_Elezione di Clemente VII. Disastrosa campagna de' Francesi in
Italia sotto l'ammiraglio Bonnivet; campagna ancora più infelice
di Francesco I, che viene fatto prigioniero nella battaglia di
Pavia._
1523 = 1525.
La gioja manifestata dai Romani per la morte di Adriano VI non deve
inappellabilmente fissare la nostra opinione intorno al carattere ed
alla politica d'un pontefice, contro il quale avevano le più gagliarde
prevenzioni nazionali. Adriano non visse che un anno fra di loro, e
sopra un così breve regno difficile cosa sarebbe il portare giudizio
intorno alle sue opinioni ed a' suoi progetti. Da lungo tempo non erasi
veduto sulla cattedra di san Pietro un papa di più buona fede; ma questa
lealtà non era, per vero dire, troppo utile alla Chiesa, o allo stato da
lui governati; questa lo rendeva più intollerante de' suoi predecessori
intorno a tuttociò che spettava alla fede; lo dava quasi del tutto in
balìa agl'intrighi de' suoi consiglieri negli affari di stato, che egli
confessava di non conoscere. Pure i torti che gli venivano più
severamente rinfacciati, dipendevano dalle circostanze e dallo stato di
spossamento in cui Leon X aveva lasciate, morendo, le finanze della
Chiesa.
Più istrutto che il suo predecessore intorno all'importanza delle nuove
opinioni che si diffondevano in Germania, il 25 di novembre del 1522
aveva addirizzato alla dieta dell'impero, adunata a Norimberga, un
breve, con cui severamente condannava le opinioni di Lutero, e
richiamava contro quest'eretico e contro i suoi seguaci l'applicazione
delle più rigorose pene. Ma in pari tempo candidamente confessava la
corruzione della corte romana, e prometteva d'occuparsi intorno alla
riforma de' di lei numerosi abusi, chiedendo intorno a questa necessaria
riforma i consiglj della dieta. Fu questa domanda, che persuase i
principi secolari della Germania a pubblicare quella lista, famosa nella
storia della riforma, dei cento gravami contro la corte di Roma, lista
che appoggiava le principali accuse de' luterani, e che mostrava quanto
tutti gli spiriti erano nelle parti settentrionali disposti ad
abbracciare le nuove opinioni[69].
[69] _Sleidanus in Comment., l. III, p. 87; e l. IV, p. 99. — Acta
convent. Norimb. in fasciculo rer. expetendi et fugiend. —
Pallavicino Ist. del Concil. di Trento, l. II, c. 7 ed 8. — Fleury
Hist. Eccl., l. CXXVIII, chap. 29-34._
Il religioso zelo d'Adriano gli aveva fatto adottare tutti i pregiudizj
e tutti gli odj degli Spagnuoli contro i Giudei ed i Mori convertiti,
numerosa classe d'uomini, che chiamavansi _Marrani_, e che si
sospettavano sempre segretamente affezionati al culto che avevano dovuto
abbandonare per forza; questi erano venuti in grosso numero a Roma con
tutte le loro ricchezze, per sottrarsi all'inquisizione di Spagna.
Adriano VI, quando morì, stava contro di loro apparecchiando i più
severi editti; egli voleva altresì assoggettare a nuove e più rigorose
pene i bestemmiatori ed i simoniaci; gli pareva che questa parte della
legislazione appartenesse più strettamente a' suoi favoriti studj della
teologia; per altri rispetti non aveva volontà sua propria intorno ai
pubblici affari, e conosceva di non intenderli bene[70].
[70] _P. Giovio Vita di Adriano VI, p. 133. — Onof. Panvino Vite de'
Pontefici, f. 266._
Per altro Adriano non aveva confidenza nel collegio de' cardinali;
sembravagli che per la scandalosa loro condotta i membri del sacro
collegio dovessero essere il primo oggetto della riforma che meditava;
ma perchè sentivasi costretto d'abbandonarsi a coloro che conosceva più
di lui illuminati, sceglieva un ristretto numero di confidenti e di
ministri, ai quali affidava un'eccessiva autorità. Poco dopo diffidava
di loro, e gli spogliava d'ogni potere; in tal guisa offendeva i
cardinali ed i principali signori di Roma; rendeva la propria autorità
vacillante; e non si guadagnava nemmeno il cuore di coloro, cui
momentaneamente accordava il suo troppo precario favore.
Il primo d'ottobre del 1523, entrarono in conclave trentasei cardinali
per iscegliere un successore ad Adriano VI. Appena chiuso il conclave si
videro collocarsi quasi tutti i cardinali sotto la direzione di due
capi, che, gelosi l'uno dell'altro, si davano a vicenda l'esclusione, e
tennero cinquanta giorni diviso il sacro collegio. Da un canto Pompeo
Colonna, potente presso Carlo V in ragione dell'irremovibile
attaccamento della sua famiglia alla causa imperiale, veniva
riconosciuto come capo dai vecchi cardinali creati ai tempi di Giulio
II, o prima; dall'altro canto Giulio de' Medici disponeva di sedici
suffragj tra i cardinali ch'erano stati creati sotto suo cugino Leon X.
Rispetto a Wolsey, cardinale di York, che, dirigendo la politica
dell'Inghilterra, aveva quasi sempre mirato a guadagnarsi i suffragj per
una prossima elezione, e che aveva prima ottenuta la promessa di tutto
il favore di Francesco I, poi di Carlo V, era al presente dimenticato
dai due monarchi, e scartato da tutti i partiti. Altronde, dopo il
malcontento cagionato dall'elezione d'Adriano VI, più non si sarebbe
pensato a dare la tiara ad un oltremontano[71].
[71] _P. Giovio Vita del Card. Pompeo Colonna, p. 159._
La decisa opposizione del Colonna e della sua fazione, avendo impedita
l'elezione del cardinale de' Medici, il quale per altro fin dal
principio aveva avuti ventun voti, molti altri cardinali si misero
successivamente in rango per essere nominati, come Fieschi, Farnese,
Monti, Grassi, Soderini e Carvajale; essi reciprocamente cercavano
d'acquistar voti senza per altro esporsi al rimprovero di simonia, e
l'espediente, che loro sembrava più convenientemente tranquillizzare le
loro coscienze, era quello delle scommesse. Così i partigiani del Medici
offrivano a tutti i cardinali del contrario partito di scommettere
dodici mila ducati contro cento che il Medici non sarebbe papa; i
partigiani del Soderini ne offrivano ancor essi dieci mila; e
quest'ultimi avevano favorevole tutto il partito francese[72].
[72] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 243._
Questa lotta tra le due fazioni si andava prolungando con sì poca
apparenza di conciliazione, che si cominciava a temere, che le due parti
non si appigliassero a qualche pretesto per uscire dal conclave, formare
due assemblee, ed eleggere due papi ad un tratto. Perciò i due capi
rendevansi egualmente odiosi al popolo. Accusavansi il moderno Giulio ed
il moderno Pompeo di volere colle loro discordie ruinare Roma un'altra
volta. Un orribile fetore, che si era sparso nel conclave, ne rendeva
insoffribile il soggiorno: i cardinali cadevano infermi, e soprattutto i
più vecchi non potevano lungamente sostenere una così penosa reclusione.
Il cardinale di Clermont propose Franciotto Orsini, ed il Medici finse
di volergli dare i suffragj di tutta la sua fazione, che, uniti a quelli
della Francia, avrebbero decisa l'elezione. Temette allora il Colonna di
vedere il supremo pontificato passare in una casa ereditaria nemica
della sua; sentì la necessità di cedere, e, recandosi presso il
cardinale de' Medici, gli offrì di farlo papa, purchè Giulio desse
garanzie della sua riconoscenza[73].
[73] _P. Giovio Vita di Pomp. Colonna, f. 160. — Fr. Guicciardini,
l. XV, p. 263. — Onof. Panvino, f. 267. — Lettera di Girolamo Negro
del 18 novembre 1523, l. I, f. 119._
Le proposizioni del Colonna furono tutte accettate; domandava che il
Medici si riconciliasse col cardinale Soderini, e gli restituisse tutti
i suoi beni; che perdonasse egualmente a tutti coloro che avevano
operato contro di lui; che cedesse al Colonna l'ufficio di
vicecancelliere della Chiesa col magnifico palazzo che occupava,
fabbricato da Raffaele Riario. A tali condizioni Giulio fu la stessa
notte adorato da quasi tutti i cardinali, ed all'indomani, il 18 di
novembre, anniversario del giorno in cui due anni prima era entrato
vittorioso in Milano, fu proclamato sotto il nome di Clemente VII. Era
questo nome destinato a convalidare la promessa che aveva data di
perdonare a Pompeo Colonna, al Soderini ed a tutti i suoi nemici. A
fronte dell'apparente unanimità de' voti, questa elezione dispiacque in
modo ai vecchi cardinali, che ai sostenuti patimenti del conclave
aggiugnendosi questo rammarico, in pochi giorni morirono Soderini,
Grassi, Fieschi e Carvajale[74].
[74] _P. Giovio Vita del Card. Colonna, p. 160. — Fr. Guicciardini,
l. XV, p. 264. — Gio. Cambi, p. 246. — P. Bizarro, l. XIX, p. 459. —
Ben. Varchi Stor. Fior., l. II, t. I, p. 7. — Rayn. Ann. Eccl. 1523,
§ 125, p. 397. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 538._
Pochi pontefici erano giunti al trono pontificio con una più alta
riputazione di Clemente VII: egli si era guadagnato l'amore de'
Fiorentini, che governava da più anni con una quasi assoluta autorità,
ed aggiugneva in tal modo alle forze della Chiesa quelle di questa
repubblica ancora ricca e temuta malgrado il suo decadimento. Sapevasi
ch'era stato il ministro principale di Leon X in tempo del suo
pontificato, ed a lui s'ascrivevano tutte le più gloriose cose fatte da
suo cugino, senza temere di trovare in lui i medesimi difetti. Non
veniva accusato nè di amore disordinato per i piaceri, nè di
prodigalità, nè di vana pompa, ed erano conosciute la sua applicazione
ed attitudine al lavoro; perciò la sua elezione fu celebrata con
trasporti di giubbilo, e dai letterati, che da lui speravano i medesimi
beneficj ond'erano stati colmati da Leon X, e dal popolo[75].
[75] _Lettera di Girol. Negri del 2 decembre, f. 119. Lettere de'
Principi._
Il ristabilimento della pace negli stati della Chiesa fu il primo
oggetto delle cure di Clemente VII. Alfonso, duca di Ferrara, aveva
approfittato della morte di Adriano per riprendere Reggio e Rubbiera,
dove lo aveva chiamato l'amore dei popoli; ed era entrato nella prima
città il 29 di settembre. Due giorni prima erasi presentato ancora a
Modena, ma la fermezza del Guicciardini, che n'era governatore, e
l'attaccamento del popolo al dominio della Chiesa, gli avevano impedito
d'impadronirsi di questa città. Tuttavolta il Guicciardini non aveva che
pochi soldati, ed Alfonso si apparecchiava ad un secondo tentativo,
quand'ebbe l'avviso dell'elezione di Clemente VII, la quale gli fece
rinunciare a' suoi progetti. Così alcune turbolenze eccitate in Romagna
da Giovanni di Sassatello a nome del partito guelfo, ma col segreto
appoggio de' Francesi, si acquietarono al solo nome del Medici[76][77].
[76] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 255._ Alfonso aveva di questo
tempo all'incirca perduta Lucrezia Borgia, sua sposa, che gli
lasciava tre figli. Ella aveva fatte inallora dimenticare colla sua
divozione gli scandali della passata vita. _P. Giovio Vita d'Alfonso
d'Este, p. 118._
[77] Lucrezia, che ai difetti contratti nella propria famiglia,
celebre per la scostumata vita d'Alessandro VI e de' suoi figliuoli,
unì tali virtù che la fecero amare dal consorte e da' suoi sudditi,
morì quando ancora viveva Leon X. _N. d. T._
Il governo di Firenze richiamò in seguito le cure del nuovo pontefice;
era questa città tenuta da' partigiani del Medici in uno stato di
abietta ubbidienza; e questi ne avevano dato prova in occasione
dell'elezione di Clemente VII. Un riputato cittadino di sessantatre
anni, il quale nella prossima estrazione dovea essere gonfaloniere di
giustizia, Pietro Orlandini, aveva scommesso che il Medici non sarebbe
papa. Quando gli fu chiesto il pagamento della scommessa, egli esclamò
che l'elezione non aveva potuto essere canonica. Per questa sola parola,
che sembrava manifestare mancanza di rispetto verso la casa de' Medici,
gli otto della balìa lo fecero arrestare il giorno 24 di novembre, e due
ore dopo decapitare[78].
[78] _Ist. di Gio. Cambia t. XXII, p. 250. — Jac. Nardi Ist. Fior.,
l. VII, p. 303. — Fil. de' Nerli Comm., l. VII, p. 141. — Scip.
Ammirato, l. XXX, p. 351. — Ben. Varchi Stor. Fior., l. II, p. 12. —
Lettere de' Principi, t. I, f. 120._
A Clemente VII spiacque quest'esecuzione, che doveva rendere odiosa la
di lui autorità. In qualche maniera più non esisteva la famiglia de'
Medici; egli stesso era stato legittimato, e consideravasi ancora come
rappresentante Cosimo padre della patria, suo avo; ma dopo di lui più
non restavano che due bastardi, Ippolito inallora di sedici anni,
figliuolo naturale di Giuliano, duca di Nemours, il terzo de' figliuoli
del magnifico Lorenzo, ed Alessandro, figliuolo naturale di Lorenzo,
duca d'Urbino, figliuolo di Pietro, figlio primogenito del magnifico.
Alessandro era nato da una schiava nel 1512, e la paternità di Lorenzo
era per lo meno incerta. Non pertanto Clemente VII gli fece ottenere un
ducato nel regno di Napoli, e dichiarare abile ad esercitare tutte le
cariche della repubblica. Mandò questi due giovanetti a Firenze,
Ippolito il giorno 30 luglio del 1524, ed Alessandro il 19 giugno del
1525. Il primo fu fino da principio risguardato come capo dello stato,
ed ebbe il titolo di _magnifico_. I suoi concittadini conservavano per
lui l'amore che avevano avuto pel duca di Nemours, di lui padre, mentre
Alessandro aveva ereditato l'odio eccitato tra i Fiorentini
dall'arroganza di suo padre Lorenzo. Ad ogni modo nè l'uno, nè l'altro
era ancora capace di governare lo stato, onde Clemente mandò a Firenze,
col titolo di legato, Silvio Passerini, cardinale di Cortona, che fece
il suo ingresso l'undici maggio del 1524, ed andò a prendere alloggio
nel palazzo de' Medici, amministrando la repubblica con tutta l'autorità
usurpata dai Medici dopo la loro tornata[79].
[79] _Gio. Cambi, t. XXII, p. 239, 264, 273. — Comm. del Nerli, p.
142. — Benedetto Varchi, l. II, p. 14._
Ma Clemente VII cominciava a governare la Chiesa in difficilissime
circostanze, in cui la sorte di tutta l'Italia pareva attaccata alla
sorte delle battaglie che avrebbero luogo nelle pianure della Lombardia.
L'ammiraglio Bonnivet con quattro mila cavalli e trenta mila fanti aveva
passato il Ticino, e cominciate le ostilità il 14 di settembre, nel qual
giorno era morto papa Adriano VI. Ne' due mesi che passarono fino
all'elezione del suo successore, Bonnivet avrebbe potuto agevolmente
ricuperare il Milanese e cacciare gl'imperiali da tutta la Lombardia, ma
in quello spazio di tempo fece in cambio conoscere la sua incapacità, e
calmò il terrore che aveva prima eccitato.
Prospero Colonna era stato sorpreso, le sue forze non erano in verun
modo proporzionate all'estensione del paese che doveva difendere, o ai
mezzi del suo nemico; e quando si vide forzato ad abbandonare le rive
del Ticino, ed a ripiegare sopra Milano, suppose che non potrebbe
mantenersi in questa città. Infatti tutto ciò che potevano promettere
gl'ingegneri era di ridurre la città in tre giorni a non essere esposta
ad un colpo di mano, facendo intorno alle sue mura lavorare tutti gli
zappatori che si potrebbero porre a loro disposizione; mentre che a
Bonnivet non abbisognava che una mezza giornata per presentarsi sotto le
mura, e non era credibile che egli trascurasse d'approfittare d'un tempo
così prezioso[80].
[80] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 254. — Gal. Capella, l. III, f.
29. — Arnoldi Ferroni de reb. Gall., l. VII, f. 139. — P. Jovii Vita
Davali, l. III, p. 342. — P. Paruta Ist. Venez., l. V, p. 319._
Pure Prospero fece inallora lavorare intorno alle fortificazioni come se
fosse stato sicuro d'avere il tempo di ridurre il lavoro a fine; e
Bonnivet per lo contrario, temendo di meritarsi i rimproveri
d'inconsideratezza e di precipitazione fatti agli altri generali
francesi, si trattenne tre giorni senza verun motivo sulle sponde del
Ticino. Sperava che Prospero Colonna evacuerebbe spontaneamente la
capitale, dalla quale egli allora potrebbe tirare immensi mezzi per la
guerra, quando invece l'avrebbe esposta al saccheggio cercando di
attaccarvi il nemico[81].
[81] _Mém. de Mart. du Bellay, l. II, p. 289. — Mém., de Louis de la
Tremouille, t. XIV, p. 224._
Quando Bonnivet seppe che Prospero Colonna, in cambio di ritirarsi, si
fortificava in Milano, venne ad accamparsi a san Cristoforo, presso alle
mura della città, tra le porte Ticinese e Romana, in un luogo renduto
forte dai canali; di là mandò distaccamenti di cavalleria per il paese
onde intercettare le vittovaglie, lusingandosi di forzare in tal modo il
Colonna ad uscire da una città nella quale troverebbesi tra poco esposto
a grandi privazioni[82]. Bajardo e Federico da Bozzolo occuparono Lodi
il 20 di settembre, e vittovagliarono il castello di Cremona, sperando
di potere per mezzo del castello occupare ancora la città; ma sebbene
conducessero trecento lance ed otto mila fanti, non ottennero l'intento
loro[83]. In appresso si avanzarono verso Caravaggio e Monza, per
togliere ai Milanesi le vittovaglie dei monti di Brianza. Prospero
Colonna, sopraffatto da una malattia che doveva bentosto condurlo al
sepolcro, facevasi rappresentare dal duca di Termes e da Alarcone,
comandante della fanteria spagnuola. Aveva colla sua attività adunati in
Milano ottocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri, quattro mila
fanti spagnuoli, sei mila cinquecento tedeschi e tre mila italiani.
Faceva avanzare il marchese di Mantova al mezzogiorno del Po dalla banda
di Pavia; aspettava ogni giorno nuovi rinforzi dalla Germania e dal
regno di Napoli; e di già intercettava ai Francesi i viveri ch'essi
avevano creduto di tirare dalla Lomellina[84].
[82] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 257. — Gal. Capella, l. III, p.
30. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 139. — Mém. de M. du Bellay, l. II,
p. 290._
[83] _Gal. Capella, l. III, f. 30. — P. Paruta, l. V, p. 320. — P.
Jovii vita Davali, l. III, p. 342._
[84] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 258. — Gal. Capella, l. III, f.
30._
Erasi Bonnivet dato vanto di non imitare l'impeto e l'imprudenza degli
altri capitani francesi, ma di fare la guerra agl'Italiani colle
precauzioni italiane: pure così perdeva i vantaggi proprj della sua
nazione senza poter acquistare quelli d'un'altra. Ogni picciola
scaramuccia gli costava alcuni soldati, ed ognuna di tali perdite
scoraggiava le sue truppe ed accresceva l'ardire dei nemici. I frequenti
rovesci provati da' suoi distaccamenti lo forzarono all'ultimo a non far
venire i suoi convoglj che con grosse scorte, a non ispedire a
foraggiare che numerosi distaccamenti, ed a richiamare i corpi d'armata
che chiudevano ai Milanesi le strade del monte di Brianza, facendo
accampare tutte le sue truppe tra Marignano ed Abbiategrasso[85].
[85] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 259. — Mém. du chev. Bayard, t.
XV, c. LXIX, p. 404. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 307. — Gal.
Capella, l. III, f. 31. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 139._
La lentezza di Bonnivet aveva dato tempo agli alleati di adunare tutte
le loro armate. Oltre le truppe spagnuole e tedesche che Prospero
Colonna aveva in Milano, e quelle che Antonio di Leyva teneva sotto i
suoi ordini a Pavia, il vicerè di Napoli, Carlo di Lannoy, si avvicinava
col marchese di Pescara, il quale aveva ripigliato il comando della
fanteria spagnuola. Il marchese di Mantova, a richiesta di Prospero
Colonna, si era avanzato fino a Pavia coll'armata della Chiesa, il
Vitelli, che comandava tre mila fanti al soldo de' Fiorentini, copriva
la strada di Genova, ed il duca d'Urbino coll'armata veneziana era
giunto in riva all'Adda. Malgrado il loro avvicinamento Bonnivet si era
ostinato a mantenere la sua posizione sotto Milano, per tenere dietro ad
una trama ordita da alcuni soldati di Giovanni de' Medici, che
promettevano di dargli una porta della città; ma quando seppe che questi
erano stati scoperti e condannati alla pena di morte, fece proporre a
Prospero Colonna un armistizio fino al mese di maggio, obbligandosi a
cedere tutte le conquiste fatte oltre il Ticino. Ma i generali imperiali
non volevano accettarla che a condizione che fosse evacuata tutta la
Lombardia; e Bonnivet, senz'avere ottenuta una sospensione d'armi, fu
costretto da abbondanti nevi a ritirarsi. Il 27 di novembre portò tutta
la sua armata tra il Ticinello ed il Ticino ad Abbiategrasso ed a
Rosate; e malgrado le istanze de' soldati, Prospero Colonna, fedele
all'invariabile suo sistema di non fidare mai all'accidente ciò che
ottenere poteva dall'ordinario corso delle cose, lasciò che
tranquillamente si ritirasse[86].
[86] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 260. — Gal. Capella, l. III, f.
32. — P. Paruta Stor. Ven., l. V, p. 323. — Arn. Ferroni, l. VII, p.
140. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 343. — Scip. Ammirato,
l. XXX, p. 350. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 308._
A dir vero quest'era l'ultima prova che Prospero faceva della
particolare sua tattica. Questo grande generale, che dava a vedere
d'aver preso per modello Fabio Cunctatore, operò in certo qual modo una
rivoluzione nell'arte della guerra. Fu egli il primo ad insegnare con
quale arte, scegliendo le posizioni, ed eseguendo movimenti ben
calcolati, un generale debole, o che diffida delle sue truppe, può
stancheggiare l'attività de' suoi nemici, ammorzarne l'impeto e
dissiparne le forze, senza lasciar loro il conforto di dare una sola
battaglia. Ne' tempi in cui visse i suoi talenti erano appunto quelli
che si richiedevano dal suo partito per ammorzare l'impeto de' Francesi,
o rendere inutile il cieco valore degli Svizzeri. Fu egli il primo a
difendere senza venire a giornata un paese che da trent'anni era sempre
stato o guadagnato, o perduto in una sola battaglia. Pure in quest'epoca
stessa veniva già da otto mesi divorato dalla malattia che lo portava al
sepolcro. La gelosia che fin allora aveva sentita contro Carlo di
Lannoy, vicerè di Napoli, dovette dar luogo all'eccesso del dolore.
Chiamò egli stesso a Milano questo ministro dell'imperatore; ma il
Lannoy non volle che i moribondi occhi del suo rivale vedessero il
successore che tanto avevano temuto. Si avanzò lentamente, onde entrare
in Milano col marchese di Pescara solamente quando Prospero Colonna
agonizzante avesse perduti i sentimenti. Questo grand'uomo morì il 30
dicembre del 1523[87].
[87] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 263, 265. — Gal. Capella, l. III,
f. 33. — P. Jovii Vita Ferd. Piscarii, l. III, p. 343. — Mém. de M.
du Bellay, l. II, p. 309._
Bonnivet, avendo presi i suoi quartieri d'inverno, licenziò la fanteria
francese levata nella Linguadocca e nel Delfinato, siccome quella che
conosceva poco utile sebbene fosse molto dispendiosa. Calcolava d'avere
in vece un corpo di fanteria svizzera, che faceva assoldare per
l'imminente primavera. In pari tempo, per aprirsi una più facile
comunicazione coi Cantoni, incaricò Renzo di Ceri di attaccare Arona sul
lago Maggiore, dandogli per tale impresa sette mila fanti italiani. Ma
Anchise Visconti, che difendeva questa fortezza con una guarnigione
milanese, gli oppose una così ostinata resistenza, che Renzo di Ceri si
vide costretto a levare l'assedio dopo avere battuta la fortezza trenta
giorni, lanciandovi sei mila palle[88].
[88] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 265. — Gal. Capella, l. III, f.
33. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 344. — Mém. de M. du
Bellay, l. II, p. 308._
Era altresì giunto in Milano il contestabile di Borbone con un rinforzo
di sei mila Landsknecht. L'imperatore, che voleva protrarre il
matrimonio del Borbone con Eleonora di Portogallo, e che cercava
pretesti perchè non avesse effetto, invece di permettere al contestabile
di venire in Ispagna, gli aveva dato il supremo comando dell'armata
d'Italia, incaricando il Pescara del comando della fanteria spagnuola,
ed il Lannoy dell'amministrazione civile. Dal canto suo il duca d'Urbino
aveva avuto ordine dal senato di Venezia di passare l'Adda, e di
raggiugnere a Milano l'armata imperiale: onde era questa diventata più
numerosa assai di quella di Bonnivet; ma era in preda al disastro che
mai non abbandonava le armate dell'Austria; conciossiachè Carlo V non le
mandava danaro. I soldi erano da molto tempo arretrati; i soldati
saccheggiavano gli abitanti che loro davano l'alloggio; ed i varj stati
dell'Italia venivano angariati dai generali, che da loro pretendevano
enormi contribuzioni per supplire alle spese della guerra[89].
[89] _Gal. Capella, l. III, f. 34. — Fr. Guicciardini, l. XV, p.
267._
L'armata imperiale, a motivo de' prosperi risultamenti della precedente
campagna, era piena di confidenza; scoraggiata per lo contrario era
quella de' Francesi; e que' medesimi capitani, che fin allora erano
stati i favoriti della fortuna, cominciavano a provarla contraria. Il
cavaliere Bajardo era stato incaricato di difendere Robecco coi signori
di Mezieres e di San-Mesmes con dugento uomini d'armi, quattrocento
cavaleggieri, e la fanteria del signore di Lorges: ma egli vi si lasciò
sorprendere una notte del mese di febbrajo dal Pescara e da Giovanni de'
Medici. Tre mila Spagnuoli, che per riconoscersi portavano sopra le armi
una camicia bianca, cinsero da ogni banda la borgata, ed attaccarono i
Francesi mentre dormivano; questi, quasi senza difendersi, furono in
gran parte uccisi e fatti prigionieri; furono presi quasi tutti i loro
cavalli; e Bajardo stesso si salvò a stento combattendo[90].
[90] _P. Jovii Vita Davali, l. III, p. 344. — Arn. Ferroni, l. VII,
p. 140. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 268. — Mém. de M. du Bellay,
l. II, p. 311. — Mém. du chev. Bayard, c. LXIV, p. 405-409._
Bonnivet aspettava in primavera potenti soccorsi che gli dovevan
giugnere dalla Svizzera. Egli aveva bruciato il borgo di Rosate per
riunire tutte le sue truppe in Abbiategrasso; ed avendo il Ticino alle
spalle, poteva tirare dal paese coperto da quel fiume abbondanti
provvigioni, che dovevano porlo in istato d'aspettare tranquillamente
nel suo campo fortificato la nuova stagione. Attaccandolo in tale
posizione i nemici non potevano lusingarsi di felice riuscita; ma il
marchese di Pescara propose l'ardito movimento di portare l'armata
imperiale al di là del Ticino per porre Bonnivet tra quest'armata e
Milano. Calcolò che i Francesi scoraggiati non oserebbero d'attaccare la
capitale della Lombardia; ad ogni modo vi mandò il duca Francesco Sforza
e Giovanni de' Medici con sei mila uomini; ed il 2 di marzo l'armata
imperiale passò sopra tre ponti il Ticino, e venne ad accamparsi a
Gambalò[91].
[91] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 269. — Gal. Capella, l. III, f.
35. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 344. — Arn. Ferroni, l.
VII, p. 141. — P. Paruta, l. V, p. 325. — Mém. de M. da Bellay, l.
II, p. 312._
Temendo il Bonnivet d'essere circondato, e di perdere ogni comunicazione
col Piemonte, di dove riceveva le vittovaglie, passò ancor esso il
Ticino, dopo avere lasciata una grossa guarnigione ad Abbiategrasso, e
venne ad accamparsi a Vigevano sulla diritta del fiume. Intanto il duca
d'Urbino avea attaccato e preso d'assalto Garlasco, terra assai forte
tra l'armata imperiale e Pavia, che trovavasi occupata da' Francesi;
questi in ogni scaramuccia avevano perduti molti soldati e cavalli, onde
Bonnivet, piuttosto che vedere così consumarsi la sua armata, presentò,
sebbene più debole, due giorni di seguito la battaglia agl'imperiali. Ma
Lannoy ed il contestabile di Borbone avevano determinato di non esporre
all'incertezza di una battaglia generale i vantaggi che loro non
potevano venir meno, preferendo di sorprendere alla spicciolata le
posizioni del nemico. Attaccarono successivamente ed occuparono san
Giorgio e Sartirana; persuasero la città di Vercelli a dichiararsi per
loro; e prendendo una vantaggiosa posizione all'Arco di Mario, tra
Vercelli e Novara, di già si lusingavano di costringere Bonnivet, che si
era chiuso in Novara, a capitolare[92].
[92] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 270. — Gal. Capella, l. III, f.
35. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 316. — P. Jovii Vita Ferd.
Davali, l. III, p. 346. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 141._
Ma il generale francese aveva avviso che da ogni banda si avanzavano
truppe in suo soccorso. Claudio di Longueville, duca di Rothelin, gli
conduceva pel monte Ginevra quattrocento uomini d'armi, i quali erano di
già arrivati a Susa. Attraversando il san Bernardo erano giunti a
Gattinara, al di là della Sesia, dieci mila Svizzeri; e cinque mila
Grigioni, assoldati nel loro paese da Renzo di Ceri, erano entrati nel
Bergamasco, e stavano per unirsi a Federico da Bozzolo, che gli
aspettava a Lodi con un grosso corpo di fanteria italiana. Ma Giovanni
de' Medici si affrettò di passare nel territorio di Bergamo con dugento
cavalli e quattro mila fanti, ed unitovisi ad alcune truppe veneziane,
chiuse la strada ai Grigioni; indi attaccandoli ogni giorno colla
cavalleria o coll'infanteria leggiere, loro intercettando i convoglj,
sorprendendo i loro distaccamenti, gli stancheggiò in maniera, che dopo
tre giorni li forzò a ritirarsi ne' loro paesi[93].
[93] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 270. — Galeat. Capella de bello
Mediol., l. III, f. 36. — Mém. de Mart. du Bellay, l. II, p. 317. —
P. Paruta Stor. Ven., l. V, p. 325. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 141.
— P. Jovii Vita Ferdin. Davali, l. III, p. 347._
Dopo aver fatti ritirare i Grigioni, Giovanni de' Medici prese
Caravaggio, e ravvicinatosi al Ticino ruppe a colpi di cannone il ponte
di Boffalora, che serviva di comunicazione tra il quartiere generale di
Bonnivet a Novara ed Abbiategrasso dove teneva molti magazzini. Il duca
Francesco Sforza risolse di sforzare il napolitano Caraccioli che
comandava mille fanti in Abbiategrasso; onde andò a raggiugnere Giovanni
de' Medici sotto le mura di questa piazza colla milizia milanese, e dopo
un vivo cannonamento la prese d'assalto. Vero è che i Milanesi pagarono
assai caro questo vantaggio. La lunga dimora dell'armata francese in
quella terra, i patimenti, la miseria, la sudiceria vi avevan generata
la peste. I soldati saccheggiando Abbiategrasso contrassero essi
medesimi il contagio; lo portarono a Milano col loro bottino, e questo
flagello rapì in quella estate cinquanta mila abitanti alla capitale
della Lombardia[94].
[94] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 271. — Gal. Capella de bello
Mediol., l. III, f. 36. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 318. — P.
Jovii Vita Davali, l. III, p. 346. — Arn. Ferroni rer. Gall., l.
VII, p. 142._
Intanto Bonnivet, sempre più chiuso nel suo campo, ogni giorno perdendo
qualche posto avanzato, più non potendo tirare vittovaglie dal Piemonte,
e più non ritrovandone nelle ruinate vicinanze di Novara, vedeva
consumarsi continuamente la sua armata per la malattia e per la
diserzione. Non solo i mercenarj che formavano la sua fanteria, ma gli
stessi uomini d'armi, tutti appartenenti alla nobiltà francese, lo
abbandonavano ogni giorno, dopo d'avere perduti i loro cavalli per
mancanza di foraggi, ed avere lottato otto mesi contro le malattie e
contro la fame. Dieci mila Svizzeri, che avevano valicato il san
Bernardo, erano finalmente arrivati a Gattinara nella Valsesia; ma
questi pensavano piuttosto a liberare i loro compatriotti del campo di
Bonnivet, che a ricominciare una campagna che loro sperar non lasciava
troppo prosperi avvenimenti. Malgrado le istanze di Bonnivet, non
vollero passare la Sesia ingrossata da continue piogge; e ricusando di
recarsi al suo campo, lo costrinsero a raggiugnerli dove si
trovavano[95].
[95] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 271. — P. Jovii Vita Davali, l.
III, p. 347. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 142._
Partì dunque Bonnivet da Novara una notte in sul cominciare di maggio,
onde nascondere la sua ritirata ai nemici, e prese la strada di
Romagnano, terra quasi in faccia di Gattinara. Sebbene il marchese di
Pescara fosse avvisato della di lui partenza, ed avesse progettato di
prevenirlo, prendendo una più breve via di cui era padrone, l'armata
francese arrivò a Romagnano alcune ore prima dei nemici, ed ebbe tempo
di gettare un ponte sulla Sesia. Gli Spagnuoli, che l'avevano inseguito
troppo precipitosamente, e che, respinti in alcune scaramucce, avevano
prese pericolose posizioni, sarebbero stati facilmente sconfitti, se
Bonnivet avesse potuto ridurre gli Svizzeri, arrivati presso Gattinara,
a passare essi medesimi la Sesia ed a piombare con lui sopra i nemici
che lo avevano inseguito: ma invano egli ne fece loro calde istanze; e
quando vide di non poterli persuadere a ricominciare la guerra, passò
nella stessa notte la Sesia con tutta la sua armata, per unirsi a
loro[96].
[96] _P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 348. — Arn. Ferroni, l.
VII, p. 142. — Gal. Capella, l. III, f. 37. — Mém. de M. du Bellay,
l. II, p. 319. — P. Paruta, l. V, p. 325. — Fr. Belcarii, l. XVIII,
p. 541._
Fin qui la ritirata di Bonnivet erasi eseguita abbastanza felicemente,
sebbene egli avesse lasciati sette cannoni sulla riva sinistra della
Sesia. Aveva trovate le truppe fresche degli Svizzeri, le quali avevano
ricevuto in mezzo alle loro schiere i suoi equipaggi e le sue truppe
affaticate, ed allo spuntare del giorno prendeva con loro il cammino
d'Ivrea per tornare in Francia pel Basso Valese. Aveva collocata sulla
riva del fiume una batteria per impedire agl'imperiali di passarlo, e ne
aveva affidata la guardia a due battaglioni di Corsi e di Provenzali. Ma
il marchese di Pescara ed il duca di Borbone, avendo trovato un luogo
guadabile, cominciarono ancor essi a passare la Sesia; onde i Corsi
spaventati abbandonarono i loro cannoni. Bonnivet per ricuperarli
condusse egli medesimo un corpo di cavalleria col signore di Vandenesse,
fratello di La Palisse. Bonnivet, ferito da una palla nel braccio
sinistro, dovette ritirarsi dalla zuffa, e Vandenesse, ferito più
gravemente in una spalla, morì dopo tre giorni[97].
[97] _P. Jovii Vita Davali, l. III, p. 351. — Fr. Guicciardini, l.
XV, p. 270. — Gal. Capella, l. III, f. 37. — Arn. Ferroni, l. VII,
p. 142. — P. Paruta, l. V, p. 326. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p.
341._
Bonnivet, trovandosi incapace di supplire più a lungo alle funzioni di
comandante, affidò la condotta dell'armata al cavaliere Bajardo, il
quale si pose coi suoi uomini d'armi nell'ultima linea, onde coprire la
ritirata della fanteria. Aveva appena presa questa posizione che
vedendosi stringere dagli archibugeri spagnuoli, li caricò colla sua
cavalleria per respingerli. «Ma, come Dio volle, fu tirato un colpo
d'archibugio, la di cui pietra venne a ferirlo a traverso alle reni, e
gli ruppe tutto il grosso osso della schiena. Quando sentì il colpo, si
fece a gridare, _Gesù_! Poi soggiunse: _Ah! mio Dio, io sono morto_!
Prese la sua spada per l'impugnatura, e baciò l'elsa come segno della
croce, dicendo ad alta voce, _miserere mei Domine!_[98]»
[98] _Mém. de Bayard, c. LXIV, p. 411; c. LXV, p. 416, 418._
«Frattanto Bajardo si fece levare da cavallo dal suo maestro di casa,
che mai non l'abbandonò, e si fece porre a piè d'un albero col viso
rivolto verso il nemico, ove il duca di Borbone, che inseguiva il nostro
campo, venne a trovarlo, e disse al detto Bajardo che sentiva molta
compassione di lui, vedendolo in quello stato per essere così virtuoso
cavaliere. Cui il capitano Bajardo rispose, signore, voi non dovete
compiangere me che muojo da uomo onorato, ma bensì io compiango voi,
vedendovi servire contro il vostro principe, la vostra patria, il vostro
giuramento. E poco dopo il detto Bajardo spirò, e fu rilasciato un
salvacondotto al di lui maestro di casa per portare il di lui corpo nel
Delfinato, dove aveva avuti i natali[99].»
[99] _Mém. de mes. M. du Bellay, l. II, p. 341. — Arn. Ferroni, l.
VII, p. 143. — P. Jovii vita Davali, l. III, p. 352. — Fr. Belcarii,
l. XVIII, p. 542._
Gl'imperiali continuarono ad inseguire l'armata che si ritirava; ma
l'ultimo corpo svizzero, più soffrire non potendo tanta molestia, si
gettò su di loro con tanto furore a piena corsa, che li ruppe e li pese
in fuga. Questo corpo di quattrocento uomini, che si era troppo
slontanato dal corpo d'armata, fu in appresso, a dir vero, avviluppato
ed interamente distrutto; ma la sua ostinata resistenza, ed il ritardo
dell'artiglieria imperiale, diedero tempo a Bonnivet di eseguire la sua
ritirata sopra Ivrea, ove i nemici cessarono d'inseguirlo. Lasciò ancora
nella valle d'Aosta, nel forte di Bar, venti cannoni, disperando di
poterli condurre a traverso al san Bernardo, e ricondusse pel Valese la
sua armata in Francia[100].
[100] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 272. — P. Jovii vita Davali, l.
III, p. 352. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 143. — Gal. Capella, l. III,
f. 37. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 343._
Il duca di Longueville, sentendo a Susa che Bonnivet si era ritirato,
riprese il cammino del monte Ginevra senza avere veduto il nemico.
Novara si arrese a Giovanni de' Medici: Boisì e Giulio di Sanseverino,
che comandavano in Alessandria, consegnarono questa città al marchese di
Pescara, e Federico da Bozzolo abbandonò Lodi al duca d'Urbino. In poche
settimane più non rimase un solo francese in Italia; anzi al contrario
Bozzolo e Sanseverino avevano condotti nella Provenza e nel Delfinato
circa cinque mila Italiani al soldo della Francia[101].
[101] _P. Jovii vita Davali, l. III, p. 354. — Mém. de M. du Bellay,
l. II, p. 344. — Mém. de la Tremouille, c. XX, p. 225. — Fr.
Belcarii, l. XVIII, p. 541. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 352._
L'Italia era omai liberata dall'invasione francese, ed erasi ottenuto lo
scopo delle due leghe contratte dall'imperatore sia coi Veneziani, sia
col papa e coi piccoli stati d'Italia. Tutti gl'Italiani, oppressi dalle
spese e dagli sforzi di una ruinosa guerra, altro omai non bramavano che
la pace; il papa lusingavasi di far guarentire lo stato attuale
dell'Italia dal re d'Inghilterra che aveva contribuito alla vittoria, e
dagli Svizzeri che coprivano i confini, e che in addietro si erano così
vivamente adoperati per l'indipendenza della Lombardia. Clemente VII
ordinava al suo nunzio in Inghilterra d'invocare i buoni ufficj d'Enrico
VIII, per porre un termine all'arroganza ed alle vessazioni de' ministri
dell'imperatore in Italia, per far rispettare la santa sede, cessare le
contribuzioni straordinarie ricevute ogni mese dai Fiorentini,
ristabilire il duca di Milano in un'assoluta indipendenza, e far godere
ai Veneziani i vantaggi che si erano riservati in forza del loro
trattato. Insomma trattavasi di far vedere se l'Italia aveva combattuto
per iscuotere un giogo straniero, o soltanto per mutare il padrone; e
dal tuono della lettera del datario apostolico scorgevasi che Clemente
VII si era di già accorto che i frutti della vittoria non erano gran
fatto meno amari di quelli della guerra[102].
[102] _Lett. di Gio. Matteo Giberto Datario a Mess. Marchione Lango
nunzio in Inghilterra. Lettera de' principi, t. I, f. 123-126._
Ma i generali, che avevano trionfato in Italia, desideravano che la
guerra producesse nuove guerre. Niun pensiero prendevansi della felicità
degli stati che pretendevano difendere; bramavano di continuare il loro
mestiere, di farsi nome con nuove imprese, e di trovare altre occasioni
di esercitare un assoluto potere sulle fortune e sulla vita degli
uomini. Il contestabile di Borbone prendeva maggiore interesse che gli
altri per la continuazione della guerra. Scriveva all'imperatore ed al
re d'Inghilterra essere giunto l'istante di superare i confini della
Francia, di vendicarsi dei loro nemici, e di precipitare dal trono
Francesco I. Diceva che al nome di Borbone si solleverebbero i suoi
antichi vassalli, e verrebbero spontaneamente a collocarsi sotto le
insegne straniere. Ignorava costui che il solo delitto d'avere chiamati
gli stranieri nella sua patria, cambiava in odio ed in disprezzo tutto
l'affetto che i Francesi avevano potuto avere per lui[103]. Carlo V ed
Enrico VIII credettero imprudentemente alle di lui parole; il primo
ordinò alla sua armata di penetrare nella Provenza; l'altro gli mandò
soccorsi, e promise in pari tempo di attaccare le province
settentrionali della Francia.
[103] _P. Jovii vita Davali, l. IV, p. 355. — Arn. Ferroni, l. VII,
p. 144. — Gal. Capella, l. IV, f. 39. — Rapin Thoyras, Hist.
d'Anglet., t. VI, l. XV, p. 198. — Rymer, Acta pubblica, t. XIII, p.
794._
Fu nel mese di luglio che il contestabile di Borbone ed il marchese di
Pescara passarono il Varo per entrare nella Provenza con sette mila
landsknecht, sei mila fanti spagnuoli, due mila Italiani, e sei cento
cavaleggieri: il vicerè Lannoy aveva promesso di seguirli a poca
distanza con mille uomini d'armi. Ugo di Moncade con sedici galere
costeggiava la Provenza per proteggere l'armata e trasportare
l'artiglieria: ma Andrea Doria, che aveva il comando di una flotta
francese più forte, prese una di queste galere e fece prigioniere il
principe d'Orange; ne forzò tre altre a rompere sulla costa, le quali il
Pescara fece bruciare perchè non venissero in mano del nemico; e
costrinse il Moncade, dopo avere sbarcata la sua artiglieria ad Aix, a
chiudersi nel porto di Monaco[104].
[104] _P. Jovii Vita Davali, l. IV, p. 357. — Mém. de M. du Bellay,
l. II, p. 345. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 144. — Fr. Guicciardini,
l. XV, p. 275._
Voleva il Borbone approfittare della sorpresa del re di Francia e dello
spossamento cui era stata ridotta la sua armata nell'ultima campagna,
per portarsi subito sopra Avignone o sopra Lione. Calcolava che nello
stesso tempo un'armata spagnuola penetrerebbe nella Guienna, una inglese
nella Picardia, e forse una tedesca nella Borgogna. Ma Carlo V ed Enrico
VIII non si curavano di soddisfare per questo rispetto le promesse che
gli avevano fatte; ed il marchese di Pescara, non volendo compromettere
la sua armata conducendola nel cuore del regno, si ostinò
perentoriamente a volere ristringere le sue operazioni all'assedio di
Marsiglia[105].
[105] _P. Jovii vita Davali, l. IV, p. 358. — Fr. Guicciardini, l.
XV, p. 276. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 145._
A Filippo di Brion, conte di Chabot, era stata dal re affidata la difesa
di Marsiglia, cui venne bentosto giù pel Rodano ad unirsi Renzo di Ceri
coi cinque mila Italiani che avevano seguito Bonnivet nella sua
ritirata. Tra costoro trovavansi molti gentiluomini, costretti dalle
rivoluzioni d'Italia ad esiliarsi per sempre dalla loro patria. Tra gli
altri vi si vedevano alcuni emigrati pisani, determinati a non voler più
soggiacere al giogo de' Fiorentini, e che, per la valorosa difesa che
fecero in Marsiglia, acquistarono il diritto di cittadinanza francese, e
vi si stabilirono colle loro famiglie. L'assedio fu infatti sostenuto
colle più luminose prove di valore. L'artiglieria imperiale aveva aperte
nelle mura larghissime brecce; ma il Pescara, dopo aver fatte
riconoscere le disposizioni degli assediati, ricusò di dare l'assalto.
Sapeva che Francesco I, accompagnato da La Palisse, erasi avanzato fino
ad Avignone; che aveva colà ragunata una formidabile artiglieria, otto
mila cavalli, quattordici mila Svizzeri, sei mila landsknecht, e dieci
mila tra Francesi ed Italiani.
Sia che l'armata del Pescara venisse respinta in un assalto, sia che
prendesse la città dopo avere perduta molta gente nell'attacco, correva
pericolo di essere soverchiata da forze tanto superiori. Dichiarò
adunque in un consiglio di guerra, che il solo partito da prendersi era
quello di una subita ritirata. E la necessità di questo consiglio parve
ancora più urgente, quando seppesi nel campo imperiale, che Francesco I,
dopo di avere passato il Rodano, aveva spinta la sua vanguardia fino a
Salon di Crau posta a metà strada tra Avignone e Marsiglia. Il Borbone
s'arrese alla superiore esperienza del suo collega; fu imbarcata la
grossa artiglieria; ma perchè il mare non era libero, si spezzò la
maggior parte de' cannoni, e si caricò il bronzo sui muli, onde fonderli
nuovamente giunti che fossero in Italia; ed alla fine di settembre
l'assedio di Marsiglia, che mantennesi quaranta giorni, fu levato
dall'armata imperiale, che s'avviò a marcie forzate alla volta di
Nizza[106].
[106] _P. Jovii vita Ferd. Davali, l. IV, p. 363. — Mém. de M. du
Bellay, l. II, p. 347. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 277. — Arn.
Ferroni, l. VII, p. 146. — Georgens von Frundsberg, B. II, f. 38._
Non pertanto i marescialli di Chabannes e di Montmorencì avevano
raggiunta la coda dell'armata che ritiravasi con tanta celerità, e che,
carica d'un immenso equipaggio, entrava in un povero paese, deserto ed
alpestre, ove soffrì infinitamente. Il Pescara potè lodarsi di questa
ritirata, siccome della sua più bella impresa militare, poichè salvò da
un imminente pericolo la sua armata e più di dodici mila bestie da soma;
ma i capi che lo inseguivano hanno pure potuto darsi il vanto d'avere
più d'una volta cambiata questa ritirata in una vera fuga, e d'avere
arricchiti i loro soldati con una immensa preda. Il Pescara continuò a
ritirarsi per Nizza, Albenga e Finale, e finalmente fece in un solo
giorno la strada da Alba a Voghera, la quale è lunga ben quaranta
miglia. Il vicerè Lannoy lo aspettava a Pavia, ove i generali imperiali
erano impazienti di tenere un consiglio di guerra intorno ai mezzi di
difendere la Lombardia[107].
[107] _P. Jovii vita Ferd. Davali, l. IV, p. 365. — Arn. Ferroni, l.
VII, p. 146. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 278. — Mém. de la
Tremouille, c. XX, p. 225. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 544._
Infatti lo stesso giorno in cui il Pescara, uscendo dalle montagne della
Liguria, era giunto ad Alba, Francesco I aveva fatto il suo ingresso in
Vercelli. Invece di tener dietro all'armata imperiale sulla strada da
lei tenuta, Francesco aveva sperato di ottenere più luminosi successi
prevenendola in Italia. Egli aveva per difesa della Francia adunata una
così potente armata, che parvegli capace delle più grandi conquiste.
Vedeva come Carlo ed Enrico non erano in istato di attaccarlo nè in
Picardia, nè nella Guienna, e supponeva che l'armata che aveva eseguita
una così faticosa ritirata a traverso alle montagne della Liguria, mal
potrebbe contro di lui difendere la Lombardia. Si dice che questo
progetto fu concepito dal solo re; che La Tremouille, Lescuns, d'Aubigni
e Chabannes tentarono ogni via perchè non avesse effetto, mentre
Bonnivet, La Barre, Chabot e San-Marsault lo incoraggiavano ad
eseguirlo: ma che Francesco I, fermo nel suo pensamento, non volle
aspettare sua madre, per la quale aveva sempre mostrata tanta deferenza,
e che le aveva chiesta la grazia di abboccarsi con lei prima di partire.
Qualunque si fosse l'autore di questo progetto, non deve essere
giudicato dalla riuscita; poichè, se la campagna fosse stata condotta
con intelligenza eguale all'ardore con cui venne cominciata, sarebbe
stata probabilmente coronata da felice riuscita[108].
[108] _Hist. de France par Belleforest, t. I, p. 1438. — Ar.
Ferroni, l. VII, p. 147. — Gal. Capella, l. IV, f. 40. — Mém. de M.
du Bellay, l. II, p. 348. — P. Jovii vita Ferd. Davali, l. IV, p.
365._
Ma e Francesco I ed il suo favorito Bonnivet avevano il valore del
soldato, non i talenti del generale: invece di regolarsi a seconda delle
sole presenti circostanze, pareva che ad altro non pensassero che a
correggere gli errori ne' quali erano precedentemente caduti; e perchè
le circostanze più non erano le medesime, ciò che evitavano come un
errore, spesso sarebbe stato loro di sommo vantaggio. Bonnivet non aveva
pensato che a precauzionarsi contro la precipitazione e la temerità
francese, e con dilungamenti inopportuni aveva perduta l'occasione di
conquistare il Milanese. Dal canto suo Francesco I voleva correggere gli
errori di Bonnivet tenendo una condotta affatto diversa. Prima di tutto
volle occupare Milano, indi Pavia; ed invece avrebbe dovuto distruggere
l'armata fuggitiva, che, scoraggiata da così lunga ritirata, non gli
avrebbe potuto tener testa, s'egli non le avesse dato riposo.
Le prime operazioni del re erano state ben dirette. Il signore di Lannoi
evacuando Asti prima del di lui arrivo, aveva lasciati due mila uomini
in Alessandria, sperando che l'armata francese si tratterrebbe ad
assediarla; ma Francesco I voleva avanti tutto occupare Milano, persuaso
che le piazze che lasciavasi alle spalle s'arrenderebbero in appresso.
La peste, che tutta la state aveva infierito in Milano, e fatte perire
cinquanta mila persone, aveva costretto Francesco Sforza ed il suo
cancelliere Moroni ad abbandonarla. Questi, malgrado le istanze del
Pescara, ricusarono di rientrarvi per sostenere un assedio, e per lo
contrario autorizzarono i cittadini a sottomettersi ai Francesi; onde il
Pescara, che più non trovava ne' Milanesi, avviliti da tante calamità,
nè zelo per la loro indipendenza; nè soccorsi pecuniarj, nè braccia pel
lavoro, credette prudente consiglio di non tenere la sua armata in una
città infetta di peste, che poteva diventare il suo sepolcro; perciò
diede ordine di evacuarla, ed il 26 ottobre del 1524 le ultime truppe
imperiali, comandate da Alarcone, uscirono per la porta Romana, mentre
che le francesi vi entravano per le porte Ticinese e Vercellina. Il 30
ottobre vi fu mandato la Tremouille per assumere il comando come
luogotenente del re: aveva con lui il conte di San-Paul, il signore di
Vaudemont, il maresciallo di Foix e Teodoro Trivulzio. Settecento fanti
spagnuoli formavano la guarnigione del castello abbondantemente
approvigionato[109].
[109] _Mém. de la Tremouille, c. XX, p. 228. — Gal. Canella, l. IV,
f. 42. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 352. — Fr. Guicciardini, l.
XV, p. 279. — Arn. Ferroni, t. VII, p. 148. — P. Jovii vita Ferd.
Davali, l. V, p. 367. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 546._
Il disordine in cui trovavasi l'armata imperiale, lo scoraggiamento de'
soldati che da oltre un mese ritiravansi a marcie forzate innanzi al
nemico; la mal intelligenza che supponevasi tra i generali;
l'impossibilità in cui si erano trovati di difendere Milano; tutto
faceva conoscere che dovevansi inseguire caldamente senza lasciarli
respirare. Il marchese di Pescara, uscendo di Milano, erasi ritirato a
Lodi; ma sapevasi che la maggior parte de' di lui soldati, oppressi
dalla fatica, e non sentendosi abbastanza forti per difendersi, avevano
gettate le armi; che quasi tutta la cavalleria era smontata, avendo
perduti i cavalli nelle lunghe marcie sulle montagne; che Lodi non
poteva resistere più di Milano; e che, potendo i Francesi passare l'Adda
prima degl'imperiali, l'armata degli ultimi non poteva a meno di non
essere tagliata fuori e distrutta, o fatta prigioniera. Sgraziatamente
avevano persuaso a Francesco I che una guerra reale, una guerra in cui
egli comandava personalmente le armate, non doveva trattarsi colle
comuni regole della tattica, e che avanti tutto dovevasi osservare ciò
che richiedeva l'onore della corona. Quest'onore, gli si diceva, non
permetteva ch'egli entrasse in Milano finchè la fortezza era nelle mani
de' nemici; che si lasciassero alle spalle piazze non sottomesse; e per
ultimo che si perdonasse a coloro che in una terra mal fortificata
avevano l'insolenza di resistergli[110].
[110] _P. Jovii vita Fred. Davali, l. V, p. 368. — Mém. de M. du
Bellay, l. II, p. 353. — Gal. Capella, l. IV, f. 42. — Jac. Nardi,
l. VII, p. 306. — Garnier Hist. de France, t. XII, p. 318._
L'ammiraglio Bonnivet era colui che più d'ogni altro intratteneva il re
di questa fallace gloria; e fa pure lo stesso Bonnivet che lo persuase a
richiamare le truppe di già in cammino alla volta di Lodi, per far loro
prendere la strada di Pavia, non convenendo alla dignità del re di
Francia di andare in traccia di nemici lontani, quando altri ne aveva
più vicini[111]. I generali imperiali in questa loro disfatta si erano
separati. Antonio di Leiva erasi incaricato di difendere Pavia con
cinque mila Tedeschi, cinquecento Spagnuoli, e due compagnie di
cavalleria comandate da Garzia Manrique. Il marchese di Pescara
trovavasi in Lodi col rimanente della fanteria spagnuola, intenzionato
di continuare la sua ritirata: ma quando vide che i Francesi lo
lasciavano respirare, pensò di afforzarvisi. Il Lannoi passò l'Adda e si
accampò in Soncino colla cavalleria; mentre il Borbone recossi
precipitosamente in Germania, onde ottenere dall'arciduca Ferdinando
potenti soccorsi, senza i quali l'Italia era irremissibilmente perduta
per la casa d'Austria. Francesco Sforza ed il cancelliere Moroni si
chiusero in Pizzighettone, e poco dopo in Cremona[112].
[111] _Arn. Ferroni, l. VII, p. 148._
[112] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 280. — Gal. Capella, l. IV, f.
42. — P. Jovii vita Davali, l. V, p. 369. — Arn. Ferroni, l. VII, p.
148. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 530._
Francesco I aveva in allora sotto i suoi ordini due mila lance, otto
mila fanti tedeschi, sei mila Svizzeri, sei mila avventurieri in gran
parte francesi, e quattro mila Italiani. Con questa formidabile armata
andò il 28 ottobre ad accamparsi a san Lanfranco presso le mura di
Pavia, facendo dall'altra parte del Ticino occupare il sobborgo di
sant'Antonio dal signore di Montmorencì. Siccome per prendere questa
posizione bisognava impadronirsi di un ponte sul fiume, protetto da una
torre, fece appiccare coloro che la custodivano per avere ardito di
resistere ad un re di Francia[113].
[113] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 355._
Il re fece subito porre allo scoperto una batteria in faccia alle mura,
e tentò per due giorni di seguito di praticarvi una breccia. Ma dietro
la breccia, ch'egli effettivamente aprì nella muraglia esterna, trovò
larghe e profonde trincee, ben fiancheggiate, e le case con feritoje
occupate dagli archibugeri. Dopo avere perduti molti buoni ufficiali
nell'assalto che fece dare, conobbe che contro una guarnigione così
numerosa, comandata da così esperimentato capitano qual era Antonio di
Leiva, si doveva procedere a regolare assedio. Cominciò dunque ad aprire
delle trincee per collocare i cannoni in batteria, coprendo i suoi
fianchi con cavalli di frisa. In pari tempo fece cavare delle mine nelle
quali bisognava disputarsi il terreno palmo a palmo. Cercò pure col
consiglio dei suoi ingegneri di svolgere uno de' due rami del Ticino,
per lasciare a secco le mura a piè delle quali scorreva: infatti questo
fiume, due miglia al disopra di Pavia, dividesi in due rami, uno de'
quali bagna le mura della città, l'altro, chiamato il Gravellone, se ne
scosta un buon miglio e si riunisce di nuovo al primo, avanti di mettere
foce in Po. Trattavasi di far passare nel Gravellone tutta la massa
delle acque. Ma in quasi tutte le circostanze l'impeto delle acque non
rispettò i lavori degl'ingegneri militari. Abbondanti piogge distrussero
in poche ore l'opera di molte settimane; l'assedio aveva di già
assorbito un tempo prezioso, e consumato molto danaro e molta gente,
senza che l'armata francese avesse ottenuto verun vantaggio[114].
[114] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 280. — P. Jovii Vita Ferd.
Davali, l. V, p. 369. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 148. — Gal.
Capella, l. IV, f. 43. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 357. — Mém.
de la Tremouille, c. XX, p. 229._
Mentre che l'assedio di Pavia avanzava con estrema lentezza, facevano
maggior danno all'imperatore le negoziazioni che non le armi francesi.
Il cardinale Wolsei cercava segretamente di alienare Enrico VIII, suo
padrone, dall'alleanza, cui egli stesso avevalo più degli altri
consigliato. Il papa Clemente VII protestava di non volere, come padre
comune de' fedeli, soccorrere un monarca contro l'altro. Erasi rifiutato
di rinnovare la federazione sottoscritta dal suo predecessore, e dopo la
ritirata dell'ammiraglio Bonnivet nel precedente anno, si era
considerato come straniero in una guerra continuata dalla sola ambizione
di Carlo V. I Veneziani sospiravano dietro l'antica loro alleanza colla
Francia, ed aspettavano consiglio dagli avvenimenti; tutti avevano
osservato con estrema diffidenza, che l'imperatore, non contento di
disporre a voglia sua dello stato di Milano come se fosse cosa sua,
aveva pretestati i più frivoli motivi per non accordarne l'investitura a
Francesco Sforza. Ma quando il papa ebbe certa notizia che l'armata
imperiale, incapace di resistere ai Francesi, non faceva verun movimento
per liberare Pavia dall'assedio, al malcontento che gli aveva dato Carlo
V si aggiunse il timore d'irritare Francesco I. Egli non volle essere
più oltre creduto nemico di un principe contro il quale niuna armata
ardiva mantenersi in campagna, e mandò Giovanni Matteo Giberti, vescovo
di Verona e datario apostolico, a trattare coi Francesi[115].
[115] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 281. — Arn. Ferroni, l. VII, p.
149. — Lettera di Giovan Battista Sanga, Roma 21 novembre tra le
lett. de' Princ., t. I, f. 140. — P, Jovii vita Ferd. Davali, l. V,
p. 371. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 358. — Ben. Varchi Stor.
Fior., l. II, p. 22. — P. Paruta, l. V, p. 331._
Presentavasi il Giberti come mediatore ed aveva perciò visitati a
Soncino il vicerè e gli altri capitani imperiali, portando loro parole
di pace; ma questi, incoraggiati dalla resistenza di Pavia, gli avevano
risposto che non tratterebbero con Francesco I, finchè questi
conservasse un palmo di terra nel ducato di Milano. Quando in appresso
il Giberti arrivò presso il re di Francia, questi che dalla lentezza del
fuoco degli assediati supponeva che cominciassero a mancare di
munizioni, gli rispose che una fiorente armata qual era la sua, non era
destinata alla sola conquista di Milano e di Genova, ma che lusingavasi
di ricuperare anche il regno di Napoli[116].
[116] _Fr. Guicciardini, l. XV, p, 281. — Lett. de' Princ., t. I, f.
140._
Dopo questi esperimenti di generali negoziazioni, il vescovo di Verona
si fece a parlare della riconciliazione del suo padrone colla Francia.
Il re altro non gli chiedeva che una semplice neutralità; ed infatti
Clemente VII obbligossi in nome proprio ed a nome dei Fiorentini, a non
dare veruna nè segreta nè palese assistenza ai nemici del re. Dal canto
suo Francesco prometteva la sua protezione al papa ed ai Fiorentini, e
si obbligava a mantenere in Firenze l'autorità de' Medici. Nello stesso
tempo, ed alle stesse condizioni Clemente VII trattò per i Veneziani, e
la negoziazione da lui intavolata venne confermata dal senato di Venezia
in principio di gennajo del 1525. Ambidue provavano i medesimi timori
sia che i Francesi o gl'Imperiali fossero vittoriosi; ambidue
desideravano ardentemente una pace, finchè le forze loro erano press'a
poco eguali; ambidue avrebbero voluto impedire alle potenze belligeranti
di venire ad un fatto decisivo. Ma il debole carattere di Clemente VII,
la sua avarizia, la sua irrisoluzione, lo ritrassero dal seguire i
consigli che gli davano i suoi più saggi ministri, cioè di far avanzare
una formidabile armata sul Po, di riunirla a quella de' Veneziani,
rendendo così rispettabile la neutralità de' due più potenti stati
d'Italia, invece di lasciarla in balìa del vincitore[117].
[117] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 375. — P. Paruta, l. V, p.
332. — Fr. Guicciardini, l. XV, p, 282. — Ben. Varchi, l. II, p. 22.
— Lett. di Giovanni Battista Sanga da Roma 29 novembre. Lettere de'
principi, t. I, f. 144._
Il mezzo che Clemente VII riputò più conveniente per affrettare le
negoziazioni di una pace generale, fu quello di tenere inquieti i
generali imperiali rispetto al regno di Napoli. Pare adunque, che
consigliasse da principio a Francesco la spedizione del duca d'Albanì
nel mezzogiorno d'Italia, dal che però cercò in appresso di dissuaderlo.
Francesco I, che vedeva l'impossibilità di spingere vivamente l'assedio
di Pavia durante la cattiva stagione, e che di mal animo teneva oziosa
una così numerosa armata, aveva date a Giovanni Stuard, duca d'Albanì,
dugento lance, seicento cavaleggieri ed otto mila pedoni, perchè
s'incamminasse alla volta di Napoli[118].
[118] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 376. — Fr. Guicciardini, l.
XV, p. 283. — Gal. Capella, l. IV, f. 43. — P. Parata, l. V, p. 343.
— Arn. Ferroni, l. VII, p. 149. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p.
359. — Jac. Nardi, l. VII, p. 308. — Ben. Varchi, l. II, p. 23._
Tosto che la fazione francese nel regno di Napoli ebbe sentore della
mossa del duca d'Albanì, cominciò subito a sollevarsi; i baroni
angiovini, la città dell'Aquila e tutti gli Abruzzi, sembravano
apparecchiati a tentare una rivoluzione. Il consiglio di Napoli scrisse
al signore di Lannoy, che, se non voleva perdere il regno affidatogli,
doveva sollecitamente ricondurvi l'armata imperiale per respingere
l'invasione straniera, e contenere i malcontenti. Infatti il vicerè,
spaventato da questi avvisi, voleva accorrere alla difesa del suo
territorio; ma vi si oppose il marchese di Pescara onde non
s'indebolisse l'armata di Lombardia. Egli dimostrò che conveniva
difendere Napoli e Pavia, conciossiachè un solo vantaggio avuto sopra
Francesco I bastava per richiamare il duca d'Albanì anche vittorioso,
mentre invece, ove pure il duca rimanesse perdente nel regno di Napoli,
i di lui rovesci non potrebbero por fine alla guerra di Lombardia. Si
prese quindi il partito di mandare a Napoli il duca di Traietto con
ordine di levare contribuzioni nel paese, e di provvedere nel miglior
modo che potrebbe alla difesa del regno colle sole milizie nazionali,
mentre che si terrebbero in Lombardia tutte le forze imperiali[119].
[119] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 377 — Fr. Guicciardini, l. XV,
p. 285. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 361 — Fr. Belcarii, l.
XVIII, p. 548. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 354._
L'assedio di Pavia procedeva poco vigorosamente, perchè i Francesi
cominciavano a mancare di munizioni: dall'altro canto il duca d'Albanì
attraversava l'Italia con estrema lentezza, accrescendo così fede
all'universale opinione, che piuttosto cercasse d'intimorire
gl'Imperiali, che di fare realmente la conquista del regno. Pure la sua
marcia serviva ai Francesi per formare nuove alleanze, facendo
dichiarare per loro i deboli stati, che il solo timore aveva strascinati
nella lega dell'imperatore. Alfonso d'Este, duca di Ferrara, domandò di
essere nuovamente ricevuto sotto la protezione francese, e la comperò
con un sussidio di settanta mila fiorini, venti mila de' quali vennero
pagati in munizioni d'artiglieria. Giovanni de' Medici, il celebre
comandante delle bande nere, venne incaricato di condurre a Pavia queste
munizioni; egli aveva di fresco mutato nuovamente partito, lagnandosi
d'essere stato dagl'Imperiali trascurato nella precedente campagna, ed
era giunto al campo francese il 4 di dicembre colla formidabile sua
truppa. Il duca d'Albanì penetrava in Toscana per la via della
Garfagnana. In principio di gennajo gli si unì Renzo di Ceri con tre
mila fanti italiani sbarcati da una flotta francese. Lucca gli pagò
dodici mila ducati e gli diede alcuni cannoni. Firenze lo accolse come
generale di una potenza amica; Siena non solo acquistò la protezione
della Francia con una contribuzione, ma dovette acconsentire al richiamo
del figlio di Pandolfo Petrucci, nelle di cui mani Clemente VII
desiderava di vedere riposto il governo di quella città. Finalmente il
papa, quando l'Albanì fu vicino a Roma, pubblicò il trattato di
neutralità conchiuso colla Francia, e fin allora tenuto segreto[120].
[120] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 287. — Gal. Capella, l. IV, f. 44
e 49. — Arnoldi Ferroni, l. VII, p. 150. — Rayn. Ann. Eccl. 1525, §
75, p. 450. — Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 123.
— Jac. Nardi Ist. Fior., l. VII, p. 309._
Ma sebbene il duca d'Albanì fosse entrato nello stato di Roma, e che
assoldasse nuovi fanti nelle terre degli Orsini, mentre che dal canto
loro i Colonna ne assoldavano altri a Marino per difendere il regno di
Napoli, gli occhi di tutta l'Europa non erano volti a questi
avvenimenti, ma soltanto a ciò che accadeva in Lombardia. Il Borbone era
colà tornato verso la metà di gennajo, conducendo dalla Germania
cinquecento cavalli borgognoni e sei mila fanti che gli erano stati dati
dall'arciduca Ferdinando, con un corpo di quasi altrettanti volontarj
assoldati dalle città imperiali e dalla nobiltà immediata. Marco Sittich
d'Embs e Niccolò, conte di Salm, comandavano i primi, Giorgio Frundsberg
gli altri. I Veneziani, che non eransi obbligati che ad una perfetta
neutralità, loro accordarono il libero passaggio[121].
[121] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 374. — Gal. Capella, l. IV, f.
45. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 289. — Arn. Ferroni, l. VII, p.
150. — Marco Guazzo Ist. de' suoi tempi, f. 6. — G. Frundsberg, B.
II, f. 39._
Dopo avere ricevuto questo rinforzo, l'armata imperiale si trovò
superiore a quella di Francia, ma mancava assolutamente di danaro; Carlo
V, seguendo la sua pratica, non ne mandava nè dalla Spagna, nè dalla
Fiandra: non poteva somministrarne il regno di Napoli chiamato a
difendere sè medesimo; il ducato di Milano, che fin allora aveva
mantenuto l'armata, oltre l'essere interamente ruinato, era in gran
parte occupato da' Francesi; e gli stati indipendenti d'Italia non
pagavano più le contribuzioni loro precedentemente estorte a viva forza.
In Pavia Antonio di Leiva non aveva più polvere, mancava di vino e
d'ogni altra vittovaglia, ad eccezione del pane. I soldati, anche prima
che cominciasse l'assedio, non ricevevano da lungo tempo il loro soldo,
e di già cominciavano a domandarlo con minacciose grida, onde Leiva
temeva che non dessero la città ai nemici. Prese perciò tutti gli
argenti delle chiese, e ne coniò una nuova moneta che loro distribuì; il
Pescara trovò il modo di fargli passare tre mila ducati, la quale
piccola somma servì a far credere agli assediati che il danaro pel loro
soldo si trovava nel campo imperiale; ma ch'era quasi impossibile il
farlo giugner loro a traverso alle linee degli assedianti. Finalmente il
comandante de' Tedeschi, il conte Eitel Federico di Zollern, il di cui
nome viene dal Giovio travisato sotto quello d'Azornio, avendo eccitata
la diffidenza di Antonio di Leiva, fu da lui avvelenato in un
pranzo[122].
[122] _Gal. Capella, l. IV, f. 42, 44, 46. — P. Jovii vita Davali,
l. V, p. 372. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 289. — Mém. de M. du
Bellay, l. II, p. 379. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 149. — Georg. von
Frundsberg Kriegzsthaten, B. II, f. 40._
Il marchese di Pescara, Lannoy, e Borbone, sentivano ancora più
vivamente il bisogno del danaro per l'armata con cui pensavano di far
levare l'assedio di Pavia. Non solo era dovuto il soldo a tutte le loro
truppe da molti mesi, ma non ne avevano abbastanza per far trasportare
l'artiglieria, per provvedere alcune vittovaglie, nell'istante in cui,
volendo trar fuori le truppe da' quartieri d'inverno, più non sarebbero
alimentate dagli abitanti. Però i generali imperiali sentivano la
necessità di attaccare il campo francese prima che il re ricevesse le
nuove truppe che faceva levare nella Svizzera, in Italia ed in Francia,
prima che la miseria inducesse gli assediati a capitolare, e prima che
per mancanza di pagamento le loro truppe si disperdessero[123].
[123] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 378. — Fr. Guicciardini, l.
XV, p. 289. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 345. — Fr. Belcarii, l.
XVIII, p. 550._
Il marchese di Pescara cercò di calmare i soldati, i quali avevano
dichiarato che non uscirebbero da' quartieri d'inverno finchè non
sarebbero loro pagati i mesi arretrati. Cominciò col risvegliare il
naturale orgoglio degli Spagnuoli, il loro odio verso i Francesi e la
loro cupidigia, promettendo loro le ricche spoglie dell'armata reale.
Dopo avere ottenuta la loro promessa di servire ancora un intero mese
senza soldo, adducendo il loro esempio si volse ai Tedeschi, e gli
esortò a mostrare la medesima generosità in una causa in cui erano più
particolarmente interessati, poichè trattavasi di liberare i loro
compatriotti assediati in Pavia. Giorgio Frundsberg, il di cui figliuolo
Gaspare era chiuso in Pavia con Antonio di Leiva, fece con tutto il suo
zelo e con tutto il suo credito valere questo motivo presso i suoi
compatriotti, e fece in modo che ottenne da loro la medesima promessa
che il Pescara aveva ottenuto dagli Spagnuoli. Solo restavano a
persuadersi gli uomini d'armi ch'erano a Soncino con Carlo di Lannoy, i
quali si mostravano meno docili degli altri. Il loro orgoglio era
umiliato, perchè non avevano avuto occasione di mostrare il proprio
valore nelle precedenti campagne. Il Pescara aveva riposta tutta la sua
fiducia nella fanteria, ed in particolar modo ne' fucilieri ed
archibugieri spagnuoli da lui formati; e gli uomini d'armi, lasciati
oziosi, erano non infrequentemente l'oggetto della derisione de' pedoni.
Per persuaderli a marciare, d'uopo fu che il Pescara e gli altri capi
dividessero tra gli uomini d'armi il privato loro danaro. Egli
finalmente ottenne in tal modo che raggiugnessero il restante
dell'armata; e il 25 di gennajo si pose in cammino da Lodi per
Marignano[124].
[124] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 379. — Gal. Capella, l. IV, f.
47. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 290. — Mém. de M. du Bellay, l.
II, p. 379._
Il re, avvisato della marcia dell'armata imperiale, suppose dapprima che
fosse intenzionata di occupare Milano, ma quando seppe che, partendo da
Marignano, aveva piegato a sinistra lungo il Lambro per avvicinarsi a
Pavia, richiamò da Milano all'armata La Tremouille e Lescuns, ed adunò
un consiglio di guerra per risolvere intorno al partito da prendersi.
Tutti i più vecchi generali, La Palisse, Galeazzo di Sanseverino, La
Tremouille, Teodoro Trivulzio, il duca di Suffolck della Rosa Bianca, ed
il bastardo Renato di Savoja, si sforzavano di far sentire al re che la
peggiore situazione era quella di aspettare d'essere attaccato nel
proprio campo, tra una città assediata, ove trovavasi una grossa
guarnigione, ed un'armata più numerosa della sua; che non doveva tardare
a levare l'assedio di Pavia, portando l'armata tra questa città e Milano
a Binasco o alla Certosa; che il paese, tutto intersecato di canali,
offriva molti vantaggiosi accampamenti, e ch'era facile lo sceglierne
uno, in cui la sua armata tutt'adunata non potrebb'essere attaccata
senza un eccesso di temerità; che gl'imperiali, senza danaro e senza
viveri, non potrebbero lungamente tenersi in campagna, e che l'imbarazzo
loro verrebbe accresciuto col ricevere nel proprio campo la guarnigione
di Pavia, cui si era fatto credere che il soldo fosse in pronto, e la
quale, non ricevendo danaro dopo tante privazioni, ecciterebbe
facilmente una sollevazione in mezzo a truppe tutte egualmente
malcontente; che bastava guadagnare tempo per ottenere tutti i frutti
della più compiuta vittoria; e che, se la disperazione riduceva il
Pescara a cercare la battaglia, la più comune prudenza insegnava al re a
schivare ciò che il suo nemico desiderava[125].
[125] _P. Jovii vita Piscarii, l. VI, p. 390. — Arn. Ferroni, l.
VII, p. 151. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 291. — Martin du Bellay,
l. II, p. 385._
Ma Francesco I non ascoltava che Bonnivet, perchè questi lo intratteneva
sempre della sua gloria. Indegna cosa sarebbe, questi gli diceva, della
maestà di un re di Francia di lasciarsi dagli stessi nemici svolgere dai
suoi disegni, di rinculare quand'essi avanzavano, e di abbandonare
un'impresa che si era impegnato di condurre a fine in faccia a tutta
l'Europa. Che i generali ordinarj potevano lasciarsi guidare da queste
comuni considerazioni di prudenza o di tattica militare; ma che,
trovandosi compromessa la maestà reale, l'onore della corona doveva
essere la prima base dell'arte della guerra. Dietro una così fallace
opinione dell'onore e del dovere di un re, Francesco I risolse di
continuare l'assedio di Pavia in presenza del nemico, contro il parere
de' suoi più sperimentati generali, e contro le istanze del papa[126].
[126] _P. Jovii vita Davali, l. VI, p. 391. — Fr. Guicciardini, l.
XV, p. 292. — Mém. de la Tremouille, c. XXI, p. 231. — Gal. Capella,
l. IV, f. 51. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 151. — Georg. von
Frundsberg, B. III, f. 45._
Francesco I ristrinse il suo accampamento, e ne guarnì i trinceramenti
con una formidabile artiglieria, credendo in tal modo essersi posto in
sicuro contro ogni attacco. Quando era cominciato l'assedio aveva divisa
la sua armata in tre campi. Il primo a san Lanfranco, dove comandava in
persona, era posto in su la sinistra del Ticino, dalla banda in cui
giugne a' piedi delle mura della città; il secondo, in cui comandava La
Palisse, era egualmente sulla sinistra del Ticino, ma sotto alla città;
il terzo sotto gli ordini di Montmorencì era in su la destra del Ticino
nell'isola che forma col Gravellone. Francesco I, avvicinandosi
gl'imperiali, abbandonò il suo campo di san Lanfranco, e si unì a La
Palisse, chiamandovi ancora il Montmorencì, e non lasciando nell'isola
che un piccolo corpo di truppe sotto gli ordini del signore di Clermont.
Per tal modo tutte le sue forze si trovarono riunite in un solo campo al
levante della città, in riva al Ticino, e sulla strada che tenevano i
nemici. Era questo campo fortificato in faccia, verso Lodi, da un
parapetto e da una fossa che stendevasi fino al fiume, a destra dal
Ticino, ed a sinistra dal muro di un vasto parco, che circondava la casa
di caccia dei duchi di Milano a Mirabello. Il re fece in tre luoghi
atterrare questo muro, onde formare altrettante porte, per le quali
poteva entrare nel parco; il rimanente del muro serviva di difesa al suo
campo, e chiudeva ai nemici la via della città[127].
[127] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 383. — Fr. Guicciardini, l.
XV, p. 292. — Mém de M. du Bellay, l. II, p. 383. — Arn. Ferroni, l.
VII, p. 152. — Garnier. Hist. de France, l. XII, p. 325. — Rap.
Thoyras Hist. d'Angl., l. XV, p. 203._
Il Pescara, cui Borbone e Lannoy, tratti dall'irresistibile sentimento
della superiorità de' di lui talenti, avevano abbandonata la direzione
dell'attacco andava frattanto avvicinandosi, ma lentamente e con
precauzione, all'armata reale. Aveva trovato in sul passaggio del Lambro
il castello di sant'Angelo difeso da Pirro da Bozzolo, fratello di
Federico, con dugento cavalli ed ottocento fanti. Sebbene questo posto
fosse fortissimo, e che il re, che lo aveva fatto di fresco riconoscere,
si tenesse sicuro che resisterebbe lungamente, il Pescara lo prese in un
giorno, essendo entrato egli stesso il secondo per la breccia nella
piazza, colla temerità di un granatiere, piuttosto che colla prudenza di
un generale[128].
[128] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 382. — Gal. Capella, l. IV, f.
48. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 293. — Du Bellay, l. II, p. 381. —
Georg von Frundsberg, B. III. f. 42._
Circa lo stesso tempo altre perdite indebolirono successivamente
l'armata del re. Egli aveva ordinato al marchese di Saluzzo di condurgli
sollecitamente da Savona, dov'egli trovavasi, quattro mila Italiani
precedentemente destinati contro Genova. Questi, attraversando senza
precauzione l'Alessandrino, furono sorpresi nel passare la Bormida da
Gaspare Maino, comandante delle truppe dello Sforza, ed interamente
disfatti o fatti prigionieri[129]. Gian Luigi Palavicino con un corpo
ancora più numeroso lasciossi sorprendere il 18 di febbrajo a Casal
maggiore, di dove avanzavasi per attaccare Cremona, e fu pure fatto
prigioniere[130]. Finalmente Giovan Giacomo Medici, milanese, il quale
non apparteneva alla famiglia fiorentina dello stesso nome, riuscì con
uno stratagemma a privare il re dell'assistenza di sei mila Grigioni,
che servivano nel di lui campo. Costui sorprese la città ed il castello
di Chiavenna all'estremità del lago di Como[131], e con tale inaspettato
attacco spaventò talmente la lega grigia, che dessa ordinò a tutti i
Grigioni che trovavansi nell'armata del re di accorrere in difesa della
loro patria; e questi furono accompagnati da alcuni battaglioni
svizzeri, i quali dichiaravano che il loro più pressante dovere era
quello di soccorrere i loro confederati[132].
[129] _P. Jovii vita Davali, l. VI, p. 389. — Gal. Capella, l. IV,
f. 49. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 293. — Mém de M. du Bellay, l.
II, p. 383._
[130] _Gal. Capella, l. IV, f. 50. — Fr. Guicciardini, l. X, p. 293.
— Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 386._
[131] Per abbaglio l'originale dice Lago Maggiore. _N. d. T._
[132] _Gal. Capella, l. IV, f. 49. — Fr. Guicciardini, l. XV, p.
294. — Du Bellay, l. II, f. 383. — P. Jovii vita Davali, l. V, p.
388. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 553. — Arnoldi Ferroni, l. VII, p.
154. — Jac. Nardi, l. VII, p. 308. — Ben. Varchi, l. II, p. 23._
L'armata imperiale andava sempre più accostandosi a Pavia. Il primo di
febbrajo era venuta ad accamparsi a Vistarino; il 3 dello stesso mese si
stabilì nei prati di santa Giustina, due miglia e mezzo distante dalla
città, e ad un solo miglio da' corpi avanzati dell'armata francese. Le
due armate trovaronsi in allora così vicine, che potevano cannonarsi
senz'uscire da' loro campi. Un fiumicello, detto la Vernacula, li
separava, e perchè era profondo ed aveva le rive alquanto alte serviva
egualmente di difesa agli uni ed agli altri. Ma il Pescara non si era
tanto avvicinato che per venire a battaglia, onde andava studiando le
posizioni de' Francesi; si avanzava frequentemente sotto il loro fuoco
per meglio conoscerle, e per sapere a quale corpo particolare era
affidata cadauna parte del campo. Per tal modo aveva conosciuto che
sarebbe quasi impossibile di sforzare i Francesi ne' loro trinceramenti;
perciò gli andava stancheggiando con continue scaramucce di giorno e di
notte, e lusingavasi che alcuna di quelle parziali zuffe potrebbe
cambiarsi in generale battaglia. Infatti più d'una volta le due armate
si mossero interamente per un accidentale attacco. Un branco di montoni,
preteso da ambo le parti, fu in sul punto di cagionare una battaglia
generale; pure dopo che Lannoy e Borbone, che Bonnivet e lo stesso
Francesco I furono entrati nella mischia, le due armate si ritirarono
nel proprio campo press'a poco con eguale danno[133].
[133] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 385. — Marco Guazzo Ist. de'
suoi tempi, f. 7. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 294. — Gal. Capella,
l. IV, f. 51. — Mém. de la Tremouille, c. XXI, p. 232. — Arn.
Ferroni, l. VII, p. 154._
Ma il più delle volte gli attacchi del Pescara avevano più felici
risultati: egli sorprese consecutivamente i Landsknecht della banda nera
comandati dal duca di Suffolck, indi gl'Italiani della banda nera di
Giovanni de' Medici. Questi per vendicarsi tirò in un'imboscata una
sortita della guarnigione di Pavia; ma mentre, dopo averle uccisa molta
gente, stava indicando a Bonnivet il campo di battaglia, e gli andava
spiegando le sue disposizioni, fu il 20 di febbrajo ferito in una coscia
così dolorosamente da una palla, che fu costretto d'abbandonare
l'armata, facendosi trasportare a Piacenza per esservi medicato[134].
[134] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 387. — Fr. Guicciardini, l.
XV, p. 296. — Gal. Capella, l. IV, f. 51. — Mém. de M. du Bellay, l.
II, p. 387. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 153._
In mezzo al ricinto, le di cui gagliarde muraglie coprivano uno de'
fianchi del campo francese, era fabbricato il palazzo di Mirabello,
antica casa di caccia dei duchi di Milano. Il re vi aveva mandato, come
in luogo più lontano da' pericoli, i suoi ministri ed ufficiali che
seguivano il campo senz'essere addetti alla milizia, come pure Aleandro,
legato del papa. Varj mercanti e magazzinieri avevano nello stesso luogo
aperta una specie di fiera, e vi erano protetti dagli uomini d'armi
della retroguardia. Disperando il Pescara di forzare i trinceramenti del
campo francese, formò il progetto di penetrare nel parco e di avanzarsi
sopra Mirabello. Se ciò gli riusciva, contava in appresso di circondare
l'armata francese dalla parte sinistra, e di aprirsi una comunicazione
colla guarnigione di Pavia. Se il re voleva vietargliene il passaggio,
era forzato di rinunciare al vantaggio de' suoi trinceramenti per dargli
battaglia nel parco. Però affinchè l'affare si rendesse generale,
bisognava per altro che il Pescara facesse entrare la sua armata nel
parco prima che i Francesi avessero sentore del suo progetto, altrimenti
ne avrebbero difese le muraglie collo stesso vantaggio con cui
difendevano i loro trinceramenti. Incaricò adunque lo spagnuolo Salsede
di fare nella notte che precedeva il 25 di febbrajo una breccia nelle
mura del parco, non già coll'artiglieria, onde non levare a rumore tutto
il campo nemico, ma col montone e cogli zappatori, facendo nello stesso
tempo eseguire altri attacchi in diversi luoghi per traviare
l'attenzione, e soffocare il fracasso; indi avvertì Antonio di Leiva di
tentare una sortita ad un convenuto segnale[135].
[135] _P. Jovii vita Davali, l. VI, p. 393. — Fr. Guicciardini, l.
XV, p. 297. — Gal. Capella, l. IV, f. 52. — Mém, de M. du Bellay, l.
II, p. 389. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 154. — Georg. von Frundsberg
Kriegsthaten, B. III, f. 46._
Soltanto a due ore prima di giorno si trovò la breccia aperta nella
muraglia del parco. Il Pescara, che aveva fatta indossare a tutti i suoi
soldati una camicia bianca sopra le armi, onde si riconoscessero
nell'oscurità, fece da prima entrare nel parco Alfonso d'Avalos,
marchese del Guasto, suo cugino, con sei mila fanti tedeschi, spagnuoli
ed italiani, e tre squadroni di cavalleria, ordinandogli di portarsi
direttamente sopra Mirabello. Lo stesso Pescara gli tenne dietro con un
secondo corpo d'armata composto di fanteria spagnuola. Il Lannoy ed il
contestabile di Borbone conducevano il terzo ed il quarto corpo, tutto
formato di Tedeschi. Gl'imperiali erano di già entrati nel parco, senza
che i Francesi si fossero accorti del loro disegno. Ma finalmente questi
si erano mossi e posti in ordine di battaglia, onde gl'imperiali, per
portarsi a Mirabello, dovevano passare sotto il fuoco dell'artiglieria
francese, diretta da Giacomo Galliot, siniscalco d'Armagnacco. Siccome
gl'imperiali correvano per sottrarsi più presto alle continue scariche,
il re credette che fuggissero, ed uscì dalle sue linee per caricarli.
Fidavasi nella superiorità della sua cavalleria in una pianura
accomodata alle grandi evoluzioni; ma con tale movimento venne a
cuoprire la sua artiglieria, la forzò a sospendere il fuoco, e trovò la
cavalleria nemica frammischiata agli archibugeri spagnuoli, le di cui
scariche atterrarono bentosto non pochi de' suoi più valorosi
cavalieri[136].
[136] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 390. — Fr. Belcarii, l.
XVIII, p. 554. — P. Jovii vita Davali, l. VI, p. 394._
Quando il Pescara vide attaccata la battaglia, fece richiamare il
marchese del Guasto; ma questi, sentendo il cannone, aveva prevenuti i
suoi ordini e di già si trovava in linea. L'armata imperiale poteva in
allora contare sedici mila tra fanti spagnuoli e tedeschi, mille
italiani e mille quattrocento cavalli. Francesco I credeva di avere
nella sua mille trecento lance, e venticinque mila fanti; ma era
ingannato da' suoi capitani e dagl'ispettori alle reviste, i quali gli
facevano pagare il soldo di moltissimi soldati che più non esistevano, o
che mai non avevano esistito[137]. Francesco I affidò a Bussì d'Amboise
la custodia del suo campo e la sua difesa contro le sortite d'Antonio di
Leiva; oppose i suoi Svizzeri ai Tedeschi, ed i suoi Landsknecht delle
bande nere agli Spagnuoli. Nel cominciamento della battaglia Philippe di
Chabot e Federico da Bozzolo presero cinque cannoni agli Spagnuoli, e la
banda nera de' Landsknecht respinse fino nella Vernacula un corpo di
cavalleria leggiere: ma questi medesimi vantaggiosi avvenimenti
tornarono in danno de' Francesi; perciocchè gli uomini d'armi, credendo
vinta la battaglia, slanciaronsi disordinatamente addosso ai nemici,
sguarnirono i fianchi degli Svizzeri e de' Landsknecht, che dovevano
proteggere, e fecero cessare affatto il fuoco dell'artiglieria francese,
nella quale stava la vera superiorità di Francesco I[138].
[137] _Fr. Guicciardini l. XV, p. 290. — Mém. de la Tremouille, c.
XXI, p. 230. — Anon. Padov. presso il Murat. Ann., l. X, p. 183._
[138] _P. Jovii vita Davali, l. VI, p. 397. — Mém. de M. du Bellay,
l. II, p. 391. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 155. — Fr. Belcarii, l.
XVIII, p. 554. — Georg. von Frundsberg, B. III, f. 47._
Terribile fu questa carica degli uomini d'armi: giammai nelle guerre
d'Italia non erasi combattuto con maggiore accanimento; nè mai infatti
non furono attaccati alla sorte d'una sola battaglia più grandi destini.
Si fu in quest'urto che Ferdinando Castriotto, marchese di sant'Angelo,
ultimo discendente di Scanderbeg, fu ucciso, per quanto si disse, dallo
stesso Francesco I. Gli uomini d'armi borgognoni, giunti di fresco dalla
Germania col contestabile di Borbone furono posti in fuga; e già
parevano dover presto cedere anche gli squadroni di Lannoy e di Borbone,
allorchè ottocento fucilieri spagnuoli diretti dal Pescara si sparsero
sui fianchi degli uomini d'armi francesi, ed uccisero tanti cavalieri
che gli altri dovettero separarsi. Quando gli uomini d'armi tornavano
poi ad unirsi per dar addosso ai fucilieri, questi disperdevansi
egualmente, e colla loro agilità si sottraevano sempre ad un nemico che
non cessavano di molestare. Frattanto il marchese del Vasto,
approfittando del disordine della cavalleria francese, aveva attaccata
l'ala destra composta di Svizzeri comandati da Montmorencì. Questi non
sostennero l'antica loro riputazione, malgrado gli sforzi del
Montmorencì e del maresciallo di Fleuranges, che furono ambidue fatti
prigionieri; essi vilmente fuggirono. Giovanni di Diesbach, il primo de'
loro capitani, piuttosto che partecipare al loro disonore, non avendo
potuto trattenerli, si gettò a corpo perduto fra i nemici e si fece
uccidere. I Landsknecht della banda nera resistettero soli da questo
lato all'attacco degl'imperiali; ma, chiusi da un accorto movimento di
Frundsberg in mezzo a tre battaglioni, furono quasi tutti uccisi. Colà
perirono con Longman d'Ausburgo, loro comandante, Riccardo di Suffolck
della Rosa Bianca, pretendente al trono d'Inghilterra, Francesco di
Lorena, fratello del duca regnante, Wirtemberg di Lauffen, e Teodorico
di Schomberg, fratello del primo segretario di Clemente VII. La Palisse
scavalcato, e di già fatto prigioniere, fu ucciso da un soldato
spagnuolo; La Tremouille cadde morto presso al re per un colpo
d'archibugio; Galeazzo di Sanseverino, grande scudiere, che cercava di
trattenere i fuggitivi, fu pure ucciso in sugli occhi del re.
L'ammiraglio Bonnivet, dopo aver inutilmente tentato di riordinare gli
Svizzeri, e non volendo sopravvivere ad una sconfitta di cui sentivasi
colpevole, corse a visiera alzata ove i nemici erano più fitti, e cadde
ferito da più colpi di spada nel volto. Il re, avendo di già perduta la
maggior parte de' suoi commilitoni, si andava valorosamente difendendo
colla sua spada; ma mentre spingeva il suo cavallo verso il ponte della
Vernacula, questo cavallo, ferito in più luoghi, cadde presso Diego
Abila e Giovanni d'Urbieta, che senza conoscere Francesco vollero farlo
prigioniero. La Mothe Hennuyer, che lo riconobbe sebbene ferito nel
viso, gli propose di arrendersi al duca di Borbone; ma Francesco domandò
il vicerè signore di Lannoy, ed a lui solo acconsentì di consegnare la
spada[139].
[139] _P. Jovii vita Ferd. Davali, l. VI, p. 398, 401. — Lettere de'
Principi. Pavia, 24 febbrajo 1525, t. I, f. 151. — Fr. Guicciardini,
l. XV, p. 297. — Gal. Capella, l. IV, f. 52. — Mém. de la
Tremouille, c. XXI, p. 236. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 392. —
Arn. Ferroni, l. VII, p. 155. — Jac. Nardi, l. VII, p. 310. — Georg.
von Frundsberg, B. III, f. 47._
Poichè i Francesi intesero la prigionia del re, più non fecero
resistenza, e più non cercarono che di salvare la propria vita; ma i
vincitori si mostrarono senza pietà, ed in particolare quelli della
guarnigione di Pavia, che non ebbero parte nella battaglia che quando i
nemici erano in fuga, uccidendo barbaramente coloro che i loro
commilitoni avevano vinti. Molti Svizzeri, per sottrarsi al furore degli
Imperiali, gettaronsi nel Ticino, in cui, non sapendo la maggior parte
nuotare, miseramente perirono. Bussì d'Amboise ricondusse sul campo di
battaglia la truppa che gli era stata data per la guardia del campo, ma
fu dispersa da' Tedeschi di Frundsberg, ed egli medesimo ucciso.
Contaronsi tra i morti Giacomo di Chabanes, Lescuns, maresciallo di
Foix, Aubignì, il conte di Tonnerre, una ventina de' più grandi signori
di Francia, e circa otto mila soldati. Trovavansi tra i prigionieri il
re di Navarra, il bastardo di Savoja, Anna di Montmorencì, Francesco di
Borbone, conte di san Paolo, Filippo di Chabot, Laval, Chandieu,
Ambricourt, Fleuranges, Federico da Bozzolo, due Visconti, e moltissimi
altri signori. Gl'imperiali non avevano perduti che settecento
uomini[140].
[140] _P. Jovii vita Davali, l. VI, p, 402. — Lett. de' Principi, t.
I, f. 152. — Gal. Capella, l. IV, f. 52. — Mém. de la Tremouille, c.
XXI, p. 236. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 395. — Arn. Ferroni,
l. VII, p. 156. — Georg. von Frundsberg, B. III, f. 49._
Il duca d'Alenson, cognato del re, che aveva il comando della
retroguardia, abbandonò i suoi equipaggi, e si ritirò nel Piemonte con
una celerità che fece grandissimo torto alla sua riputazione, onde egli
morì bentosto accorato di dolore e di vergogna. Il conte di Clermont,
che comandava nell'isola del Ticino, passò il Gravellone, si fece
tagliare i ponti alle spalle, e ritirossi in buon ordine. Teodoro
Trivulzio, alla prima notizia dell'infelice fine della battaglia, evacuò
immediatamente Milano, e ritirossi per il lago Maggiore senz'essere
inquietato da' nemici. Prima che terminasse il giorno in cui si diede la
battaglia, i Francesi marciavano già da tutte le parti per uscire dal
ducato di Milano, senza che gl'imperiali pensassero ad inseguirli.
Questi adunavano il ricchissimo bottino che fu per loro il frutto della
vittoria, e pensavano a porre in luogo sicuro il loro prigioniere, che
deposero sotto una stretta guardia nel castello di Pizzighettone,
prodigandogli per altro la testimonianza del loro rispetto e della loro
compassione[141].
[141] _P. Jovii vita Davali, l. VI, p. 403-406. — Fr. Guicciardini,
l. XV, p. 298. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 157. — Jac. Nardi, l. VII,
p. 311. — P. Bizarro, l. XIX, p. 460. — Scip. Ammirato, l. XXX, p.
354. — Ben. Varchi, l. II, p. 24. — Rayn. An. Eccl. 1525, § 80, p.
451. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 345. — Georg. von Frundsberg
Kriegzsthaten, B. III, f. 50._