_Inquietudine e pericoli delle potenze d'Italia; progetto di una
lega fra di loro per difesa della propria indipendenza; vi si
associa il Pescara, poi li tradisce, e spoglia de' suoi stati il
duca di Milano. — Francesco I ricupera la libertà in conseguenza
del trattato di Madrid._
1525 = 1526.
La battaglia di Pavia e la prigionia di Francesco I atterrirono le
potenze italiane. Fin allora avevano queste creduto di contare qualche
cosa di per sè, e di potere farsi rispettare o temere, senza aver
bisogno di nulla esporre nel terribile giuoco della guerra. Fidando
nella loro politica abilità e nell'antica loro riputazione, si erano
persuase che i due principi rivali s'indebolirebbero vicendevolmente in
una lunga guerra, e che giugnerebbe l'istante in cui esse si porrebbero
tra di loro colle proprie forze ancora intere, e gli obbligherebbero ad
evacuare l'Italia. Tutt'ad un tratto s'accorsero, per la sconfitta di
Francesco I, che si trovavano in balìa del vincitore, e che il di lui
spossamento medesimo, gl'infiniti debiti ond'era caricato, il disordine
delle di lui finanze e l'indisciplina delle di lui truppe che chiedevano
invano i soldi arretrati, non facevano che accrescere il loro pericolo.
Esse si trovarono disarmate, con ai loro confini una numerosa armata,
vittoriosa, affamata, e che non aveva che troppo contratta l'abitudine
di conculcare tutti i diritti delle genti, e di non avere rispetto
alcuno nè per i nemici nè per gli amici.
I più vicini al pericolo erano i Veneziani; ma non per questo i più
esposti, perchè erano i soli che in Italia avessero tenuta in piedi
un'armata ben pagata, ben disciplinata ed in istato di farsi rispettare.
Avevano mille uomini d'armi, seicento cavaleggieri e dieci mila
fanti[142]. Vero è che la timida politica del senato, non meno che il
carattere del suo generale il duca d'Urbino, teneva sempre quest'armata
lontana dalle battaglie. A qualunque partito fosse associato, il duca
non faceva che marciare e prendere nuove posizioni, ma non giugneva mai
al tempo della battaglia.
[142] _P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 346._
Dopo terminate le guerre eccitate dalla lega di Cambrai, i Veneziani,
spossati dalle spese enormi che avevano sostenute per difendersi, dalla
ruina delle loro più industri e fertili province, dalla nuova direzione
che le scoperte de' Portoghesi avevano fatto prendere al commercio, e
dalla diminuzione delle pubbliche entrate cagionata da questi diversi
motivi, sforzavansi di riparare in silenzio alle loro perdite; evitavano
di compromettersi, per non dare la misura delle loro forze; e si
coprivano sotto il manto dell'antica riputazione. Per altro un segreto
disordine aveva viziate le più nobili parti dello stato. In tempo della
passata disastrosa guerra, il senato per far danaro aveva dovuto vendere
le magistrature, i governi delle città, gl'impieghi di giudicatura e la
nobiltà che dava il diritto di entrare nel sovrano consiglio. Per tali
pratiche il potere erasi trovato spesse volte affidato a mani indegne di
esercitarlo. Molti privilegj commerciali, monopolj, esenzioni di tasse
avevano avuta la medesima origine, ed il commercio e le finanze dello
stato ne provavano i funesti effetti. I Veneziani cercavano di non
essere in vista, di non essere nominati, di non parere attivi in verun
affare, perchè effettivamente lo stato loro altro non era omai che
l'ombra dell'antica potenza, onde temevano di venire ad una singolare
lotta nella quale il loro avversario avrebbe sentito che non combatteva
che con una fantasma senza corpo.
Secondo in potenza dopo i Veneziani era lo stato della chiesa, il quale
poteva egualmente considerarsi come una repubblica; ed inoltre
ravvisavansi diversi esterni rapporti di forma tra l'un governo e
l'altro. A Venezia un doge elettivo presiedeva ad un collegio di nobili,
siccome a Roma un pontefice elettivo presiedeva ad un collegio di preti.
Nell'uno e nell'altro stato la suprema potenza veniva rappresentata da
un monarca a vita; era nell'uno e nell'altro limitata da
un'aristocrazia, senza che il popolo avesse la più piccola parte
nell'uno o nell'altro governo.
Ma l'aristocrazia veneziana era composta di uomini che, consacratisi
dalla loro fanciullezza a' pubblici affari, facevano del governo lo
studio della loro vita, e non potevano sperare di guadagnare la stima
de' loro compatriotti, e di ottenere i loro suffragj nelle elezioni, che
in ragione dei talenti che mostravano nella carriera degl'impieghi. Per
lo contrario lo stato della chiesa veniva governato da uomini
essenzialmente e costantemente inesperti degli affari che dovevano
decidere. Non era già per abuso o a caso che il papa ed i cardinali
ignoravano affatto l'arte della guerra, dell'amministrazione civile e
della politica; anzi era soltanto per abuso che talvolta si trovavano in
istato di soddisfare alle loro funzioni. Quanto più santamente avevano
corsa la carriera della loro professione, quanto più dovevano la loro
elevazione alle sole virtù del loro stato, tanto più per dovere e per
coscienza dovevano tenersi lontani dagl'interessi mondani. La monarchia
elettiva e costituzionale della chiesa è probabilmente l'unico stato al
mondo, in cui l'essenziale condizione dell'elegibilità pel primo
magistrato, sia quella di essersi in tutta la sua vita tenuto affatto
lontano dalle funzioni cui viene chiamato ad assumere.
Perciò il governo di Venezia, nel lungo corso di quattordici secoli,
s'illustrò colla sua prudenza; ed il governo della chiesa, in un periodo
poco meno lungo, diede continue prove d'inesperienza e d'incapacità.
Molti papi, molti cardinali mostrarono sommi talenti nella politica
esterna, nell'arte delle negoziazioni e degli intrighi, in cui più d'una
volta avevano avuta occasione d'istruirsi ne' capitoli dei conventi. A
quest'abilità la chiesa andò debitrice delle sue conquiste e del suo
progressivo ingrandimento. Ma forse non si trovò un solo papa che fosse
buon amministratore, un solo che prosperar facesse l'agricoltura,
l'industria, il commercio, la popolazione negli stati da lui dipendenti,
un solo che vi stabilisse savie leggi, o vi mantenesse una buona
giustizia. Perciò di mano in mano che un nuovo stato veniva sottomesso
al dominio della chiesa, svanivano tutte le prerogative che l'avevano
fin allora distinto, desso cessava in certo qual modo di esistere per
l'Italia, conciossiachè perdeva la propria indipendenza, e non pertanto
nulla aggiugneva alla potenza dei papi.
Clemente VII, che allora regnava, sentiva più che veruno de' suoi
predecessori la propria debolezza, la propria impotenza. Egli ne poteva
incolpare in parte ciò ch'era stato fatto prima del suo pontificato, ed
in parte i suoi proprj difetti. Le insensate prodigalità di Leon X
avevano anticipatamente dissipate tutte le entrate della chiesa. Leone
s'era valso de' suoi capitali e delle sue entrate come colui che non
aveva nè famiglia, nè successori; non aveva pensato che al presente;
erasi compiaciuto nell'accarezzare progetti giganteschi, senza tenersi i
modi di eseguirli; ed era morto opportunamente nel momento in cui aveva
terminato di consumare gli ultimi suoi mezzi.
Adriano VI non aveva, in tempo della sua breve amministrazione, arrecato
verun riparo ai disordini del predecessore, e Clemente VII le cui
province erano ruinate e il tesoro esausto, trovavasi in su le spalle
una dispendiosa guerra. Cercò di apportare qualche rimedio a tanto
disordine con una talvolta sordida economia, piuttosto che con una buona
amministrazione. Non corresse gli abusi, non impedì i rubamenti, non
soppresse i monopolj; ma sottrasse tutto il danaro destinato ai pubblici
lavori, abolì le pensioni, ristrinse gli assegnamenti de' funzionarj
dello stato, il numero de' soldati ed il loro soldo. Ridusse questo a
così piccola cosa, che gli uomini d'armi non potevano alimentare i loro
cavalli, erano ridotti a miserissimo stato, e tutti coloro che servivano
il papa erano apparecchiati ad abbandonarlo tosto che loro si
presenterebbe un altro padrone. Spesso quell'avarizia onde i sovrani
vengono accusati dai loro cortigiani, forma la felicità de' popoli; ma
quella di Clemente VII era la ripugnanza di un usurajo a privarsi di uno
scudo, non il prudente calcolo di un padre di famiglia. I preti erano
stati aggravati da insolite decime; erano state soppresse le mercedi de'
professori delle arti liberali, e chiuse le borse de' collegj per i
poveri scolari. Il prezzo del frumento e del pane era stato tre volte
aumentato, non a motivo del cattivo raccolto, ma per accrescere i
profitti della camera apostolica, che ne appaltava il monopolio. Erano
state atterrate molte case sotto lo specioso pretesto di abbellire le
strade di Roma; ma invece d'indennizzare i proprietarj di quelle, il
papa gli aveva lasciati esposti all'insolenza, ai capricci, alle ruberie
degl'ispettori di que' lavori[143].
[143] _P. Giovio vita del card. Pompeo Colonna, f. 165. — Ben.
Varchi Stor. Fior., l. II, p. 45._
Clemente VII era accusato come il solo autore de' patimenti del popolo,
e non pertanto questi erano in gran parte dipendenti dalle prodigalità
di Leon X; ma gli uomini non erano abbastanza giusti per risalire alle
cause del disordine: benedivano la memoria di un papa che aveva goduto e
fatto godere dissipando le pubbliche finanze, e detestavano il
successore che voleva con poca accortezza riparare un male non fatto da
lui. Pochi papi erano stati odiati tanto dal popolo quanto Clemente VII;
egli fu tanto più severamente giudicato, che maggiori erano state le
speranze che si erano concepite della bontà del suo governo. La sua
prudenza, che gli aveva procurata l'universale considerazione, non parve
in pratica che astuzia e raffinamento; e inutile gli si rese la sua
conoscenza del mondo e degli affari, perchè mancavano al suo carattere
decisione per appigliarsi ad una risoluzione, e fermezza per mantenerla.
La repubblica fiorentina, che altro più non era che una provincia
sottomessa alla casa de' Medici, parve da principio affezionarsi al
governo di Clemente VII, a cagione del vantaggioso confronto con quello
di Lorenzo, duca d'Urbino, che lo aveva preceduto; ma bentosto i difetti
di Clemente si erano renduti più sensibili, e le di lui buone qualità
erano scomparse: la memoria dell'antica libertà, quella
dell'amministrazione del Savonarola e di Pietro Soderini si andavano
ravvivando nel cuore dei Fiorentini, ed i cittadini, senza poter
prevedere gli avvenimenti, senza rendersi conto di ciò che desideravano,
si andavano rallegrando di tutti gl'imbarazzi, di tutte le calamità che
opprimevano il capo dello stato, sperando di vedere alla fine scossa la
di lui autorità[144].
[144] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 300._
I Veneziani ed il papa deploravano egualmente la propria sventura
d'avere affidate le loro speranze, e tutte le eventualità d'indipendenza
per l'Italia, non ad una nazione, ma ad un uomo; di modo che la
contraria fortuna di quest'individuo decideva della loro esistenza, e,
sto per dire, di quella dell'Europa. Infatti non era stata battuta a
Pavia la nazione francese, ma il re; se Francesco I non fosse caduto
prigioniere, o se, venuto in mano ai nemici, non fosse stato risguardato
come comprendente in sè solo tutto lo stato, la sconfitta di Pavia non
avrebbe avuta cosa alcuna che la diversificasse da tant'altre battaglie
guadagnate o perdute, nel corso de' trent'anni precedenti, senza che
decidessero in verun modo della sorte degl'imperj. Era stata sconfitta
un'armata di circa ventimila uomini, e la perdita, stando ai più alti
calcoli, ammontava ad otto mila; ma questi, ad eccezione di mille, o
mille dugento uomini d'armi, non erano Francesi; erano per lo più
Svizzeri, Italiani o della Bassa Germania. Eransi perduti ricchi
equipaggi, e bellissime artiglierie; ma la Francia non era in verun modo
esausta, i suoi confini non erano violati, ed erano ovunque coperti
dalle naturali loro fortificazioni o da quelle innalzate dall'arte.
Non vi può essere sicurezza per una monarchia militare, quando non vi si
riconosca come principio fondamentale, che un re cessa d'essere re
nell'istante che vien fatto prigioniere; che il suo potere passa
legittimamente nelle mani del suo successore, e che il nemico non tiene
in cattività un sovrano, ma soltanto un uomo di elevato rango, la di cui
taglia non dev'essere mai pagata col sagrificio degl'interessi della
nazione. Se Francesco I si fosse affrettato d'invocare questo principio;
se avesse riconosciuto che la sovrana autorità risiedeva sempre in
Francia, e non nella sua persona; se, assoggettandosi alla sua
prigionia, non si fosse mostrato premuroso d'uscirne o di fare la pace;
Carlo V in vista di questa non curanza sarebbesi fatto premura di
trattare con lui, gli avrebbe accordate più vantaggiose condizioni, e
Francesco, ricuperando forse più presto la sua libertà, sarebbe risalito
sul trono senza dover poscia arrossire di aver violato i suoi
giuramenti.
Non era dunque vero che _tutto fosse perduto, salvo l'onore_, come
Francesco I scriveva a sua madre, Luigia di Savoja; il solo monarca era
perduto, e la monarchia non era altrimenti in pericolo, che per
risguardo di lui. I soldati che avevano ottenuta la vittoria di Pavia,
sebbene arricchiti da un immenso bottino, non volevano rinunciare ai
loro soldi arretrati; anzi li chiedevano più risolutamente che mai,
protestando che non tornerebbero in campagna finchè non ricevessero
tutti i loro arretrati. In quest'intervallo moltissimi di loro andavano
ogni giorno disertando per depositare la loro preda in seno alle proprie
famiglie; gli altri, consumando in continue feste e stravizj quanto
avevano guadagnato, disprezzavano ogni militare disciplina. Giammai
l'armata imperiale era stata meno subordinata ai suoi generali, giammai
era stato più difficile di farla tener dietro ai vantaggi che di già
aveva ottenuti. La guarnigione di Pavia erasi portata all'eccesso
d'impadronirsi de' cannoni della piazza, di fortificarvisi, e di
dichiarare che più non ubbidirebbe ai suoi ufficiali finchè non fosse
pagata; il rimanente dell'armata pareva disposto a seguire
quest'esempio, ed ogni giorno scoppiavano parziali ammutinamenti[145].
[145] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 302. — Gal. Capella, l. V, f.
53. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. VII, p. 409._
La penuria dell'imperatore, il quale possedeva la Spagna, i Paesi Bassi,
l'America e gran parte dell'Italia, che inoltre disponeva a voglia sua
delle forze e delle entrate di suo fratello, l'arciduca d'Austria, e
degli stati dell'impero, è un fenomeno che non può spiegarsi che pei
disordini della sua amministrazione. Senza dubbio tra le province
suddite molte godevano grandi privilegj, e spesso gli ricusavano i
tesori ch'egli dissipava con mano così prodiga. In tempo della
spedizione di Francia, le cortes di Castiglia gli avevano rifiutata una
sovvenzione straordinaria di quattrocento mila ducati, ch'egli aveva
loro domandata; ma le ordinarie entrate de' paesi i più ricchi, i più
industriosi dell'Europa, avrebbero dovuto bastare per sostenere le spese
di una guerra trattata con così piccole armate, quali erano le sue. I re
di Castiglia, di Arragona, di Granata, di Navarra, di Sicilia, di
Napoli; i sovrani de' Paesi Bassi e quelli dell'Austria, avevano tutti
in diverse circostanze mantenute armate egualmente numerose, e sostenute
spese tanto considerabili quanto quelle ond'era caricato l'imperatore,
sovrano di tutti questi diversi stati. Altronde fra questi stati molti
non avevano costituzione, nè assemblea rappresentativa; ed il regno di
Napoli e il ducato di Milano dovevano assoggettarsi a tutti i carichi
che il vicerè o il duca Sforza loro imponevano per conto
dell'imperatore; e così la maggior parte de' più piccoli stati, sebbene
indipendenti di nome, non potevano rifiutarsi di pagare continue
contribuzioni di guerra. Ma in tutte le province sulle quali stendevasi
l'autorità di Carlo V, si vedeva stabilire un sistema distruttore di
ogni economia politica. I monopolj si moltiplicavano, la giustizia era
subordinata ad un'autorità arbitraria e capricciosa; il commercio
vincolato, le proprietà incatenate dai fedecommessi, l'ozio risguardato
come onorevole, l'industria come una macchia; e gli stati, poc'anzi più
floridi, trovavansi in breve ridotti all'ultima miseria.
I generali imperiali sentivano l'impossibilità di condurre in Francia
un'armata insubordinata; diedero quindi alla reggente ed a' suoi
consiglieri tutto il tempo di provvedere alla difesa del regno, di
cercare l'alleanza dell'Inghilterra, di assicurarsi degli Svizzeri, e di
concertarsi cogli stati d'Italia; ma Francesco I non supponeva nè pure
che si potesse resistere al nemico, dov'egli non si trovava; e dopo la
sua prigionia egli risguardava la Francia come assolutamente perduta; di
già internamente rinunciava a tutti i suoi progetti sull'Italia, e non
riponeva le sue speranze di terminare la guerra che nella lealtà e nella
generosità del suo vincitore. Perciò affrettossi di accordare al
commendatore Pennalosa, che portava in Ispagna all'imperatore la
relazione della battaglia di Pavia, un passaporto per attraversare la
Francia, onde più sicuramente e più presto arrivasse a quella corte; lo
stesso motivo gli fece in appresso dare orecchio alle proposizioni del
signore di Lannoy, che voleva condurlo in Ispagna, promettendogli che al
primo abboccarsi con Carlo V terminerebbero le sue pene[146].
[146] _Lettera di Venezia del 5 marzo. Lettere dei Principi, t. I,
f. 152. — Garnier Hist. de France, t. XII, p. 332._
L'armata che il duca d'Albanì aveva condotta verso il mezzogiorno
dell'Italia, era tuttavia intatta, e non aveva passati i confini del
regno, quando il duca ricevette, presso Velletri, la notizia della
battaglia di Pavia e della prigionia del re. Risolse all'istante di
ritirarsi verso Bracciano, onde porre la sua armata in luogo sicuro, ne'
feudi, ed in mezzo alle fortezze degli Orsini affezionati alla Francia.
Ma i Colonna, che apertamente si mostravano partigiani dell'imperatore,
attaccarono un corpo di truppe italiane che andava a raggiugnere il duca
d'Albanì in vicinanze delle Tre Fontane, a non molta distanza da Roma;
lo inseguirono fino entro Roma, ed uccisero i soldati degli Orsini nel
Campo di Fiore, facendo in tal modo sentire al papa quanto la sua
autorità fosse poco rispettata, e come la sua stessa persona poteva,
quando che fosse, facilmente cadere nelle mani dell'uno o dell'altro
partito. Frattanto il duca d'Albanì continuò la sua ritirata verso
Bracciano, senza provare altri danni, e la sua armata conservavasi
sempre in istato di farsi temere[147].
[147] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 302. — Mém. de M. du Bellay, t.
XVIII, l. III, p. 5. — P. Giovio Vita del card. Colonna, f. 161. —
Lettere del card. de' Monti al card. Egidio. Lettere de' Princ. t.
I, f. 155._
In mezzo al turbamento che dava a Clemente VII il disastro di Francesco
I, ed il sapere caduta in mano degl'imperiali nel campo francese la sua
corrispondenza con quel re, la quale mostrava apertamente la sua
parzialità per il medesimo[148], le minacce de' generali imperiali e le
loro esorbitanti inchieste di sussidj per l'armata, finalmente l'audacia
dei Colonna, il papa ripigliò un poco di coraggio quando i Veneziani,
che sentivano egualmente i loro pericoli, gli proposero di collegarsi
per la comune sicurezza; di farvi entrare il duca di Ferrara, i di cui
stati facevano che quelli della chiesa comunicassero direttamente con
quelli della repubblica; di prendere in comune al loro soldo dieci mila
Svizzeri, e d'invitare la reggente di Francia ad aggiugnere alla loro
armata il duca d'Albanì, e le quattrocento lance che il duca d'Alenson
aveva ricondotte da Pavia. Gli rappresentavano i Veneziani, che i
generali imperiali, non meno poveri che prima della battaglia, e
sprovveduti d'artiglieria di munizioni e di carriaggi, non potevano
essere gran fatto formidabili, se le potenze d'Italia si mettevano
subito in situazione di opporre loro una valida resistenza; che se per
lo contrario si dava loro tempo, i più deboli potentati farebbero la
pace pagando contribuzioni, e somministrando col danaro italiano il
mezzo di soggiogare l'Italia[149].
[148] _P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. VII, p. 408._
[149] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 302. — P. Jovii Vita Ferd.
Davali, l. VII, p. 418. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 346. — Fr.
Belcarii, l. XVIII, p. 555._
Ma mentre il papa dava orecchio a queste proposizioni, e che di già
occupavasi di far entrare nella stessa lega il re d'Inghilterra, ch'egli
conosceva geloso di Carlo V[150], Niccolò di Schomberg, suo segretario e
consigliere, che aveva mandato in Ispagna, tornò presso di lui con
proposizioni del vicerè di Napoli. I generali imperiali, che volevano
cavare danaro da Clemente VII e da' Fiorentini, avevano poste le loro
truppe ai quartieri d'inverno negli stati di Parma e di Piacenza,
abbandonando que' vassalli della Chiesa a tutte le vessazioni d'una
sfrenata soldatesca. Mentre che i deputati di Piacenza imploravano la
protezione del papa, il vicerè offriva la sua alleanza e la garanzia
dell'imperatore per la casa de' Medici contro una somma di danaro.
Clemente VII, sempre irresoluto, sempre privo di vigore, accettò queste
proposizioni che lo liberavano da una difficoltà presente, e
sospendevano il pericolo. Il 1.º di aprile segnò in Roma, senza
l'intervento de' Veneziani, un'alleanza tra l'imperatore ed il duca di
Milano da una parte, e la Chiesa ed i Fiorentini dall'altra, per la
quale i Fiorentini dovevano pagare cento mila ducati ai generali
dell'imperatore, ed altrettanti il papa, ma quest'ultimo soltanto dopo
che sarebbe rimesso in possesso di Reggio e di Rubbiera, che il duca di
Ferrara aveva rioccupate in tempo dell'interregno[151].
[150] _Lettera del Ghiberti, datario apostolico, ai nunzj in
Inghilterra. Roma 1 marzo 1525. Lett. de' Princ., t. I, f. 154._
[151] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 304. — P. Jovii Vita Ferd.
Davali, l. VII, p. 409. — P. Paruta, l. V, p. 348. — Fr. Belcarii,
l. XVIII, p. 556. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 355. — Gio. Cambi
Ist. Fior., t. XXII, p. 268._
Tostocchè il papa si fu ricomperato a prezzo d'oro, la predizione de'
Veneziani si trovò giustificata. I generali imperiali, più non temendo
gl'Italiani riuniti, pretesero da cadauno stato spaventose contribuzioni
per pagare la loro armata. Domandarono cinquanta mila ducati al duca di
Ferrara, quindici mila al marchese di Monferrato, dieci mila ai
Lucchesi, quindici mila ai Sienesi, ma in cambio autorizzavano questi
ultimi a scuotere la tirannide del monte de' Nove e della famiglia
Petrucci: mentre ancora numeravasi il danaro, Girolamo Severini, uno de'
capi del partito della libertà, ch'era stato mandato ambasciatore presso
il vicerè, uccise Alessandro Bichi, capo dell'ordine de' Nove, che il
papa aveva indicato per presiedere al governo[152]. Verso lo stesso
tempo arrivarono per mano dei banchieri genovesi ai generali imperiali
dugento mila ducati da lungo tempo promessi; e l'armata fu pagata,
perchè tuttociò che mancava per saldare gli arretrati venne
somministrato dal duca di Milano[153].
[152] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 309. — Orlando Malavolti Stor.
di Siena, p. III, l. VII, f. 124._
[153] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 309. — Gal. Capella, l V, f. 54.
— Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 9. — P. Jovii Vita Davali, l.
VII, p. 409._
Tostocchè le truppe furono pagate, i generali imperiali cercarono di
riandare i contratti, in forza de' quali avevano ottenuto il danaro.
Riclamarono da' Fiorentini venticinque mila fiorini oltre i promessi.
Invece di ritirare le loro guarnigioni dallo stato della Chiesa,
spedirono altri soldati nel Piacentino per vivere a discrezione presso
gli abitanti; avevano prese contraddittorie obbligazioni col papa e coi
duchi di Ferrara e di Milano. Avevano promesso al primo la restituzione
di Reggio e di Rubbiera, di cui avevano guarentito il possedimento al
secondo; e dopo avere con quest'esca tratto Clemente VII ad alienarsi un
principe, la cui alleanza poteva riuscirgli vantaggiosissima a motivo
della posizione dei di lui stati, della di lui ricchezza e della di lui
potente artiglieria, ricusarono poi di sagrificarglielo. Avevano pure
promesso al papa, che in avvenire il ducato di Milano consumerebbe il
sale delle saline di Cervia; ma in seguito ricusarono d'accordare questa
specie di gabella nel ducato di Milano agli intraprenditori delle saline
della Chiesa. Frattanto, dopo avere dichiarato che l'imperatore ricusava
di approvare questi due articoli, non vollero restituire al papa il
danaro che aveva loro pagato in corrispettivo di tali vantaggi[154].
[154] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p, 305. — P. Jovii Vita Davali, l.
VII, p. 409. — Ben. Varchi Stor. Fior, l. II, p, 26._
Nè Carlo V mostravasi di migliore buona fede, nè dopo la vittoria
mostravasi più moderato de' suoi generali. Vero è che nel primo istante
in cui ricevette il 10 di marzo a Madrid la notizia della battaglia di
Pavia ed una lettera scritta di proprio pugno da Francesco I, vietò con
ipocrita umiltà di festeggiare un così straordinario avvenimento con
tripudj e con fuochi di gioja, dichiarando che questi segni d'allegrezza
dovevano riservarsi per le vittorie contro gl'infedeli. Nello stesso
tempo aveva manifestato il suo ardente desiderio di ristabilire la pace
nella Cristianità, ed aveva protestato, che ciò che più lo lusingava in
questa vittoria accordatagli era la certezza di fare bentosto cessare lo
spargimento del sangue cristiano[155].
[155] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 309. — Belleforest Hist. de
France, t. II, p. 1443. — Gal. Capella, l. V, f. 53. — Fr. Belcarii,
l. XVIII, p. 557. — Arnoldi Ferroni, l. VIII, p. 159. — Scip.
Ammirato, l. XXX, p. 355._
Ma d'altra parte le proposizioni che Carlo V fece fare da Buren, signore
di Roeux a Francesco I, mentre che questi era tuttavia tenuto in
Pizzighettone, mostravano l'assoluta mancanza di generosità, di
compassione o di moderazione pel suo rivale. Domandava non solo la
rinuncia di tutte le pretese del re sull'Italia e su la Fiandra, ma
inoltre la cessione della Borgogna alla casa d'Austria, e quella della
Provenza e del Delfinato al duca di Borbone, per farne, coi feudi che di
già aveva, un regno indipendente. Per quanto Francesco I fosse ansioso
di uscire di prigionia, rispose di essere contento di rimanervi finchè
vivesse, piuttosto che acconsentire allo smembramento della
Francia[156].
[156] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 9. — Fr. Guicciardini, l.
XVI, p. 316. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 559._
In pari tempo Carlo V cessò di mostrare al cardinale di Wolsey i
riguardi che gli aveva fin allora usati. E per tal modo si alienò
quest'orgoglioso ecclesiastico, che non tardò ad accrescere in Enrico
VIII una gelosia, che la grandezza di Carlo V aveva di già fatta nascere
nel di lui animo. Dall'altro canto i generali imperiali insistevano
presso i Veneziani per avere da loro cento mila ducati in compenso de'
sussidj cui si erano obbligati per la difesa del ducato di Milano, e che
non avevano pagati nella precedente guerra. I Veneziani ne avevano
offerti ottanta mila; ma perchè l'offerta loro non fu accettata, ed
ebbero più sicuri indizj del malcontento del re d'Inghilterra, si troncò
la negoziazione, e le due parti rimasero in libertà[157].
[157] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 322. — P. Paruta Ist. Ven., l.
V, p, 350. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 560._
Quando il duca d'Albanì conobbe il trattato di Clemente VII
coll'imperatore, giudicò inutile il trattenersi più lungamente negli
stati della Chiesa. Coll'assenso del vicerè si fece prestare le galere
del papa, e vi si imbarcò per passare in Francia con Renzo di Ceri,
coll'artiglieria che si era fatta dare da' Sienesi e dai Lucchesi, con
quattrocento cavalli, mille Landsknecht e pochi Italiani, essendosi
sbandato il restante della sua armata[158]. Ma nello stesso tempo erasi
pure indebolita assai l'armata del marchese di Pescara. A misura che
questi aveva pagati i Landsknecht, gli aveva quasi tutti licenziati; e
perchè in Italia più non aveva nemici da combattere, e non si sentiva
abbastanza forte per tentare un'invasione in Francia, aveva voluto
sollevare il tesoro imperiale da uno, quanto esorbitante, altrettanto
inutile dispendio[159].
[158] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 304._
[159] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 322._
Frattanto tutta l'Italia fermentava; l'armata imperiale sì sbandava, e
forse avvicinavasi l'istante in cui un vigoroso sforzo de' partigiani
della Francia poteva mettere Francesco I in libertà. Ma il vicerè di
Napoli, signore di Lannoi, che aveva saputo acquistarsi la confidenza di
Francesco, voleva approfittarne per condurlo in Ispagna, sperando di
attribuirsi in tal maniera l'onore principale della vittoria di Pavia.
Fece sentire al re che le esorbitanti condizioni presentategli da
Adriano di Buren erano state concertate per accontentare il contestabile
di Borbone; ma che se Francesco poteva direttamente trattare
coll'Imperatore lontano dal suo proprio suddito ribelle, troverebbe in
Carlo quella stessa generosità, ch'egli medesimo avrebbegli mostrata, se
Carlo si fosse trovato nella presente sua condizione. Accrebbe così il
di lui desiderio d'avere un abboccamento coll'imperatore, e lo persuase
a tenere il progetto affatto segreto. Il Lannoi ottenne il consentimento
de' suoi due colleghi, perchè Francesco I fosse tradotto a Napoli; e a
questo fine Francesco medesimo somministrò sei galere francesi per
trasportarvelo. Il 7 di giugno Lannoi s'imbarcò col re a Porto Fino
presso di Genova, ed otto giorni dopo lo sbarcò a Roses sulle coste
della Catalogna, senza che il contestabile di Borbone ed il marchese di
Pescara avessero nemmeno sospettato che si volesse sottrarre alla loro
dipendenza il prigioniere, che agli occhi stessi dell'armata era il
pegno delle sperate ricompense[160].
[160] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 323. — P. Jovii Vita Davali, l.
VII, p. 410. — Gal. Capella, l. V, f. 34. — Martin du Bellay, l.
III, p. 11. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 562. — Lett. de' Princ.
Roma, 18 giugno, f. 164._
Quando gli stati d'Italia seppero che Francesco I era stato condotto in
Ispagna, e che aveva egli stesso desiderato di andarvi, ben conobbero
che nuovi pericoli minacciavano la loro indipendenza. Il re di Francia,
con tanta premura di recarsi presso il suo rivale, mostrava l'estremo
suo desiderio di trattare con lui. Bentosto si seppe quali condizioni
aveva fatte proporre a Carlo V dal signore di Buren. Offriva di sposare
la regina di Portogallo, sorella dell'imperatore, accontentandosi per
dote de' diritti che Carlo V poteva avere sopra la Borgogna. Voleva in
contraccambio dare la propria sua sorella, la duchessa d'Alenson, a
Carlo, e con questa tutti i suoi diritti sul regno di Napoli e sul
ducato di Milano. Dicevasi apparecchiato a pagare al re d'Inghilterra
enormi somme per farlo rinunciare alle proprie pretese, ed a Carlo, per
sua taglia, la stessa somma che aveva pagata il re Giovanni prigioniere
degl'Inglesi; finalmente offriva di far accompagnare l'imperatore da una
flotta e da una possente armata francese, allorchè questi andrebbe a
Roma a prendere la corona dell'impero; ciò che in altri termini tornava
lo stesso che promettergli d'ajutarlo ad assicurarsi la sovranità
d'Italia[161].
[161] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 317. — Lettres de l'évêque de
Bayeux de Rome. Lett. de Princ., t. I, f. 163._
Non eravi un solo principe in Italia, il quale, dopo avere provata
l'insolenza e le vessazioni de' ministri imperiali, potesse contemplare
senza terrore il giogo sotto cui stava per cadere la comune patria.
Giunto era l'istante di fare un estremo sforzo per l'indipendenza
italiana, che più non potrebbesi salvare quando i due monarchi avessero
riunite a di lei danno le loro forze. Ma prima che il re di Francia
avesse trattato, pareva facil cosa il far sentire a lui, alla reggente,
ed ai principi che con lei governavano, che tornava meglio impiegare
tutti i tesori del regno per liberare il re colla forza delle armi, di
concerto con tutti gli stati d'Italia, gli Svizzeri ed il re
d'Inghilterra, che prodigare quei medesimi tesori a titolo di taglia al
più costante nemico della Francia, e somministrargli così i mezzi
d'incatenarli tutti quanti. Il papa e la repubblica di Venezia, a nome
di tutti gli stati italiani, invitarono adunque la reggente a mostrare
fermezza ai negoziatori di Carlo V, ed a rifiutare ogni vergognosa
condizione, accertandola che in breve l'unione di tutta l'Europa
basterebbe forse, senza venire all'esperimento delle armi, per
costringere Carlo V a porre il di lui figlio in libertà, purchè dal
canto suo ella volesse riconoscere e garantire la libertà
dell'Italia[162].
[162] _Lettres de l'évêque de Bayeux, de Rome, t. I, lett. de'
Princ., f. 163. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 351. — P. Jovii Vita
Davali, l. VII, p. 413._
Effettivamente non era la libertà dei soli stati che dicevansi tuttavia
indipendenti, ma quella di tutta l'Italia che i ministri di Clemente
VII, di concerto col senato di Venezia, lusingavansi di far riconoscere.
Tutta l'Italia abborriva egualmente il giogo di coloro che chiamava
barbari; tutta l'Italia sentivasi oramai legata da un medesimo
interesse, e pareva disposta a fare unanimi sforzi per la propria
indipendenza. Francesco II Sforza, a nome del quale era stato
conquistato il ducato di Milano, non aveva altro raccolto dal sovrano
potere che il triste privilegio d'ascoltare il primo le lagnanze de'
suoi popoli, al quali egli non poteva in verun modo apportare rimedio.
Gli sgraziati Lombardi, abbandonati a tutta la licenza militare,
dovevano a vicenda pagare enormi contribuzioni, e ricevere a discrezione
nelle proprie case i soldati spagnuoli, il di cui carattere avaro,
dissimulato, orgoglioso, era loro in particolar modo antipatico.
Ricorrevano al loro duca, di cui avevano così ardentemente desiderato il
ritorno; ma questi, ben lungi dall'esercitare l'autorità di un sovrano,
era il primo schiavo de' ministri e de' generali dell'imperatore[163].
[163] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 326. — Gal. Capella, l. V, f.
54. — P. Jovii Vita Davali, l. VII, p. 414._
Sapeva Francesco Sforza che l'imperatore, non abbastanza pago di averlo
ridotto al rango di semplice governatore di provincia, aveva più volte
posto in deliberazione, se non dovesse levargli il ducato di Milano per
farne un dono a suo fratello, l'arciduca Ferdinando d'Austria, il quale
desiderava di unire questo stato ai suoi possedimenti di Germania.
Sapeva che questo progetto era senza dubbio in cagione dell'affettata
dilazione che apportavasi nella corte di Madrid alla spedizione
dell'investitura del suo ducato; e perchè trovavasi di già infermiccio,
e non aveva figliuoli, sembrava che, se l'imperatore permettevagli di
regnare, egli era soltanto perchè sperava di raccogliere in breve, dopo
la sua morte, l'eredità. Quindi tosto che il duca di Milano ed il suo
confidente e principale ministro, il cancelliere Moroni, si furono
assicurati che la reggente rinuncierebbe a nome di suo figliuolo alle
sue pretese sulla Lombardia, che riconoscerebbe la casa Sforza, e si
obbligherebbe a mantenerla nella sua sovranità, il duca entrò nella lega
italiana, ed il suo cancelliere ne diventò uno dei più caldi
promotori[164].
[164] _P. Jovii vita Piscarii, l. VII, p. 414. — Gal. Capella, l. V,
f. 55. — Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 324._
Infatti fu Girolamo Moroni che s'incaricò di una difficile e dilicata
negoziazione, che doveva guadagnare alla lega italiana un possente
difensore. Egli era stato testimonio dell'indignazione con cui il
contestabile di Borbone ed il marchese di Pescara avevano ricevuta la
notizia della soperchieria di Lannoi; egli conosceva la loro gelosia
verso questo favorito ministro di Carlo V, e gli aveva uditi accusare
con impeto il loro padrone d'ingratitudine e d'ingiustizia. Il Borbone
si era affrettato di andare in Ispagna per contrastare al vicerè il
merito della vittoria, che pareva volersi attribuire[165], ed il Pescara
era rimasto solo in Italia, incaricato del supremo comando. Sebbene
avesse questi adottati i costumi ed i pregiudizj spagnuoli, che quasi
sempre parlasse castigliano, e si dolesse frequentemente di non essere
nato in Castiglia, il Pescara era Italiano. La sua famiglia, quella
degli d'Avalos, erasi stabilita nel regno di Napoli da quasi un secolo;
perciò il Moroni suppose che avesse conservati i sentimenti d'un
Italiano, il desiderio di vedere la sua patria indipendente, e che tale
desiderio si risveglierebbe in lui, se al risentimento, che di già
provava, vi si aggiugnesse un'offerta così luminosa da superare d'assai
tutte le sue più ambiziose speranze[166].
[165] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 325. — Ben. Varchi Stor. Fior.,
l. II, p. 27. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 562. — P. Jovii Vita
Piscarii, l. VII, p. 412. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 160._
[166] _Gal. Capella, l. V, f. 55. — Fr. Guicciardini, l. XVI, p.
325. — Fr. Belcarii, t. XVIII, p. 563._
Il Moroni, dopo avere incoraggiato il Pescara ad esalare tutta la sua
indignazione contro l'imperatore, gli fece travedere che non dipendeva
che da lui di dare compimento al voto, da tanto tempo formato da tutta
l'Italia, di cacciare tutti i barbari dalla penisola; e che, in
ricompensa della sua cooperazione, il papa ed i Veneziani erano pronti
ad unirsi per porre sul suo capo la corona di Napoli. Il Pescara era
violentemente irritato, smisurata era la sua ambizione, il suo carattere
artificioso e non facilmente accessibile agli scrupoli: egli accolse con
ardore le proposizioni del Moroni, o perchè si abbandonasse alla
speranza che gli si presentava, o perchè avesse di già in animo di farsi
un merito presso l'imperatore col tradire i suoi socj. Chiese
schiarimenti intorno alla trama in cui volevasi farlo entrare, ed il
Moroni, con una confidenza contro la quale Giovan Matteo Ghiberti,
datario apostolico, l'aveva invano posto in guardia, comunicò al Pescara
tutti i progetti de' congiurati[167].
[167] _P. Jovii Vita Piscarii, l. VII, p. 414. — Lettere del
Ghiberti da Roma 1.º luglio e seguenti, f. 165 ec., t. I, Lett. de'
Princ._
L'armata imperiale, che occupava la Lombardia, era pochissimo numerosa;
tutti i Tedeschi erano stati licenziati; degli Spagnuoli molti si erano
dispersi per porre in luogo sicuro la preda fatta nell'ultima campagna;
altri avevano seguito in Ispagna il vicerè, ed altri vi avevano
accompagnato il contestabile di Borbone. Altre truppe non restavano in
Italia che quelle d'infanteria spagnuola comandate da Antonio di Leiva,
e pochi fanti italiani. Il marchese di Pescara, supremo comandante
dell'armata imperiale, poteva facilmente acquartierarla, in modo che
riuscisse facile il sorprendere separatamente tutti que' soldati di cui
crederebbe di non potersi fidare, e disarmarli o disfarsi di loro.
Quando avrebbe esclusi così gli stranieri dalla penisola, dovevano
bastare le forze d'Italia per chiuder loro per sempre le porte: pure non
si sarebbero adoperate queste sole, perchè la Francia e l'Inghilterra si
dichiaravano garanti della di lei indipendenza, e la Svizzera aveva
promessi i suoi soldati per difenderla[168].
[168] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 327. — P. Jovii Vita Piscari, l.
VII, p. 417. — Ejusd. Vita di Pomp. Colonna, f. 162. — Ben. Varchi
Stor. Fior., l. II, p. 29. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 356._
A questi progetti il Pescara oppose alcuni scrupoli, mostrandosi
desideroso di vederli dissipati. Come feudatario del regno di Napoli,
riconosceva, diss'egli, che il papa era il supremo suo signore, e che
l'imperatore non era che il suo signore diretto; tuttavolta bramava
d'essere assicurato dall'autorità de' canonisti e de' giureconsulti, se
gli ordini di chi aveva la suprema signoria bastavano a dispensarlo
dall'ubbidienza al signore diretto; e se il papa lo poteva sciogliere da
un giuramento militare, come da un ordinario giuramento di vassallaggio;
per ultimo se il suo onore sarebbe in salvo, ed in riposo la sua
coscienza, quando avesse preso parte alla trama che gli veniva proposta
contro il suo padrone. Per avere tali schiarimenti spedì a Roma il
genovese Domenico Sauli, uno de' più caldi partigiani dell'indipendenza
italiana, incaricandolo di abboccarsi col papa e col suo datario. La
corte di Roma sapeva con quanta facilità poteva dissipare gli scrupoli
del Pescara; ma stava ancora dubbiosa sul conto della di lui buona fede;
onde gli mandò il romano Menteboni, uno de' confidenti del Datario, per
iscandagliarlo ancora, mentre il cardinale Accolti ed il giureconsulto
Angelo Cesi scrivevano a nome del papa dei trattati per tranquillizzare
la coscienza del generale[169].
[169] _P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. VII, p. 418. — Gal. Capella,
l. V, f. 55. — Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 328._
Nello stesso tempo gli agenti della corte di Roma lavoravano in ogni
parte per dare esecuzione ad un progetto così bene concertato. Enrico
VIII, re d'Inghilterra, aveva fatte a Carlo V le più esorbitanti domande
dopo la battaglia di Pavia: egli ne voleva per sè quasi tutti i frutti,
e chiedeva che gli si dessero la maggior parte delle province di quella
Francia di cui i suoi predecessori, dopo Enrico V, chiamavansi re.
Queste esagerate domande non si facevano da Enrico VIII, che per
ottenere un rifiuto dall'imperatore, e aver così un pretesto di
corrucciarsi con lui[170]. In fatti egli aveva di già accolte le
proposizioni della corte di Roma, che voleva ravvicinarlo alla Francia,
e renderlo favorevole alla indipendenza italiana; egli era entrato ne'
progetti comunicatigli da Girolamo Ghinucci, auditore apostolico, e
nunzio alla sua corte: aveva mandato a Roma il vescovo di Bath ed il
cavaliere di Casale, per trattare col papa; onde i confederati tenevansi
sicuri del di lui appoggio[171].
[170] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 319._
[171] Lettera di Gio. Matteo Ghiberti a Girolamo Ghinucci. Roma 10
luglio 1525. _Lett. de' Prin., t. I, f. 169. — Rymer Acta et
conven., t. XIV, p. 38._
Il vescovo di Veruli, Ennio Filonardo, nunzio del papa nella Svizzera,
fino dall'undici giugno, ma più apertamente il primo di luglio, fu
incaricato di scandagliare la dieta elvetica, ed ogni cantone in
particolare intorno all'universale desiderio degl'Italiani di armarsi
per la propria indipendenza; di far sentire agli Svizzeri in quale
pericolo si troverebbero essi medesimi, se la casa d'Austria, venendo a
stabilirsi in Lombardia, circondasse quasi da ogni lato i loro confini;
di esortarli a non perdere l'occasione di riparare il loro onore
militare, crudelmente compromesso dalla cattiva condotta delle loro
truppe nelle quattro ultime campagne; finalmente di porsi in istato, di
potere, quando ne avrebbe l'ordine, far entrare otto o dieci mila
Svizzeri in Lombardia, col patto di portarsi, ove il bisogno lo
richiedesse, anche nel regno di Napoli[172].
[172] _Lettera di Gio. Matteo Ghiberti datario a M. Ennio Filonardo,
vescovo di Veruli, nunzio nell'Elvezia, Roma 1.º luglio 1525, t. I,
f. 164._
Finalmente Luigia di Savoja, reggente di Francia, fece dichiarare a
Venezia, il 24 di giugno, per bocca di Lorenzo Toscano, suo inviato
segreto, che riconosceva Francesco Sforza come duca di Milano; che
somministrerebbe all'Italia possenti ajuti, ove questa si determinasse a
scuotere il giogo; e che pagherebbe agli alleati, come sussidio,
quaranta mila scudi al mese fin che durerebbe la guerra. A fine di
proseguire queste negoziazioni, ella mandò ambasciatore a Venezia il
conte Luigi di Canossa, vescovo di Bayeux, uno de' più destri
diplomatici fra gl'Italiani ch'erano allora ai servigj della Francia, e
presso la santa sede, Alberto Pio, conte di Carpi, fratello del conte di
Canossa. Nè l'uno nè l'altro di questi negoziatori erano muniti di pieni
poteri onde conchiudere, e per più settimane minuziose difficoltà
impedirono la soscrizione degli articoli convenuti. Sigismondo Sanzio,
segretario del conte di Carpi, fu spedito in poste a Parigi con tutti i
trattati, onde farli approvare dalla corte; ma Sanzio venne assassinato
da alcuni ladri, mentre, attraversando il territorio di Brescia, si
dirigeva per la Svizzera alla volta della Francia. Non ricevendo da lui
nessuna notizia, la corte di Roma credette alcun tempo che gli
Spagnuoli, fattolo arrestare, non si fossero impadroniti di tutta la sua
corrispondenza, e ne fu altamente atterrita; ciò per altro non era la
sola causa de' suoi timori. Il Ghiberti temeva molto più ancora di
essere tradito dalla reggente; rincrescevagli oltremodo che le fosse
stato confidato il segreto della cooperazione del Pescara, e pensava che
questa madre, impaziente di ridonare la libertà a suo figliuolo,
facilmente potrebbe minacciare gli Spagnuoli di una insurrezione
generale dell'Italia, far loro conoscere quanto vicino fosse il momento
dell'esplosione, ed ottenere da loro, in vista di cotale imminente
pericolo, che suo figliuolo, il quale era già apparecchiato di far loro
grandissimi sagrifizj, venisse riposto in libertà sotto moderate
condizioni[173].
[173] _Parecchie lettere di G. M. Ghiberti, del mese di luglio, ma
spezialmente quella del 15 luglio diretta a Sigismondo Sanzio. Lett.
dei Principi, f. 170. — Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 329._
Sembra cosa fuori di dubbio che questo timore del Ghiberti si
verificasse. La duchessa d'Alenson, sorella di Francesco I erasi recata
in Ispagna per negoziare un trattato di pace, una delle cui basi doveva
essere il suo proprio matrimonio con Carlo V, e quello di Francesco I
con Eleonora di Portogallo. È probabilissimo che a fine di meglio
riuscire, la duchessa non temette di compromettere il segreto delle
potenze italiane; almeno seppesi in Roma, verso la metà di settembre,
che Carlo V aveva avuto avviso delle offerte fatte al marchese di
Pescara, come pure di tutte le particolarità della negoziazione
intavolata colla Francia. La corte di Roma sospettava successivamente
tutti i suoi alleati, e tutti forse potevano a buon diritto esserle
sospetti: aveva sentito a dire che il Moroni ed il Pescara non aveano
mostrato d'entrare nella cospirazione, se non per mettere a prova i
principi italiani; ma la corte di Roma comprendeva assai bene che il
Pescara, onde conservarsi la confidenza dell'imperatore, e condurre a
buon fine i suoi progetti, era stato egli medesimo costretto di dare
alla sua corte quegli avvisi, che altri pure nel medesimo tempo le
davano; e finchè tali avvisi erano confusi, finchè non erano seguiti da
niuna misura di precauzione, si potevano assai bene conciliare colla
condotta d'un cospiratore. La condotta tenuta dalla Francia era molto
più sospetta; e il datario, in parecchie lettere dirette al vescovo di
Bayeux, ne manifestò vivissimo risentimento[174].
[174] _Lettera di G. M. Ghiberti a Domenico Sauli, del 19 settembre,
t. II, f. 174. — Ed al vescovo di Bayeux, del 4 settembre, f. 172._
Egli è impossibile di sapere se il Pescara siasi da principio impegnato
di buona fede nella cospirazione italiana, oppure se, come lo asserì
poscia egli medesimo, non vi entrasse che per isvelarla all'imperatore.
Diversi avvenimenti, occorsi durante la negoziazione, furono causa forse
che cangiasse divisamento; egli prese gran parte all'agitazione
cagionata dalla repentina sparizione di Sigismondo Sanzio, e potè
credere alcun tempo che le sue carte fossero venute alle mani di Antonio
de Leiva; ebbe contezza dell'andata della duchessa d'Alenson a Madrid, e
dei progetti della Francia: oltre a ciò fu avvisato forse delle prime
rivelazioni fatte dalla duchessa, ed approfittò, per passare dalle parti
di cospiratore a quelle di spia, delle confuse e mal certe informazioni,
che, per sua propria sicurezza, aveva di già date all'imperatore.
Finalmente circa alla medesima epoca Francesco Sforza infermò
gravemente; e nel mentre che gli stati italiani chiedevano alla Francia
di riporre in libertà Massimiliano, fratello di Francesco, e di
assicurargli il possedimento del ducato di Milano, che voleano
guarentire alla casa Sforza, il Pescara si lusingò forse d'ottenere egli
medesimo dall'imperatore, in guiderdone di un eminente servigio, questa
sovranità, che la morte allora toglieva al presente possessore. Egli è
certo almeno che giunse a tanta bassezza, di eccitare alla ribellione,
per poscia tradirli, coloro stessi che offrivano d'esporre gli averi e
la persona per servirlo. Dopo avere comunicato all'imperatore, per mezzo
del suo segretario Giovanbattista Castaldi, il segreto della congiura,
egli continuò le sue conferenze col Moroni, coi ministri del papa e de'
Veneziani, onde impegnare ciascuno de' socj a compromettersi
separatamente[175].
[175] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 329. — Arn. Ferroni, l. VIII, p.
162. — P. Jovii Vita Davali Piscarii, l. VII, p. 423. — G. v.
Frundsberg, B. III, f. 58._
Francesco II Sforza ricevette frattanto, nel mese d'agosto,
l'investitura del ducato di Milano, spedita da Carlo V; ma vincolata ad
onerosissime condizioni. Egli doveva versare nel primo anno cento mila
ducati alla camera imperiale, ed obbligarsi a pagarne altri cinquecento
mila a termini più lontani; oltre a che doveva costringere d'ora innanzi
tutto il Milanese a provvedersi di sale alle saline dell'arciduca
Ferdinando d'Austria, e ciò era un abbandonare a questo principe
straniero la gabella più importante degli stati di Milano[176].
Francesco Sforza accettò questa investitura, e oltre alle somme enormi
ch'egli aveva già consegnate ai generali imperiali, pagò ancora
cinquanta mila ducati a conto di quella che gli era recentemente
domandata; ma la sua malattia, che peggiorò molto in breve tempo, e
manifestavasi con sintomi tali che davano assai da temere, ritardò tutte
le misure degli alleati. Alla morte di Francesco Sforza, la quale era da
tutti creduta imminente, il di lui feudo doveva cadere all'imperatore.
Il Pescara mostrò ai congiurati, che, in vista di cotale avvenimento,
egli non si potea dispensare dal raccorre le guarnigioni spagnuole
sparse in Lombardia, e dal chiamarvi inoltre due mila landsknecht; per
cui era forza d'abbandonare il pensiero di opprimere a un tratto
l'armata imperiale. Il Moroni, cui erasi cercato di rendere sospetto il
Pescara, aveva fino allora risposto, ch'egli sarebbe stato sempre
padrone di arrestarlo nel castello di Milano con tutti i capitani
imperiali, ove quel generale avesse voluto abbandonare la causa
italiana[177].
[176] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 324._
[177] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 328. — Fr. Belcarii, l. XVIII,
p. 564 — Joseph Ripamontii Hist. Mediolan., l. IX, p. 709._
Un altro avvenimento ancora teneva sospesi i congiurati; seppesi
bentosto che Francesco I, cruciato oltremodo di non avere potuto nel
corso di due mesi ottenere un abboccamento con Carlo V, era caduto
gravemente ammalato nel castello di Madrid, e pareva, anche a dire dei
medici, non dovere ormai vivere che pochi giorni. La di lui morte
avrebbe privato a un tratto Carlo V di tutti i vantaggi ch'egli avea
creduto ritrarre dalla battaglia di Pavia; perciò l'imperatore, temendo
per la vita del suo prigioniero, erasi affrettato di visitarlo, aveagli
dato le più lusinghiere speranze, e s'era mostrato vicinissimo a
riconciliarsi con lui. Da un momento all'altro un trattato di pace
poteva essere sottoscritto fra questi due monarchi, e desso avrebbe
rotte tutte le precauzioni della lega, ponendo, per quanto era da
supporsi, l'Italia nell'assoluta dipendenza dell'imperatore[178].
[178] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 330. — Mém. de M. du Bellay, l.
III, p, 15. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 565. — Arn. Ferronii, l.
VIII, p, 162._
Ma i due ammalati, della vita de' quali omai disperavano tutti,
risanarono; ed il Pescara fu assalito dalla malattia che dovea prima di
due mesi strascinarlo al sepolcro. Egli però non volle aspettare più
tardi a levarsi la maschera dal volto; la sua lentezza e la sua
apparente irresoluzione aveano di già inquietato non poco gli alleati
italiani[179]. Dal canto loro gli ufficiali spagnuoli s'erano accorti
delle pratiche che si andavano maneggiando intorno a loro; e Antonio di
Leyva aveva pubblicamente minacciato di fare uccidere il Moroni, che i
suoi compatriotti odiavano a morte[180].
[179] Lettera del 19 settembre di G. M. Giberti a Domenico Sauli.
_T. I, f. 174. Lett. de' Principi._
[180] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 332._
Il 14 d'ottobre, il marchese di Pescara, che sentivasi già oppresso da
grave malattia, invitò il cancelliere Moroni a venirlo a trovare nel
castello di Novara, dove risiedeva. Il Moroni, tenuto da tutti pel più
astuto, pel più diffidente, pel più doppio degli Italiani, non istimava
il marchese, ed avealo più volte rappresentato come il più perfido e
crudele fra gli uomini: diceva che qualora avesse dovuto arrestarlo,
avrebbe approfittato dell'istante in cui questo generale visitava il
duca ammalato nel castello di Milano; pure si lasciò prendere egli
medesimo in simigliante insidia. Venne al marchese, che giaceva ammalato
nel castello di Novara; entrò di bel nuovo in tutte le particolarità del
suo progetto per disperdere i soldati spagnuoli, sorprenderli,
svaligiarli o assassinarli. Il Pescara, che lo interpellava, aveva fatto
nascondere Antonio di Leyva dietro una tappezzeria, onde potesse udire
la loro conversazione. Quando il Moroni uscì dalla stanza, fu arrestato
e condotto nel castello di Pavia, ove si recò in breve anche il Pescara
per interrogarlo come giudice intorno ad una cospirazione, nella quale
era fino allora egli medesimo entrato come complice[181].
[181] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 353. — Gal. Capella, l. V, f.
57. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 565. — Bened. Varchi, l. II, p. 31.
— Jac. Nardi Ist. Fior., l. VII, p. 314._ — Lettera di G. M. Giberti
a Domenico Sauli, dopo l'arrestazione del Moroni. _T. II. Lett. de'
Principi, f. 19._
Il Pescara, coll'arrestare il Moroni e col cominciare con pubblicità il
di lui processo, aveva soprattutto in vista di compromettere il duca di
Milano, e di somministrare occasione all'imperatore di dichiararlo
scaduto dal suo feudo. Egli aveva di già guarnigione in Lodi ed in
Pavia; ma, onde porre in sicurezza l'armata ch'egli comandava, chiese
ancora al duca la consegna di Cremona, di Trezzo, di Lecco e di
Pizzighettone. Il duca, gravemente ammalato, e che aveva perduto col suo
grande cancelliere Moroni il più fermo appoggio del suo carattere, e
tutta la prudenza del suo consiglio, cedette senza resistenza. Il
Pescara, dopo essersi fatte consegnare queste piazze, dimandò ancora che
gli fosse data in mano la fortezza di Cremona, e che il duca, al quale
concedeva per abitazione la fortezza di Milano, non gl'impedisse di
circondare la medesima con opportuni trinceramenti, e di cominciare
tutte le fortificazioni necessarie a metterlo in grado di eseguire senza
ritardo gli ordini che riceverebbe dall'imperatore. Francesco Sforza
ricusò queste nuove domande, e non volle nè anche dare in consegna al
Pescara nè il suo proprio segretario, Giannangelo Ricci, nè Poliziano,
segretario del Moroni. Non aveva avuto tempo di raccorre se non che
pochi viveri nel castello di Milano; nulla meno vi si rinchiuse
coraggiosamente con ottocento fanti scelti, e quando gli Spagnuoli
cominciarono ad aprire le trincee per assediarlo, fece fuoco sopra i
lavoratori[182].
[182] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 434. — Gal. Capella, l. V, p.
57. — Benedetto Varchi, l. II, p. 33. — Jac. Nardi, l. VII, p. 314._
L'occupazione del ducato di Milano sbigottì tutti i consiglj delle
potenze d'Italia; le pratiche loro col Moroni erano palesi, ed
esponevanli a tutta la vendetta dell'imperatore, nel tempo ch'essi non
erano ancora apparecchiati a fargli la guerra. A quest'epoca il
protonotaro Caraccioli, ambasciatore di Carlo V a Venezia, offriva di
accettare, sotto condizione che la repubblica rientrasse nell'alleanza
imperiale, gli ottanta mila ducati che il senato erasi mostrato disposto
di pagare in compenso di que' sussidj che la repubblica medesima avrebbe
dovuto somministrare nell'ultima guerra. Ma per grande che fosse il
pericolo in cui trovavasi la repubblica di Venezia, ella non si potè
risolvere a fabbricarsi in tal modo da se stessa le proprie catene, e il
senato ricusò di sottoscrivere, infino a tanto che il ducato di Milano
sarebbe occupato dagl'Imperiali; conciossiachè, soggiugneva esso, era
appunto per impedire la riunione di questo ducato agli stati di un altro
sovrano, già padrone del regno di Napoli, che s'era impegnato per
trent'anni continui in tante guerre diverse. La malattia del Pescara,
che andava peggiorando ogni giorno, impedì che le ostilità tenessero
dietro a questo rifiuto[183].
[183] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 434. — P. Paruta Hist. Ven., l.
V, p. 352._
Nel medesimo tempo due uomini che aveano macchiati coi tradimenti i più
rari talenti e un carattere che non era privo di nobile grandezza,
conobbero a prova che il favore dei principi non è sufficiente
risarcimento alla perdita della pubblica stima sagrificata per compiacer
loro. Il contestabile di Borbone era giunto a Toledo il 14 novembre
presso all'imperatore. Egli era stato accolto da lui colle maggiori
dimostrazioni di stima e d'amicizia, ed onorato siccome quegli che
doveva sposare la sorella del monarca ed ascendere un giorno sul trono;
ma quanto erano grandi e molte le carezze che Carlo V prodigavagli,
altrettanto era umiliante il dispregio in cui i nobili castigliani
mostravano di tenerlo. Quest'uomo, che aveva venduto agli stranieri il
proprio suo re e la sua patria, non pareva loro potere con nessuna virtù
con niuno servigio cancellare cotanta infamia; e quando Carlo V dimandò
al marchese di Villena che volesse prestare il suo palazzo al
contestabile, questi rispose che non poteva ricusar nulla al suo
sovrano, ma che, appena partito il Borbone, egli incendierebbe colle sue
proprie mani il palazzo, siccome quello che sarebbe stato infamato dalla
presenza di un traditore[184].
[184] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 335._
Dall'altro canto il Pescara, che, per conciliarsi più sicuramente il
favore di Carlo V, erasi avvilito a ciò che v'ha di più abjetto nella
condotta d'una spia, a corrompere egli medesimo coloro che voleva
denunciare, era divenuto bersaglio dell'orrore e del disprezzo di tutti
gl'Italiani che aveva traditi. Nato nel casato catalano d'Avalos, già
venuto nel regno di Napoli e domiciliatovisi con Alfonso I, egli aveva
cominciato i suoi primi fatti d'armi alla battaglia di Ravenna, nella
quale era stato fatto prigioniero. D'allora in poi erasi trovato
presente a tutte le guerre d'Italia, e benchè non oltrepassasse i
trentasei anni, aveva acquistata grandissima esperienza; erasi distinto
col suo ingegno inventore, la sua attività, il suo coraggio, i suoi
stratagemmi; avea saputo rendersi caro all'infanteria spagnuola, cui
comandò lungo tempo, e soleva dire che gli rincresceva di non essere
nato piuttosto in Ispagna che in Italia. In quell'epoca medesima egli
era oppresso da una malattia che non aveva diligentemente curata, e morì
in Milano il 30 di novembre, nel mentre che Vittoria Colonna, sua
moglie, celebre nella letteratura, era partita in tutta fretta da Napoli
per venirlo ad assistere, e non aveva ancora oltrepassato Viterbo[185].
[185] _P. Jovii Vita Ferd. Davali Piscarii, l. VII, p. 423-425. —
Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 336. — Gal. Capella, l. V, f. 60. —
Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 275. — Scip. Ammirato, l. XXX, p.
356. — Jos. Ripamontii, l. IX, p. 711._
La morte del Pescara accrebbe il coraggio de' Veneziani, e di tutti
coloro che in Italia volevano assicurare coll'armi la propria
indipendenza: supponevano che l'armata imperiale fosse tanto più
indebolita da una perdita così grande, che il contestabile di Borbone e
il vicerè Lannoy erano assenti entrambi; perciò sollecitavano il papa di
sottoscrivere, mentre Francesco Sforza era ancora padrone del castello
di Milano, una lega necessaria per salvare l'Italia dall'assoluta
schiavitù che la minacciava. La reggente di Francia prometteva di
sovvenir loro cinquecento lance francesi e quaranta mila ducati al mese,
i quali bastavano ad assoldare diecimila Svizzeri; e nel medesimo tempo
doveva cominciare la guerra sulle frontiere della Spagna per impedire a
Carlo V di mandare soccorsi in Italia. Enrico VIII, che verso il finire
di agosto aveva sottoscritta colla reggente un'alleanza difensiva, e che
aveavi messa per condizione ch'ella non abbandonerebbe nessuna provincia
del regno per riscattare suo figliuolo, facevasi mallevadore delle
promesse cui si obbligava il governo francese. Il papa e i Veneziani,
de' quali il primo trattava anche a nome de' Fiorentini, ed i secondi a
nome anche del duca di Ferrara, dovevano somministrare a spese comuni
mille ottocento uomini d'armi, due mila cavaleggieri e venti mila fanti;
la flotta veneziana, unita alla francese, doveva attaccare
contemporaneamente Genova o il regno di Napoli[186].
[186] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 337. — P. Paruta Hist. Ven., l.
V, p. 353. — Gal. Capella, l. V, f. 58. — Lett. de' Principi, t. I,
f. 175, 176 etc. — Rymer Conv. Litt., t. XIV, p. 481._
Ma un progetto così difficile e così pericoloso da eseguirsi avrebbe
incusso timore anche ad un uomo di carattere più fermo e deciso, che non
lo era Clemente VII. Questi, dacchè era salito sul trono, avea delusa
l'aspettazione di tutti coloro che credevano conoscerlo; e dava allora a
divedere che se l'amministrazione sua era stata gloriosa durante il
regno di suo cugino Leon X, ciò doveasi attribuire molto più alla
fermezza e risoluzione di Leone, che all'abilità sua nel servirlo.
Sempre indeciso, e pronto a disdirsi, sbigottito sempre dagli ostacoli
quando s'appigliava ad una risoluzione, e dimenticandosi allora di tutti
quelli per cui aveva abbandonata la risoluzione contraria, egli
fluttuava sempre fra partiti estremi, lasciava passare il momento
d'agire, e quand'era poi costretto a decidersi, ora si abbandonava da
disperato a ciò che riguardava come una fatalità, ora cedeva alle
sollecitazioni dei suoi ministri, senza essere per altro persuaso di
quelle ragioni che per avventura gli allegavano. Questa irrisoluzione
veniva accresciuta ancora dalla scissione manifestatasi nel suo più
intimo consiglio. Erano confidenti di Clemente VII frate Nicola di
Schomberg, dominicano tedesco, creato dal papa arcivescovo di Capoa, e
Giovan Matteo Ghiberti, che occupava la carica di datario apostolico;
Clemente operava il più delle volte dietro i consiglj di costoro. Ma il
Schomberg aveva abbracciato con zelo il partito dell'imperatore; e il
Ghiberti, quantunque riponendo poca fiducia nella Francia, ed amaramente
lagnandosi del difetto di discrezione e di fede di questa corte, voleva
unirsi a lei per difendere l'indipendenza italiana; costoro non temevano
di dare la maggiore pubblicità alle loro contese, e le loro alternative
vittorie scemavano il credito del papa. Questi erasi finalmente risolto
a sottoscrivere la lega proposta; tutti gli articoli erano già
convenuti, ed era pure giunto il giorno fissato alla conclusione, quando
sentendo egli arrivato a Genova il commendatore Errera con muove
proposizioni dell'imperatore, sospese ogni cosa per sentirle[187].
[187] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 340._ — Lettera di Clemente VII
a Carlo V intorno all'arrivo di Errera; Roma 16 dicembre 1525.
_Lett. de' Principi, t. I, f. 177. — Ben. Varchi, l. II, p. 25._
Questi articoli erano tali da lusingare Clemente, e ciò s'era procurato
a bella posta per distorlo da un'alleanza che Carlo V temeva. Gli si
promettevano la restituzione di Reggio e Rubbiera, il mantenimento di
Francesco Sforza nel ducato di Milano, ed ove questi morisse senza
eredi, la cessione del ducato medesimo al contestabile di Borbone, che
Clemente VII aveva imprudentemente proposto egli stesso, sebbene poscia
si fosse di leggieri avveduto che questo ducato non sarebbe meno
dipendente dall'imperatore, qualora venisse tra le mani del Borbone, di
quello che lo sarebbe se governato fosse da un vicerè; ma presto si potè
conoscere che questa proposizione artificiosa era un'insidia tesa al
papa. Benchè Carlo V avesse avuto avviso già da due giorni dell'arresto
del Moroni e della spogliazione del duca di Milano, egli però non ne
faceva alcun cenno negli articoli che presentava, onde aver campo di
potere dichiarare in seguito, che tali avvenimenti, venuti
posteriormente alla sua saputa, cambiavano lo stato degli affari, e che
il prevaricamento del duca di Milano, dovendo essere dietro le leggi
imperiali punito almeno colla morte civile, lasciava aperta la
successione del duca, e piena libertà all'imperatore d'investirne
immediatamente il duca di Borbone[188].
[188] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 341. — Fr. Belcarii, l. XVIII,
p, 568 e 570. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 356._
Gli ambasciatori imperiali promettevano di far correggere
quest'ommissione, e stipulare la guarenzia del ducato di Milano in que'
termini stessi che il papa vorrebbe dettare; ma chiedevano due mesi di
tempo per ricevere risposta dalla Spagna, e volevano che fino a
quell'epoca Clemente VII non s'impegnasse in nessun modo coi loro
nemici. Il papa comprese di leggieri non esser altro cotale dimanda se
non che un'astuzia diretta a guadagnar tempo; ma dimostrò a' suoi
consiglieri che poteva accordare senza nulla perdere il termine
richiesto. Egli giudicava con molta accortezza che un trattato, da lui
sottoscritto prima che il re di Francia fosse posto in libertà, non
sarebbe che uno spauracchio di cui la reggente approfitterebbe per
ottenere dall'imperatore la libertà di suo figliuolo, e ch'ella porrebbe
sempre fra le sue prime offerte l'abbandono de' suoi nuovi alleati
d'Italia. Ma s'egli invece lasciava che la reggente trattasse come
potrebbe coll'imperatore, non eravi quasi più dubbio che le condizioni
di questi non fossero intollerabili, e non fossero in conseguenza quasi
immediatamente violate. Dall'abuso della vittoria doveva necessariamente
nascere una nuova guerra; e tornava assai più conto agl'Italiani
trattare con Francesco impaziente di vendicarsi, anzi che con Francesco
mercanteggiante ancora per la propria libertà[189].
[189] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 342._
Tale era lo stato delle negoziazioni al principio del 1526. Carlo V
poteva a sua scelta o, trattando con moderazione Francesco I,
obbligarselo coi benefizj, e lasciandogli la Francia intatta,
persuaderlo ad abbandonare l'Italia alle armi imperiali; o al contrario,
accontentando gli stati italiani, tranquillandoli intorno ai suoi
progetti di monarchia universale, e sciogliendo così la loro lega, ed
assicurandosi dell'amicizia loro, spingere poscia i suoi vantaggi contro
la corona di Francia e spogliarla di alcune province. Ognuno di questi
progetti era suggerito ed appoggiato da alcuno de' consiglieri di Carlo:
ma egli, che per più capi somigliava al suo avo Massimiliano, che,
siccome usava quest'ultimo, non misurava giammai i suoi progetti colle
sue forze, e dimenticavasi che il denaro gli veniva meno quasi sempre
nel primo mese di ogni campagna, s'appigliò egli solo a un terzo partito
più gigantesco degli altri due: ciò era di stendere contemporaneamente
il suo scettro sull'Italia e sulla Francia, di assicurarsi del ducato di
Milano, di ridurre all'ubbidienza il papa e i Veneziani, chiusi entrambi
allora nei suoi stati, e di strappare nel medesimo tempo di mano a
Francesco I alcuna delle migliori province del di lui regno[190].
[190] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 343-350._
Formato cotale divisamento, l'imperatore, a malgrado dell'opposizione
costante del suo gran cancelliere Mercurio Gattinara, dettò al suo
prigioniero il trattato di Madrid, che fu sottoscritto il 14 di gennajo
del 1526. Il re, impaziente della sua cattività, e riguardandosi a
cagione della violenza che gli si faceva, sciolto da quegli impegni cui
si obbligava, acconsentì a quasi tutto ciò che gli venne dimandato.
Abbandonò all'imperatore il ducato di Borgogna, il contado di Charolois,
le signorie di Noyers e di Castel-Chinone, il viscontado d'Ausonna e la
terra di san Lorenzo; rinunciò alla signoria della Francia sui contadi
di Fiandra e d'Artois; s'obbligò pure a rendere al duca di Borbone, e a
tutti i ribelli che lo avevano seguito, le loro terre, i loro feudi e le
signorie loro. Nel mentre ch'egli sagrificava in questo modo diritti
così importanti della corona di Francia, abbandonava anche i suoi
alleati alla cupidigia dell'imperatore. Prometteva di ridurre Enrico
d'Albretto, fatto ancor egli prigioniere alla battaglia di Pavia, ma
sottrattosi poscia alla cattività in grazia dell'ardimento del suo
paggio, a rinunciare al nome e alle armi di re di Navarra; cedeva
all'imperatore tutte le sue pretese sul regno di Napoli, il ducato di
Milano, Genova ed Asti, e prometteva di somministrargli truppe di terra
e di mare, che l'accompagnassero in Italia, quando andrebbe a pigliare
la corona imperiale; con che esprimeva chiaramente che lo ajuterebbe a
soggiogare il papa, i Veneziani, i Fiorentini, i duchi di Milano e di
Ferrara, nuovi alleati del re, che soli potevano, colla resistenza che
avessero per avventura voluto opporre, far nascere il bisogno di
un'armata imperiale in Italia all'istante dell'incoronazione. A
guarenzia di questo trattato Francesco I doveva sposare Eleonora, regina
di Portogallo, sorella dell'imperatore, e il Delfino sposare Maria,
figliuola di Carlo V. Ad onta però di questa unione delle due famiglie,
il re dovea consegnare come ostaggi all'imperatore due de' suoi
figliuoli, onde assicurare l'osservazione del trattato, che egli
medesimo oltre a ciò era tenuto di ratificare, tostocchè sarebbe libero,
nella prima città del suo regno[191].
[191] _Il trattato in Leonardo, Corpo Diplomatico, t. II. — e in
Rymer, Acta, l. XIV, p. 308. — Hist. de la Diplom. fr. t. I, v.
332-336. — Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 351. — Mém. de M. du Bellay,
l. III, p. 18. — Arn. Ferroni Burdigalensis, l. VIII, p. 162. — Fr.
Belcarii, l. XVIII, p. 569. — Georg. v. Frundsberg, B. III, f. 159._
A tali condizioni Francesco I fu rilasciato in cambio de' suoi due
figliuoli, il giorno 18 marzo 1526, in una barca legata nel mezzo del
fiume Andaye, il quale divide Fontarabia da Bajonna. L'Italia,
consapevole delle clausole e dell'esecuzione di questo trattato, stette
tutta tremante in aspettazione delle prime operazioni del re di Francia,
onde vedere se egli aveva in animo di osservare le sue promesse, e di
condannarla così a perpetua schiavitù[192].
[192] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 353. — P. Paruta Ist. Ven., l.
V, p. 354. — Gal. Capella, l. V, f. 58. — Arn. Ferroni, l. VIII, p.
163. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 19. — Fr. Belcarii, l.
XVIII, p. 571. — Benedetto Varchi, l. II, p. 36. — Ist. di Gio.
Cambi, t. XXII, p. 296. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 357._