato, l. XXX, p. 365. — G. Frundsberg
Kriegzsthaten, B. V, f. 83._
[255] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 423._ — Lettera a Niccolò
Capponi, Roma 7 febbrajo 1526, _t II, f. 51. Lett. de' Princ._ —
Lettera del Ghiberti al cardinale Trivulzio del primo marzo. _Ivi,
f. 55. — Fr. Belcarii, l, XIX, p. 588. — P. Paruta, l. V, p. 384._
Il Borbone s'avviò alla volta di Bologna ma assai lentamente. La sua
situazione era pericolosissima, perchè non avendo danaro per far
condurre le vittovaglie, e pochissima cavalleria per procurarsene a
qualche distanza, era costretto di distribuire la sua truppa sopra una
vasta estensione di paese perchè potesse alimentarsi con quello che
trovava. Ma il Borbone aveva che fare con un generale troppo lento e
troppo cauto per temere qualche sorpresa. Il duca d'Urbino, dopo essersi
lungamente consigliato se passerebbe il Po coll'armata veneziana, aveva
in ultimo adottato il bizzarro progetto di tenere continuamente il duca
di Borbone fra due armate, che sempre ricuserebbero di venire a
battaglia. L'una davanti anderebbe sempre rinculando di mano in mano che
il Borbone avanzerebbe, lasciando guarnigione in tutte le città, presso
alle quali doveva passare il Borbone; e quest'armata comandata dal
marchese di Saluzzo era composta di Francesi, di Svizzeri e di soldati
della Chiesa. L'altra, alle spalle, comandata dal duca d'Urbino, doveva
essere formata da tutte le truppe veneziane, e tenere dietro
agl'imperiali a trenta miglia di distanza per inquietarli nella loro
marcia, tagliar loro le comunicazioni, ed impedir loro di ricevere
rinforzi[256].
[256] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 430. — P. Paruta, l. V, p.
389._
Un tale progetto non era altrimenti fatto per mettere coraggio ai paesi
minacciati dal Borbone, ed in particolare alla Toscana e allo stato del
papa[257]. Imperciocchè l'armata del marchese di Saluzzo doveva ogni
giorno indebolirsi per le guarnigioni che lascerebbe nelle città, e
conoscevansi abbastanza il duca d'Urbino ed i Veneziani, onde tenere per
certo, che il primo non si allontanerebbe troppo da' confini della
repubblica. Ma il duca d'Urbino fermo nel suo sistema di non venire mai
a battaglia, per conservarsi la riputazione d'invincibile, non era
troppo facile a persuadere. Altronde aspettava per sè medesimo qualche
vantaggio dallo spavento di Clemente VII e de' Fiorentini; era per lui
un mezzo di ottenere la restituzione di san Leo e della contea di
Montefeltro; e pretestò una leggiere febbre che lo assalì il 3 di
gennajo a Parma, per farsi portare a Casal Maggiore, indi a Gazzuolo,
ove si trattenne fino alla metà di marzo, lasciando libero il campo agli
imperiali[258].
[257] Niccolò Capponi scrisse al papa per rappresentargli i pericoli
di Firenze. La risposta scritta da un segretario di Clemente VII, il
7 di febbrajo, espone il piano di difesa del papa. _Lett. de'
Princ., t. II, f. 48._
[258] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 431._ — Lettera del
Guicciardini al vescovo di Bayeux. Parma 8 di gennajo. _Lett. de'
Princ., t. I, f. 182._
Mentre che il Borbone si andava lentamente avanzando verso Bologna,
altre armate combattevano ne' contorni di Roma, e Clemente VII a seconda
de' loro progressi regolava tali negoziazioni che ammorzavano il
coraggio de' suoi generali. Il re di Francia, che incoraggiava sempre il
papa colle più splendide promesse, non s'adoperava però mai perchè
giugnessero in tempo nè i soldati nè i sussidj da lui promessi. Renzo di
Ceri, che si era fatto un illustre nome nell'armata francese colla
difesa di Marsiglia, era giunto il primo di dicembre del precedente anno
a Savona con due galere francesi, e tre giorni dopo era stato raggiunto
dal restante della flotta francese, ch'erasi subito portata sotto Genova
colle galere del papa e di Venezia per ricominciare il blocco di quella
città[259]. Renzo era poscia giunto a Roma col conte di Vaudemont, cui
pensavasi ad assicurare il regno di Napoli, facendogli sposare Catarina
de' Medici, nipote del papa, ch'ebbe poi sì gran nome come regina di
Francia[260]. Il conte di Vaudemont era fratello del duca di Lorena, e
perchè Francesco primo rinunciava ai suoi diritti alla corona di Napoli,
si pensava a far rivivere nella casa di Lorena gli antichi diritti
trasmessile dalla casa d'Angiò.
[259] Lettera del datario al cardinale Trivulzio. _Lett. de' Princ.,
t. II, f. 22._
[260] _P. Paruta, l. V, p. 378. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p.
424. — Ben. Varchi, l. II, p. 49._
L'arrivo di un principe francese all'armata destinata a far l'impresa di
Napoli, fece supporre al papa che il re manterrebbe finalmente le sue
promesse tante volte rinnovate, e che i pattuiti sussidj, gli Svizzeri,
gli uomini d'armi francesi, tutto finalmente arriverebbe. Infatti gli si
diceva, che il danaro ch'egli aspettava gli sarebbe a giorni portato da
messere Martino di Bellay, signore di Langei, quello che ci lasciò le
più accurate memorie francesi di quest'epoca[261]. A ciò fidandosi il
papa, l'armata della Chiesa sotto gli ordini di Agostino Trivulzio e di
Vitello Vitelli si adunò a Ferentino, mentre che il vicerè trovavasi a
Cepperano con quella di Napoli[262].
[261] Lettera del datario al cardinale Trivulzio, 8 marzo 1527, _t.
II, Lett. de' Princ., f. 58._
[262] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 424. — Ben. Varchi, l. II, p.
49._
Quest'ultimo aveva raccolti circa dodici mila uomini; ma appena la metà
di questo numero era di truppe di linea venute con lui dalla Spagna; le
altre erano milizie del regno di Napoli, delle quali facevasi poco
conto. In sul finir del precedente anno, egli le aveva condotte
all'assedio di Frusolone, borgata senza mura, ma posta in una situazione
naturalmente forte. Il Lannoi vi si lasciò sorprendere l'ultimo giorno
di gennajo, e fu costretto di rientrare entro i confini del regno dopo
avere perduta molta gente[263].
[263] _Fr. Guicciardini, t. XVIII, p. 427. — P. Paruta, l. V, p.
378. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 589. — Scip. Ammirato, l. XXX, p.
365. — Lettera del datario di Roma, 4 febbrajo. Lett. de' Princ., t.
II, f. 49._
Questo vantaggio, e le istanze e le promesse dell'ambasciatore di
Francia, e le speranze che dava Russel, ambasciatore d'Inghilterra,
mossero Clemente VII a tentare la conquista del regno di Napoli. Renzo
di Ceri con sei mila uomini doveva entrare negli Abruzzi, ravvivare il
partito del conte di Montorio, ed occupare l'Aquila, che infatti gli
aprì le porte: l'armata principale doveva portarsi dalla banda di san
Germano sopra Napoli; e la flotta alleata, sotto gli ordini di Pietro
Navarro, cui il papa fece abbandonare il blocco di Genova, doveva
minacciare le coste della Campania[264].
[264] Lettera del datario al conte Filipino Doria per richiamare la
flotta. Roma 4 febbrajo 1527. _Lett. de Princ., t. II, f. 49. — Fr.
Guicciardini, l. XVIII, p. 428._
Queste diverse spedizioni si cominciarono contemporaneamente a metà di
febbrajo con non infelice successo: il vicerè, poco fidandosi de' suoi
mezzi di difesa, ritirossi a Gaeta e don Ugo di Moncade a Napoli. La
flotta saccheggiò Molo di Gaeta, prese Castellamare, Stabbia, Torre del
Greco, Sorrento, e Salerno; Renzo di Ceri non ebbe dal canto suo minori
vantaggi nell'Abruzzo, ove occupò Siciliano e Tagliacozzo[265]. Se la
guerra si fosse continuata collo stesso vigore con cui fu cominciata,
avrebbe potuto avere un felice fine. Ma bastava che i soldati sapessero
di ubbidire a prelati, perchè pretendessero assai più che le truppe
degli altri potentati, e rendessero molto minori servigi. Niun'altra
armata era tanto incomoda ne' paesi amici; niun'era meno ubbidiente ai
suoi capi o meno disciplinata; niuna consumava tante munizioni, o più
facilmente saccheggiava i proprj convoglj; niuna era meno disposta a
combattere; niuna rifiutavasi con maggiore ostinazione alla fatica ed al
pericolo, nè aveva l'orgoglio di volere che i suoi capi credessero che
tuttociò ch'era difficile fosse impossibile. Dall'altro canto il papa
non poteva vincere nè la sua avarizia nè la sua irrisolutezza. Atterrito
dalle grandi spese cui doveva supplire, lasciava che l'armata principale
mancasse di vittovaglie e di danaro; ed essa per ciò nei primi giorni di
marzo di già cominciava a sbandarsi. In pari tempo egli era sempre
apparecchiato ad ascoltare le proposizioni di accomodamento che gli si
facevano; onde l'imperatore ed il vicerè tenevano sempre alcuni loro
negoziatori presso di lui. La flotta s'indeboliva a cagione delle
guarnigioni che doveva lasciare nelle città che aveva occupate. Il
cardinale Trivulzio ed il Vitelli, mancando di viveri e spaventati
dall'insubordinazione dell'armata, si ritirarono da san Germano sopra
Piperno; e Renzo di Ceri, abbandonato da una parte de' suoi soldati,
lasciò gli Abruzzi per tornare a Roma. Così alla metà di marzo, la
spedizione di Napoli che aveva avuto così prospero principio, non
lasciava più sperare nessun felice fine[266].
[265] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 429. — P. Paruta, l. V, p.
379. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 33. — Fr. Belcarii, l. XIX,
p. 590._ — Tutta la corrispondenza del datario col Trivulzio legato
presso quest'armata. _Lett. de' Princ., t. II, f. 22. e segu._
[266] _Fr. Guicciardini l, XVIII, p. 430. — P. Paruta, l. V, p.
382._ — Lettere del datario del 13 e 14 marzo al card. Trivulzio,
_t. II, f. 61. Lett. de' Princ._
Dalla banda della Lombardia i generali della Chiesa erano costretti a
seguire i piani del duca d'Urbino, sebbene in lui non avessero veruna
fiducia. Gli Spagnuoli del duca di Borbone, essendosi ammutinati il 17
di febbrajo in occasione di domandare il loro soldo, uccisero il loro
sergente maggiore (ufficiale di un grado assai più elevato che non lo è
a' dì nostri), perchè cercava di calmarli. Non pertanto il Borbone aveva
potuto ricondurli all'ubbidienza, facendo loro comprendere che non
avevano altri mezzi di trovare danaro che quello di continuare a
seguirlo. Il 22 di febbrajo alloggiarono a san Donnino, che fu da loro
saccheggiato; ed il giorno susseguente, il marchese di Saluzzo, il
Guicciardini e Niccolò Macchiavelli, inviato dai Fiorentini presso al
secondo, si ritirarono da Parma sopra Modena con undici in dodici mila
uomini, che formavano l'armata della Chiesa[267].
[267] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 430._ — Ultima legazione di
Niccolò Macchiavelli a Francesco Guicciardini. Prime otto lettere,
_t. VII, opere p. 467-480. — Georg von Frundsberg, B. V, f. 92-96._
Il Borbone tenne dietro all'armata che si ritirava; e come aveva
attraversato lo stato parmigiano senz'entrare in veruna città,
attraversò ancora i territorj di Reggio e di Modena; e di già stava per
entrare nello stato di Bologna, quando l'armata veneziana passò il Po il
5 di marzo per trovarsi alle spalle de' nemici. Il duca d'Urbino non
raggiunse i suoi soldati che il giorno 18 di marzo, dopo avere
assicurato il senato veneto del più felice esito. Egli appoggiavasi non
al valore della sua armata, di cui non voleva fare pericoloso
esperimento, ma bensì all'imbarazzo de' suoi avversarj. Infatti il 14 di
marzo era scoppiata una nuova sedizione fra i Tedeschi dell'armata di
Borbone. Avevano tentato di ucciderlo; ed egli non si era sottratto al
loro furore che col darsi ad una pronta fuga, mentre essi uccidevano un
suo gentiluomo, saccheggiavano i suoi equipaggi. Il Marchese del Guasto
calmò i sediziosi con qualche danaro che fece loro dare dal duca di
Ferrara. Tre giorni dopo Giorgio Frundsberg, colpito da apoplessia,
abbandonò l'armata[268]. Credevasi che i soldati ch'egli aveva adunati
col suo credito, e che non vedevano effettuarsi le sue promesse, si
disperderebbero, ma si mantennero fedeli ai loro stendardi[269].
[268] Frundsberg ebbe un colpo apopletico mentre stava arringando i
suoi soldati per calmare lo spirito di sedizione sparso nell'armata.
Il biografo tedesco, che ci lasciò la sua vita, stampata nel 1568,
somministra poche particolarità intorno ai primi suoi fatti
militari, _Buch. V, f. 97._
[269] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 434._ — Macchiavelli
Legazioni. Lettera di Bologna 18 marzo, _t. VII, p. 487. — Scip.
Ammirato, l. XXX, p. 367. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 591._ — Lett.
del datario al card. Trivulzio. _Lett. de' Principi, t. II, p. 66._
Clemente VII trovavasi estremamente angustiato dalle difficoltà della
sua posizione. Francesco I l'aveva spinto alla guerra colle più
magnifiche promesse; ma non avevane attenuta una sola. Da principio non
aveva mandate all'armata della lega le cinquecento lance, ed i quaranta
mila ducati al mese, che si era obbligato di somministrare. Non aveva
pure mandati i ventimila ducati di più al mese per la guerra di Napoli.
Il papa aveva sostenuto solo per tre mesi tutto il peso di questa
guerra, ed il primo pagamento mensile non era ancora terminato. Il
danaro, che sapevasi trovarsi per istrada, non giugneva mai, e niuna
delle tante promesse fatte si verificava. La flotta francese, incaricata
di secondare l'impresa di Napoli, non era mai portata a numero. Dodici
galere leggieri eransi unite alla flotta pontificia, ma erano assai male
approvvigionate anche queste e senza truppe da sbarco. Tra le grosse
navi che dovevano raggiugnere la flotta, le une mai non abbandonarono le
coste della Provenza, altre non si avanzarono oltre Savona. Eppure tra
gli alleati del papa, non trovavasene un altro che meritasse maggiore
confidenza. I soccorsi dell'Inghilterra erano troppo incerti e troppo
tardi; pareva che i Veneziani non pensassero che a sè medesimi; ed il
duca d'Urbino non voleva adottare veruna misura che potesse salvare gli
stati di Roma o di Firenze. Il Borbone omai toccava i confini della
Toscana. Siena era zelante pel partito imperiale; Firenze, stanca di
soffrire il giogo de' Medici, desiderava una rivoluzione. Vero è che nel
regno di Napoli la lega da principio aveva ottenuti alcuni vantaggi; ma
il papa più non aveva danaro per continuare una così disastrosa guerra,
ed opponeva uno scrupolo di coscienza sconosciuto dai suoi predecessori
alla proposizione fattagli più volte di vendere alcuni cappelli di
cardinale. Il suo datario Ghiberti rispondeva il 17 di dicembre al
vescovo di Bayeux, che, senza entrare in disamina intorno a ciò che vi
era di vergognoso in questo mezzo, si era assicurato che non basterebbe,
potendosene tutt'al più ricavare cento cinquanta mila ducati, che
sarebbero bentosto consumati[270].
[270] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 435. — Lett. de' Princ., t.
II, f. 33._ In questa lettera assai diffusa il datario giustifica il
papa, ed accusa il re di Francia, mostrando in qual modo egli aveva
mancato a tutte le sue promesse verso gl'Italiani.
In tanta perplessità Clemente VII acconsentì all'ultimo alle
proposizioni di accomodamento che gli aveva più volte fatte il vicerè; e
malgrado il pericolo di separarsi da' suoi alleati, e di mettersi in
balìa de' suoi nemici, il 15 marzo sottoscrisse con Cesare Fieramosca e
Sernone, ministri del vicerè, una tregua di otto mesi, per prezzo della
quale doveva pagare agli imperiali sessanta mila ducati, destinati per
l'armata del duca di Borbone; oltre a che dovevano essere restituite le
conquiste fatte dalle due parti, abolite le censure fulminate contro i
Colonna, il cardinale Pompeo ristabilito nella sua dignità, ed il vicerè
doveva venire a Roma per meglio guarentire il papa contro l'armata del
contestabile. Se i Veneziani ed il re di Francia accettavano la tregua,
durante la quale speravasi di negoziare un trattato di pace, tutte le
truppe tedesche dovevano abbandonare l'Italia; se la rifiutavano, queste
dovevano ritirarsi solamente dallo stato della Chiesa[271].
[271] Lettera del datario al card. Trivulzio, del 15 marzo. _Lett.
de' Principi, t. II, f. 62. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 436. —
P. Paruta, l. V, p. 383-385. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 367. —
Gal. Capella, l. VII, f. 73. — Marco Guazzo stor. de' suoi tempi, f.
48. — Georg. von Frundsberg, B. V, f. 100._
Clemente VII abbandonato dai suoi alleati quando la più formidabile
armata si avanzava contro di lui, era, non v'ha dubbio, in pieno diritto
di provvedere alla sua salvezza con un parziale trattato. Ma sembra che
nè il papa, nè il datario Ghiberti, suo principale consigliere, nè altra
persona della sua corte, abbia saputo apprezzare il pericolo
dell'avvicinamento del Borbone; essendosi Clemente ridotto a trattare
piuttosto per l'impazienza che gli cagionava la cattiva condotta delle
sue truppe, e per l'imbarazzo delle sue finanze, che per timore degli
imperiali. Da principio erasi in Roma dubitato che il Borbone non fosse
per accettare la tregua sottoscritta dal vicerè, e seppesi poco dopo,
che infatti l'aveva rifiutata. Pure il papa non volle ravvisare in
questo rifiuto che una millanteria militare, o uno stratagemma per avere
una maggior somma[272]. Avrebbe dovuto meglio conoscere la disordinata
truppa con cui aveva che fare, composta di soldati non pagati,
disubbidienti, indisciplinati, i quali parevano piuttosto condurre i
loro generali che essere condotti da loro. Egli sapeva non meno che
tutta l'Italia quale fosse stata pel corso di un anno la loro tirannia
in Milano; doveva sapere che Giorgio Frundsberg detestava le
superstizioni della Chiesa romana con un odio avvelenato dalle
controversie religiose della Germania, e che portava in seno una
funicella dorata, destinata, siccom'egli diceva, ad appiccare il papa
colle sue mani[273]; non doveva ignorare che una parte de' di lui
soldati era stata strascinata sotto le di lui bandiere non meno dal
fanatismo della riforma che dall'amore della licenza militare; che gli
Spagnuoli, fatti più avidi dalle rapine loro permesse a Milano,
aspiravano a mettere la mano sulle ricchezze della più commerciante
città d'Italia, e che solevano giurare _pel glorioso sacco di
Firenze_[274]. Fu dunque improvvidissimo consiglio quello di disarmarsi
nell'istante in cui fu sottoscritta la tregua e scrivere al cardinale
Trivulzio che licenziasse la maggior parte de' suoi soldati; di
rallegrarsi perchè quelli di Renzo di Ceri si erano dissipati
spontaneamente; e di non ritenere per sua difesa che cento cavaleggieri,
e circa due mila fanti delle bande nere formate da Giovanni de'
Medici[275].
[272] Lettera del Ghiberti al cardinal Trivulzio del 31 marzo 1527.
_Lett. de' Princ., t. II, p. 69._
[273] _P. Giovio Elogi degli uomini illustri, l. VI, p. 325. — Scip.
Ammirato, l. XXX, p, 362. — Ben. Varchi, l. III, p. 50._ — Il
biografo tedesco nega questo fatto, _l. V, f. 92_, ma questo
biografo è cattolico, e non ammette verun fatto che faccia torto al
suo eroe.
[274] _Lett. de' Princ., t, II, f. 47 a Niccolò Capponi._
[275] Lettera del 29 di marzo, del Ghiberti al card. Trivulzio.
_Lett. de' Princ., t. II, f. 69. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p.
436. — P. Paruta l. V, p. 385. — Ben. Varchi, l. II, p. 65._
Il papa ed il vicerè avevano trattato di buona fede, e l'uno e l'altro
soddisfecero alle reciproche convenzioni; ma il Borbone, forse non
voleva, e certamente non poteva trattenere la sua armata. Dava non
pertanto a credere che accetterebbe l'armistizio, se gli veniva
assicurata una più ragguardevole somma di danaro da distribuirsi ai suoi
soldati in pagamento di due mesi di soldo; e perchè a tale effetto
ricominciavano le negoziazioni, negli ultimi otto giorni di marzo fece
alcuni lavori intorno a Bologna, come se avesse voluto assediarla. Ma il
31 di marzo dichiarò al Guicciardini che non poteva più oltre contenere
i suoi soldati, ed andò ad accamparsi a Ponte a Reno. Un messo del
vicerè, che veniva ad intimargli l'ordine d'osservare la tregua, corse
pericolo di essere ucciso dai Landsknecht, e dovette salvarsi con una
pronta fuga; ed il marchese del Guasto, che si era separato dal duca di
Borbone per non disubbidire al vicerè, ed aveva presa la strada di
Napoli, fu con una militare sentenza bandito dall'armata[276].
[276] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p, 437. — P. Paruta, l. V, p.
388. — Fr. Belcarii l. XIX, p. 592. — Macchiavelli Legazioni, t.
VII, p. 480-500._
Per altro i progetti del Borbone sembravano tuttavia difficilmente
eseguibili: la primavera era assai tarda, ed era caduta molta neve sugli
Appennini che l'armata imperiale doveva attraversare per entrare nella
Toscana. Dessa trovavasi accampata tra Ferrara e Bologna in terreni
fangosi e quasi affatto inondati. Per mancanza d'artiglierie e di
munizioni non aveva potuto prendere veruna città, ond'era sempre
sprovveduta di magazzini come di danaro, e viveva a giorno per giorno
con quello che trovava nelle campagne. Attraversando un paese così
sterile come gli Appennini, dove poteva supporre d'incontrare qualche
resistenza, doveva necessariamente portare vittovaglie per più giorni;
ed appunto per questo motivo il Borbone si trattenne lungo tempo ai
confini del Bolognese e della Romagna, mostrando di voler prendere ora
l'una ora l'altra strada, sempre minacciando e non avanzando mai[277].
[277] _Macchiavelli Legazioni, t. VII. Lettere di Bologna e di Forlì
fino al 13 aprile, p. 480 e segu. fino a p. 508._
Intanto continuavano con lui le negoziazioni; ma queste non
contribuivano che a rendere diffidenti il duca d'Urbino ed il marchese
di Saluzzo, che, vedendo il papa tanto sollecito di abbandonarli, erano
sempre apparecchiati a ritirarsi. Lo stesso vicerè si pose in cammino
per avere un abboccamento col Borbone, ed offrirgli, per soddisfare al
debito verso l'armata, oltre il danaro promesso dal papa, altre somme da
prendersi sulle entrate di Napoli o sulle straordinarie contribuzioni
dei Fiorentini, i quali, trovandosi esposti prima degli altri, dovevano
altresì essere i primi a riscattarsi. Ma egli non osava di avventurarsi
in mezzo a quella sfrenata soldatesca, e si fermò a Firenze per trattare
di colà col Borbone. Dal canto suo il Guicciardini, luogotenente
generale della Chiesa in tutte le province della Lombardia, faceva
istanze al senato di Venezia, al duca d'Urbino ed al marchese di Saluzzo
acciò che l'armata alleata tenesse dietro al Borbone; loro
rappresentando, che, quand'anche fosse vero che il papa fosse
intenzionato di trattare separatamente, era del loro interesse
d'impedire che non venisse oppresso; perciocchè quanto più grande
sarebbe la di lui paura, tanto maggiore sarebbe la quantità del danaro
che da lui tirerebbe il Borbone, danaro che poi verrebbe tutto impiegato
contro la lega[278].
[278] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 438. — P. Paruta, l. V, p.
389. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 567. — Fr. Belcarii, l. XIX, p.
593._
Prima di avanzarsi negli Appennini, il Borbone ingannò i suoi nemici con
nuove negoziazioni, e mentre che dal 15 al 25 d'aprile egli si avanzava
per Meldola, santa Sofia e val di Bagno, fino a Pieve santo Stefano in
val d'Arno superiore, lasciò che i suoi deputati presso il vicerè
sottoscrivessero una nuova convenzione, in forza della quale prometteva
d'allontanarsi per una grossa somma di danaro. Dall'altro canto il
Guicciardini, non essendo tranquillo intorno alla di lui equivoca
condotta, aveva persuasi il marchese di Saluzzo ed il duca d'Urbino in
compagnia de' quali trovavasi allora in Mugello, a passare ancor essi
l'Appennino. I confini del ducato d'Urbino non erano lontani dall'armata
imperiale, e questo a non dubitarne, fu il principale motivo che fece
risolvere il duca ad avanzarsi[279].
[279] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 439. — P. Paruta Ist. Ven., l.
V, p. 388. — Ben. Varchi, l. II, p. 66. — Ber. Segni Stor. Fior., l.
I, p. 4. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 34. — Georg. von
Frundsberg, B. V, f. 100._
Ma il Guicciardini non poteva riuscire ad ispirare al papa la medesima
diffidenza; quanto più grande e più spaventoso era il pericolo, tanto
più Clemente VII era determinato di chiudere gli occhi per non vederlo.
Quando seppe che a Firenze era stata firmata una nuova convenzione,
licenziò subito il rimanente delle sue bande nere, quasi che la
conservazione di questo piccolo corpo potesse servire di pretesto
all'armata imperiale per venire ad attaccarlo a Roma[280]. Nello stesso
tempo rimandò per mare il signore di Vaudemont a Marsiglia, e parve dopo
ciò credersi in seno alla più perfetta pace.
[280] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 441. — P. Paruta, l. V, p.
391._
Ciò null'ostante poco mancò che una impensata rivoluzione non salvasse
Roma a spese di Firenze. Mentre che l'armata della lega doveva
acquartierarsi all'Ancisa per coprire quest'ultima città, i Fiorentini,
non meno spaventati de' soldati che venivano per difenderli, che di
quelli che venivano ad attaccarli, domandarono delle armi al loro
governo. Questa domanda venne apertamente e caldamente appoggiata da'
più riputati cittadini, quali erano Niccolò Capponi, Matteo Strozzi, ed
il gonfaloniere Luigi Guicciardini, fratello dello storico; mentre che i
partigiani dei Medici, sebbene conoscessero l'avversione de' loro
concittadini pel giogo che sostenevano, non osavano di far palese la
loro opposizione ad un così legittimo desiderio. Essi promisero che i
sedici gonfalonieri, che avevano parte nel governo, distribuirebbero il
26 d'aprile le armi alle loro compagnie; ma perchè il popolo si
affollava intorno al palazzo per riceverle, essi furono atterriti
dall'ardore con cui quest'armi erano domandate, e non tennero
parola[281]. Nello stesso tempo i tre cardinali che in allora si
trovavano a Firenze, Cortona, Cibo e Ridolfi, de' quali i due ultimi vi
erano stati mandati dal papa in sul finire del 1526 onde sostenere il
credito del primo, si apparecchiavano ad uscire di città col giovane
Ippolito de' Medici per rendere visita ai generali dell'armata alleata,
acquartierata all'Olmo, non lontano da Firenze: ciò bastò perchè il
popolo supponesse, che costoro, risguardando i loro affari come
disperati, abbandonassero la città. L'accidente fece nascere questo
rumore tra un popolaccio ignorante; ma tutta la città era così stanca
del governo de' Medici e di quello de' preti, ogni cittadino sentivasi
così umiliato dalla considerazione che una repubblica coperta di tanta
gloria fosse ridotta nella dipendenza di un fanciullo e di prelati
stranieri, che ognuno avidamente abbracciava la speranza di mettere fine
a questa tirannide. Quelli ancora che ciò non credevano, s'infingevano
di crederlo, per far nascere l'occasione di scuotere il giogo. La
gioventù accorse verso il palazzo, gridando, _viva il popolo e la
libertà!_ La guardia loro fece pochissima resistenza, conciossiachè si
posero di mezzo i più assennati cittadini, e la persuasero a ritirarsi.
Gl'insorgenti si presentarono alla signoria, capo della quale era in
allora Luigi Guicciardini, gonfaloniere, fratello dello storico; la
costrinsero a decretare che tutti coloro che i Medici avevano condannati
per delitti di stato, verrebbero ristabiliti nelle loro prerogative; che
il governo verrebbe costituito come al tempo del gonfaloniere Soderini,
e che i Medici sarebbero esiliati e dichiarati ribelli[282].
[281] _Bern. Segni stor. Fior., l. I, p. 4. — Comm. di Fil. Nerli,
l. VII, p. 146. — Ben. Varchi, l. II, p. 69._
[282] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 323-324. — Ist. di Gio.
Cambi, t. XXII, p. 305. — Com. di Fil. de' Nerli, l. VII, p. 148. —
Ben. Varchi, l. II, p. 73 — P. Jovii Hist., l XXV, p. 15. — Scip.
Ammirato, l. XXX, p. 369. — P. Paruta, l. V, p. 390._
I cardinali, con Ippolito de' Medici, avevano imprudentissimamente
continuato il loro viaggio verso l'Olmo, sebbene avessero avviso di ciò
che accadeva in Firenze. Coloro che avevano apparecchiata la
sollevazione, alla testa de' quali osservavasi Pietro Salviati, che le
sue ricchezze e le sue parentele chiamavano ai principali onori della
città, sentivano la necessità di porre immediatamente una forte guardia
alle porte, di occupare gli arsenali, di far dare il giuramento ai
soldati, e di trattare colla lega per procurare il di lei appoggio alla
repubblica; ma loro non fu possibile di calmare abbastanza la popolare
effervescenza per ottenere attenzione ed ubbidienza; e mentre che il
popolo era ancora ne' trasporti della gioja, gli altri cominciavano di
già a tremare per le conseguenze d'un'insurrezione, che non si trovavano
più in caso di dirigere[283].
[283] _Filip. de' Nerli, l. VII, p. 149._
Il Salviati ed i suoi amici avevano bensì ordinato che si suonasse
campana a stormo; ma i tre cardinali erano di già tornati col duca
d'Urbino, il marchese di Saluzzo e mille cinquecento fanti, avanti che
si fossero chiuse le porte; questi s'incamminarono subito verso la
piazza e cominciarono l'assedio del palazzo, diventato la cittadella
degl'insorgenti. Forse Firenze non erasi mai trovata in più grave
pericolo; imperciocchè se i Medici fossero stati obbligati a far entrare
nella città l'armata alleata per impadronirsi della sede del governo,
avrebbero difficilmente potuto contenere i soldati, sempre avidi di
saccheggio, ed ancora più difficilmente avrebbero potuto in appresso
opporli all'armata del Borbone che si avvicinava. Il Guicciardini, che
sentiva tutto il pericolo della sua patria, s'interpose tra le due
parti; cercò di atterrire gli uni e gli altri mettendo loro sott'occhio
le conseguenze della loro ostinazione, e li ridusse ad un accordo in
forza del quale gl'insorgenti abbandonarono il palazzo e lo resero ai
Medici, dopo avere in contraccambio ottenuta da questi un'intera
amnistia, che non fu però perfettamente osservata[284].
[284] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 442. — Jac. Nardi, l. VIII, p.
325. — Ben. Varchi, l. II, p. 82, l. III, p. 98. — Ber. Segni, l. I,
p. 5. — Filip. de' Nerli, l. VII, p. 150. — Gio. Cambi, t. XXII, p.
307. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 370. — P. Jovii Hist. sui temp.,
l. XXV, p. 17._
Il duca d'Urbino prese motivo da quest'insurrezione, che abbastanza
manifestava le disposizioni de' Fiorentini rispetto al papa, per
domandare che questa repubblica prendesse parte in suo proprio nome
nella lega con Venezia e colla Francia; di modo che più non si trovasse
compresa nelle negoziazioni che Clemente VII proseguiva anche allora
cogl'imperiali. Infatti la signoria si obbligò a non conchiudere verun
trattato di pace coll'imperatore senza il consentimento di tutti i
confederati; ed i cardinali, luogotenenti del papa, furono costretti di
aderire a questo trattato che fu sottoscritto il 28 di aprile nel
palazzo de' Medici[285]. Il duca d'Urbino non approfittò meno per la
lega che per sè medesimo della sua presenza in Firenze con un'armata.
Egli non volle partire finchè non gli furono dalla repubblica restituite
la forte piazza di san Leo, principale luogo della contea di
Montefeltro, e la fortezza di Majolo. Egli le riebbe in qualche modo
colla forza, senza pubblica deliberazione, e senza l'approvazione dei
consigli, cui soli apparteneva il dare così fatti ordini[286].
[285] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. III, p. 101. — P. Paruta, l. V,
p. 390._
[286] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. III, p. 102. — Scip. Ammirato, l.
XXX, p. 368._
L'insurrezione di Firenze aveva avuto principio e fine in un solo
giorno; pure fu cagione agli alleati di gravissimo pregiudizio, avendo
impedito alla loro armata di prendere posto all'Ancisa, e potere così
più facilmente tener d'occhio il duca di Borbone; accrebbe la diffidenza
del duca d'Urbino e de' Veneziani, i quali, vedendo come lo stato di
Firenze era poco sicuro, temettero più che mai di allontanarsi dalle
proprie province; finalmente fece loro perdere un tempo prezioso, di cui
il Borbone seppe approfittare[287].
[287] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 443. — Scip. Ammirato, l. XXX,
p. 371._
Infatti questi partì il venti di aprile, dai contorni di Arezzo, alla
volta di Roma, senza artiglieria, senza carri, senza munizioni; e non si
lasciò trattenere nè dalle piogge, che in quella stagione furono
grandissime, nè dalla mancanza di viveri. Ottenne a Siena, in allora
attaccata al partito imperiale, alcuni soccorsi, che lo ajutarono a
proseguire il cammino; ma non si trattenne in quello stato, come erasene
lusingato Clemente VII[288]. Nel suo cammino saccheggiò Acquapendente a
san Lorenzo alle Grotte; fu introdotto in Viterbo da alcuni emigrati di
quella città; occupò in appresso Ronciglione, e finalmente arrivò il 5
di maggio sotto alle mura di Roma, prima che il papa avesse voluto
persuadersi della sua partenza dalla Toscana[289].
[288] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 132._
[289] Lettera di Filippo Belluci a Federico Clavario comm. apost.
del 4 di maggio del 1527. _Lett. de' Princ., t. II, f. 74. — Marco
Guazzo, f. 49. — Georg. von Frundsberg, B. V, f. 101._
Clemente VII aveva cercato una seconda volta in quegli ultimi istanti di
mettersi in su le difese; ordinò nuove leve per rimpiazzare i soldati
che aveva con tanta imprudenza licenziati; vendette tre cappelli di
cardinale, ma non ebbe neppure il tempo di riceverne il danaro. Domandò
una contribuzione volontaria ai più ricchi abitanti di Roma; ma questi,
ritenendo con avara mano effetti che presto dovevano perdere, non
diedero che pochi scudi, quando trattavasi di difendere tutto il
rimanente de' loro beni, l'onor loro e la vita[290].
[290] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 445._
Renzo di Ceri, della casa Orsini, era stato incaricato dal papa della
difesa di Roma. Quest'uomo, che in tempo della guerra della lega di
Cambrai erasi renduto illustre sostenendo l'assedio di Crema, aveva
veduto la sua riputazione scemare ogni giorno. In particolare Clemente
VII faceva di lui pochissimo capitale; pure, per un'imbecillità che
pareva strascinarlo alla sua ruina, egli gli accordò in tale occasione
la più grande confidenza. Il signore di Bellay, che arrivò in poste da
Firenze per avvisare il papa della marcia del Borbone, divise con Renzo
di Ceri le cure di provvedere alla difesa di Roma[291]. Per rimpiazzare
gli antichi soldati, che tutti erano stati di fresco licenziati,
arrolarono tra i servitori de' prelati ed i bottegai di Roma, una truppa
senza coraggio e senza disciplina, ed aggiunsero alcune fortificazioni
dalla banda di Borgo. Questi lavori inspirarono a Renzo tanta fiducia,
ch'egli si figurò di potere opporre la più ostinata resistenza
all'armata di Borbone; perciò scrisse al conte Guido Rangone, che
accorreva per difendere Roma con cinque mila fanti ed un piccolo corpo
d'artiglieria, che farebbe meglio di andare a raggiugnere l'armata della
lega, poichè la capitale aveva tutt'al più bisogno di un ajuto di sette
in ottocento archibugieri[292].
[291] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 35._ — Ma di questi
avvenimenti parla assai brevemente, e le memorie francesi, in
generale, sono poco soddisfacenti rispetto a tuttociò che successe
in Italia dopo la prigionia del re a Pavia. _Georg. von Frundsberg,
B. V, f. 102._
[292] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 445. — P. Paruta Ist. Ven., l.
V, p. 391. — Georg. von Frundsberg, B. V, f. 103._
Questa lettera, scritta soltanto il 4 di maggio, non trattenne in
cammino il Rangone, che aspirava alla gloria di liberare la capitale
della Cristianità. Aveva calcolato di giugnervi prima del Borbone, ove
questi si fosse caricato di un treno d'artiglieria; e che sarebbe sempre
in tempo di unirsi ai difensori della città, ove il Borbone arrivasse
prima di lui per non avere condotti cannoni. Ma il 5 di maggio il
Borbone presentossi ne' prati sotto Roma, e fece da un trombetta
intimare la resa alla città. Clemente VII, che in diverse circostanze
aveva mostrato un'eccessiva timidezza, e che anche ultimamente aveva
voluto fuggire quando l'armata napolitana si avanzava sopra Frusolone,
mostrò in questa circostanza un'inesplicabile fermezza. Rimandò il
trombetta con disprezzo; non volle permettere di tagliare i ponti della
città, per difendersi al di là del Tevere se il Borgo veniva preso; e
per non ispargere il terrore, ordinò alle guardie delle porte di non
permettere che si trasportassero fuori di Roma ricchezze o
mercanzie[293].
[293] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 446. — Lett. de' Princ., t.
II, f. 74, di Roma 4 maggio._
La mattina del 6 di maggio il Borbone condusse le sue truppe all'assalto
contro le mura di Borgo tra il Gianicolo ed il Vaticano. Qualunque si
fosse lo splendore che lo accompagnava, come generale della più potente
armata che allora fosse in Europa, pare che tutta sentisse la vergogna
ed il pericolo della propria situazione. Principe del sangue e ribelle
al suo re; francese e traditore della sua patria; cattolico e conducente
contro il papa un'armata, che era nemica della religione medesima;
cavaliere ed associato ad una banda di masnadieri, non poteva
dissimulare a sè medesimo che meritava il disprezzo che gli avevano
manifestato gli Spagnuoli, e che gli esprimevano tutti coloro che non lo
temevano. Una luminosa vittoria poteva sola coprire tanti torti a' suoi
proprj occhi o agli occhi degli altri; egli voleva ottenerla, o morire
combattendo; e perchè, montando all'assalto, vide che i suoi fanti
tedeschi lo seguivano freddamente, prese una scala, l'appoggiò egli
stesso contro il muro per incoraggiarli colla propria intrepidezza; ma
appena aveva incominciato a salire, che fu colpito nelle reni da una
palla di moschetto tirata dall'alto delle mura, che gli passò il fianco
e la coscia destra[294]. Sentì subito che il colpo era mortale; pure
conservò tanta presenza di spirito da domandare a quelli che gli stavano
intorno di coprire il suo corpo col suo mantello, onde i soldati non si
accorgessero della sua caduta; così egli spirò ai piedi delle mura,
mentre che continuava l'assalto[295].
[294] L'egregio scultore Benvenuto Cellini vorrebbe persuadere a sè
ed agli altri, d'avere egli sparato questo fortunato colpo, che
privò Roma d'un nemico senza salvarla. _Vita di Benvenuto Cellini
scritta da lui medesimo._
[295] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 446. — P. Giovio vita del
card. Pompeo Colonna, p. 172. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 37.
— P. Paruta, l. V, p. 393. — Gal. Capella, l. VII, f. 73. — Fr.
Belcarii, l. XIX, p. 593. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 165. — Mar.
Guazzo, f. 50. — Georg. von Frundsberg, B. V, f. 106; B. VI, f.
108._
La morte del Borbone non si potè tenere lungamente nascosta ai soldati;
ma invece di scoraggiarli, parve eccitarli alla vendetta. Gli Svizzeri
della guardia del papa avevano difese le mura valorosamente, ed una
batteria posta sull'alto del colle, che prendeva di fianco gli
assedianti, loro uccideva molta gente; ma una densa nebbia, che si levò
dopo che il sole apparve sull'orizzonte, impedì agli artiglieri di ben
dirigere i loro colpi. Gli Spagnuoli ne approfittarono onde entrare in
città per alcune piccole case attigue alle mura; dall'altro canto i
Tedeschi superarono le trincee, e s'impadronirono del baluardo. Prima di
riuscirvi gli assalitori avevano avuto un migliajo d'uomini uccisi, ma
ne fecero orribile vendetta su quella parte della gioventù romana che
combatteva sotto le insegne de' proprj caporioni, e che trovavasi chiusa
tra gli Spagnuoli ed i Tedeschi. Fu uccisa tutta senza pietà, sebbene la
maggior parte di questi giovani avesse gettate le armi, e domandasse la
vita in ginocchioni[296].
[296] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 446. — P. Jovii Hist., l.
XXIV, p. 14. — Ejusd. vita di Pomp. Colonna, p. 172._
Durante la battaglia, Clemente VII stava pregando innanzi all'altare
della sua cappella in Vaticano. Quando le grida de' soldati gli
annunciarono la presa della città, fuggì dal suo palazzo in castel
sant'Angelo pel lungo corridojo che, innalzato su doppia muraglia al di
sopra delle più alte case, attraversa tutta la città Leonina, e dà
comunicazione al Vaticano colla fortezza. Lo storico Paolo Giovio, che
seguiva Clemente VII, teneva rialzata la di lui lunga veste perchè
potesse più speditamente camminare, e l'aveva coperto col suo cappello e
col suo mantello violetto, per timore che il papa, attraversando il
ponte che lo lasciava vedere a discoperto, non fosse riconosciuto pel
suo rocchetto bianco, e preso di mira da qualche furibondo soldato. Da
tutta la lunghezza del corritojo Clemente VII vedeva al di sotto di sè
la miserabile fuga de' suoi, ed i barbari che inseguendoli gli
assassinavano a colpi di picche e di alabarde. Sette in otto mila romani
vennero uccisi in questo primo giorno[297].
[297] _P. Giovio vita del cardinale Pompeo Colonna, p. 173. — Georg.
von Frundsberg, B. VI, f. 109._
Dopo essere entrato in castello, il papa aveva ancora tempo di fuggire
pel ponte degli angeli che era sotto la protezione della sua
artiglieria, di attraversare le strade di Roma sotto la scorta della sua
cavalleria, e mettersi in salvo. La fresca memoria della sua cattività
in Castel sant'Angelo doveva fargli sentire quanto quest'asilo fosse mal
sicuro; ma lo spavento ond'era compreso non gli permise di passare più
avanti; egli si lasciò chiudere coi cardinali ed i prelati del suo
seguito in castel sant'Angelo; ove Filippo Serbelloni collo spagnuolo
Mendanez lo assediarono[298].
[298] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 447. — P. Giovio vita del
card. Colonna, p. 174. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 328. —
Fr. Belcarii, l. XIX, p. 595._
L'armata che si precipitava in Roma, contava in allora quaranta mila
uomini. È bensì vero che Frundsberg non aveva condotti che quattordici
mila landsknecht, ai quali si erano uniti in Lombardia sei mila
Spagnuoli; ma vi si era in appresso aggiunta l'infanteria italiana del
Calabrese Fabrizio Maramaldo, di Sciarra Colonna e di Luigi Gonzaga,
chiamato il Rodomonte. Inoltre aveva quest'armata raccolti lungo il
cammino moltissimi cavaleggieri, il di cui comando era stato dato a
Filiberto di Chalons, principe d'Orange, ed a Ferdinando Gonzaga; erasi
ingrossata coi disertori dell'armata della lega e coi soldati licenziati
dal papa, coi banditi e coi vagabondi, erranti prima per tutti i paesi
che aveva attraversati, e chiamati sotto le sue bandiere
dall'allettamento del saccheggio[299].
[299] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 447 — P. Giovio vita del card.
Colonna, f. 173._
Il Borgo di Roma ed il quartiere del Vaticano furono subito
saccheggiati; ed in quella prima ebbrezza della vittoria il sacrilego
furore de' soldati parve meno ributtante, sebbene non avesse risparmiati
nè i conventi, nè le chiese, nè il palazzo del papa, nè il tempio di san
Pietro, cattedrale del mondo cristiano. Ma i soldati, non contenti delle
ricchezze di questi due quartieri, presero ancora d'assalto quello di
Transtevere, e perchè i ponti non erano stati tagliati, trovaronsi
padroni di tutta Roma, ove Luigi Gonzaga fu il primo ad entrare per
ponte Sisto alla testa dell'infanteria italiana[300].
[300] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 447. — Vita del card. Pompeo
Colonna, f. 175 v. — Georg. von Frundsberg, B. VI, f. 110._
Forse giammai nella storia dell'universo si troverà che una grandissima
capitale sia stata abbandonata a più atroce abuso della vittoria;
giammai una potente armata si formò di soldati più feroci, e più
intolleranti del giogo d'ogni militare disciplina; nè mai il sovrano,
nel di cui nome cotesta armata combatteva, era stato più indifferente
alle calamità dei vinti. Non bastò già il lasciare in balìa della
rapacità de' soldati tutte affatto le ricchezze sacre e profane dalla
pietà dei popoli o dalla loro industria adunate nella capitale del mondo
cristiano, che ancora le persone degl'infelici abitanti furono
abbandonate al capriccio, e alla brutalità di sfrenata soldatesca.
Mentre che le donne di ogni condizione erano vittima dell'incontinenza
de' vincitori, coloro che rendevansi sospetti di avere ricchezze
nascoste, o credito presso gli altri, erano posti alla tortura, ed
obbligati con prolungati tormenti a vuotare le borse degli amici che
potevano avere in altri paesi. Molti prelati morirono in mezzo ai
tormenti; molti altri, dopo essersi riscattati, morirono in conseguenza
de' sofferti strapazzi, della loro afflizione, o del loro spavento.
Furono saccheggiati i palazzi di tutti i cardinali senza che i soldati
volessero distinguere i guelfi dai ghibellini, o accordare una
salvaguardia a coloro ch'erano conosciutissimi pel loro attaccamento al
partito imperiale. Soltanto fu ad alcuni permesso di riscattarsi col
danaro; e perchè i mercanti avevano deposti i proprj effetti nelle loro
case supponendo di porli in luogo sicuro, questi mercanti pagarono
spesso enormi somme per sottrarle ai soldati. La marchesa di Mantova
riscattò il suo palazzo per cinquanta mila ducati, e si dice che suo
figlio ne toccasse per la parte sua dieci mila. Il cardinale di Siena,
dopo avere pagata la propria taglia agli Spagnuoli, fu fatto prigioniero
da' Tedeschi, spogliato d'ogni avere, battuto e forzato di riscattare
nuovamente la sua sola persona con cinque mila ducati. La stessa
sventura toccò ai cardinali della Minerva e di Ponzetta. Nè i prelati
tedeschi o spagnuoli furono da' loro compatriotti risparmiati più che
gl'Italiani. Udivansi eccheggiare in tutte le case le grida ed i pianti
degl'infelici esposti alla tortura; le piazze avanti a tutte le chiese
erano sparse d'arredi d'altari, di reliquie e di tutte le cose sacre,
che i soldati buttavano in terra dopo averne strappato l'oro e
l'argento. I luterani tedeschi, aggiugnendo alla cupidigia il fanatismo
religioso, si sforzavano di mostrare il loro disprezzo per le pompe
della chiesa romana, e di profanare tuttociò che rispettavano que'
popoli ch'essi dicevano idolatri. Per altro passati i primi giorni di
furore, ne' quali essi avrebbero voluto uccidere tutti coloro che
avevano impugnate le armi, i Tedeschi più non isguainarono la spada;
anzi si addolcirono in modo, che i loro prigionieri si poterono
riscattare a bassissimo prezzo. Allora ad altro più non pensarono che a
bevere, ad ammassare danaro ed a distruggere i quadri e le statue che
loro sembravano monumenti d'idolatria. Ma infinitamente più avidi e più
crudeli erano gli Spagnuoli; la loro sete dell'oro mai non iscemava, e
perchè il loro cuore era affatto chiuso alla pietà, andavano
moltiplicando i tormenti per costringere i loro prigionieri ad
iscuoprire tuttociò che tenevano nascosto. Gl'Italiani e specialmente
quelli dell'Abruzzo imitavano i vizj delle due nazioni cui si erano
associati, e senza pareggiarli nel valore, cercavano se non altro di
essere egualmente crudeli ed empj[301].
[301] _P. Giovio vita di Pompeo Colonna, f. 173. — Fr. Guicciardini,
l. XVIII, p. 448. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 329. — P. Paruta, l. V,
p. 393. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 595. — Arn. Ferroni, l. VIII, p.
165. — Mém. de Martin du Bellay, l. III, p. 37. — Paradin Hist. de
notre temps, p. 204. — Brantome-Ulloa vita di Carlo V, l. XI, f.
110. — Georg. von Frundsberg, B. VI, f. 112._
Il cardinale Pompeo Colonna entrò in Roma due giorni dopo presa la
città, per godere dell'umiliazione di Clemente VII. Fu seguito da una
folla di contadini dei suoi feudi, che poco prima erano stati
barbaramente saccheggiati per ordine del papa, e che si vendicarono
saccheggiando tutte quelle case di Roma, ove restavano ancora i meno
preziosi effetti che non avevano tentata l'avidità de' soldati. Per
altro Pompeo fu compreso da profondo dolore, quando vide la miseria in
cui aveva contribuito a precipitare la sua patria; aprì la sua casa a
tutti coloro che vi si vollero rifugiare, riscattò col suo danaro i
cardinali prigionieri senza distinzione di partito amico o nemico, e
salvò la vita a tanti miserabili, che, avendo ogni cosa perduta,
sarebbero senza di lui periti di fame[302].
[302] _P. Giovio vita di Pompeo Colonna, f. 174._
Lo stesso giorno in cui l'armata imperiale era entrata in Roma, il conte
Guido Rangone era giunto fino a Ponte Salario co' suoi cavaleggieri ed
ottocento archibugieri. Se la città avesse resistito soltanto
ventiquattr'ore, sarebbe arrivato a tempo per difenderla e per salvarla.
Quando seppe l'accaduto si ritirò fino ad Otricoli per riunirvisi al
restante della sua truppa. Il duca d'Urbino ed il marchese di Saluzzo
camminavano assai più lentamente: erano partiti soltanto il 3 di maggio
da Firenze, ed il marchese non arrivò ad Orvieto che il giorno 11, di
dove fece un tentativo per cavare di notte il papa da castel
sant'Angelo; ma non riuscì, perchè Federigo da Bozzolo, che conduceva il
distaccamento, si ferì cadendo di cavallo. Il duca d'Urbino giunse ad
Orvieto cinque giorni più tardi, perchè, in passando, volle fare una
rivoluzione in Perugia, di dove scacciò Gentile Baglioni, partigiano de'
Medici, per darne il governo ai figliuoli di quel Gian Paolo Baglioni
che Leon X aveva fatto morire[303].
[303] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 449. — Fr. Belcarii, l. XIX,
p. 596. — P. Paruta, l, VI, p. 401._
Pretese il duca d'Urbino di non poter tentar nulla, perchè, avendo
allora passata in revista la sua armata, non trovò che diciassette mila
combattenti invece di trenta mila che doveva averne. Pure sotto
qualunque altro capo quest'armata sarebbe bastata per iscacciare
gl'imperiali da Roma, perciocchè i soldati spagnuoli e tedeschi, perduti
nelle dissolutezze d'ogni maniera, più non ubbidivano alla voce de' loro
capitani, e non avevano verun rispetto per Filiberto di Chalons,
principe d'Orange, ch'essi avevano eletto loro capo invece del
contestabile di Borbone. Non si volevano a nessun patto staccare dal
saccheggio per soddisfare a verun ufficio militare, e quando un falso
allarme faceva chiamare al campo i soldati, niuno veniva a porsi sotto
le bandiere[304].
[304] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 449. — P. Paruta Ist. Ven., l.
V, p. 394. — Georg. von Frundsberg, B. VI, f. 115._
Ma il duca d'Urbino, costante nel suo sistema di non esporre la sua
armata ad una battaglia, non aveva nemmeno avuto mai il pensiero di
attaccare gl'imperiali; ed apertamente diceva che non penserebbe a
farlo, se non che quando potrebbe aggiugnere alla sua armata sedici mila
Svizzeri, levati con licenza de' cantoni; e che ne abbisognerebbero anzi
ventiquattro mila, se in quest'intervallo di tempo l'armata imperiale
riceveva i soccorsi che poteva facilmente tirare dal regno di
Napoli[305]. Egli pareva non sentire compassione degli sgraziati Romani,
e nel consiglio di guerra adunato ad Orvieto, trattò soltanto intorno al
modo di cavare Clemente VII da castel sant'Angelo, ov'era assediato.
Quest'impresa, sotto la protezione di così numerosa armata, non sembrava
altrimenti difficile; i Francesi ardentemente la desideravano per
l'onore del loro re, ed il consiglio dei Pregadi di Venezia aveva dati
pressanti ordini al suo generale di soccorrere il suo alleato. Soltanto
il duca d'Urbino, il di cui odio e rancore contro la casa de' Medici
andavano avidamente in traccia di pretesti nel suo timido sistema di
tattica, faceva ogni momento nascere nuovi ostacoli. Il papa lo faceva
invitare a venire ad accamparsi alla croce di Monte Mario, fortissima
posizione in faccia a castel sant'Angelo, di dove avrebbe a tutte l'ore
potuto facilmente intendersi cogli assediati per mezzo di segni, ma egli
non volle mai passare al di là di Tre-Capanne. Tuttavolta il suo
avvicinamento fece sì che Clemente VII ricusasse di capitolare a
condizioni quasi già acconsentite. Allora il duca d'Urbino, dopo avere
date agli assediati vane speranze, appunto come aveva praticato nel
precedente anno col duca di Milano, s'allontanò da Roma il 1.º di
giugno, ed andò ad accamparsi a Monterosi[306].
[305] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 451._ — Paolo Paruta
attribuisce questa lentezza a Vetturi, uno de' due provveditori che
seguivano l'armata; mentre che il suo collega Pisani avrebbe voluto
che si venisse alle mani, _l. VI, p. 401._
[306] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 450. — Jac. Nardi, l. VIII, p.
330. — P. Paruta, l. VI, p. 402._
Il vicerè di Napoli erasi affrettato di portarsi a Roma dietro gl'inviti
dello stesso papa, che lusingavasi di avere da lui migliori condizioni;
ma questi, accorgendosi che l'armata lo vedeva assai di mal occhio,
ripartì alla volta di Napoli. Cammin facendo incontrò il marchese del
Guasto, Ugo di Moncade ed Alarcone, che lo persuasero a tornare a
dietro, onde conservare qualche autorità sopra un'armata che omai quasi
sottraevasi all'imperatore. Tornò infatti; ma non gli si lasciò prendere
veruna parte negli affari della guerra o della pace[307].
[307] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 451 — Ben. Varchi, l. IV, p.
205. — Marco Guazzo, f. 51._
La capitolazione del papa venne sottoscritta il 6 di giugno, press'a
poco alle medesime condizioni rifiutate sei giorni prima. Egli si
obbligava di pagare all'armata quattrocento mila ducati; cento mila
immediatamente, cinquanta mila entro venti giorni, e gli altri dugento
cinquanta mila nel termine di due mesi. Fino all'intero pagamento de'
primi cento cinquanta mila ducati, doveva restare prigioniero in castel
sant'Angelo, unitamente ai tredici cardinali che lo avevano seguito. In
appresso potrebbe recarsi a Napoli o a Gaeta, per aspettare colà gli
ordini dell'imperatore. Si obbligava di consegnare alle truppe imperiali
le città di Parma, Piacenza e Modena, ed a ricevere guarnigione ne'
castelli di sant'Angelo, di Ostia, di Cività Castellana, e di Cività
Vecchia. Prometteva di assolvere i Colonna da tutte le censure
ecclesiastiche, e di dare ostaggi per l'osservanza di tutte queste
condizioni. Dopo aver firmato questo trattato, quello stesso capitano
Alarcone, che aveva custodito Francesco I in tempo della sua prigionia,
entrò in castel sant'Angelo con tre compagnie spagnuole e tre tedesche,
per prendere il papa sotto la sua guardia[308].
[308] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 452. — Ben. Varchi Stor.
Fior., l. IV, p. 207. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 597. — Marco Guazzo
Stor. de' suoi tempi, f. 51. — Georg. von Frundsberg, l. VI, f.
123._
La capitolazione fu religiosamente eseguita in tuttociò che spettava al
papa; ma il governo della Chiesa pareva disciolto dalla prigionia del
suo capo, e le più lontane piazze ricusarono di ubbidirgli. Cività
Castellana era custodita dalle truppe della Lega, Cività Vecchia da
Andrea Doria che la riteneva come pegno di 14,000 scudi di soldo a lui
dovuti, Parma e Piacenza, detestando il governo spagnuolo, non vollero
aprire le loro porte al commissario imperiale che si presentò per
prenderne possesso. Modena, difesa dal conte Luigi Rangoni, fratello di
Guido, con soli cinquecento fanti, fu attaccata in principio di giugno
dal duca di Ferrara con dugento lance, sei mila fanti e molta
artiglieria, e fu forzata a capitolare il 5 di giugno[309]. Gli stessi
alleati del papa vollero approfittare della sua disgrazia; i Veneziani
occuparono Ravenna e Cervia perdute in tempo della lega di Cambray, e
Sigismondo Malatesta s'impadronì della città e della fortezza di Rimini,
antico principato della sua famiglia[310].
[309] _Anon. Padov. presso Muratori An. d'Italia, t. X, p. 209._
[310] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 453. — Ben. Varchi, l. IV, p.
229. — P. Paruta, l. VI, p. 401._
Clemente VII non considerava la sua sovranità nello stato della Chiesa
che come vitalizia, mentre che la grandezza ereditaria della casa de'
Medici era attaccata all'ubbidienza de' Fiorentini. Sebbene non avesse
nè figliuoli, nè parenti prossimi, era però tutto intento a perpetuare
il potere della sua famiglia, e disposto a sagrificare all'orgoglio del
suo nome assai più che Leon X, suo cugino. Ma quantunque volesse
conservare Firenze, poca cura prendevasi di risparmiarla; perciocchè
quanto preferiva il bene de' suoi eredi a quello della sua patria,
altrettanto preferiva sè stesso agli eredi; onde, nelle guerre in cui
strascinava la repubblica senza che questa vi avesse verun diretto
interesse, tutte le volte che rendevasi necessario un prestito, o che
una spesa straordinaria richiedeva una contribuzione di guerra, ne
faceva sempre cadere il peso sui Fiorentini, i quali, avendo
assolutamente cessato di avere un'importanza politica, di essere contati
tra le potenze d'Europa, e di avere un diretto interesse negli
avvenimenti, vedevansi non pertanto ruinati dall'ambizione della casa
de' Medici. La conquista e la difesa del ducato d'Urbino aveva loro
costato cinquecento mila fiorini; indi al primo pericolo erano stati
costretti di restituire al duca la fortezza di san Leo, e la contea di
Montefeltro, che loro erano state date in compenso delle fatte
sovvenzioni[311]. Avevano inoltre spesi cinquecento mila fiorini nella
guerra intrapresa da Leon X contro la Francia, ne avevano pagati
trecento mila ai capitani imperiali ed al vicerè durante
l'amministrazione del cardinale Giulio dei Medici, e dopo che questo
stesso Giulio era diventato papa, avevano dati altri sei cento mila
fiorini per la guerra ch'egli faceva contro l'imperatore[312]. Da troppi
mali erano simultaneamente oppressi; avevano perduta la libertà, e
continuavano a portare un peso d'imposte che doveva schiacciare
qualunque popolo che non fosse libero. Perciò i Fiorentini avevano quasi
tutti lo stesso desiderio di cogliere il momento in cui verrebbe loro
fatto di scuotere il giogo de' Medici.
[311] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 328. — P. Jovii Hist. sui
temp., l. XXV, p. 19._
[312] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p, 454._
La presa di Roma e la prigionia del papa in castel sant'Angelo
distruggevano la potenza di questa casa. I tre cardinali che Clemente
VII teneva in Firenze come amministratori della repubblica e tutori dei
due bastardi, Ippolito ed Alessandro, non potevano dubitarne. Avevano
essi ricevuta la notizia della catastrofe l'undici di maggio; cercarono
di tenerla celata, spargendo contrarie voci; ma già da molto tempo il
popolo erasi avvezzato a non dar loro credenza[313].
[313] _Ist. Fior. di Gio. Cambi. t. XXII, p. 313. — Scip. Ammirato,
l. XXX, p. 371._
Tutti i più riputati uomini della città, tutti coloro che discendevano
da illustri antiche famiglie si recarono presso Silvio Passerini,
cardinale di Cortona, nel palazzo de' Medici, non più in abito militare,
come nella precedente insurrezione, ma col lucco e col capuccio, abito
civile proprio de' Fiorentini che accresceva loro gravità, e gli
domandarono di restituire pacificamente alla patria una libertà, alla
quale egli più non poteva porre impedimento[314]. Vedevasi alla loro
testa Niccolò Capponi il più zelante degli amici della libertà, che di
già risguardavasi come il ristauratore del nuovo governo, e con lui
Filippo Strozzi suo cognato, che aveva sposata Clarice de' Medici,
sorella di Lorenzo II, e figliuola di Pietro. Filippo Strozzi era stato
da Clemente VII dato per ostaggio ad Ugo di Moncade in occasione della
sua prima prigionia e del primo suo trattato coi Colonna; ma in appresso
Clemente non aveva voluto nè dare esecuzione alle condizioni del
trattato, nè prendersi cura del riscatto degli ostaggi. Vedendo il
Moncade quanto lo Strozzi fosse sdegnato per quest'abbandono, lo pose
spontaneamente in libertà, onde nuocere col di lui mezzo al potere
pontificio in Firenze[315].
[314] _P. Jovii Hist., l. XXV, p. 21._
[315] _Bern. Segni Stor. Fior., l. I, p. 6._
Clarice de' Medici, moglie di Filippo, non era meno irritata dello
sposo. Lagnavansi ambidue di Clemente, perchè avendo egli promesso il
cappello di cardinale al loro figlio Pietro, ed avendolo con tale
lusinga persuaso a vestire l'abito ecclesiastico, aveva ricusato poi
costantemente di dare effetto alla sua promessa. Clarice, che pel sesso
e per la sua parentela coi Medici non era esposta al risentimento di
quel partito, non si guardava dal ricordare a tutti coloro che
lungamente erano stati attaccati alla sua famiglia, che al presente non
sagrificavano altrimenti pei veri Medici la libertà della loro patria,
ma per uno de' loro sudditi di provincia, il cardinale di Cortona, e per
due bastardi Ippolito ed Alessandro[316].
[316] _G. Jovii hist. sui temporis, l. XXV, p. 22. — Ben. Varchi, l.
III, p. 109. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 372._
Il cardinale di Cortona, Silvio Passerini, era di carattere debole ed
irrisoluto; altronde temeva di perdere in una rivoluzione il suo tesoro
personale, e difficilmente ascoltava altri consigli che quelli
dell'avarizia. Il cardinale Niccolò Ridolfi, sebbene riconoscente verso
la famiglia de' Medici, cui andava debitore della porpora, era non
pertanto affezionato alla libertà, come lo era tutta la sua famiglia.
Onofrio di Montedoglio, comandante la guarnigione di Firenze, che aveva
circa tre mila uomini sotto i suoi ordini, era il solo che si mostrasse
zelante per la difesa dell'autorità de' Medici. Bastava, diceva egli, di
spargere un poco di danaro tra i soldati, e col mezzo loro sarebbesi
sicuramente mantenuta la città ubbidiente; ma il tesoriere del comune si
era nascosto perchè non si potesse forzarlo a fare una spesa
pregiudicevole alla salute della patria; il cardinale Passerini non
volle mettere mano al suo particolare peculio, ed il coraggio di coloro
che volevano difendersi mancando col danaro con cui desso coraggio
doveva essere pagato, in breve altro partito non rimase a' Medici che
quello di cedere[317]. Perciò il 16 di maggio si fece una convenzione
tra i principali cittadini del partito repubblicano ed il cardinale di
Cortona, quale rappresentante de' Medici. Prometteva questi d'uscire di
Firenze coi due giovinetti Ippolito ed Alessandro, nel mentre che i
Fiorentini in contraccambio guarentivano a' Medici il godimento di tutti
i loro beni, ed inoltre l'esenzione per dieci anni da ogni contribuzione
straordinaria. In pari tempo si convenne che si richiamerebbe in vigore
la costituzione, colla quale era stata regolata la repubblica fino al
1512[318].
[317] _P. Jovii, l. XXV, p. 22. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 372. —
Ben. Varchi, l. III. p. 109._
[318] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 329. — Ben. Varchi Stor.
Fior., l. III, p. 111. — Comment. di Filippo de' Nerli, l. VII, p.
151._
Infatti il 17 di maggio i giovani Medici, accompagnati dal cardinale di
Cortona, da Filippo Strozzi e da molti loro amici, partirono da Firenze
senza strepito e senza violenza, e si trattennero la prima notte a
Poggio a Cajano, magnifica villa fabbricata da Cosimo de' Medici. Nel
susseguente giorno andarono a Pisa, la di cui fortezza avevano promesso
di consegnare alla signoria con quella di Livorno. Veramente in allora
sentirono qualche dispiacere di un accomodamento, che i loro amici
tacciavano di debolezza, e per non essere forzati ad eseguire la
convenzione, si sottrassero a quelli che gli accompagnavano, e
ritiraronsi a Lucca[319]. Ad ogni modo i comandanti delle fortezze non
tardarono a consegnarle ai commissarj della repubblica[320].
[319] Mentre trattenevansi in Pisa, Pietro Valeriano Bolzanio,
precettore de' Medici e confidentissimo di papa Clemente, passò
inosservato a Lucca; ed avendo ogni cosa concertata con quella
signoria, eludendo la vigilanza dello Strozzi e la timidità del
Passerini, condusse i suoi allievi in quella città; di dove,
attraversando la Lunigiana, passarono a Piacenza, poi a Parma. _Vedi
la Storia de' Letterati Bellunesi di Stefano Ticozzi, volgarizzatore
della presente storia._
[320] _Jac. Nardi, l. VIII, p. 330. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p.
453. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 318. — P. Jovii Hist., l.
XXV, p. 22. — Benedetto Varchi, l. III, p. 119. — Bern. Segni, l. I,
p. 13. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 597._
Questa repubblica risorgeva dopo un lungo letargo. La balìa, creata da'
Medici nel 1512, e che sotto la loro direzione aveva fin allora
governato lo stato, adunò il consiglio de' cento, e gli propose di
ordinare il ristabilimento della costituzione popolare, qual era nel
1512; cosicchè la rivoluzione si fece ne' modi voluti dalle leggi, e
venne sanzionata dalla legittima autorità; dopo ciò la balìa abdicò
spontaneamente l'autorità che le era stata affidata[321].
[321] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 319. — Benedetto Varchi, l.
III, p. 116. — Comm. di Filippo Nerli, l. VIII, p. 153. — Scip.
Ammirato, l. XXX, p. 372._
La signoria che allora sedeva, il consiglio de' cento, e tutti i
magistrati erano stati nominati da' Medici, e generalmente si
conservavano affezionati a quella famiglia. Ma l'intera città,
desiderosa di rientrare nel godimento della sua libertà, affrettava co'
suoi voti il giorno in cui sarebbe governata da cittadini da lei scelti.
I più ardenti, tra i quali distinguevasi come loro capo Anton Francesco
degli Albizzi, avrebbero voluto che con aperta forza si cacciassero
fuori di palazzo Antonio Nori, uomo affezionatissimo a' Medici, e tutta
la signoria. Non sarebbero queste, dicevano costoro, che giuste
rappresaglie delle violenze usate contro il perpetuo gonfaloniere Pietro
Soderini; ma altri più saggi cittadini persuasero il popolo ad
aspettare, ed in pari tempo fecero sentire al consiglio de' cento la
necessità di affrettare il giorno in cui il gran consiglio sarebbe
legittimamente adunato. La sala delle adunanze di questo consiglio era
stata da' Medici destinata ad uso di caserma pei soldati, e bisognava
distruggere le interne muraglie che vi si erano alzate. Tutta la nobile
gioventù fiorentina (che tale nome erasi di già sostituito a quello più
glorioso di cittadini) diede mano al lavoro. Ognuno aspirava all'onore
di contribuire ad atterrare questo monumento della schiavitù della
patria. La sala del supremo consiglio fu ripristinata e ripulita; indi
da' preti aspersa di acqua santa, e consacrata con una messa solenne;
sicchè il 21 di maggio vi si potè finalmente ragunare il consiglio
generale, nel quale si contarono due mila dugento settanta cittadini
fiorentini[322].
[322] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 331. — Ist. di Gio. Cambi,
t. XXII, p. 321. — Ben. Varchi, l. III, p. 125. — Comm. di Filip.
de' Nerli, l. VIII, p. 159._
In tale consiglio i liberi suffragj del popolo elessero gonfaloniere di
giustizia Niccolò Capponi, il quale doveva restare in carica tredici
mesi, e dopo questo termine poteva essere riconfermato. Fu eletta una
nuova signoria per restare tre mesi in funzione, perchè si volle che col
primo giugno subentrasse in luogo delle creature de' Medici, invece di
aspettare fino al primo di luglio. Lo stesso gran consiglio elesse
ancora i decemviri della libertà e gli otto signori della guardia; creò
di nuovo il consiglio degli ottanta, destinato a mantenere l'equilibrio
tra il governo ed il popolo. Tutti questi magistrati, veri
rappresentanti de' loro concittadini, vennero installati nelle loro
funzioni, ed il 2 di giugno una solenne processione di tutti i membri
del governo e di tutto il clero, seguita dalla folla de' cittadini, andò
in tutte le principali chiese a ringraziare Iddio della ricuperata
libertà[323].
[323] _Ist. di Gio. Cambi, t. XII, p. 323-329. — Jac. Nardi Ist.
Fior., l. VIII, p. 331. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 373. — Ben.
Varchi, l. III, p. 130. — Ser Filippo Nerli, l. VIII, p. 161. —
Bernardo Segni, l. I, p. 12._
Niccolò Macchiavelli, che co' suoi scritti aveva contribuito a
conservare l'amore della libertà, e che tanto aveva per essa
sofferto non potè partecipare alla ristaurazione del governo
repubblicano. Egli morì il 22 giugno del 1527, non ancora compiuto
un mese dopo il suo ritorno dall'ultima legazione presso Francesco
Guicciardini all'armata della lega. Qualunque sia stato lo scopo
ch'egli proposesi scrivendo il libro _del Principe_ in cui espose le
teorie della tirannide, questo scopo non fu meglio inteso da' suoi
contemporanei che dalla posterità. I suoi concittadini gli
rimproveravano d'avere in quel libro insegnato al duca d'Urbino a
togliere ai facoltosi le ricchezze, ai poveri l'onore, a tutti la
libertà. Quest'accusa gli fece praticare inutili sforzi per ritirare
dalla circolazione un libro che gli creava tanti nemici; questa
rimosse il popolo dal restituirgli la carica di segretario dei dieci
della guerra che aveva occupato prima del 1512. Gli fu preferito
Francesco Tarugi, uomo di bassa condizione, ma più costumato del
Macchiavelli, ed egualmente affezionato alla libertà, di cui non
aveva mai abbandonata la causa. _Ben. Varchi Stor. Fior., l. IV, p.
210._ Tale preferenza ha potuto cagionare al Macchiavelli un amaro
disgusto, che forse affrettò la di lui morte, attribuita ad una
colica epatica.
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