CAPITOLO CXVII.

_Lega degl'Italiani per difendere la loro indipendenza. Sono

abbandonati dalla Francia, e mal serviti dal duca d'Urbino;

crudeltà degl'Imperiali in Lombardia. Clemente VII sorpreso nel

Vaticano dai Colonna è forzato di acconsentire ad una tregua,

che poi viene da lui violata._

1526.

L'Italia mai non erasi mostrata tanto disposta ad armarsi per la propria

indipendenza come nell'istante in cui le fu noto il trattato di Madrid.

L'espulsione dei barbari era il voto di tutti gli stati, di tutte le

province, di tutte le condizioni: e di questo nome di barbari, che

gl'Italiani davano allora ad una voce agli oltremontani, non eransi

giammai in altri tempi renduti più meritevoli tutti i popoli che

guastarono la bella Italia ne' trent'anni che precedettero quest'epoca.

La civiltà aveva, a dir vero, fatti progressi nelle corti e nelle

capitali dei principi oltremontani; ma la barbarie regnava tuttavia tra

la generalità dei popoli, ed in particolare nelle armate. Giammai tanta

cupidigia, tanta crudeltà, tanta perfidia non eransi a gara mostrate

dalle diverse nazioni. Giammai le città non erano state più

frequentemente e più inumanamente saccheggiate; giammai i contadini

ridotti a tale eccesso di disperazione. Dall'una all'altra estremità

d'Italia, ogni provincia aveva più d'una volta sperimentata l'asprezza

de' comandanti stranieri, l'insolenza e la rapacità dei soldati. La

Sicilia, la di cui antica costituzione non veniva più rispettata, dacchè

il suo monarca regnava sopra la metà dell'Europa, era così insofferente

del giogo spagnuolo, che il timore de' supplicj non bastava a frenare i

cospiratori, tenuti ubbidienti soltanto dalla continua forza che gli

opprimeva. Il regno di Napoli, dopo avere lungo tempo sofferto il giogo

francese, era ridotto a desiderarlo, dacchè i soldati spagnuoli,

accantonati senza paga nelle loro campagne, rifacevansi sugl'infelici

contadini delle ruberie dei tesorieri reali; dacchè i vicerè opprimevano

il commercio coi monopolj, moltiplicavano gli asili accordati ai

facinorosi, e non si prendevano verun pensiero della giustizia. Lo stato

della Chiesa, ruinato dall'inquieto carattere di tre pontefici che si

erano succeduti con eguale ambizione, piagneva tuttavia le perfidie di

Alessandro VI, quando Giulio II e Leon X vi chiamarono nuovi sciami di

stranieri. La lunga guerra di Pisa aveva lasciata nella desolazione metà

della Toscana; e nel sacco di Prato quest'industriosa contrada aveva

imparato a conoscere l'avarizia e la crudeltà degli Spagnuoli. In tutta

l'estensione degli stati veneziani non si trovava un piccolo distretto

che non avesse avuto triste esperimento della brutalità de' Tedeschi, e

che nelle guerre eccitate dalla lega di Cambrai non fosse stato più

volte saccheggiato. Genova era stata di fresco abbandonata al sacco

degli Spagnuoli dal marchese di Pescara. Gli stati di Ferrara, che sì

lungo tempo aveano tentata l'ambizione di Giulio II e di Leone X, erano

stati irrigati di sangue, e quelli di Mantova esposti ai medesimi

guasti. Più sventurata di tutte le altre province, la Lombardia non

aveva mai cessato d'essere il teatro della guerra dopo la prima

spedizione di Carlo VIII; presa più volte e ripresa dai Francesi, dagli

Spagnuoli, dai Tedeschi, dagli Svizzeri, non sapeva quale di questi

barbari popoli dovesse più abborrire. Il Piemonte ed il Monferrato,

senz'essere in guerra per proprio conto, n'erano ogni anno il teatro, e

gli sventurati loro abitanti venivano puniti da un partito per essere

stati esposti alle violenze di un altro. In questo universale stato di

patimenti, di cui nulla presagiva il fine, gl'Italiani, poichè non

potevano sperar pace, invocavano almeno una guerra nazionale, una guerra

nella quale combattessero e soffrissero per la loro libertà, per la loro

indipendenza, per un governo scelto da loro, e non per passare dalle

mani di un padrone che detestavano a quelle di un altro egualmente

abborrito.

Le circostanze presenti non sembravano meno favorevoli alla liberazione

dell'Italia di quel che lo fosse questa generale disposizione degli

spiriti. Lo spogliamento di Francesco Sforza aveva disvelata

l'insaziabile ambizione di Carlo V e corrucciati tutti i sudditi di

questo sventurato principe, allora assediato nel castello di Milano; e

non ve n'era un solo che non si credesse chiamato ad impugnare le armi

per difendere un sovrano riconosciuto da tutta l'Europa, ed in favore

del quale erano stati conchiusi tanti trattati. In fatti universale era

il fermento e le insurrezioni anche in Milano giornaliere, mentre

l'armata dell'imperatore, indebolita dalle diserzioni, mancante di

munizioni, mal pagata, e per le continue sue vessazioni diventata

l'oggetto dell'odio universale, lungi dal poter resistere ad un attacco

straniero, non sembrava pure in istato di potersi sostenere contro gli

abitanti del paese.

Di quest'epoca Carlo V aveva sposata Isabella di Portogallo, che gli

aveva recata in dote la prodigiosa somma di novecento mila ducati; vale

a dire quanto abbisognava per mantenere un anno un'armata di venti mila

uomini di milizia svizzera, che di tutte era la più dispendiosa; ma tale

era il disordine delle finanze dell'imperatore, che anche in tale

circostanza aveva trovata la maniera di essere senza danaro. La

ribellione dei contadini che aveva cominciato nella Svevia, e che

minacciava tutto l'impero, aveva acceso il fuoco nella Germania. La

Spagna non si era per anco riavuta dall'ultima sua guerra civile, nè

ancora mostravasi prontamente ed interamente ubbidiente al monarca.

L'Ungheria, che ne' due precedenti secoli aveva presa tanta parte nelle

cose dell'Italia, più non poteva abbadarvi, essendo costretta a

sostenere sola, per la difesa della Cristianità, il terribile peso della

guerra de' Turchi; ed il giovane Lodovico II, re d'Ungheria e di Boemia,

diede il 29 di agosto di questo stesso anno la fatale battaglia di

Mohacz, in cui perì colla maggior parte della sua nobiltà, porgendo così

occasione a Ferdinando, fratello di Carlo V, di raccogliere quelle due

corone, ma nello stesso tempo richiamando tutta la sua attenzione verso

i confini de' Turchi[193]. Gli altri, potentati posti in guardia

dall'ambizione di Carlo V, vedendolo nello stesso tempo minacciare col

trattato di Madrid l'Italia e la Francia, desideravano che gl'Italiani

si rendessero indipendenti, ed erano disposti a soccorrerli. Il re di

Francia rinunciava a' suoi pretesi diritti sul Milanese e sul regno di

Napoli; ed il re d'Inghilterra eccitava il papa a farsi capo di una

lega, che assicurasse colla libertà del suo paese quella dell'Europa.

[193] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 406. — Alfonso de Ulloa Vita di

Carlo V, l. II, p. 113. — Ejusd. Vita di Ferdinando imperatore, l.

I, p. 17._

Ma perchè un paese possa liberarsi dal giogo degli stranieri, d'uopo è

che i suoi popoli si accostumino alla milizia, e che i suoi capi non

manchino di risolutezza: e queste due qualità mancavano agl'Italiani. La

fanteria comune levata nel paese era universalmente riconosciuta

inferiore alla tedesca, alla spagnuola, alla svizzera. Non è perciò che

non si fossero veduti particolari corpi, formati da buoni capitani,

uguagliare in valore le migliori truppe d'Europa: Federico da Bozzolo,

Renzo di Ceri e Giovanni de' Medici, avevano dato alle loro bande

italiane una riputazione confessata da tutte le nazioni; ma la maggior

parte de' fanti, assoldati mensilmente e licenziati alla fine d'ogni

campagna non potevano pareggiarsi a quelle truppe scelte. Altronde il

carattere de' soldati non indicava quello della massa del popolo. Le

persone di mala vita, i vagabondi, gli assassini, erano quasi i soli che

si lasciassero persuadere ad entrare nelle armate; i contadini non

avevano veruna abitudine al servizio, ed i borghesi erano ancora più

timidi. Quasi in ogni luogo i sudditi dello stato erano disarmati; e se

qualche governo aveva avuto la saviezza d'arrolare e d'esercitare le sue

milizie, mancando lo spirito militare nei capi, non poteva diffondersi

nella massa del popolo. Per tal modo l'ordinanza de' Fiorentini, ch'era

forse la milizia d'Italia e la meglio organizzata, era diventata un

continuo oggetto di ridicolo a cagione della sua viltà.

Ma più che il coraggio militare alle truppe, mancava il coraggio di

spirito ai governi. Quello che in addietro animava i consiglj della

repubblica fiorentina, più non trovavasi in veruna parte d'Italia. I

Veneziani erano famosi per conto della loro prudenza, ma il loro sistema

riducevasi a salvare il presente a spese dell'avvenire, a sottrarsi con

destrezza alle difficoltà, e ad aspettare soccorso dal tempo. Dopo avere

lungo tempo fatta buona prova, doveva all'ultimo necessariamente

produrre disastri. Clemente VII, la di cui profonda politica era stata

lungamente ammirata quando era consigliere di Leon X, e quando credevasi

ch'egli avesse tutto calcolato e tutto preveduto, mancava essenzialmente

di risoluzione. Nè egli sapeva prendere opportunamente un partito, nè

sostenerlo con costanza; scioccamente sagrificava per avarizia i suoi

mezzi di difesa; e quand'erasi in tal modo dato in mano de' nemici, era

solito d'entrare per pusillanimità in impegni contrarj ai suoi

interessi.

Non pertanto i Veneziani ed il papa erano le sole potenze che ancora

conservassero in Italia il sentimento della loro indipendenza; e loro

toccava il dirigere l'ultimo sforzo a pro della libertà italiana. Essi

lo sentivano, e non abbandonarono i progetti formati in tempo della

cattività di Francesco I; e quando lo seppero tornato ne' suoi stati, si

affrettarono di spedire a Parigi i loro ambasciatori sotto colore di

felicitarlo, ma in sostanza per iscandagliare le sue disposizioni,

dissuaderlo dall'osservanza del trattato di Madrid, e piuttosto

consigliarlo ad entrare con loro in una lega, che porrebbe limiti

all'ambizione ed alle usurpazioni dell'imperatore[194].

[194] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 357. — Ben. Varchi Stor. Fior.,

l. II, p. 38. — P. Paruta, Ist. Ven., l. V, p. 354. — Gal. Capella,

l. V, f. 58. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 572. — Jac. Nardi, l. VII,

p. 315. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 280. — Georg. von Frundsberg, B.

III, f. 61._

Gli ambasciatori del papa e di Venezia non tardarono a conoscere le

disposizioni del re. Lagnavasi egli altamente della violenza che gli si

era fatta per costringerlo a sottoscrivere il trattato di Madrid, e

dell'estrema durezza usata a suo riguardo. Andava replicando che il

giuramento a cui era stato astretto, era meno valido assai e meno

solenne che non quello della sua consacrazione, col quale erasi

obbligato verso i suoi sudditi a non ismembrare la Francia. Sua madre e

sua sorella, madama d'Alenson, le di cui negoziazioni in Ispagna erano

tornate vane, professavano i medesimi principj. I grandi, non meno che

il popolo, sembravano impazienti di lavare l'affronto ricevuto dal loro

re; ed in pari tempo i ministri francesi si affrettavano di dichiarare

agli ambasciatori italiani, che, rinunciando oramai ad un'ambizione

ch'era riuscita fatale alla Francia, essi più non muovevano pretese nè

sopra Milano, nè sopra Napoli, e soltanto desideravano che quelle

province non ingrandissero i possedimenti d'un monarca rivale, ma che

l'Italia tutta fosse libera e scuotesse ogni giogo straniero[195].

[195] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 359. — P. Paruta Ist. Ven., l.

V, p. 355. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 572._

Queste assicurazioni sembravano proprie ad affrettare la conclusione

della lega italiana, che, secondo i desiderj di Francesco I, trattavasi

in Francia, affinchè gli ambasciatori inglesi vi potessero più

facilmente intervenire: ma coloro che meglio penetravano nell'animo del

re avrebbero potuto avvedersi che il suo coraggio, la confidenza nella

propria fortuna e la sua ambizione erano stati domati dalla sventura:

che oramai non desiderava che la pace; che si affretterebbe di

ricuperare a qualunque altissimo prezzo i figliuoli dati in ostaggio; e

che, quando Carlo V non gli chiedesse lo smembramento della Francia, e

rinunciasse a privarlo della Borgogna, Francesco dal canto suo non

farebbe difficoltà di sagrificare l'indipendenza d'Italia; di modo che

quando stringeva gl'Italiani ad associarsi a lui, non facevalo che per

potere trattare egli stesso poscia con maggior suo vantaggio, e vendere

a più caro prezzo l'abbandono de' suoi alleati[196].

[196] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 360. — P. Paruta, l. V, p. 357.

— Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 573._

Francesco I aveva adunati a Cognacco i principi ed i notabili del regno;

gli aveva consultati intorno al trattato che aveva sottoscritto, e

ricevuta la loro dichiarazione, ch'egli non aveva il diritto di alienare

la Borgogna. Gli stati di questa provincia avevano protestato contro la

loro separazione dal regno; e Francesco, da che trovavasi in libertà,

avea rifiutato al signore di Lannoi, vicerè di Napoli, che l'aveva

seguito, di ratificare il trattato di Madrid. Poco dopo questo rifiuto,

il 22 di maggio del 1526, sottoscrisse un trattato d'alleanza con

Clemente VII, i Veneziani e Francesco Sforza, il quale trattato, per

essere il papa capo della confederazione, fu chiamato _la santa

lega_[197].

[197] _Hist. de la Diplom. Fran., t. I, l. III, p. 340. — Fr.

Guicciardini, l. XVII, p, 368. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p.

22. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 163. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p.

574. — Jac. Nardi, l. VII, p. 315_. — Il trattato viene

letteralmente riportato nella vita di Giorgio Frundsberg, _l. IV, f.

62._

Lo scopo di questa lega era quello di far mettere in libertà i figli di

Francesco I contro il pagamento di una taglia; di far restituire il

ducato di Milano a Francesco Sforza, e la contea d'Asti colla sovranità

abituale di Genova al re di Francia. Se Carlo V ricusava queste

condizioni, i confederati, per costringerlo ad accettarle, obbligavansi

ad unire in Italia a spese comuni un'armata di due mila cinquecento

uomini d'armi, tre mila cavaleggieri e trenta mila fanti, mentre due

armate francesi penetrerebbero, una in Lombardia e l'altra in Ispagna.

Nello stesso tempo i confederati dovevano attaccare il regno di Napoli

con una flotta di ventotto galere veneziane e pontificie. Dopo averne

cacciati gli Spagnuoli, il papa doveva disporre di questo regno a favore

di un principe italiano, il quale pagherebbe al re di Francia, in

tacitazione de' suoi diritti, un annuo canone di settantacinque mila

fiorini[198].

[198] _Hist. de la Diplom. Fran., t. I, l. III, p. 340. — Fr.

Guicciardini, l. XVII, p. 368. — Gal. Capella, l. V, f. 58. — P.

Paruta, l. V, p. 358. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 165. — Scip.

Ammirato, l. XXX, p. 358._

I confederati sentivano la necessità di non perdere tempo a far avanzare

le loro truppe in soccorso dell'infelice duca di Milano, che, assediato

nel castello della sua capitale, aveva dichiarato di non avere

vittovaglie per tutto il mese di giugno[199]. Le violenze esercitate in

Milano dalle truppe spagnuole vi avevano eccitata una sollevazione; ma

sebbene il duca ne approfittasse per fare una sortita, non aveva trovati

apparecchiati nè soccorsi, nè munizioni, ed era stato forzato a

rientrare nel castello senza avere ottenuto verun vantaggio. Dal canto

suo il popolaccio si era trattenuto a saccheggiare la corte vecchia in

cui risiedeva il tribunale criminale, e dato così tempo agli Spagnuoli

di porsi sulle difese. Non pertanto Antonio di Leiva, che li comandava

di concerto con Alfonso d'Avalos, marchese del Guasto, e cugino del

Pescara, conoscendo il pericolo della sua situazione, promise ai

Milanesi per calmarli, che farebbe uscire di città tutte le truppe

strettamente non necessarie all'assedio del castello[200]. Intanto altri

Spagnuoli taglieggiavano gli stati di Parma e di Piacenza, e la stessa

autorità del pontefice veniva o disprezzata o attaccata dagli agenti

dell'imperatore[201].

[199] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 360. — Mém. de M. du Bellay, l.

III, p. 24._

[200] _Gal. Capella, l. V, f. 60. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p.

362. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 572. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.

VIII, p. 317. — Jos. Ripamontii Hist. Mediol., l. IX, p, 711._

[201] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 363_. — Lettera di Clemente VII

a Carlo V per giustificare il cominciamento delle ostilità. _Ap.

Gal. Capellam, l. V, f. 59._

In fatti il papa ed i Veneziani si affrettarono, anche prima che si

conchiudesse la lega, di porsi in istato di agire. Il duca d'Urbino,

generale dei Veneziani, si avanzò sull'Adda con tutti i suoi uomini

d'armi, e sei mila fanti italiani; Guido Rangoni, generale del papa, si

portò dal canto suo fino a Piacenza con altri sei mila fanti. Per

rendere più formidabili queste due armate, sentivasi il bisogno di

unirvi gli Svizzeri. L'istante era giunto di strignere le negoziazioni

intavolate già da un anno coi cantoni dal vescovo di Veruli; ma gli si

era così strettamente ordinato di non prendere verun positivo impegno,

di non lasciar penetrare il segreto, di non compromettere il papa, che

non potè far marciare gli Svizzeri colla desiderata prestezza. Gian

Giacomo de' Medici, Milanese, che veniva contraddistinto col titolo di

castellano di Musso, dal nome di un castello di cui si era impadronito

in vicinanza de' Grigioni[202], e che cominciava a farsi nome colle armi

e cogl'intrighi, promise al papa di assoldare sei mila Svizzeri ad un

mezzo ducato l'uno d'arrolamento: Ottaviano Sforza, vescovo di Lodi, che

pretendeva pure di avere grandissimo credito presso i cantoni, promise

di levarne un egual numero pei Veneziani: ed i confederati si riposarono

sulle promesse di questi raggiratori, cui affidarono il loro danaro in

principio di giugno, raccomandando loro estrema diligenza[203].

[202] Sulla riva destra del lago di Como, presso Dongo. _N. d. T._

[203] Lettera del Ghiberti datario al vescovo di Veruli. Roma 22

giugno 1526. Tra le _Lett. dei Princ., t. I, f. 184. — Fr.

Guicciardini, l. XVII, p. 365. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 359._

Ma in questo tempo il re di Francia era entrato in nuove negoziazioni

con Carlo V, cui aveva offerti due milioni di scudi d'oro per la taglia

de' suoi figliuoli, purchè a tale prezzo potesse conservare la Borgogna;

minacciandolo in pari tempo colla lega che si stava formando contro di

lui. Per guadagnare tempo intanto coi confederati, ricusava di

sottoscrivere il trattato di Cognacco, finchè non avesse ricevute le

ratifiche del papa e dei Veneziani; e con tale pretesto non pagava i

quaranta mila scudi promessi ogni mese per levare gli Svizzeri, nè

faceva avanzare le sue truppe[204].

[204] Lettera a messer Capino, nunzio del papa, presso al re di

Francia. Di Roma 5 giugno. _Lett. de' Princ., t. I, f. 185. — Fr.

Guicciardini, l. XVII, p. 370._

Gli alleati italiani avevano ordinato di cominciare le ostilità;

mandavano ogni giorno rinforzi all'armata; Vitello Vitelli era giunto a

quella del papa colle truppe fiorentine; vi si era recato ancora

Giovanni de' Medici, dichiarato capitano della fanteria italiana, mentre

che lo storico Guicciardini era stato nominato luogotenente del papa in

tutti gli stati della Chiesa, ed era partito da Roma il giorno 7 di

giugno per recarsi all'armata con una quasi illimitata autorità[205].

[205] Lett. di G. M. Ghiberti a messer Capino. Roma 9 giugno 1526.

_Lett. de' Princ., t. I, p. 189. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p.

370. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 280._

Ma in mezzo agli apparecchj di guerra si continuavano le negoziazioni.

Ugo di Moncade, che vantavasi d'essersi formato alla scuola di Cesare

Borgia, era stato mandato da Carlo V prima al re di Francia, poi a

Milano, indi a Roma, per cercare di sciogliere la lega, e per trattare

separatamente o cogl'Italiani, o coi Francesi. Il Moncade aveva

rifiutati i due milioni offerti dal re in cambio della Borgogna. Aveva

date buone speranze al duca di Milano; ma giudicando che questi non

potrebbe lungamente difendersi, non aveva voluto far sospendere

l'assedio del castello. Giunto presso Clemente VII, gli aveva press'a

poco offerto tutto ciò che poteva desiderare per l'Italia, a condizione

che egli ed i Veneziani rinuncierebbero al trattato col re di Francia.

Clemente per onore e per politica aveva risposto che oramai vi si era

obbligato, e che più accettare non poteva condizioni, che in addietro

aveva inutilmente domandate all'imperatore. Tutto adunque disponevasi

per la guerra, ed i capitani imperiali, che si trovavano in Milano con

pochissime truppe, in mezzo ad una popolazione ridotta a disperazione

dai loro cattivi trattamenti, e tra nemici più forti, risguardavano omai

come pericolosissima la loro situazione[206].

[206] Ugo di Moncade era in Milano circa nella metà di giugno, di

dove passò a Roma. _Lett. de' Princ., t. I, f. 196-201 e seg. — Fr.

Guicciardini, l. XVII, p. 371. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 575._

Ma sgraziatamente per l'Italia e pel riposo d'Europa i Veneziani avevano

affidato il comando della loro armata a Francesco Maria della Rovere,

duca di Urbino; e siccome il rango di questo generale era di lunga mano

superiore a quello del conte Guido Rangoni, comandante delle truppe

pontificie, il primo dirigeva solo tutte le operazioni degli alleati.

Non mancavano al duca d'Urbino talenti militari, nè fors'anco valore

personale; ma prendendo per suo modello Prospero Colonna, egli ne aveva

esagerato il metodo. Egli riduceva tutta la tattica militare a prendere

inattaccabili posizioni, schivando sempre di venire a battaglia, per

quanto le sue forze fossero più numerose di quelle del nemico: veruna

circostanza sembravagli tanto stringente da determinarlo ad un'ardita

azione, ed ostinandosi a non volere arrischiar nulla, giugneva alla

certezza di perdere ogni cosa. Egli dichiarò che non si avvicinerebbe ai

nemici finchè non sarebbero arrivati alla sua armata gli Svizzeri che

gli erano stati promessi.

Ma questi mai non arrivavano: i due negoziatori, che dovevano arrolarli,

non godevano presso quella nazione di tutta l'opinione che avevano

millantata; altronde un'inopportuna economia non aveva lasciato che il

papa vi pensasse a tempo. Gian Giacopo de' Medici ad altro quasi non

pensava che a svolgere in suo profitto una parte del danaro che gli era

stata affidata per quest'oggetto, e Vespasiano Sforza, vescovo di Lodi,

uomo prosontuoso, che aveva menato tanto rumore intorno alle sue

aderenze cogli Svizzeri, era loro appena noto[207]. Antonio di Leiva ed

il marchese del Guasto, conoscendo che sarebbero attaccati tostocchè

arriverebbero gli Svizzeri, vollero in prevenzione assicurarsi dei

Milanesi, comprimerli col terrore, e rompere il trattato ch'essi avevano

conchiuso con loro. Avevano segretamente fatti entrare nuovi Spagnuoli

in città, cui avevano fatto occupare i luoghi più forti:

contemporaneamente tutta l'armata ebbe ordine d'avanzare; ed in allora,

desiderando che si eccitasse una sollevazione, fecero, per avere un

pretesto di punire il popolo, uccidere in faccia sua il 17 di giugno un

borghese che aveva ommesso di salutarli, ed immediatamente dopo tre di

lui amici, che essi avevano veduti compiangere la di lui sorte. Come lo

previdero, il popolo diede subito mano alle armi: ma le loro genti

distribuite nelle case provvedute di feritoje, e ne' luoghi forti che

signoreggiavano le principali strade, fecero subito fuoco addosso alla

moltitudine. Moltissimi Milanesi caddero uccisi senza quasi poter

danneggiare i nemici. Però la zuffa mantenevasi ancora, quando si sparse

la notizia che il rimanente dell'armata si trovava già presso alle

porte; onde i Milanesi si dispersero vinti da subito spavento. D'altra

parte il Leiva non voleva abbandonare al saccheggio la capitale della

Lombardia, che destinava ad essere più lentamente, più crudelmente, più

regolarmente spogliata. Si fece una nuova convenzione col popolo, il

quale acconsentì a lasciarsi disarmare, ed all'esilio di tutti i suoi

capitani della milizia e di tutti suoi magistrati[208].

[207] Lettere di G. M. Ghiberti al vescovo di Veruli, a mons. Pola,

al castellano di Musso; da Roma il 10 giugno. _T. I, f. 192 e seg. —

Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 372._

[208] _Gal. Capella, l. V, f. 62. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p.

373. — Lettera del Guicciardini al conte Ruberto Boschetto.

Piacenza, 18 giugno 1526. Lett. de' Princ., l. I, f. 206. — Fr.

Belcarii, l. XIX, p, 577. — Josephi Ripamontii, l. IX, p. 714._

Le violenze degl'imperiali non si ristringevano alla sola Milano, ma si

rinnovavano in tutte le città, in tutte le borgate della Lombardia, ed

ovunque eccitavano il medesimo risentimento. Fabrizio Maramaldo,

ufficiale calabrese, era stato posto a Lodi da Antonio di Leiva con

settecento fanti italiani al soldo dell'imperatore, ai quali si

permetteva la più sfrenata licenza. Lodovico Vistarini, gentiluomo

lodigiano, che pure serviva nell'armata imperiale, non potendo più

lungamente sostenere quest'oppressione della sua patria, nella notte del

24 di giugno sorprese una piccola torre sopra un bastione di questa

città, ove stavano soltanto sei uomini di guardia, che furono da lui

uccisi. Padrone d'una pusterla, prima che niuno fosse ancora informato

della sua intrapresa, uscì di città per andare incontro al duca

d'Urbino, che aveva prevenuto del suo disegno. Malatesta Baglioni entrò

prima degli altri in Lodi per questa pusterla con tre in quattro mila

fanti veneziani, ed il duca d'Urbino lo seguì poche ore dopo. Maramaldo,

sorpreso, ritirossi non pertanto in buon ordine nella fortezza, ove

venne bentosto da Milano a raggiugnerlo con tre mila Spagnuoli il

marchese del Guasto; ma dopo un sanguinoso combattimento gl'imperiali

non avendo potuto ricuperare la città, risolvettero altresì di evacuare

la fortezza, e ricondussero tutte le loro truppe a Milano[209].

[209] _Gal. Capella, l. VI, f. 64. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p.

374._ — Lettere del 26 e 27 giugno di Gio. Batt. Sanga a mons. di

Pola, _t. I, p. 225. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 26. — P.

Giovio Vita del card. Pomp. Colonna, p. 163. — P. Paruta, l. V, p.

360. — Ben. Varchi, l. II, p. 39. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 578._

La conquista di Lodi poteva essere per la lega della più grande

importanza; con ciò si assicurava il passaggio dell'Adda, era tolto ogni

ostacolo all'unione dell'armata pontificia con quella di Venezia, e

rotta la comunicazione tra Milano e Cremona, sicchè niente più impediva

all'armata degli alleati di portarsi fin sotto le mura di Milano, dove

il popolo invocava un liberatore, e dove lo sventurato Sforza, assediato

nel castello, avendo consumate tutte le munizioni, sforzavasi non

pertanto di tenersi fino all'arrivo degli alleati. Non contansi più di

venti miglia da Lodi a Milano, ed altrettante da Lodi a Pavia: di modo

che, essendo minacciata ancora questa seconda città, gl'imperiali, per

difenderla, dovevano dividere le loro forze. L'armata alleata aveva più

di venti mila fanti, una buona artiglieria, uomini d'armi e cavaleggieri

in grosso numero, mentre che gl'imperiali non avevano che tre mila

tedeschi, pochissimi cavalli, pochissime vittovaglie, ed erano affatto

senza danaro[210].

[210] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 376. — Gal. Capella, l. VI, f.

65. — Jos. Ripamontii Hist. Med., l. IX, p. 715._

Ma il duca d'Urbino, alla sua esagerata prudenza e ad una soverchia

diffidenza delle truppe italiane, aggiugneva un segreto desiderio di

vedere umiliato Clemente VII con tutta quella famiglia de' Medici, la di

cui nimicizia gli era stata tanto funesta. Egli non volle mai piegarsi

alle calde istanze che Francesco Guicciardini ed i capitani della

Chiesa, che lo avevano raggiunto il 26 di giugno, gli facevano, di

marciare rapidamente sopra Milano. Sarebbe un'imperdonabile imprudenza,

egli loro diceva, il venire a battaglia cogl'imperiali prima d'avere

ricevuti i soccorsi degli Svizzeri; e tutto quanto acconsentì di fare

per compiacerli, fu di accostarsi lentamente a Milano facendo tre o

quattro miglia un giorno e consumando l'altro nel campo per dar tempo

agli Svizzeri di arrivarlo. Infatti il 6 di luglio giunse al suo campo a

san Martino, lontano tre miglia da Milano, un corpo avanzato di

cinquecento Svizzeri; ma le sue lentezze avevano dato tempo al duca di

Borbone di arrivare da Genova a Milano con circa ottocento fanti

spagnuoli, e cento mila scudi che recava di Spagna per pagare le

truppe[211].

[211] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 378. — P. Paruta, l. V, p. 360.

— Fr. Belcarii, l. XIX, p. 579._

Malgrado questo rinforzo, estremamente pericolosa era la situazione

dell'armata imperiale in Milano. Con meno truppe assai de' nemici,

doveva continuare l'assedio del castello, contenere il popolo, in ogni

luogo disposto a ribellarsi, e difendere o il troppo vasto ricinto de'

sobborghi, o, abbandonandoli, quello della città che presentava infinite

difficoltà. Per ciò i capitani della lega non dubitavano che l'armata

imperiale non si ritirasse innanzi a loro. Lo stesso duca d'Urbino ebbe

un giorno la stessa credenza, ed il 7 di luglio fece avanzare la sua

armata fino ad un tiro di fucile, e fece tirare alcune cannonate contro

le porte; ma scoraggiato nel trovare qualche resistenza, fece in

principio di sera chiamare i capitani della Chiesa, e loro dichiarando

d'avere ordinato alle truppe veneziane di ritirarsi, li consigliò di

fare lo stesso se volevano evitare una sconfitta. I comandanti delle

truppe della Chiesa, ed in particolare il Guicciardini, vivamente

pregarono il duca a rivocare quest'ordine, non sapendo essi ravvisare

verun pericolo nella loro posizione; ma il duca trattava il Guicciardini

con affettato disprezzo, siccome uomo forense che non poteva comprendere

le operazioni militari. Egli fu inflessibile, e la precipitosa ritirata

della sua armata, nel cuore della notte, ebbe quasi un'apparenza di

fuga; e se può darsi fede alle notizie che ricevette la corte di Roma,

quando il duca d'Urbino prese così pusillanime risoluzione, i generali

imperiali avevano di già ordinato d'abbandonare Milano[212].

[212] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 379._ — Lettera di G. M.

Ghiberti a mons. di Pola. Roma, 21 luglio 1526. _T. I, p. 230. —

Gal. Capella, l. VI, f. 66. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 579. — Ben.

Varchi, l. II, p. 40. — P. Paruta, l. V, p. 361. — P. Giovio Vita di

Pompeo Colonna, f. 163._

Lo stesso giorno di questa vergognosa ritirata, l'otto di luglio, era

stato prescelto dagli alleati per pubblicare solennemente la loro

confederazione a Roma, a Venezia ed in tutta la Francia. E la notizia di

questa ritirata, che tenne subito dietro a quella dell'alleanza, fu dal

popolo risguardata come un cattivo augurio per la continuazione della

guerra[213].

[213] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 582. — Ist. di Gio. Cambi, t.

XXII, p. 282._

Pareva infatti che confermasse l'espressione proverbiale degl'Italiani,

che le armi de' Veneziani e quelle della Chiesa non tagliavano. La

diffidenza, che è cagione della ruina di quasi tutte le leghe,

cominciava di già a manifestarsi in questa. Il re di Francia non aveva

ancora fatto nulla, preferendo d'appoggiarsi piuttosto agli sforzi de'

suoi confederati che ai proprj; e si appigliava a dispute di parole

intorno agli articoli del trattato, onde protrarre la sua cooperazione.

Pareva che il duca d'Urbino si fosse proposto soltanto di compromettere

il papa, senza esporre l'armata veneziana da lui comandata; e Clemente

VII, che lasciavasi ributtare da ogni difficoltà, spaventare da ogni

pericolo e da ogni spesa, cominciava di già a lagnarsi amaramente

d'essere entrato in questa guerra. Una piccola guarnigione spagnuola,

che occupava Carpi, arrestava i corrieri nello stato di Parma e di

Piacenza, e faceva poco sicuro quel paese. I Colonna ne' loro castelli,

il duca di Sessa ed Ugo di Moncade ai confini del regno di Napoli

minacciavano Roma e lo stato della Chiesa, e di già il danaro che il

papa avrebbe dovuto apparecchiare per una lunga guerra, mancava nelle

prime mosse delle armate[214].

[214] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 383. — P. Paruta Ist. Ven., V,

p, 362._

Ma il dolore che la ritirata dell'armata cagionò a tutti i confederati

non era in verun modo paragonabile a quello che provarono gli sventurati

abitanti di Milano. Antonio di Leiva ed il marchese del Guasto li

credevano abbastanza avviliti per non dover più nulla temere da loro, e

se avevano ancora avuto qualche riguardo, qualche ombra di disciplina o

di giustizia, vi rinunciarono affatto dopo quest'epoca. Essi non

ricevevano danaro per pagare la truppa, e conoscevano abbastanza Carlo V

per sapere che non dovevano da lui sperarne; ma Milano poteva ancora

lungamente mantenere la loro armata, dacchè si arrogavano il diritto di

disporre di tutte le ricchezze che aveva la città. Dopo avere

diligentemente disarmati gli abitanti, di già ridotti a piccolo numero

dall'ultima peste e dalla continua emigrazione, essi acquartierarono i

loro soldati in ogni casa, obbligando gli abitanti a somministrar loro

non solo i più dilicati cibi, ma tutto ciò che sapevano desiderare, o

tutto il danaro che chiedevano per soddisfare ai loro desiderj. Tutte le

botteghe erano chiuse, tutte le officine senza lavoratori, vuoti tutti i

magazzini. I proprietarj avevano procurato di nascondere le loro merci,

ma i soldati frugando in ogni luogo, sotto pretesto di cercar armi,

prendevano a discrezione tutto quanto trovavano. Le donne ed i fanciulli

erano sempre esposti alla loro libidine; e quando uno Spagnuolo aveva

tutto consumato, e più non trovava cosa che gli convenisse nella casa

del suo ospite, lo forzava con prolungati tormenti a provvedere

nuovamente a' suoi bisogni. Molti di loro tenevano il principale della

casa sotto custodia, e legato per essere sicuri di trovarlo qualunque

volta avessero qualche nuova inchiesta da fargli. Una severa guardia

impediva, alle porte della città, che gli abitanti fuggissero

abbandonando ogni loro proprietà; perciò, sebbene il suicidio sia sempre

stato presso gl'Italiani rarissimo, ogni giorno si sentiva che qualche

sciagurato erasi precipitato ne' pozzi o strozzato, per sottrarsi a così

atroce tirannide[215].

[215] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 386. — Gal. Capella, l. VI, p.

65 e seg, — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 317. — Jos.

Ripamontii, l. IX, p. 715._

Quando giunse a Milano il duca di Borbone, lusingaronsi gli abitanti che

sarebbe meno barbaro che gli altri capitani imperiali, in paesi, di cui

dicevasi che Carlo V gli aveva promessa l'investitura. I gentiluomini

milanesi gli mandarono una deputazione per ricordargli tutte le

testimonianze di attaccamento date dalla nobiltà all'impero. Lo stesso

Borbone n'era stato testimonio; sapeva che dalla mano dell'imperatore

avevano ricevuto quel principe, al quale loro si rimproverava d'essere

fedeli, mentre i supplicj che loro s'infliggevano per punirneli,

sorpassavano in crudeltà quelli che le leggi riservavano ai più odiosi

delinquenti[216]. Il Borbone parve compassionarli, scusò i suoi

commilitoni a cagione della necessità de' tempi e dei bisogni

dell'armata, e nello stesso tempo promise, che quando i Milanesi

potessero dargli trenta mila ducati, onde saziare in parte l'avidità de'

soldati, li farebbe uscire tutti di città. Invocò sul proprio capo tutte

le vendette del cielo se mancava a questa promessa, ed i suoi giuramenti

ottennero fede; ma nello stato di totale esaurimento in cui era caduta

una così doviziosa città, trenta mila ducati diventavano un'enorme

somma. Ad ogni modo tutti cercarono di contribuire, privandosi delle

ultime monete che loro rimanevano; ed il Borbone, quand'ebbe ricevuto il

danaro, mancando impudentemente alla parola, non ritirò i soldati dalla

città, nè diede veruna salvaguardia agli abitanti[217].

[216] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 387._

[217] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 390. — Mém. de M. du Bellay, l.

III, p. 24. — Gal. Capella, l. VI, f. 65. — Jos. Ripamontii, l. IX,

p. 717._

Lo sventurato Sforza, chiuso nel castello di Milano, vedeva finalmente

avvicinarsi l'istante in cui la mancanza di vittovaglie lo sforzerebbe a

capitolare. Per risparmiare le poche munizioni che ancora gli restavano,

risolse di far sortire trecento di coloro che si erano con lui chiusi in

castello e non erano capaci di difenderlo. Siccome gli assedianti non vi

si opposero, questi infelici attraversarono, nella notte del 17 luglio,

le trincee che li circondavano, le quali avevano così poca profondità,

che sebbene fossero tutti o vecchi, o donne, o fanciulli, le passarono

senza difficoltà. Questi fuggiaschi, giunti al campo di Marignano,

rappresentarono ai generali della lega, da un canto l'estremità cui era

ridotto il duca di Milano, dall'altro la facilità di soccorrerlo,

tenendo la medesima strada che essi avevano battuta[218].

[218] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 591. — Gal. Capella, l. VI, f.

66. — P. Paruta, l. V, p. 366._ — Lettera di G. M. Ghiberti, da Roma

il 21 luglio. _Lett. de' Princ., t. I, p. 230._

Erano di già arrivati al campo del duca d'Urbino cinque mila Svizzeri

con Gian Giacomo de' Medici, castellano di Musso, e sebbene il duca

volesse sempre aspettare le truppe della stessa nazione che doveva

somministrare il re di Francia, ma che mai non giugnevano, si lasciò

strascinare dalle importunità di tutti i suoi luogotenenti, e si avanzò

fino a due miglia da Milano; soltanto impiegò quattro giorni in un

viaggio che un pedone fa in tre ore, ed andò ad accamparsi il 22 luglio

tra l'abbadìa di Casaretto ed il Navilio. Fortissima era la posizione

del suo campo, ma per liberare una guarnigione assediata trattavasi di

attaccare, non già di difendersi. Tutti gli ufficiali del duca d'Urbino

lo supplicavano di condurli alle trincee; il castellano di Musso e gli

Svizzeri glielo chiedevano per l'onor loro; ma il duca differiva sempre

d'uno in altro giorno, e stava ancora deliberando il 24 di luglio,

quand'ebbe avviso che Francesco Sforza, non avendo più viveri, aveva

capitolato. A tale notizia il duca d'Urbino disse in pieno consiglio,

che ciò lo alleggeriva d'un gran peso, poichè il desiderio di soccorrere

un alleato era in procinto di strascinarlo a commettere

un'imprudenza[219].

[219] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 392. — Gal. Capella, l. VI, f.

67. — Mém. de M. du Bellay, l. XII, p. 27. — P. Paruta, l. V, p.

366. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 318. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 581._

Lo Sforza aveva resistito fino all'ultima estremità, e quando più non

poteva tenere che alcune ore, aveva ancora ottenuta dal Borbone

un'onorevole capitolazione, tanta era l'inquietudine che dava a questo

l'assedio del castello di Milano in vicinanza di un'armata più numerosa

della sua. Lo Sforza e tutti coloro ch'erano stati con lui assediati,

potevano liberamente ritirarsi ovunque loro piacesse; i diritti del

primo vennero conservati nella loro integrità, ed il Borbone gli promise

di dargli il possesso della città di Como, che gli fu assegnata per sua

residenza. Ma quando vi si recò, dopo aver fatto visita agli alleati nel

loro campo, la guarnigione spagnuola di Como ricusò d'evacuare la città;

e Francesco Sforza non volle porsi tra le mani degli imperiali. Egli

tornò al campo degli alleati, ratificò la lega dal papa e dai Veneziani

conchiusa in suo nome col re di Francia, e gli fu dato il possesso della

città di Lodi, affinchè una piccola parte almeno del ducato di Milano

riconoscesse la sua autorità[220].

[220] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 394. — P. Paruta Ist. Ven., l.

V, p. 367. — Mém. de M du Bellay, l. III, p. 28. — Gal. Capella, l.

VI, f. 68._

Gli affari della lega non procedevano più felicemente in Toscana, dove

il papa aveva trovato necessario di mutare il governo di Siena, perchè

questo piccolo stato essendo solo che si fosse dichiarato pel partito

imperiale, posto tra Firenze e Roma, poteva servire ai nemici della casa

de' Medici per attaccare Clemente nell'una o nell'altra delle suddette

città. Da principio il papa aveva tenuta qualche pratica con alcuni

emigrati sienesi per tentare di sorprendere la loro patria; ma questi

movimenti essendo stati scoperti e puniti, aveva poi voluto ricondurre

quegli emigrati a forza aperta ne' loro focolari. Virginio Orsini, conte

dell'Anguillara, Luigi, conte di Pitigliano, Gentile Baglione ed altri

capitani furono incaricati di adunare una piccola armata sulle rive

dell'Arbia. Questi si presentarono il 17 di giugno sotto le mura di

Siena con nove pezzi d'artiglieria, mille dugento cavalli e più di otto

mila fanti; ma una parte di questi erano contadini adunati nello stato

fiorentino, che non erano abituati alla guerra, e mancavano di

disciplina e di coraggio. Erasi l'armata imprudentemente accampata in un

lungo sobborgo, che non aveva veruna uscita laterale: ed i commissarj

avevano permesso, che i vivandieri imbarazzassero coi loro banchi la

sola strada che loro serviva di sfogo, di modo che non restavano a

questa quindici piedi di larghezza. Tanto disordine regnava nell'armata,

ed i soldati, de' quali molti disertavano ogni giorno, mostravansi così

indisciplinati e vili, che Clemente, non potendo ripromettersi nulla di

buono da questa spedizione, ordinò di ritirare l'artiglieria e di

allontanarsi. Quest'ordine doveva eseguirsi il 26 di luglio, ma il 25 a

due ore dopo mezzo giorno quattrocento soldati usciti di Siena vennero

ad attaccare la guardia che copriva l'artiglieria, composta per la

maggior parte di Corsi venuti col conte dell'Anguillara; questi si

diedero subito alla fuga, e quando i vivandieri li videro ritirarsi

sopra di loro, si fecero a raccogliere i loro effetti, ed ingombrarono

talmente l'unica strada per cui i fuggitivi dovevano passare, con bestie

da soma cariche di attrezzi e di barili, che più non restò luogo nè per

combattere, nè per fuggire. La confusione accrebbe il terror panico:

verun soldato più non ascoltò la voce de' capitani; pedoni, cavallieri,

capitani e vivandieri più non formarono che un solo ammasso, il di cui

terrore pareva andar crescendo a misura che si andavano allontanando dal

pericolo. Otto mila uomini vennero disfatti da quattrocento soldati, e

fuggirono per dieci miglia fino a Castellina, sebbene i Sienesi non gli

avessero inseguiti più d'un miglio fuori della città; abbandonarono

dieci cannoni dei Fiorentini e sette dei Perugini, che furono

trasportati in trionfo a Siena con tutti i loro equipaggi: finalmente,

giunti alla Castellina, sebbene a tanta distanza dai nemici, fecero

chiudere le porte, come se fossero tuttavia esposti a vicino

pericolo[221].

[221] Lettera di Francesco Vettori al Macchiavelli a Firenze, 7

agosto 1526. _Lett. fam. al Macch. Op., t. VIII, p. 211. — Fr.

Guicciardini, l. XVII, p. 394. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 284. —

Scip. Ammirato, l. XXX, p. 360. — Orl. Malavolti, p. III, l. VII, f.

130. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 582._

La vergognosa sconfitta dei Fiorentini forse in parte giustificava la

risoluzione del duca d'Urbino di non avere confidenza nella fanteria

italiana, e di evitare ogni battaglia. Parevagli che la lega avesse

grandi mezzi pecuniari, mentre che i disordini delle finanze

dell'imperatore esponevano sempre la di lui armata a disperdersi per

mancamento di danaro. Pure avrebbe ancora dovuto pensare che per

incoraggiare i popoli, attaccarli al suo partito e rannodare più

strettamente i vincoli della lega, aveva bisogno di qualche luminoso

fatto; che uno stato, che solo si difende contro molti, può salvarsi

temporeggiando, perchè qualunque lentezza non può in esso eccitare la

diffidenza; ma che le leghe, sempre esposte a sciogliersi, hanno

altrettanti più rischj contro di loro, quanto è maggiore il tempo che

richiedono le loro operazioni. Ogni rovescio può privarle di un

confederato, e quando fanno conoscere la diffidenza nelle proprie forze,

risvegliano ancora in oltre la diffidenza de' loro sudditi.

Infatti i confederati avevano di già gagliarde ragioni per diffidare gli

uni degli altri, ed il papa particolarmente poteva a buon diritto

lagnarsi d'essere abbandonato da que' medesimi pei quali era entrato nel

pericolo. I re di Francia e d'Inghilterra si erano associati alla lega

d'Italia, ma avevano lasciato passare più della metà del tempo opportuno

ad entrare in campagna senza dare verun soccorso agl'Italiani. La corte

di Roma ed il senato di Venezia non potevano omai più dubitare che tanta

negligenza non ascondesse qualche segreto progetto. Il vescovo di

Bayeux, ambasciatore di Francia a Venezia, scrisse egli stesso il 22

luglio al re Francesco I ed a sua madre, per domandare il suo richiamo,

lasciando abbastanza chiaramente conoscere ch'egli credeva gl'Italiani

traditi dalla corte di Francia, e che non voleva cooperare alla ruina

della sua patria[222]. Giovan Battista Sanga, confidente del datario, ed

uno de' più destri politici di Roma, fu mandato in Francia ed in

Inghilterra, per far sentire a quelle due corti che il ritardo loro

rendeva sicura la vittoria dell'imperatore, per iscandagliare e scoprire

le segrete viste di quella di Francia, e per offrire a Francesco I il

ducato di Milano, qualora fosse impossibile di farlo concorrere alla

guerra disinteressatamente; imperciocchè se la corte di Roma ottenere

non poteva il suo principale oggetto di cacciare i barbari fuori

d'Italia, crederebbe non pertanto d'avere guadagnato qualche cosa, se

faceva in modo che le forze loro vi fossero bilanciate[223].

[222] Lettere del vescovo di Bayeux, da Venezia 22 e 23 luglio al re

ed a madama la reggente. _Lett. de' Princ., t. II, f. 1 e 2._

[223] Lettera di G. M. Ghiberti al vescovo di Bayeux. Roma primo

agosto 1525. _Lett. de' Princ., t. II, f. 3._

La missione del Sanga in Francia convinse i confederati che il re era di

buona fede, ma che per adesso aveva posto da banda ogni pensiero per

rispetto all'Italia, e che sua madre ed i suoi consiglieri vivamente si

opporrebbero a qualunque suo disegno di volervi nuovamente dominare: che

l'inaudita lentezza de' tesorieri nel pagare il promesso danaro, de'

generali per mettersi in marcia, de' marinai nel salpare, dipendevano

dal disordinato gusto di Francesco I per i suoi piaceri, dalla sua non

curanza e dall'estrema negligenza con cui era servito dai suoi ministri.

Dopo avere con vivacità parlato intorno agli affari, il re ne rimetteva

sempre la decisione al suo consiglio; questi faceva nuovamente

consultare Francesco rispetto ad ogni articolo; ma il re si trovava alla

caccia, o dava qualche festa, e perdevansi così sempre due o tre giorni

per ogni articolo, intorno al quale avrebbe dovuto bastare una

mezz'ora[224]. All'ultimo il Sanga ottenne che il marchese di Saluzzo si

mettesse in viaggio per entrare in Piemonte con cinquecento lance

francesi, mentre una flotta di sedici galere e quattro gallioni, sotto

gli ordini di Pietro Navarro, salperebbe dai porti della Provenza per

unirsi a quella degli alleati italiani[225].

[224] Lettera di Gio. Batt. Sanga a G. M. Ghiberti, scritta da

Amboise il 3 agosto del 1526; piena di curiose particolarità intorno

alla corte di Francia. _Lett. de' Princ., t. II, f. 4._

[225] _Fr. Guicciardini, I. XVII, p. 598. P. Paruta, l. V, p. 362._

Lo stesso nunzio ottenne ancora meno in Inghilterra, ove Enrico VIII ed

il suo favorito, il cardinale Wolsey, ricusarono per quest'anno di

prendere veruna parte negli affari d'Italia, e si ristrinsero a vane

promesse di soccorrere il papa nel seguente anno, qualora l'ambizione

dell'imperatore lo mettesse in reale pericolo[226]. Questo pericolo di

già esisteva. Carlo V faceva armare nei porti della Catalogna una flotta

di venticinque navi, destinate a ricondurre in Italia il signore di

Lannoy, vicerè di Napoli, con sette in otto mila uomini di truppe

veterane. Non poteva ancora sapersi con precisione nè quando il vicerè

farebbe vela, nè dove contava di approdare sulle coste d'Italia. Ad ogni

modo la lega, e particolarmente la corte del papa vedevano con estrema

inquietudine che gl'imperiali avessero a loro disposizione i porti di

Genova e quelli dello stato di Siena; perchè sbarcando ne' primi,

mettevano in pericolo l'armata italiana di Lombardia, e scendendo ne'

secondi minacciavano Firenze e Roma. Perciò il nunzio del papa e

l'ambasciatore veneto affrettavano Pietro Navarro a mettersi in mare

colla flotta francese, ed a unirsi alla loro, non solo per opporsi al

passaggio del vicerè, ma ancora per assediare Genova e mutarne il

governo[227].

[226] Lettere di G. M. Ghiberti al protonotaro Gambara, nunzio

ordinario in Inghilterra: dell'11 e 13 settembre del 1526. _Lett.

de' Princ., l. II, f. 11._

[227] Lettere del datario ad Andrea Doria, e del Guicciardini al

Pesaro. _Lett. de' Princ., t. II, f. 9 e 13. — Fr. Guicciardini, l.

XVII, p. 397._

L'attacco di Genova, cui di già si apparecchiava Andrea Doria con undici

galere pontificie, e tredici veneziane, non poteva riuscire senz'essere

secondato dall'armata di terra. Il duca d'Urbino, che non aveva voluto

attaccare gli Spagnuoli a Milano, poteva ancora prendere questo partito

per ristabilire la riputazione della sua armata; ed il Guicciardini

mandò presso di lui il Macchiavelli per persuadernelo[228]. L'armata del

duca era stata ingrossata da cinque mila Svizzeri, ed un mese più tardi,

dopo infiniti indugi, erano arrivati ancora quelli promessi dal re di

Francia, di modo che ne contava nel suo campo tredici mila. Ogni

pretesto sarebbegli mancato per restarsene inattivo; ma invece di

accingersi ad un'impresa veramente utile, il 6 agosto prese ad assediare

Cremona. E quest'assedio fu pure condotto coll'ordinaria sua lentezza e

timidità; il duca vi si ostinò malgrado le rimostranze del papa e del

commissario generale Guicciardini, ed in tale maniera rese la sua armata

inutile alla lega fino al 23 di settembre in cui Cremona capitolò[229].

[228] _Macchiavelli Legazioni, t. VII, p. 456. — Istruzione._

[229] Lettera di Guicciardini al datario Casanetto, 24 settembre.

Tra le _Lett. de' Princ., t. II, f. 14. — Fr. Guicciardini, l. XVII,

p. 403. — P. Paruta, l. V, p. 367. — Gal. Capella, l. VI, f. 69. —

Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 28. — Fr. Belcarii, l. XIX, p.

583._

Intanto le tre flotte della lega si erano finalmente riunite a Livorno,

ed il 29 d'agosto Pietro Navarro assediò Genova dalla banda del mare. Le

galere francesi avevano un sicuro rifugio in Savona, quelle del papa e

de' Veneziani a Porto Fino; e perchè avevano ridotte sotto la loro

ubbidienza la maggior parte delle due riviere, impedivano il commercio

de' Genovesi, e facevano di già provare alla città grandissima penuria

di vittovaglie, era a credersi che Genova non tarderebbe a capitolare,

quando fosse attaccata ancora dall'armata di terra[230].

[230] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 402. — P. Paruta Ist. Ven., l.

V, p. 364. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 583._ — Lettera del Ghiberti

datario al protonotajo Gambara. Roma, 11 settembre 1526, _t. II, f.

11._

Ma in tale circostanza si potè pure comprendere quanto sia dannoso ad

una lega il perdere il tempo, conciossiachè resta così esposta agli

accidenti che possono separatamente sopraggiugnere all'uno o all'altro

alleato. Il papa scoraggiato dai cattivi successi avuti in Toscana ed in

Lombardia, e spaventato dai reclutamenti di soldati che don Ugo di

Moncade ed il duca di Sessa andavano facendo ne' feudi dei Colonna,

diede orecchio alle proposizioni d'accomodamento, che Vespasiano, figlio

di Prospero Colonna, nel quale Clemente fidava assai, venne a fargli a

nome di tutta la sua famiglia. Il ventidue agosto fu tra di loro

sottoscritto un trattato, in forza del quale i Colonna si obbligavano ad

evacuare Anagni ed a ritirare tutti i loro soldati nel regno di Napoli,

che si riservavano espressamente di potere difendere contro qualunque

potenza; il papa in contraccambio loro prometteva il perdono d'ogni

offesa, e sopprimeva il monitorio pubblicato contro il cardinale Pompeo

Colonna. Dopo la soscrizione di questi articoli, Clemente VII, che

sempre pensava a moderare le sue spese, si affrettò di licenziare tutti

gli uomini d'armi, e quasi tutti i pedoni che aveva levati per la

propria difesa[231].

[231] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 405. — Gal. Capella, l. VI, f.

69. — P. Giovio Vita di Pompeo Colonna, p. 163. — Jac. Nardi, l.

VIII, p. 318. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 360._

Ma Pompeo Colonna, che nudriva contro il papa un implacabile odio non

aveva fatta intavolare con lui questa negoziazione che per sorprenderlo

più sicuramente. Don Ugo di Moncade, degno allievo di Cesare Borgia, gli

aveva consigliato questo tradimento, assicurandolo che Carlo V

desiderava di far perire Clemente VII, o per lo meno di farlo deporre da

un concilio; e che tutto il partito imperiale si adoprerebbe poscia

perchè la tiara passasse sul capo del Colonna. Il duca di Sessa,

ambasciatore ordinario dell'imperatore, era allora morto a Marino:

Moncade ne faceva le veci; era l'anima di tutti gl'intrighi dei Colonna,

e favoreggiava gli adunamenti di truppe che questi facevano ne' loro

feudi intorno al lago Albano[232].

[232] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 406._

Questi militari movimenti non erano rimasti affatto ignoti ai ministri

del papa: pure non prevedevano ancora vicina veruna ostilità, quando la

mattina del 20 di settembre seppero, che nella precedente notte i

Colonna avevano occupata la porta di san Giovanni di Laterano, che si

erano innoltrati in que' quartieri disabitati senza incontrare

resistenza, e che finalmente erano giunti alla piazza dei santi

Apostoli, ove trovasi il loro palazzo. Il cardinale Pompeo, Vespasiano,

cui il papa aveva data tanta confidenza, ed Ascanio Colonna erano alla

testa di sette in otto mila uomini armati, quasi tutti levati ne' loro

feudi[233].

[233] Lettera di Girolamo Negro ad Anton Micheli: di Roma 24 ottobre

1526. _Lett. de' Princ., t. I, p. 234. — Fr. Guicciardini, l. XVII,

p. 407. — P. Giovio Vita di Pompeo Colonna, p. 164. — P. Paruta, p.

368. — Ben. Varchi, l. II, p. 43. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p.

29. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 319. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 287._

Si mandarono due cardinali ai Colonna per sapere il motivo di questa

loro ostile venuta in Roma, e per riclamare che fosse mantenuta la pace

conchiusa un mese prima; ma i Colonna non vollero ascoltarli. Due altri

cardinali furono mandati al Campidoglio per chiamare il popolo romano

alle armi ed alla difesa della santa sede; ma il popolo, che dava colpa

al papa di tutti i disordini dell'amministrazione, si rallegrava, in

vece di prendere le armi, della di lui disgrazia, ed apriva senza

diffidenza le finestre e le porte delle botteghe per veder passare le

truppe dei Colonna[234].

[234] _Lett. de' Princ., t. I, f. 234. — Fr. Guicciardini, l. XVII,

p. 407. — P. Giovio Vita di Pomp. Colonna, f. 164._

Queste attraversarono il più popolato quartiere della città per giugnere

a Ponte Sisto; poi, dal quartiere di Transtevere, seguirono il Borgo

Vecchio fino al Vaticano. Clemente VII voleva aspettarli nel suo palazzo

e sul suo trono; voleva sperimentare se la sua presenza imprimerebbe

qualche rispetto, od affrontare la morte di cui lo minacciavano le

sacrileghe loro grida. All'ultimo le istanze de' suoi cardinali lo

persuasero verso il mezzo giorno a ritirarsi in Castel sant'Angelo,

quando i soldati di già occupavano il suo palazzo ed il tempio di san

Pietro, e trattenevansi a saccheggiare i suoi mobili e gli ornamenti

sacri. Per lo spazio di tre ore la chiesa metropolitana della

Cristianità, ed il palazzo del sommo pontefice furono in preda alla loro

rapacità. In appresso i soldati si sparsero per le case de' cardinali e

de' cortigiani; saccheggiarono altresì il terzo press'a poco di Borgo

Nuovo; ma l'artiglieria di Castel sant'Angelo non permise loro di andare

più avanti[235].

[235] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 408. — P. Giovio Vita di Pomp.

Colonna, p. 165. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 361._

A notte assai innoltrata i Colonna ritirarono le loro truppe cariche di

preda verso il quartiere dove hanno i loro palazzi. Frattanto Clemente

VII fece invitare don Ugo di Moncade, luogotenente generale

dell'imperatore, e che pareva capo di questa spedizione, ad un colloquio

in Castel sant'Angelo. Questi si fece prima dare per ostaggio due

cardinali nipoti del papa. Egli era ben lontano dal credere che

l'avarizia o la malversazione degli ufficiali pontificj fossero state

tali, da non aver provveduto Castel sant'Angelo di viveri per

ventiquattro ore; di modo che avrebbevi potuto prendere il papa a

discrezione. Perciò si limitò a chiedere al papa una separata tregua di

quattro mesi, che fu bentosto conchiusa. Clemente VII doveva

immediatamente ritirare tutte le sue truppe sulla riva meridionale del

Po, fare che Andrea Doria abbandonasse colle sue galere l'assedio di

Genova, perdonare ai Colonna ed a tutti coloro che lo avevano offeso, e

dare ostaggi per l'osservanza di queste condizioni[236].

[236] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 408. — Vita di Pomp. Colonna,

p. 166. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 369. — Gal. Capella, l. VI,

f. 70. — Ben. Varchi, l. II, p. 44. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII,

p. 283._

Pompeo Colonna ed i suoi amici si disperarono, perchè il Moncade avesse

fatto un trattato che non solo rovesciava le loro speranze, ma che in

avvenire li lasciava in balìa del papa, malgrado tutte le guarenzie che

gli si domandavano: ma il ministro imperiale aveva ottenuto il suo

scopo, e la lega era disciolta. Il Guicciardini, trovandosi nel campo

sotto Cremona, ricevette il 24 settembre la notizia della tregua; il

marchese di Saluzzo con le cinquecento lance francesi da tanto tempo

aspettate, e così crudelmente ritardate, doveva giugnere all'indomani.

Il Guicciardini offrì di fingere per due o tre giorni di non avere avute

notizie da Roma, se in questo tempo si poteva tentare qualche importante

fatto sopra Milano; ma trovò la consueta irrisoluzione e timidità nei

capi cui era associato, onde il 7 di ottobre ricondusse le sue truppe a

Piacenza sull'opposta riva del Po[237]. Giovanni de' Medici non volle

per altro seguirlo; e dichiarando d'essere al soldo del re di Francia,

continuò a tenersi nel campo de' confederati con quattro mila

fanti[238].

[237] Lett. del Guicciardini al datario del 24 settembre, _t. II, f.

14. Lett. de' Princ._

[238] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 411. — Gal. Capella, l. VI, f.

70._

Malgrado la partenza del contingente pontificio, l'armata della lega

conservavasi sempre assai superiore di numero a quella degl'imperiali.

Il marchese di Saluzzo vi aveva condotte cinquecento lance e quattro

mila fanti; vi si contavano inoltre quattro mila fanti italiani di

Giovan de' Medici, quattro mila Svizzeri, due mila Grigioni, e la

fanteria veneziana che credevasi non minore di dieci mila uomini,

sebbene molto al di sotto del numero che avrebbe dovuto avere; ma il

duca d'Urbino, che ne aveva il comando, pareva che andasse in traccia di

pretesti per non venire alle mani. Se si fosse solamente fatto vedere

avanti a Genova, sempre bloccata, e che soffriva crudeli privazioni di

vettovaglie, l'avrebbe persuasa ad arrendersi; ma in vece egli si

trattenne nel suo campo presso Cremona fino all'ultimo giorno di

ottobre. Passò in appresso a Pioltello, ov'ebbe una gagliarda

scaramuccia col duca di Borbone; e contava ancora di fortificare Monza,

poi Marignano, e forse Abbiategrasso, prima d'avvicinarsi a Genova[239].

[239] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 411._

Ma gl'imperiali non gli diedero abbastanza di tempo per condurre a

termine così tardi progetti. Carlo V, a cui i confederati avevano

denunciata la lega soltanto il 4 di settembre, dettandogli le condizioni

sotto le quali avrebbe potuto esservi ammesso, le aveva rifiutate come

vergognose. Continuava a far armare a Cartagena la flotta che doveva

ricondurre il vicerè in Italia con sei mila fanti, e nello stesso tempo

eccitava il fratello Ferdinando a mandargli soccorsi dalla Germania; ma

perchè non gli mandava danaro, e Ferdinando era assai povero, oltrecchè

la sconfitta degli Ungari a Mohacz apriva la Germania ai Turchi, questi

ajuti avrebbero ancora potuto tardare lungamente. L'armata che difendeva

il ducato di Milano, dopo avere consumato tutto il paese, sarebbe stata

a vicenda distrutta dalla miseria, se lo stesso Giorgio Frundsberg, che

aveva condotti i Tedeschi in soccorso di Pavia, non avesse supplito

colle private sue sostanze e col suo credito a ciò che far non poteva

Carlo V. Suo figliuolo Gaspare trovavasi allora chiuso in Milano, come

lo era stato nel precedente anno in Pavia: Giorgio Frundsberg per

liberarlo chiamò gli antichi suoi commilitoni; loro promise un nuovo

ricchissimo bottino da farsi in quelle campagne d'Italia, che i generali

più non proteggevano contro veruna depredazione; richiamò con vivi

colori alla loro memoria quella licenziosa vita che avevano essi

medesimi così lietamente menata, e che tuttavia gustavano i loro

commilitoni; e li persuase a seguirlo con un solo scudo d'arrolamento,

riponendo nella loro sola spada ogni speranza di più generosa paga, e

d'abbondanti provvigioni ovunque si recherebbero. Adunò tra Bolzano e

Marrano tredici in quattordici mila landsknecht, con cinquecento cavalli

che gli erano stati regalati dall'arciduca Ferdinando, sotto gli ordini

del capitano Zucker; ed in sul cominciare di novembre si pose in cammino

per iscendere in Italia[240].

[240] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 412. — Anon. Padov. presso

Muratori Ann. d'Italia, t. X, p. 197. — P. Paruta, l. V, p. 371. —

Scip. Ammirato, l. XXX, p. 362. — Georg. von Frundsberg, l. IV, f.

73, 75, 79._

I Veneziani non seppero chiudere a Frundsberg la strada delle montagne:

egli sboccò per Val Sabbia, Rocca d'Anfo e Salò, e giunse fino a

Castiglione delle Stiviere nello stato di Mantova. Il duca d'Urbino, per

chiudergli la via, aveva stabilito il suo quartiere a Vaprio sull'Adda,

fra Trezzo e Cassano, di dove partì il 19 di novembre, non per attaccare

i landsknecht, ma per istancheggiarli nella loro marcia con tutta la sua

cavalleria leggiere, toglier loro le vittovaglie e far prigioni i

soldati che si allontanavano dal corpo. Frundsberg pareva incerto nei

suoi progetti, e non potevasi chiaramente argomentare, se voleva passare

l'Adda e portarsi sopra Milano, o passare il Po e marciare alla volta di

Modena e di Bologna. Quest'armata aveva di già sparso il terrore in

Firenze ed in Roma, perciocchè si temeva, che, attirati dalle ricchezze

di quelle capitali, i barbari che la componevano non andassero a

saccheggiarle, sapendo che non troverebbero ostacoli. Il 24 di novembre

Frundsberg si avvicinò a Borgo forte sul Po, ed entrò in quella

doviziosa campagna, circondata di fiumi, che chiamasi il _Serraglio_ di

Mantova. Il duca d'Urbino lo seguì, e Giovanni de' Medici lo stringeva

assai da vicino col suo consueto ardore. Questi, sapendo che i Tedeschi

erano scesi in Italia senza artiglieria, credevasi al sicuro dal loro

fuoco: ma il duca di Ferrara aveva loro prestati quattro falconetti,

alla seconda carica de' quali Giovanni de' Medici perdette una coscia.

Egli fu quindi trasportato in Mantova, ove morì il 30 di novembre[241].

Sebbene nella fresca età di trentanove anni, si era di già acquistata

grandissima riputazione, ed era dagl'imperiali il più temuto di quanti

capitani si trovavano nell'esercito del duca d'Urbino. Il suo valore, il

suo impeto eransi comunicati a tutti i suoi soldati, che per la seconda

volta continuarono a formare un corpo separato indicato col nome di

bande nere, perchè di nuovo mutarono le loro bandiere di bianche in

nere, in segno di dolore, come avevano fatto la prima volta in occasione

della morte di Leon X[242].

[241] Morì tra le braccia di Pietro Aretino, suo segretario, che

dopo avere perduto questo suo carissimo padrone, si riparò in

Venezia, ove visse lietamente e rispettato della repubblica e da

tutti i sovrani d'Europa fin oltre i settant'anni. Al morto Medici

fece levare una maschera che poi servì a Tiziano ed al Sansovino per

ritrarlo in pittura ed in marmo. Di questo letterato non si è finora

indicato il vero merito, sebbene un'ampia vita ne pubblicasse il

Mazzucchelli, e tutti coloro ne abbiano estesamente parlato che

scrissero delle cose della letteratura italiana. _N. d. T._

[242] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 416. — Gal. Capella, l. VI, f.

71. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 584. — Vita di Pomp. Colonna, f. 167.

— Jac. Nardi, l. VIII, p. 320. — Gio. Cambi, p. 293, 298. — Scip.

Ammirato, l. XXX, p. 363. — Ben. Varchi, l. II, p. 51. — Fil. Nerli,

l. VII, p. 144. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 31. — Georg. von

Frundsberg, l. V, f. 86._

Siccome vedevasi ogni giorno svilupparsi in Giovanni de' Medici la

scienza militare, l'antiveggenza e la giustezza delle viste; siccome

ogni giorno egli andava acquistando esperienza e maturità, gl'Italiani

si lusingavano di vederlo superiore a tutti i generali del secolo, e da

lui solo speravano di vedere restituite all'Italia l'antica gloria delle

sue armi e la sua indipendenza. Il Macchiavelli mostravasi penetrato da

tale speranza in una lettera scritta al Guicciardini il 15 marzo del

1525, per essere comunicata al papa. Avrebbe voluto che Clemente VII,

invece di prendere parte direttamente in una guerra che tanto lo

esponeva, e che gli riusciva così fatale, ajutasse segretamente Giovanni

de' Medici a formare una compagnia di ventura, in sul fare di quelle del

quattordicesimo secolo; e che il Medici, seguendo questa indipendente

carriera, non contasse che sulla guerra per nutrire la guerra, e

lavorasse all'espulsione dei barbari dall'Italia, onde formarne per sè

medesimo una potente monarchia. Ma il papa troppo ardito giudicò questo

progetto, e non volle adottarlo[243].

[243] _Macchiavelli Lett. famil., l. VIII, p. 191._

Dopo la morte di Giovanni de' Medici il duca d'Urbino cessò di seguire e

d'inquietare i Tedeschi. Questi passarono il Po il 28 di novembre, e

sparsero un grandissimo terrore a Modena, a Bologna e fino in Toscana.

Ma il Frundsberg, dopo alcuni giorni d'incertezza, cominciò a rimontare

a piccole giornate lungo le rive del Po, saccheggiando i territorj di

Modena, di Reggio, di Parma e di Piacenza. Il Guicciardini, che a nome

della Chiesa comandava in queste province, pregava invano il duca

d'Urbino ad accorrere in suo ajuto; questi, dopo averlo lusingato alcuni

giorni, si fece dare un ordine dal senato di Venezia di non passare il

Po[244].

[244] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 416. — Scip. Ammirato, l. XXX,

p. 363. — Georg. von Frundsberg, B. IV, f. 81._

Frundsberg non attaccava veruna terra fortificata, ma invitava il

contestabile di Borbone a venire ad unirsi a lui tra Piacenza ed

Alessandria; ed infatti l'ultimo giorno dell'anno stabilì il suo campo

tra la Nura e la Trebbia, mentre che il Borbone faceva vani sforzi per

trarre fuori di Milano la sua armata. I suoi soldati, cui l'imperatore

doveva immensi arretrati, non volevano, senz'essere pagati, lasciare una

città abbandonata a tutte le loro esazioni, a tutti i loro capriccj. Il

Borbone, per cavare qualche danaro dai Milanesi, adoperò nuove minacce e

nuovi supplicj; fece condannare Girolamo Moroni a pena capitale; ma

nello stesso giorno destinato all'esecuzione, gli vendette per venti

mila ducati la libertà e la vita. Il Moroni, che dopo quest'avvenimento

si trattenne presso il Borbone, non tardò ad acquistarsi, colla

destrezza del suo spirito, e colle estese sue cognizioni, presso di lui

grandissimo credito, e di prigioniero diventò il suo più intimo

consigliere e l'arbitro di tutti i suoi movimenti[245].

[245] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 419. — Gal. Capella, l. VI, p.

71. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 585._

Il papa aveva osservato, che nel trattato datogli il 21 di settembre in

Castel sant'Angelo dal Moncade erano stati sagrificati gl'interessi dei

Colonna a quelli dell'imperatore; egli suppose che sarebbero egualmente

abbandonati anche in seguito. Sebbene avesse richiamata la sua armata

dalla Lombardia, e la sua flotta dai mari di Genova in esecuzione di

quella forzata convenzione, non differì che pochi giorni a manifestare

la sua collera contro i Colonna. Aveva richiamato a Roma Vitello Vitelli

con alcune centinaja di cavalli, due mila Svizzeri e tre mila fanti

italiani[246]. Quand'ebbe adunata questa piccola armata, la mandò ne'

feudi dei Colonna, con ordine di bruciare e distruggere tutti i loro

villaggi. I ridenti colli che circondano il lago d'Albano, e tutto il

paese che di là stendesi fino ai confini dell'Abruzzo, vennero allora

ruinati così barbaramente, che se ne potrebbero ravvisare le tracce

anche al presente. Furono bruciati Marino e Montefortino, spianati

Gallicano e Zagarolo, saccheggiati o distrutti altri quattordici

villaggi, onde tutto lo stato romano fu inondato da una moltitudine di

vecchi, di fanciulli e di donne, costretti ad accattare il pane. In pari

tempo un monitorio privò il cardinale Colonna della sua dignità, e

condannò tutta la sua famiglia, come colpevole di ribellione e di

tradimento. Subiaco, che era il castello favorito di Pompeo Colonna

venne trattato con eccessiva crudeltà; e si usò alquanto meno di rigore

verso Ghinazzano, ove Prospero Colonna aveva fabbricato un magnifico

palazzo. La fortezza di Montefortino e di Rocca di Papa furono le sole

che resistessero a tutti gli attacchi delle truppe della Chiesa[247].

[246] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 410. — Mém. de M. du Bellay, l.

III, p. 32. — Ben. Varchi, l. II, p. 48. — Vita del card. Pomp.

Colonna, f. 167_. — Lettere del datario al card. Trivulzio, legato

presso quest'armata, del mese di dicembre 1526. — _Lett. de' Princ.,

t. II, f. 24 e seg._

[247] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 414. — P. Giovio Vita del card.

Pomp. Colonna, f. 168. — Jac. Nardi, l. VIII, f. 319_. — Lettere al

card. Trivulzio. _Lett. de' Princ., t. II, f. 35 e seg._

Nello stesso tempo la flotta di Cartagena, di cui erasi temuto tanto

tempo l'arrivo, uscì allora dal porto, col vicerè Lannoy, trecento

cavalli, due mila cinquecento Tedeschi e tre in quattro mila Spagnuoli.

Clemente VII ordinò tosto ad Andrea Doria di riprendere il mare colla

flotta alleata, per disputare il passo agli Spagnuoli. Ma Luigi Armero,

ammiraglio de' Veneziani, era entrato a Porto Venere colla metà delle

sue galere: Pietro Navarro era stazionato avanti al promontorio di san

Fruttuoso, che divide il seno di Genova da quello di Porto Fino, e non

aveva con sè che diciassette galere, quando, avanti il tempo ch'egli

credeva, vide comparire nel mese di novembre la flotta del vicerè

composta di trentasei galere. Egli non lasciò d'attaccarla, chiamando a

sè Luigi Armero; ma il mare burrascoso non permise a questi d'uscire dal

porto, e sottrasse bentosto la flotta spagnuola agli attacchi del

Navarro e di Andrea Doria; questa per altro perdè due galere, e n'ebbe

altre tre così maltrattate, che poca speranza lasciavano di poter essere

salvate[248].

[248] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 414-416. — P. Giovio, f. 167. —

P. Paruta, l. V, p. 365. — Petri Bizarri, l. XIX, p. 463. — Uberti

Folietae, l. XII. p. 729. — Agostino Giustiniani, l. VI. f. 278. —

Jac. Nardi, l. VIII, p. 320._

Il vicerè andò a ripararsi dalla tempesta e dalla persecuzione de' suoi

nemici nel porto di santo Stefano nello stato di Siena. Se colà avesse

sbarcata la sua truppa, e presa la strada di Roma, vi avrebbe trovata

poca resistenza, e la corte del papa aveva di già perduta ogni

speranza[249]. Ma il Lannoy, che giugneva allora in Italia, non sapeva

con precisione quale fosse lo stato degli alleati: aveva incontrata

molta resistenza per mare, e poteva aspettarne un'eguale per terra; onde

giudicò più conveniente di proseguire il suo viaggio alla volta di

Gaeta, ove sbarcò le sue truppe. Colà il papa gli mandò il generale dei

Francescani per entrare con lui in trattato; ed il Lannoy mostrossi

assai inclinato a dare orecchio alle proposizioni del papa. Dall'altro

canto Francesco Guicciardini negoziava a nome del papa col duca di

Ferrara; gli offriva la restituzione di Modena e di Reggio contro il

pagamento di dugento mila ducati, e nello stesso tempo il comando

dell'esercito della lega; ma queste proposizioni si fecero troppo tardi,

ed Alfonso d'Este, che lungo tempo era rimasto dubbioso a quale delle

due parti si dovesse appigliare, si era di fresco aggiustato

coll'imperatore[250].

[249] Lettera del datario al nunzio in Inghilterra. Roma 7 dicembre

1526. _Lett. de' Princ., t. II, f. 20._

[250] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 414._ — Lettera del datario al

protonotajo Gambara, nunzio in Inghilterra. Lett. de' Princ., t. II,

f. 21.

Sembrava nuovamente risplendere la speranza d'una pace generale: pareva

che l'imperatore declinasse dalle sue più alte pretese, e gli alleati

erano stanchi di vedere i loro sforzi seguiti da avvenimenti di così

piccola importanza. Ma sebbene sembrassero d'accordo rispetto a molti

punti, la complicazione degl'interessi e la lontananza de' potentati,

ritardavano e contrariavano le negoziazioni. Mentre che si andavano

chiedendo istruzioni a Parigi, a Madrid ed a Londra per un trattato che

si negoziava in Roma, gli avvenimenti succedevansi con rapidità: e colui

che aveva avuto qualche vantaggio, si affrettava di ritirare ciò che

prima aveva accordato. Così passava il tempo senza ottenere verun

risultamento, e l'anno 1526, ch'era stato notato da tanti patimenti e

miserie, lasciava, terminando, prevedere pel susseguente maggiori mali e

disastri[251].

[251] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 421._ — Lettera del datario al

vescovo di Bayeux per giustificare la condotta del papa. Roma 17

dicembre 1526. _Lett. de' Princ., t. II, f. 30._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16) · 第 5 / 12 题