_Elezione e papato d'Adriano VI; sconfitta de' Francesi alla
Bicocca; convenzione di Cremona, in forza della quale sgombrano
l'Italia; i Veneziani si staccano dalla Francia; ingresso di
Bonnivet in Lombardia; morte di Adriano VI._
1521 = 1523.
La guerra riaccesa in Italia dalla inconsiderata ambizione di Leon X
doveva, a seconda de' suoi risultamenti, decidere se gl'Italiani
rimarrebbero una nazione indipendente, o se caderebbero sotto il giogo
di quegli stranieri ch'essi chiamavano barbari. Non trattavasi al
presente della divisione di alcune province tra potentati che potevansi
risguardare come compatriotti, ma della intera nazione e della sua
medesima esistenza. Nè i più grandi interessi della patria loro
trattavansi oramai tra gl'Italiani; chè tutte le potenze d'Europa si
occupavano della futura sua sorte; e le cagioni degli avvenimenti che
cambiavano i destini dell'Italia dovevano cercarsi in lontani paesi.
Poichè potenze così formidabili quali erano le monarchie di Francia, di
Spagna, di Germania, d'Inghilterra erano entrate in campo, le piccole
sovranità d'Italia sentirono la comparativa loro debolezza, la quale era
smisuratamente cresciuta a cagione delle ruinose guerre che da oltre
venticinque anni desolavano questa infelice contrada. Avevano tali
guerre consumate tutte le sue ricchezze, e distrutti i mezzi di
riproduzione in un paese in addietro il più fertile, in allora il più
sgraziato dell'Europa: onde Venezia, Firenze, Siena e Lucca che
conservavano tuttavia il nome di repubbliche; i duchi di Milano, di
Savoja, di Ferrara, ed i marchesi di Mantova e di Monferrato che si
chiamavano ancora sovrani, aspettavano tremanti che la loro sorte fosse
decisa dalla politica, dai trattati, o dalle armi degli oltremontani.
Soltanto la sede pontificia si era innalzata in tempo del decadimento
degli altri stati italiani. Le conquiste di Alessandro VI, di Giulio II
e di Leon X avevano assoggettate ai pontefici province effettivamente
indipendenti, sebbene di nome riconoscessero la supremazia della santa
sede. Quando in appresso si trovarono aggiunte allo stato della Chiesa
Parma, Piacenza, Modena e Reggio; quando in pari tempo il capo di questa
Chiesa signoreggiava come assoluto padrone la repubblica fiorentina, i
suoi stati sorpassarono di lunga mano in estensione, in popolazione ed
in ricchezze quelli de' più potenti principi che l'Italia avesse veduto
innalzarsi dal principio del _medio ævo_. I re di Napoli, i duchi di
Milano, o la repubblica di Venezia, non avevano mai disposto di tante
forze, principalmente quando si pongano in conto le grandissime entrate,
che la camera apostolica sapeva ritrarre dalla superstizione de' popoli
degli altri stati della Cristianità.
Se Leon X alla profonda dissimulazione che lo faceva risguardare come un
grande politico non avesse associata la prodigalità di principe nuovo e
la inconsideratezza di un uomo dedito ai piaceri, avrebbe facilmente
potuto mantenere l'equilibrio tra le due potenze che si contendevano
l'Europa; avrebbe fatta rispettare non solo la neutralità de' proprj
stati, ma ancora di quegli altri che volontariamente si fossero posti
sotto la sua protezione; e tutti i popoli d'Italia si sarebbero
procacciato a gara questo vantaggio. I diversi avvenimenti d'una lunga
contesa che doveva durare quanto il regno di Carlo V, gli avrebbero
somministrate molte opportunità per rialzare l'indipendenza nazionale:
egli non avrebbe avuto bisogno per essere veramente grande, che del
sincero desiderio di voler il bene de' suoi compatriotti, inspirando
loro fiducia nella sua buona fede. Ma Leon X per una giovanile
ambizione, che non appoggiavasi a verun piano ben ragionato, e non era
sostenuta da veruna idea che portasse l'impronto della vera grandezza,
cooperò all'annientamento della libertà italiana, mentre lo scandaloso
traffico delle indulgenze, cui si appigliò per supplire alle smoderate
spese, scosse il trono pontificio, e staccò metà del Cristianesimo
dall'ubbidienza fin allora renduta a' suoi predecessori.
In tempo del suo regno e precisamente nel 1517, avea in Germania
cominciato la riforma colle prediche di Lutero. Ma sebbene questo
coraggioso novatore fosse di già passato dall'attacco contro le
indulgenze a dubitare dell'autorità del papa, a sovvertire tutta la
disciplina ecclesiastica, e finalmente alle controversie intorno al
medesimo domma, non aveva per anco tentato verun cambiamento nella
esteriore forma del culto; i suoi settatori non formavano una nuova
Chiesa, e non potevasi ancora fondatamente giudicare intorno alla
estensione del pericolo che minacciava da questo canto la corte di Roma.
Vero è che universale era il fermento di tutta la Germania. Presso i
popoli settentrionali la religione associavasi agli affetti del cuore;
si univa intimamente a tutto l'uomo; veniva esaminata dalla sua ragione,
riscaldata dal suo amore, ed ammessa per norma delle sue azioni.
Diversamente disposta rispetto alle idee religiose era la nazione
italiana, la quale dopo avere ammesso l'intero sistema dei dommi della
Chiesa, li riguardava come non soggetti ad ulteriore disamina, e
mostrava il suo rispetto per la fede col non prendersene verun pensiero.
Gli uomini di perduti costumi, siccome i più costumati, i più filosofi,
come i più superstiziosi, non muovevano mai dubbj intorno al complesso
delle dottrine della Chiesa; ma d'altra parte pochissima cura si
prendevano delle cose della fede, che non eccitava verun affetto nel
loro cuore, e niente influiva sulle azioni della loro vita. La religione
segregata affatto dal raziocinio, dalla sensibilità, dalla morale, dalla
condotta, altro omai non era che un'abitudine dello spirito, che
ordinava certe pratiche, e proscriveva certi pensieri.
In fatti la riforma eccitò in Italia alquanto di maraviglia e
d'inquietudine, ma niuna curiosità. Erano gl'Italiani accostumati a
resistere al papa, a fargli la guerra, a sprezzare le sue scomuniche;
sapevasi da molto tempo, che corrottissimi erano i costumi della sua
corte, perfida la politica, e che le più odiose passioni potevano
celarsi sotto il manto della religione. Il rimanente del clero non
godeva in Italia le immunità e le ricchezze del clero della Germania:
pure si era veduto commettere infami azioni; e perchè queste più non
erano cagione di scandalo, l'accusa diretta contro di lui più non
eccitava la sorpresa della novità. Coloro che volevano riformare la
disciplina passavano per entusiasti, che si adiravano contro il corso
ordinario delle cose del mondo; coloro, che attaccavano la dottrina,
passavano per insensati che sconvolgevano i fondamenti delle opinioni;
imperciocchè quelle basi medesime che il pregiudizio ha stabilite, e che
sottrae ad ogni esame, non sembrano agli uomini meno solide di quelle
fondate dalla ragione. Mentre che nuove dottrine fermentavano in tutta
l'Europa, verun Italiano non muoveva dubbj intorno a ciò che gli era
stato dato a credere, e passò ancora lungo tempo prima che qualche
opinione luterana valicasse le Alpi.
Lo stesso Leon X morì prima d'essersi formato una giusta idea del
pericolo ond'era minacciata la Chiesa romana per la sollevazione degli
spiriti in Germania; ma la morte lo sottrasse altresì a difficoltà, di
cui avrebbe assai più presto sentito il peso; ed erano quelle stesse che
si era procacciate colle sue inconsiderate prodigalità. Non solo egli
aveva dissipato il ragguardevole tesoro adunato da Giulio II, ed
impegnate tutte le gioje e tutti gli effetti preziosi di san Pietro; ma
aveva inoltre contratto un grosso debito, e venduti tanti nuovi impieghi
che i soli loro salarj avevano accresciute di quaranta mila ducati le
annue spese delle Chiesa[1].
[1] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 219._
Leon X sarebbesi trovato in grandissime difficoltà, dovendo continuare,
senza avere danaro, la guerra da lui cominciata in Lombardia; ma i
luogotenenti che lasciava morendo in sua vece, trovaronsi in una
situazione ancora più difficile che la sua. I cardinali di Sion e de'
Medici che avevano fin allora sostenuto il peso degli affari, si
affrettarono di abbandonare l'armata, per passare a Roma onde assistere
al conclave. Carlo V trovavasi abbastanza occupato dalla guerra che gli
facevano i Francesi ne' Paesi Bassi; la Castiglia si era ribellata, ed i
regni di Valenza e di Majorica erano desolati dalla guerra mossa ai
nobili dalle comunità, talchè tutte le forze della Spagna venivano
consumate da queste intestine discordie. La piccola armata che
l'imperatore teneva in Lombardia non era pagata; essendosi fin allora
fatta la guerra coi soli tesori della Chiesa; ed essendo questi mancati
tutt'ad un tratto, Prospero Colonna ed il marchese di Pescara furono
costretti di licenziare tutti i Tedeschi e tutti gli Svizzeri che
tenevano al loro soldo, ad eccezione di mille cinquecento uomini. Nello
stesso tempo gli ausiliari fiorentini che non erano chiamati in questa
guerra da un immediato interesse, e che ignoravano perfino se sarebbero
o no gli alleati del futuro pontefice, tornarono in Toscana[2].
[2] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 213. — Galeat. Capella de bello
Mediol., l. I, f. 15._
Se dal canto suo il signore di Lautrec non fosse stato abbandonato a
cagione della scandalosa negligenza di Francesco I, che d'altro non
prendevasi pensiero che de' suoi piaceri e delle sue galanterie, e che
non gli mandava danaro per pagare le truppe, avrebbe potuto facilmente
ricuperare Milano e tutte le piazze che aveva perdute. Aveva ancora
guarnigione ne' castelli di Milano, di Novara, di Trezzo e di
Pizzighettone; comandava in Cremona, in Genova, in Alessandria, in
Arona, ed in tutto il Lago Maggiore; ma senza danaro non poteva adunare
fanteria. Poco conto poteva fare de' suoi uomini d'armi scoraggiati; e
quando tentò di sorprendere la città di Parma, ove comandava lo storico
Guicciardini, fu respinto dalle sole compagnie della milizia[3].
[3] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 215. — P. Paruta Ist. Ven., l. IV,
p. 291. — Gal. Capella, l. I, f. 15._
Intanto scoppiavano in ogni parte degli stati della Chiesa ammutinamenti
o rivoluzioni. I piccoli principi, che Leon X aveva spogliati della loro
sovranità, invocavano l'ajuto de' loro partigiani per riavere lo stato
de' loro padri. Il duca di Urbino erasi collegato coi due fratelli
Baglioni, ed avevano, a spese comuni, adunati in Ferrara dugento uomini
d'armi, trecento cavaleggieri e tre mila fanti. Con questa piccola
armata attraversarono senz'ostacolo la Romagna. Il duca d'Urbino fu
ricevuto con entusiasmo dagli antichi suoi sudditi, e ricuperò senza
sguainare la spada il ducato d'Urbino, mentre che il contado di
Montefeltro, da Leon X ceduto ai Fiorentini, fu difeso dalle loro
guarnigioni. Orazio e Malatesta, figliuoli di Giampaolo Baglioni, si
presentarono ancor essi alle porte di Perugia. Vitello Vitelli, che ne
aveva il comando, fece una breve resistenza; perciocchè essendo stato
leggiermente ferito in un piede, colse avidamente questo pretesto per
farsi portare a Città di Castello sua patria, siccome colui che
copertamente desiderava che i feudatarj della Chiesa ricuperassero
l'antica indipendenza. Subito dopo la di lui partenza Siena capitolò, ed
aprì le porte ai figli di Baglioni il 5 gennajo del 1522. In pari tempo
Sigismondo di Varano scacciava da Camerino Giammaria della stessa
famiglia, cui Leone X aveva dato il titolo di duca di quel piccolo
stato, e vi si stabiliva in sua vece[4].
[4] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 220. — Mém. de du Bellay, l. II,
p. 195. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 342. — Orl. Malavolti Stor. di
Siena, p. III, l. VII, f. 121. — Fr. Belcarii, Comm., l. XVI, p.
510._
Gli emigrati di Todi vennero ricondotti in quella città a mano armata da
Camillo Orsini. Il duca d'Urbino dopo di essersi occupato pochi giorni a
ristabilire la propria autorità ne' suoi stati, volle altresì riporre in
Siena i figli di Pandolfo Petrucci; ma fu respinto dall'attività in
particolare de' Fiorentini, affezionati al cardinale de' Medici[5]. Nè
forse questi non avrebbero schivata una rivoluzione nella loro patria se
all'istante della morte di Leon X non avessero ordinato l'arresto nel
palazzo pubblico a tutti i cittadini più conosciuti pel loro
attaccamento alla libertà[6]. Sigismondo Malatesta, figliuolo di
Pandolfo, venne introdotto in Rimini dagli antichi partigiani di sua
famiglia, e per poco tempo ricuperò una sovranità, di cui suo padre era
stato privato vent'anni prima da Cesare Borgia[7]. Finalmente quello che
più aveva sofferto dalla nimicizia, quello che più d'ogni altro doveva
temere le ultime prosperità di Leone, Alfonso, duca di Ferrara, si
affrettò di ricuperare tutto quanto aveva perduto. Era costui colpevole
agli occhi del papa per avere pochi mesi prima impedita la conquista di
Parma con un'ardita diversione. Perciò dopo i primi felici avvenimenti
dell'armata di Prospero Colonna, una seconda armata pontificia era
venuta ad attaccare Finale e san Felice, ed aveva in appresso occupato
il Bondeno e saccheggiato; mentre che dalla banda della Romagna, gli
agenti della Chiesa s'impadronivano di Lugo, di Bagnacavallo, di Cento e
della Pieve; mentre i Fiorentini acquistavano la Garfagnana, e Francesco
Guicciardini entrava nel Frignano colle truppe modenesi. Alfonso,
minacciato d'assedio nella sua stessa capitale, apparecchiavasi a
vendere a carissimo prezzo la propria vita quand'ebbe la notizia della
morte di Leone. Nell'entusiasmo della sua gioja fece coniare una moneta
d'argento, nella quale vedevasi un pastore che strappava dalla bocca
d'un leone un agnello, con questa leggenda presa dal libro dei re: _de
ore leonis_. Egli in pochi giorni ricuperò il Bondeno, Finale, san
Felice, il Frignano, la Garfagnana, Lugo, Bagnacavallo, e soltanto fu
perdente sotto al Bondeno valorosamente difeso dai Bolognesi[8].
[5] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 222._
[6] _Gio. Cambi, t. XXII, p. 190. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p.
341._
[7] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 236._
[8] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 288. — Muratori Ann. d'Italia ad
an. 1521. — P. Giovio Vita di Alfonso, p. 116._
Frattanto i cardinali, moltiplicati dalle promozioni di Leon X, erano
entrati in conclave il 16 di novembre. Sapevasi essere divisi tra il
partito imperiale ed il partito francese. L'ultimo avrebbe voluto
portare sul trono pontificio il cardinale di Volterra, fratello di Piero
Soderini, il quale era stato perpetuo gonfaloniere; e questi era il
rivale più temuto da Giulio de' Medici, che rimasto alla testa delle
creature di suo cugino poteva disporre di sedici suffragi, cioè più di
un terzo e meno della metà; perciocchè questa volta il conclave
conteneva quaranta cardinali; e Giulio senz'essere abbastanza forte per
farsi nominare, lo era bastantemente per l'esclusione d'ogni altro[9].
[9] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VII, p. 295. — P. Giovio Vita
d'Adriano VI, f. 116. — Onofr. Panvino Vite de' Pontefici, f. 265._
Il cardinale de' Medici aveva sperato di essere secondato da tutto il
partito imperiale. Era stato il principale ed il più esperto ministro di
suo cugino Leon X; anzi quello che lo aveva persuaso a fare alleanza
coll'imperatore; i successi della guerra di Lombardia venivano in gran
parte attribuiti ai suoi consiglj ed alla sua abilità; ed egli solo
poteva aggiugnere alla potenza della Chiesa quella della repubblica
fiorentina di cui era capo. Ma Giulio aveva nel sacro collegio e nel
partito dell'impero un rivale, come lui militare prima di essere
prelato, giovane come lui, e non meno di lui ambizioso; questi era
Pompeo Colonna, il quale piuttosto che favorire il Medici parve
apparecchiato a darsi al partito francese. Di già costui rappresentava
ai suoi colleghi la vergogna di portare un bastardo sulla santa sede;
poichè Giuliano, fratello del _magnifico_, non era mai stato marito
d'Antonia del Cittadino, dalla quale era nato Giulio il 26 maggio del
1478. Ricordava le crudeltà commesse da Leon X dopo scoperta la supposta
congiura di Petrucci, e faceva sentire il pericolo di perpetuare la
dignità pontificia nella stessa famiglia[10].
[10] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 221. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
VII, p. 295. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 191. — Panvino in Clemente
VII, f. 267. — P. Giovio Vita d'Adriano VI, f. 116._
Mentre i cardinali andavano opponendo l'intrigo all'intrigo, ogni
mattina, come è l'usanza dei conclavi, procedevano ai voti intorno a
qualche nuovo soggetto che loro si proponeva. Uno di loro, il giorno 9
di febbrajo, nominò il cardinale Adriano Florent, vescovo di Tortosa,
Fiammingo, il quale era stato precettore di Carlo V, e che l'imperatore
aveva ultimamente nominato governatore di Castiglia. Adriano nato in
Utrecht il 7 maggio del 1458 da padre fabbricatore di tappeti o di
birra, non era mai venuto in Italia, e non sapeva la lingua italiana,
non conosceva verun cardinale, aveva mostrato poco ingegno
nell'amministrazione affidatagli dal suo illustre alunno, e pareva
esservi così poca apparenza per la sua elezione, che tutto lo squadrone
del Medici (così veniva chiamato il suo partito) senza volerlo gli diede
il suo voto. Il cardinale di san Sisto prese da ciò motivo per
encomiarlo lungamente, e perchè i cardinali desideravano d'uscire di
prigione, gli diedero i loro suffragi quasi senza riflettere, e lo
nominarono così inconsideratamente, che non potendo in appresso
giustificare innanzi a sè medesimi o agli altri la loro imprudenza,
l'attribuirono a subita inspirazione dello Spirito Santo[11].
[11] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 222. — P. Giovio Vita di Adriano
VI, f. 109, 110, 118, 119. — Rayn. Ann. Eccl. 1422, § 1 e 2, p. 347.
— Fr. Belcarii, l. XVII, p. 501. — Lettera di Girolamo Negri ad
Antonio Michieli. Roma 14 aprile 1522. Lettere ai Principi, t. I, f.
98. — Jo. Sleidaini Comm. de Statu relig. et reipub., l. III, p.
48._
Non fu che in sul declinare d'agosto che il nuovo pontefice, il quale
prese il nome d'Adriano VI, arrivò in Italia per prendere possesso della
tiara. Ne' primi nove mesi dell'anno la Chiesa fu amministrata a nome
del sacro collegio de' cardinali da una signoria somigliante assai a
quella delle antiche repubbliche toscane. Tiravansi a sorte ogni mese
tre priori tra i membri del sacro collegio, i quali formavano il
governo. Ma questi prelati mal d'accordo fra di loro, ed ogni mese
mutando sistema, non erano in istato di difendere il potere papale. Ad
altro non pensarono che a guadagnare tempo ed a mantenere un'apparente
pace, pel quale oggetto conchiusero un armistizio col duca d'Urbino, che
pose fine alle rivoluzioni dell'Umbria[12].
[12] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 223. — Rayn. Ann. Eccl. 1522, §
16, p. 360._
Il cardinale de' Medici, umiliato dalla esclusione dal pontificato, e
credendosi tradito dal partito imperiale, tornò per mare a Firenze, ove
temeva di trovare compromessa la sua autorità; fece il suo ingresso il
21 di gennajo del 1522, portando il corrotto di suo cugino, e cogli
indizj in fronte della tristezza e del sospetto[13]. In fatti i
repubblicani di Firenze credevano giunto l'istante di ricuperare la
libertà della loro patria; il signore di Lescuns loro prometteva
l'appoggio del re di Francia; le sue truppe dovevano entrare in Toscana
per la via della riviera di Genova, nello stesso tempo che Renzo di Ceri
vi giugnerebbe dalla banda di Siena. Il duca d'Urbino ed i Baglioni
favorivano caldamente un progetto che doveva vendicarli dei Medici. In
Firenze queste pratiche erano dirette da Giambattista Soderini, nipote
del cardinale di Volterra, e del gonfaloniere perpetuo. Ingrossava il
suo partito la società de' poeti e de' filosofi, che diede tanta
celebrità agli Orti Rucellai, nei quali si adunava. Vi si contavano
Luigi Alamanni, Zanobio Buondelmonti, Cosimo Rucellai, Alessandro de'
Pazzi, Francesco e Jacopo Diaceto, e per ultimo Niccolò Macchiavelli che
loro dedicò i suoi Discorsi sopra Tito Livio, e la sua arte della
guerra. Educati ne' medesimi principj desideravano tutti la libertà di
Firenze, ma non avevano verun odio personale contro il cardinale de'
Medici, anzi accordavano che di tutta la sua famiglia era quello che si
era più dolcemente e cittadinescamente comportato nella sua
amministrazione, onde preferivano di ricuperare i loro diritti con un
compromesso piuttosto che di strapparglieli colla forza[14].
[13] _Gio. Cambi, t. XXII, p. 194._
[14] _Comment. de Fil. de' Nerli, l. VII, p. 138._
Il cardinale de' Medici che conosceva la propria debolezza, e la
necessità di accarezzare i suoi avversarj, convenne che il supremo
potere male s'accordava colle sue funzioni ecclesiastiche, e colla
carriera che gli era aperta alla corte di Roma, dando voce d'essere
apparecchiato a rinunciarlo. I giovani patrizj degli Orti Rucellai
diedero facilmente fede alle speranze che loro dava il cardinale, ed
invece d'agire contro di lui, si ristrinsero a meditare intorno alla
migliore costituzione da darsi alla repubblica all'atto che si
rinnoverebbe; fu questo l'argomento di tre opere politiche del
Macchiavelli, di Zanobio Buondelmonti, e di Alessandro de' Pazzi, tutte
dedicate al cardinale de' Medici[15].
[15] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VII, p. 282. — Comment. di Filippo
de' Nerli, l. VII, p. 136._
Frattanto il signore de Lescuns, troppo occupato in Lombardia, e
lasciato dal re di Francia senza danaro, aveva abbandonato il progetto
d'entrare in Toscana per lo stato di Genova. Renzo di Ceri si era
ostinato nell'assedio del piccolo castello di Turrita nello stato di
Siena, e non passò mai oltre. Il partito francese, ch'era quello della
libertà, andava declinando in tutta l'Italia, onde il cardinale de'
Medici credette giunto il momento favorevole di trarre d'inganno coloro
che avevano potuto lusingarsi ch'egli renderebbe alla sua patria la
libertà. Fu arrestato un corriere francese mandato a Renzo di Ceri, dal
quale il cardinale si procurò con un sacrilegio la manifestazione del
suo segreto, mandandogli in prigione invece del confessore da lui
domandato, una spia della polizia vestita da prete. E per tal modo venne
in cognizione della corrispondenza di Giacomo di Diaceto con Renzo di
Ceri. Giacomo, posto in prigione il 22 di maggio, e minacciato di
tortura, confessò quello che ancora non si sapeva, d'avere voluto
assassinare il cardinale perchè avesse ingannato i repubblicani con
fallaci speranze. L'interrogatorio del prevenuto essendo stato differito
di ventiquattr'ore, i di lui amici, Luigi Alamanni il poeta, e Zanobio
Buondelmonti ebbero il tempo di salvarsi; ma un altro Luigi Alamanni
subì l'ultimo supplicio con Jacopo di Diaceto il giorno 7 di luglio. I
figli di Paolo Antonio Soderini dovettero fuggire, ed i loro beni furono
sequestrati; mentre il loro zio, Pietro Soderini, ch'era stato
gonfaloniere perpetuo, moriva in Roma il 14 di giugno, lasciando eterno
desiderio di sè presso tutte le persone dabbene[16].
[16] _Jac. Nardi, l. VII, p. 301, 302. — Fil. di Nerli Comm., l.
VII, p. 139. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 343. — Gio. Cambi, t.
XXII, p. 201-207._
Le rivoluzioni degli stati della Chiesa e della Toscana erano opera
degl'Italiani, ma l'influenza loro era limitatissima; per lo contrario
quelle della Lombardia erano opera degli oltremontani, e da queste
dipendevano non solo la futura sorte dell'Italia, ma ancora quella
dell'Europa. Francesco I colla sua inconsiderata prodigalità aveva
lasciato che si perdesse nel precedente anno lo stato di Milano, mentre
il suo cancelliere Duprat aveva con nuove imposizioni, con intollerabili
estorsioni e colla vendita de' beni della corona, raccolto assai più
danaro che non sarebbe abbisognato per mantenere la più formidabile
armata. Francesco tutt'inteso a' suoi amoreggiamenti ed alle feste che
dava alle sue amiche, dissipava il danaro strappato a' suoi popoli, o
lasciava che sua madre ne disponesse, compromettendo l'onore nazionale
colle sconfitte delle sue armate, e col mancare a tutte le convenzioni
fatte co' suoi alleati. Vantavasi d'essere il primo re di Francia, che
si fosse liberato dalla tutela de' suoi familiari, perchè disponeva
solo, ed a voglia sua di tutti gli scrigni de' suoi sudditi, mentre che
prima di lui le domestiche spese de' suoi predecessori erano a carico
de' beni della corona, ch'essi non si facevano lecito d'impegnare,
concorrendo liberamente alle spese della guerra i tre ordini dello
stato. Ma il vescovo di Beucaire non dubitò di dire che Francesco cambiò
la libertà francese in una miserabile schiavitù; e le sciagure provocate
sul di lui regno mostrano abbastanza che colla libertà de' suoi sudditi
sagrificò pure la personale sua gloria ai suoi capriccj[17].
[17] _Hinc antiqua illa Gallica libertas aboleri, et in miseram
servitutem desinere occaepit. Belcarius Comm. Rer. Gallic., l. XVII,
p. 507._
La gloria nazionale era stata pure sagrificata in altra maniera da lui e
da' suoi predecessori all'ingrandimento della sua autorità o di quella
de' gentiluomini. Era stato severamente vietato l'uso delle armi al
terzo stato, onde tenerlo in una assoluta dipendenza dai suoi padroni:
erasi con ciò renduto vile ed incapace di servire nelle armate, di modo
che era cosa maravigliosa il vedere una delle più valorose nazioni
dell'Europa ridotta a non avere fanteria nazionale. I suoi re erano
forzati di ricorrere agli Svizzeri per tutte le loro guerre, perchè, ad
eccezione degli uomini d'armi tutti presi tra la nobiltà, la Francia non
aveva soldati. La Svizzera, che non contava l'ottava parte della
popolazione della Francia, le somministrava i suoi battaglioni; ma per
ottenerli, bisognava che i Francesi si ponessero in balìa della
venalità, dell'orgoglio, dell'incostanza di que' montanari, renduti
arroganti dal vedersi accarezzati da tutti i sovrani. Francesco I, che
di fresco aveva perduto Milano per la loro mala fede, fu ridotto a
mercanteggiare separatamente con ogni cantone, e profondere doni tra i
loro magistrati, a promettere pensioni agli uomini che avevano fra loro
maggiore riputazione, e ad inghiottire senza lagnarsene la loro
arroganza. A questo prezzo Renato, bastardo di Savoja, gran maestro di
Francia, e Galeazzo di Sanseverino, grande scudiere, persuasero nella
primavera del 1522 circa due mila Svizzeri a passare il san Bernardo ed
il san Gottardo per iscendere in Italia[18].
[18] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 224. — Mém. de M. du Bellay, l.
II, p. 195. — Gal. Capella, l. I, p. 16._
Dal canto suo il Lautrec adunò la cavalleria francese dispersa nella
pianura lombarda; la riunì presso Cremona all'armata veneziana comandata
da Andrea Gritti e da Teodoro Trivulzio; poi andò ad unirsi agli
Svizzeri, ed il primo giorno di marzo passò l'Adda per venire ad
accamparsi con tutta la sua armata due sole miglia lontano da
Milano[19].
[19] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 226. — M. du Bellay, l. II, p.
202. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. II, p. 316._
Prospero Colonna difendeva questa città con Alfonso d'Avalos, marchese
di Pescara. Il cancelliere del ducato, Girolamo Moroni, vi teneva la
rappresentanza del suo signore, che per anco non aveva potuto fare il
suo ingresso nella capitale. Esortava i Milanesi a conservare la loro
indipendenza; loro mostrava i pericoli delle vendette de' Francesi; e
per aggiugnere inoltre un sentimento religioso all'amore della patria,
aveva persuaso un eloquente monaco dell'ordine di sant'Agostino, Andrea
Barbato, a riscaldare lo zelo de' Milanesi con una serie di sermoni
contro i barbari[20]. Con tale pratica ottenne il Moroni dai suoi
compatriotti volontarie contribuzioni abbastanza copiose per assoldare
dieci mila Tedeschi. Girolamo Adorno, e Giorgio Frundsberg ne condussero
cinque mila con tanta rapidità a traverso alla Valtellina ed al
Bergamasco, che entrarono in Milano prima che arrivassero i Francesi;
gli altri vi furono condotti alquanto più tardi dallo stesso Francesco
Sforza[21].
[20] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 225. — M. du Bellay, l. II, p.
194. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 503. — Galeat. Capella, l. I, p.
16._
[21] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 227. — M. du Bellay, l. II, p.
203. — P. Jovii Vita Piscarii, l. II, p. 316. — P. Paruta Ist. Ven.,
l. IV, p. 292._
Dall'altra parte l'armata francese aveva ancor essa ricevuto un
inaspettato rinforzo, essendo stata raggiunta da Giovanni de' Medici,
che le condusse a Cassano tre mila pedoni e dugento cavalli. Queste
truppe avevano bandiere nere in segno di corrotto per la morte di papa
Leon X, ond'ebbero poi il nome di Bande Nere; nome che in appresso esse
rendettero famoso rivendicando la gloria della fanteria italiana. Queste
Bande avevano fino a tale epoca combattuto nell'armata della lega; ma
trovandosi Giovanni de' Medici in libertà per la morte di Leon X, le
aveva condotte ai servigj della Francia, che gli aveva offerte migliori
condizioni[22]. Circa lo stesso tempo, un colpo di colombrina, che
alcuni pretesero essere stato diretto dallo stesso Prospero Colonna,
uccise Marcantonio Colonna, suo nipote, che serviva nell'armata
francese, e Camillo, figliuolo del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio.
Il cadavere del primo fu mandato in Milano allo zio, che fu estremamente
afflitto per avere veduto cadere tra le file nemiche un nipote che
grandemente amava[23].
[22] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 205. — Fr. Guicciardini, l.
XIV, p. 226._
[23] _P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. II, p. 205. — Fr. Guicciardini,
l. XIV, p. 226._
Prospero Colonna ed il Pescara avevano approfittato della lentezza de'
Francesi per riparare tutte le fortificazioni di Milano, e per
circondare il castello con una circonvallazione, che non permettesse a
Lautrec di soccorrere la guarnigione assediata. Questi, prevenuto ne'
suoi progetti, non aveva avuto che il debole compenso della presa di
Novara; in appresso aveva attaccato Pavia, difesa dal marchese di
Mantova; ma fu forzato ad abbandonarne l'assedio, vedendo avvicinarsi
coll'armata imperiale Prospero Colonna. Finalmente erasi diretto per la
via di Landriano alla volta di Monza, onde accostarsi ad Arona, ove
sapeva trovarsi il danaro mandatogli dalla Francia per pagare le sue
truppe[24].
[24] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 228. — P. Jovii Vita Ferd.
Davali, l. II, p. 319. — M. du Bellay, l. II, p. 205. — Fr.
Belcarii, l. XVII, p. 504. — Arnoldi Ferroni Burdigalensis de reb.
gest. Gallor., l. V, p. 107. — P. Paruta, l. IV, p. 293. — Gal.
Capella, l. II, f. 19._
Sapevano gli Svizzeri che il danaro destinato pel loro soldo era stato
condotto ad Arona, sul lago Maggiore, e che Anchise Visconti, che
occupava Busto con un corpo di truppe milanesi, impediva al convoglio di
venire fino all'armata. Perciò facevano calde istanze al Lautrec di
forzare il passo fino al lago Maggiore onde far loro avere il danaro,
mentre Andrea Gritti, generale de' Veneziani, protestava dal canto suo
che non si allontanerebbe cotanto dai confini della sua repubblica, e
che, se gli Svizzeri prendevano la strada del lago Maggiore, egli
prenderebbe quella di Verona[25]. Desiderava il Lautrec di calmare
l'impazienza degli Svizzeri: ma l'armata imperiale soffriva ancora più
che la sua per mancamento di danaro e di vittovaglie; e di già intere
compagnie di disertori avevano abbandonate le insegne del Colonna per
porsi sotto quelle di Lautrec; onde questi sperava, tenendo la campagna
ancora qualche tempo, di disperdere l'armata nemica[26].
[25] _P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 296._
[26] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 229. — P. Paruta, l. IV, p. 297.
— Arnol. Ferroni de reb. gest. Gallor., p. 108._
Ma gli Svizzeri, entrando in campagna, si erano ripromessi più rapidi
successi, ed il saccheggio delle più ricche città della Lombardia. Di
più terre da loro attaccate, la sola città di Novara era venuta in loro
potere, ed era stata da loro barbaramente saccheggiata. Avevano sofferto
assai sotto Pavia, ove continue piogge avevano impedita la condotta
delle vittovaglie. Mostravansi annojati d'una guerra di posizioni e di
marcie, ed accostumati come erano a far tutto cedere ai loro capriccj,
si adunarono intorno alla tenda di Lautrec per domandare con altissime
grida o la battaglia o il loro congedo[27].
[27] _P. Jovii Vita Ferd. Piscarii, l. II, p. 320. — Galeat.
Capella, l. II, f. 20. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 215. — P.
Paruta, l. IV, p. 297._
Il Lautrec e tutti i generali francesi impiegarono inutilmente il loro
credito presso gli Svizzeri, per persuaderli a confidare ne' loro capi,
ad approfittare dei patimenti del nemico, ad aspettare se non altro
pochissimi giorni, ne' quali il generale francese, con un nuovo
movimento, forzerebbe Prospero Colonna a mutare posizione: tutto fu
inutile, e gli Svizzeri risposero a tutti i ragionamenti degli ufficiali
dell'armata con una sola voce: _domani, o il congedo, o la
battaglia_[28].
[28] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 229. — Mém. de M. du Bellay, l.
II, p. 216. — Arnold. Ferronius Burdigalensis de reb. gest. Gallor.,
p. 109._
Lautrec, prima di cedere, incaricò Crequì, signore di Pontdormì, di
andare a riconoscere il nemico con quattrocento uomini d'armi e sei mila
Svizzeri. Prospero Colonna si era accampato alla Bicocca, casa di
campagna di un signore milanese, lontana tre in quattro miglia da
Milano. Una strada, più bassa de' fondi laterali, gli teneva luogo di
fossa; ed egli ne aveva coperti gli orli con artiglieria e con
archibugeri; a destra ed a manca il suo campo era chiuso da due canali
d'acqua corrente destinata all'irrigazione; ed a non molta distanza
dietro al campo uno de' canali era attraversato da un ponte di pietra.
Crequì, dopo avere esaminata questa posizione, riferì al generale
francese che riuscirebbe difficilissimo il forzarla; onde il consiglio
di guerra tentò nuovamente di persuadere gli Svizzeri a rinunciare ad
una battaglia che doveva avere un'infelice riuscita. Risposero questi,
che attaccherebbero di fronte la linea del nemico e che colle loro
picche e colle alabarde s'impadronirebbero di quelle batterie credute
tanto formidabili. Dichiararono in pari tempo che domani si metterebbero
in cammino per tornare nei loro paese ove non fossero condotti alla
battaglia. Il solo Pietro Navarro propose di far morire i più sediziosi
e di ridurre così gli altri all'ubbidienza; ma gli altri generali e lo
stesso Lautrec, che conoscevano gli Svizzeri, e che si sentivano
assolutamente tra le loro mani, preferirono la dubbiosa sorte d'una
battaglia alla certezza d'una sconfitta, necessaria conseguenza della
partenza di tutta la loro fanteria; e sebbene vivamente sentissero
l'imprudenza che stavano per commettere, nondimeno ordinarono alle loro
truppe di apparecchiarsi per combattere nel susseguente giorno[29].
[29] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 217. — P. Jovii Vita Davali,
l. II, p. 322. — Arn. Ferronii, l. V, p. 109. — Fr. Guicciardini, l.
XIV, p. 229. — Georgens von Frundsberg, B. II, f. 32._
In fatti il Lautrec sortì da Monza la mattina del 29 aprile, giorno di
_Quasimodo_, e marciò alla volta della Bicocca. A seconda della loro
domanda aveva incaricati otto mila Svizzeri del principale attacco sulla
fronte del nemico; Montmorencì col conte di Montforte, i signori di
Miolans, di Granville, d'Auchì, di Launai e molti altri marciavano a
piedi alla loro testa. Giovanni de' Medici aveva avuto ordine di celare
il loro avanzamento, tenendo occupato il nemico colle evoluzioni della
sua cavalleria e della sua fanteria leggiere. Lescuns, maresciallo di
Foix, con trecento lance ed una parte dell'infanteria doveva girare
intorno alla sinistra dell'armata imperiale, passare il ponte di pietra
ch'era stato riconosciuto, e piombare alle spalle di Prospero Colonna,
ove stava di guardia Francesco Sforza colle milizie milanesi uscite di
città, per prender parte nella battaglia; il Lautrec col restante della
cavalleria e della fanteria francese doveva piegare a destra; e per
penetrare nel campo nemico aveva fatto prendere ai suoi soldati la croce
rossa, che portavano gl'Imperiali, invece della bianca che portavano i
Francesi; poichè non si costumavano ancora gli uniformi. L'armata
veneziana formava la retroguardia e non era chiamata a prendere
immediatamente parte nella battaglia[30].
[30] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 230. — Gal. Capella, l. II, f.
21. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. II, p. 322. — Arn. Ferroni, l.
V, p. 109. — P. Paruta Stor. Ven., l. IV, p. 298. — Mém. de M. du
Bellay, l. II, p, 318. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 507._
I varj corpi dell'armata francese, non avendo un eguale spazio da
percorrere, non potevano giugnere alla rispettiva posizione nello stesso
tempo: onde il Montmorencì, giunto a poca distanza dagl'imperiali,
ordinò agli Svizzeri di trattenersi per dare tempo al maresciallo di
Foix di fare il giro che gli era stato ordinato. Ma gli Svizzeri, pieni
di disprezzo pei loro nemici, e volendo avere soli l'onore della
vittoria, mai non vollero ubbidire, continuando ad avanzarsi di fronte
al nemico, ove trovavansi Giorgio di Frundsberg colla fanteria tedesca
ed il marchese di Pescara colla fanteria spagnuola. Questi aveva
insegnato ai suoi fucilieri a fare un continuo fuoco, loro facendo
ricaricare il fucile stando in ginocchio, mentre che la linea di dietro
tirava. L'attacco degli Svizzeri fu ricevuto con un fuoco così
sostenuto, tanto dei fucilieri, che delle batterie, ch'erano caduti
morti più di mille Svizzeri prima ch'essi giugnessero alla strada bassa,
la quale fu da loro trovata assai più profonda che non credevano,
conciossiachè, scesi nella medesima, potevano a stento colla punta delle
loro picche ferire i landsknecht che ne custodivano gli orli. Ventidue
de' loro capitani e più di tre mila soldati furono uccisi in questo
sciagurato attacco, senza quasi potere offendere il nemico. All'ultimo
si ritirarono in buon ordine, riconducendo i quattordici pezzi
d'artiglieria che loro erano stati dati; ma disprezzando anche in sul
finire del combattimento, siccome avevano fatto in principio, gli ordini
dei loro capi, non vollero trattenersi in faccia al campo di battaglia
in aspetto minaccioso per assecondare gli attacchi del maresciallo di
Foix e di Lautrec, che non erano giunti a portata del nemico che quando
gli Svizzeri si erano di già ritirati[31].
[31] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 230. — Arn. Ferronii, l. V, p.
110. — P. Jovii Vita Piscarii, l. II, p. 323. — Mém. de M. du
Bellay, p. 218. — Gal. Capella, l. II, f. 22. — P. Paruta, l. IV, p.
298. — Georg. von Frundsberg Kriegzsthat, B. II, f. 35._
Il Maresciallo di Foix, che gl'imperiali avevano veduto avanzare sulla
loro sinistra, e che sospettavano aver presa la strada di Milano, era
finalmente giunto al ponte di pietra che attraversava il canale; era
entrato nella posizione di Prospero Colonna, aveva rovesciati i Milanesi
di Francesco Sforza ed avrebbe guadagnata la battaglia se fosse stato
seguito dalla sua fanteria, o se gli Svizzeri, rinnovando il loro
attacco, avessero impedito a Prospero Colonna di condurre tutti i suoi
landsknecht ed i fanti spagnuoli contro di lui. Il Lautrec, dopo d'avere
posti in fuga sulla diritta i cavalli di Girolamo Adorno, calcolava che
i suoi cavalieri entrerebbero assieme con loro nel campo nemico, ove li
farebbe ricevere la croce rossa che portavano; ma Prospero Colonna, di
ciò prevenuto, aveva ordinato ai suoi soldati di porsi in sul capo una
frasca; sicchè, riconoscendo i nemici, gli fu facile di tenerli fuori
de' suoi alloggiamenti[32].
[32] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 220. — Arn. Ferronii, p. 110.
— P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. II, p. 324._
I tre corpi dell'armata francese essendo stati tutti respinti, questa
ritirossi in buon ordine, coperta dalle bande nere di Giovanni de'
Medici, e protetta dall'armata veneziana, che non aveva combattuto. Il
Pescara voleva inseguirla, ma Prospero Colonna vi si ricusò
perentoriamente, perchè un movimento sedizioso tra i suoi landsknecht
che in premio dell'ottenuta vittoria domandavano doppia paga, poteva
rendere per lui pericolosa una nuova azione. Gli Svizzeri lo liberarono
bentosto da ogni timore, essendosi ritirati a Monza con tutta la loro
artiglieria ed i loro equipaggi. All'indomani Lautrec avviossi verso
Trezzo e passò l'Adda; colà più non gli fu possibile di trattenere gli
Svizzeri al tutto determinati di tornare ne' loro paesi. Dopo averli
inutilmente eccitati a rimanere, affidò a suo fratello Lescuns,
maresciallo di Foix, il comando degli uomini d'armi francesi, e la
difesa delle terre che la Francia possedeva ancora in Lombardia; si
congedò da Andrea Gritti, che coll'armata veneziana prese a coprire i
confini della repubblica; e, fermo nella risoluzione di volersi
personalmente giustificare innanzi al re, accompagnò gli Svizzeri, che
rientravano ne' loro paesi attraversando il territorio bergamasco, e
passò alla corte di Francia[33].
[33] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 231. — Mém. de M. du Bellay, l.
II, p. 223. — Gal. Capella, l. II, f. 22. — P. Jovii Vita Ferd.
Davali, l. III, p. 325. — Arn. Ferronii de Gest. Gall., l. V, p.
111. — P. Paruta, l. IV, p. 301._
Il Lautrec era fratello di madama di Chateaubriand, amante del re; e
questa era la cagione della grandezza di lui, e di quella di Lescuns e
di Lesparre di lui fratelli, uno dei quali perdette il Milanese e
l'altro la Navarra. Pure Francesco I rimproverò al maresciallo di
Lautrec le sue perdite. Rispose questi d'avere prevenuta S. M. che non
potrebbe difendere il Milanese senza danaro; che gli uomini d'armi
avevano servito diciotto mesi senza soldo; che gli Svizzeri non gli
avevano imposta la legge, e non l'avevano finalmente costretto a
combattere alla Bicocca che per non essere stati pagati. Francesco I
maravigliando dimandò cosa fosse accaduto dei quattrocento mila scudi
che gli aveva mandati. Confessò Semblanzai d'avere avuto ordine di
mandarli, ma di esserne stato in seguito impedito da Luigia di Savoja,
madre del re, che aveva il titolo di reggente di Francia. Questa, gelosa
di Lautrec, e volendo che andasse a male la di lui spedizione, si era
fatto dare quel danaro che diceva a sè dovuto. L'onore della madre del
re veniva compromesso dalla pubblica processura di Semblanzai. Il
cancelliere di Francia Duprat, per salvare la madre del re e per perdere
il sovraintendente, suo nemico, lo fece giudicare da alcuni commissarj,
e strascinare al supplicio in età di sessantadue anni pel solo delitto
d'avere ubbidito alla madre del re, che nè pure fu interpellata in
questa causa[34].
[34] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 227, 228. — Fr. Belcarii Comm.
Rer. Gall. l. XVII, p. 507-609. — Arn. Ferronii, l. V, p. 112._
Il maresciallo di Foix Lescuns non difese lungamente ciò che ancora
possedevano i Francesi in Lombardia. Sei compagnie di uomini d'armi, che
aveva posti in Lodi sotto gli ordini di Federico da Bozzolo e di
Bonneval, vi si lasciarono sorprendere e far prigionieri, mentre che la
città venne saccheggiata dagl'imperiali[35]. Pizzighettone, che poteva
lungamente resistere e che tenevasi tra le migliori fortezze d'Italia,
capitolò alle prime minacce fattegli dal marchese di Pescara. Finalmente
in Cremona, dove si era ritirato il maresciallo di Foix, sollevaronsi le
truppe di Giovanni de' Medici chiedendo il loro soldo, drizzarono la
loro artiglieria contro i Francesi, e minacciarono di consegnare
agl'Imperiali una porta della città. Lescuns cercò di soddisfarle,
prendendo a prestito il vasellame di tutti i suoi amici e distribuendolo
ai soldati; ma sentì l'impossibilità di sostenersi più lungamente in
Italia, e propose a Prospero Colonna una capitolazione che fu subito
accettata. Convenne di evacuare non solo Cremona, ma tutta la Lombardia,
ad eccezione dei tre castelli di Novara, Milano e Cremona, se prima che
passassero quaranta giorni una nuova armata francese non forzava il
passaggio del Po, o non occupava una delle grandi città di Lombardia.
Fino allo spirare del termine stabilito dalla capitolazione, che fu
sottoscritta il 26 di maggio, le ostilità dovevano cessare intorno a
Cremona, dovevano essere somministrate le vittovaglie all'armata
francese. Ma perchè passarono i quaranta giorni senza che il re potesse
mandare soccorsi al maresciallo di Foix, questi evacuò la Lombardia, ad
eccezione dei tre castelli eccepiti dalla capitolazione, e ricondusse la
sua armata in Francia[36].
[35] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 223. — P. Jovii Vita Ferd.
Davali, l. II, p. 326. — Georg. von Frundsberg Kriegzsthat, B. II,
f. 36._
[36] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 232. — M. du Bellay, l. II, p.
231. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 328. — Arn. Ferronii
Rer. Gall., l. VII, p. 133. — P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 303. —
Gal. Capella, l. II, f. 23. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 509._
Uno de' motivi che determinarono Prospero Colonna ad accordare ai
Francesi la capitolazione di Cremona, fu il desiderio di trovarsi in
libertà per attaccare Genova. Finchè i Francesi avevano in mano quella
città, egli non risguardava come sicura la conquista della Lombardia.
Vero è che la dolcezza di Ottaviano Fregoso, luogotenente del re, aveva
accostumati i cittadini ad un giogo straniero, di modo che Antoniotto e
Girolamo Adorno, che seguivano il campo imperiale e che si lusingavano
di sollevare la loro fazione colla promessa di tornare alla repubblica
l'antica libertà, non cagionarono, avvicinandosi a Genova, verun
movimento negli abitanti. Pure i generali imperiali, senza perdere un
solo istante, avevano approfittato della capitolazione di Cremona.
Prospero Colonna era entrato coi landsknecht nella Valle di Bisagno, ed
il marchese di Pescara in quella della Polsevera. Non trovavansi in
Genova che due mila soldati, cui era venuto ad aggiugnersi da Marsiglia
Pietro Navarro, e perchè i Genovesi non volevano nè sollevarsi contro
Ottaviano Fregoso, nè armarsi per difenderne l'autorità, ogni resistenza
pareva impossibile. Dodici ufficiali della balìa furono incaricati di
trattare una capitolazione. Ma nel tempo che questi trattavano, e che la
promessa della sospensione delle ostilità rendeva le guardie più
negligenti, alcuni soldati spagnuoli si avvidero che una breccia delle
mura non era difesa; essi se ne impadronirono e vi chiamarono i loro
commilitoni. Per tal modo l'accidente diede Genova in mano ai nemici il
30 di maggio, senza che i generali ne avessero ordinato l'assalto. La
città fu presa, e gli abitanti, che non avevano voluto difendersi,
furono saccheggiati, senza distinzione di partito, con estrema barbarie.
Pietro Navarro ed Ottaviano Fregoso rimasero prigionieri, e molti altri
ufficiali fuggirono per mare. Quella città, in altri tempi la più
commerciante e la più ricca dell'Italia, fu ruinata e ridotta ad una
assoluta dipendenza dagli stranieri; ma nello stesso tempo riconobbe per
doge Antoniotto Adorno[37].
[37] _Ag. Giustiniani Ann. di Genova, l. IV, f. 275. — Uberti
Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 723. — P. Bizarri Hist. Gen., l.
XIX, p. 453. — Galeat. Capella, l. II, f. 23. — Arn. Ferronii, l.
VII, p. 134. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 330. — M. du
Bellay, l. II, p. 232. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 233. — Gio.
Cambi, p. 201, 208. — Georg. von Frundsberg Kriegzsthat, B. II, f.
36._
Francesco I, per soccorrere Cremona o Genova, aveva bensì fatte passare
le Alpi al duca Claudio di Longueville con quattrocento uomini d'armi e
sei mila fanti; ma questi, arrivato a Villanuova di Asti, ebbe la
notizia dell'occupazione di Genova, e non trovandosi abbastanza forte
per dare battaglia all'armata imperiale, o per istornare la convenzione
di Cremona, ebbe ordine dal re di ritirarsi; ed i Francesi abbandonarono
per quest'anno ogni loro progetto sull'Italia, tanto più che dovevano
difendersi contro l'aggressione inaspettata d'Enrico VIII, che il 29 di
maggio aveva dichiarata la guerra alla Francia, facendo in pari tempo
sbarcare a Calais il conte di Surrei con sedici mila uomini, per
secondare l'armata di Carlo V in Fiandra[38].
[38] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 234. — M. du Bellay, Mém., l. II,
p. 236._
La cacciata de' Francesi non apportò verun sollievo ai popoli d'Italia
oppressi dalla guerra. L'armata di Prospero Colonna non riceveva verun
sussidio nè da Carlo V, nè dal regno di Napoli: ed i soldati tedeschi e
spagnuoli vivevano a discrezione nel Milanese. Ogni giorno i generali
angustiavano le città con inaudite contribuzioni o con prestiti forzati;
il più piccolo ufficiale, posto con un distaccamento in un villaggio,
credevasi autorizzato ad inventare una nuova tassa; tutto si riportava
alla decisione della violenza militare, e l'ubbidienza si cimentava con
crudeli supplicj dettati dal capriccio de' soldati spagnuoli[39]. Omai
il Milanese era così ruinato che più alimentare non poteva le truppe
necessarie alla sua difesa. Il marchese di Pescara le acquartierò negli
stati della Chiesa, loro permettendo di vivervi a discrezione, malgrado
la stretta alleanza dei papa coll'imperatore. Carlo di Lannoi, nuovo
vicerè di Napoli, di concerto con don Giovanni Manuel, ambasciatore
dell'imperatore a Roma, tassò nello stesso tempo gli stati indipendenti
dell'Italia, per far loro mantenere l'armata imperiale. Obbligarono il
ducato di Milano a pagar loro venti mila ducati al mese, Firenze
quindici mila, Genova otto mila, Siena cinque mila, e Lucca quattro
mila. Dovettero pure pagare una contribuzione i marchesi di Monferrato e
di Saluzzo: e, malgrado le loro rimostranze, tutti questi stati sovrani
dovettero assoggettarsi agli ordini che loro davano subalterni
ministri[40].
[39] _Arn. Ferronii de reb. Gall., l. VII, p. 133. — Fr.
Guicciardini, l. XV, p. 238._
[40] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 237. — Gal. Capella, l. II, f.
25._
Lusingavansi gl'Italiani che giugnendo Adriano VI a Roma, arrecherebbe
qualche sollievo alle loro miserie; ma il nuovo papa erasi di già
trattenuto sei mesi in Ispagna dopo ricevuta la notizia della sua
elezione, e non apparecchiavasi ancora alla partenza: e ciò che in
ultimo lo persuase a porsi in viaggio, fu precisamente la circostanza
cui fin allora erasi attribuito ogni suo ritardo. Sapevasi che Carlo V,
che ancora trovavasi in Fiandra, annunciava di voler passare in Ispagna,
e credevasi che Adriano, che era stato suo precettore, indi suo
ministro, volesse conferire con lui prima di venire in Italia a prendere
le redini della propria sovranità. Ma Adriano aveva fermamente stabilito
d'agire qual comune padre de' fedeli, ed egli si era intimamente
persuaso che il suo dovere lo chiamava prima di tutto a ristabilire la
pace nella Cristianità, e che doveva far tacere la sua parzialità per
Carlo V, se voleva che Francesco I l'accettasse per mediatore. Aveva
scritto a quest'ultimo, a Luigia di Savoja di lui madre, alla duchessa
d'Alenzon di lui sorella[41], per incoraggiarli ad adottare sentimenti
di pace, promettendo loro la sua benevolenza. Stimò che aspettando Carlo
V a Barcellona, siccome quegli gliene faceva istanza, avrebbe rendute
sospette le sue parole; e quando seppe che Carlo, dopo avere fatta una
visita ad Enrico VIII per tenerlo costante nella sua alleanza, era
sbarcato a Villaviciosa, nelle Asturie, si affrettò di partire il 4 di
agosto dalle coste della Spagna; e dopo avere dato fondo a Genova, indi
a Livorno, fece il suo ingresso in Roma il giorno 29 dello stesso
mese[42].
[41] Osservinsi le risposte della reggente e di madama d'Alenzon, da
Lione il 25 di giugno. _Lettere de' Principi, fol. 102._
[42] _P. Giovio Vita di Adriano VI, f. 123, 124. — Rayn. Ann. Eccl.
1522, § 17, p. 351. — Panvino Vite dei Pontefici, p. 265._
Adriano VI aveva le virtù ed il sapere di un monaco, ed andava debitore
della sua celebrità e della sua grandezza ai sorprendenti progressi che
aveva fatti nello studio della teologia e della filosofia scolastica.
Era di buona fede, zelante, temperato, umile, nemico del fasto, della
simonia e della corruzione della corte di Roma. Ma bentosto agli occhi
de' Romani parve un barbaro, straniero affatto alle loro arti, ai loro
costumi, alla loro politica, siccome al loro linguaggio. Leone X aveva
raccolti nella sua corte i principali poeti del secolo; Adriano, invece
di accordar loro il suo favore, li risguardava quali profani imitatori
de' gentili, che macchiavano il Cristianesimo. Quando gli fu mostrato il
Laocoonte del Belvedere, siccome il più bel monumento delle antiche
arti, ne torse gli occhi con orrore, gridando «questi sono idoli dei
pagani!» Cominciavasi a temere, che, come narrasi di san Gregorio,
ordinasse un giorno di far calce per il tempio di san Pietro con tutte
quelle statue, ultimo monumento della gloria e della grandezza
romana[43].
[43] _Lettera di Girolamo Negro a Marc'Antonio Micheli, Roma 17
marzo 1523. Lettere dei Principi, t. I, f. 113._
Le eresie di Lutero offendevano assai più Adriano VI che il suo
predecessore, perchè attaccavano quella filosofia scolastica, ch'egli
risguardava come la prima scienza; ma d'altra parte aveva le stesse
opinioni del riformatore intorno alla corruzione della disciplina;
voleva seriamente mettere mano alla riforma degli scandali che avevano
sollevata la Germania; ed i suoi pii disegni, forse più che la sua
barbarie, facevano tremare i Romani che vivevano col prodotto degli
abusi della corte di Roma. Oltre a ciò, per terminare di renderlo del
tutto esoso al popolo, due calamità resero celebre l'epoca della di lui
venuta in Italia: da un canto la peste manifestossi in Roma, di dove
passò anche a Firenze; ed Adriano, risguardando tutte le precauzioni
sanitarie, ed i lazzeretti come superstizioni italiane, sospese le
rigorose discipline, che vietavano ogni comunicazione cogli appestati, e
contribuì in tal modo a dilatare il contagio[44]: d'altra parte nella
stessa epoca fu da Solimano presa l'isola di Rodi al gran maestro
Villiers de Lille Adam, dopo un memorando assedio, nel quale i cavalieri
di Malta mostrarono estremo valore, mentre che l'imperatore, il re di
Francia ed il papa, non pensavano a soccorrerli. Solimano fece il suo
trionfale ingresso in Rodi lo stesso giorno di Natale del 1522, e così
ebbe fine questo calamitoso anno per la Cristianità[45].
[44] _P. Giovio Vita di Adriano VI, f. 126. — Ist. di Gio. Cambi, t.
XXII, p. 216. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 524. — Rayn. Ann. Eccl.
1522, § 15, p. 350._
[45] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 240. — P. Giovio Vita di Adriano
VI, f. 125. — Rayn. Ann. Eccl., § 20 e seg., p. 352._
Frattanto Adriano VI cercava di restituire la pace agli stati della
Chiesa: non trovò ostacolo a scacciare da Rimini Sigismondo Malatesta;
perciocchè i popoli, che da principio lo avevano accolto con entusiasmo,
non avevano tardato ad accorgersi che questo piccolo principe non
rendeva loro i vantaggi de' passati tempi, che avevano sperato di
ricuperare con lui. I sudditi dei duchi di Ferrara e d'Urbino nutrivano
affatto opposti sentimenti; essi conservavano un reale affetto verso le
case d'Este e della Rovere, e quest'affetto regolò la condotta d'Adriano
VI. Egli accordò al duca d'Urbino l'assoluzione da tutte le censure
incorse sotto i due precedenti pontificati, e gli diede una nuova
investitura de' suoi stati; ma lasciò il contado di Montefeltro ai
Fiorentini, ai quali questo feudo era stato ceduto in pagamento dei
debiti della Camera apostolica[46]. Accordò pure al duca Alfonso d'Este
una nuova investitura del ducato di Ferrara, cui aggiunse i castelli di
san Felice e di Finale in Romagna: gli avrebbe egualmente rendute Modena
e Reggio, la restituzione delle quali al duca era stata effettivamente
promessa da Carlo V con un trattato firmato a Ferrara il 29 novembre del
1522; ma i ministri ed i cortigiani di Adriano, che risguardavano
quest'atto di giustizia come una prova di debolezza o d'imbecillità,
riuscirono ad impedirgli di rinunciare così alle conquiste de' suoi
predecessori[47].
[46] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 240. — Onof. Panvino Vite dei
Pont., p. 265. — Rayn. Ann. Eccl. 1525, § 108, p. 393._
[47] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 241. — Jac. Nardi, l. VII, p.
302._
Adriano VI, appena giunto a Roma, aveva scelto per suo principale
ministro e confidente il cardinale di Volterra Soderini: desideroso
com'egli era di riconciliare l'imperatore col re di Francia, aveva
trovato nel Soderini, segreto partigiano della Francia, un linguaggio di
moderazione e d'imparzialità, il quale gli si confaceva. Aveva ricusato
di dare verun soccorso alla lega formata dal suo predecessore, e le sue
offerte di mediazione erano state considerate come parziali per la
Francia, a segno d'irritare assai don Giovanni Manuel, ambasciatore
dell'impero[48]. Ma Francesco I, che aveva accolte con grandissima
deferenza tutte le proposizioni del papa, e che sempre aveva protestato
di non desiderare che la pace, credeva impegnato il suo onore a non
rinunciare al ducato di Milano. Perciò ne chiedeva la restituzione come
principale condizione del trattato, e questa condizione non poteva in
verun modo piacere a Carlo V; il quale, dopo tale conquista avendo
acquietate le turbolenze della Castiglia e rinnovata l'alleanza
coll'Inghilterra, era più a portata di difendere questo ducato, che non
lo era stato di conquistarlo. L'ostinazione di Francesco I a domandare
una restituzione che non poteva ottenere, persuase il papa che Francesco
non desiderava sinceramente la pace. Nel mese di febbrajo[49] Adriano
cominciò a minacciare scomuniche e censure ecclesiastiche contro que'
principi che ricusassero di accettare ragionevoli condizioni di pace. In
tale stato di cose il duca di Sessa intercettò alcune lettere del
cardinale Soderini a suo nipote, il vescovo di Saintes, colle quali
esortava Francesco I ad attaccare la Sicilia, ove un partito sarebbesi
dichiarato per lui. Tre grandi ufficiali di quest'isola vennero
squartati a cagione delle loro intelligenze coi Francesi. Il papa,
irritato che il suo proprio ministro, esortandolo alla pace, cercasse
celatamente di accendere la guerra, fece arrestare e trarre in giudizio
il Soderini, ed anche prima che fosse condannato ordinò la confisca de'
suoi beni, ch'erano moltissimi, e nello stesso tempo abbracciò il
partito dell'imperatore[50].
[48] _Lettera di Girolamo Negro a Mess. Ant. Micheli del 10 dicembre
del 1522. Lettere de' Principi, t. I, f. 109._
[49] _Lettera del Negro al Micheli del 28 febbrajo 1523, t. I, f.
111._
[50] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 250. — Jac. Nardi, l. VII, p. 302.
— Onof. Panvino, f. 266. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 347. — Fr.
Belcarii, l. XVII, p. 526. — Rayn. Ann. Eccl. 1523, § 109, p. 394._
Le armi di Carlo V erano in Italia onnipotenti. La capitolazione di
Cremona e la presa di Genova avevano poste in sua mano tutte le grandi
città; ed i castelli, ne' quali i Francesi avevano lasciato guarnigione,
cadevano uno dopo l'altro. Quello di Milano erasi renduto il 14
d'aprile, ed il duca Francesco Sforza ne aveva fatto prendere il
possesso dai generali imperiali il 24 dello stesso mese[51]. Francesco I
annunciava di nuovo grandiosi apparecchj per riconquistare il Milanese;
ma alle sue parole non rispondevano gli effetti; e siccome era
continuamente occupato de' suoi piaceri, e sempre prodigo de' tesori
dello stato per le sue feste e per i suoi amori, poteva credersi che mai
non sarebbe in istato di ricuperare ciò che aveva perduto. Altro alleato
più non gli restava che la repubblica di Venezia, la quale credevasi
bensì obbligata a difendere il possedimento dei Milanese, ma non già a
riconquistarlo per lui, dopo ch'egli avealo perduto. Venezia era
tuttavia, in faccia all'imperatore, sotto la protezione della tregua che
aveva terminata la guerra della lega di Cambrai. Finchè Carlo V avea
dovuto lottare contro le ribellioni de' suoi sudditi e contro
formidabili esterni nemici, aveva cercato di non accrescere il numero
degli ultimi, ed acconsentito a non risguardare i Veneziani come in
guerra con lui, malgrado i soccorsi che si erano obbligati di dare alla
Francia. Ma quando cominciò a sentirsi più potente, parlò con un tuono
più orgoglioso, e dichiarò di non volere più lungamente soffrire che uno
stato quasi chiuso da ogni banda tra i suoi, godesse di tutti i vantaggi
della pace, nel mentre che desso stato si manteneva per lui
continuamente ostile[52].
[51] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 241. — Fr. Belcarii, l. XVII, p.
525._
[52] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 242. — P. Paruta Ist. Ven., l. V,
p. 305._
Il papa, di concerto coll'imperatore, esortava tutte le potenze d'Italia
a collegarsi per la difesa comune, volendo che reciprocamente si
guarentissero gli attuali possedimenti. Dava inoltre per motivo di
quest'alleanza il desiderio di mettere l'Italia in istato di difesa
contro Solimano, imperatore dei Turchi, la di cui ambizione, riscaldata
da nuove conquiste, facevasi sempre più minacciosa: ma i Veneziani, che
conoscevano l'ordinaria sorte delle leghe formate dalla Chiesa, e che si
applaudivano d'essere in pace col sultano, non volevano essere
strascinati dal papa in guerra con quel formidabile vicino, a rischio
d'essere poi abbandonati da tutti i loro alleati. Questo timore ed il
rincrescimento di rinunciare all'alleanza della Francia, alla quale
avevano fatti così grandi sagrificj, li tennero lungamente dubbiosi. La
negoziazione si prolungò nove mesi, ne' quali fecero vani sforzi per
sapere se Francesco I era finalmente disposto ad assecondarli
potentemente, o se dovevano abbandonare un principe che abbandonava sè
stesso. Il vescovo di Bayeux e Federico da Bozzolo furono mandati a
Venezia dal re di Francia per attraversare una negoziazione di cui
temeva i risultamenti; ma le magnifiche loro promesse, così spesso
smentite dalla esperienza, più non ispiravano confidenza. Dall'altro
canto Girolamo Adorno, ambasciatore di Carlo V, morto prima di avere
condotta a fine la negoziazione di cui era incaricato, venne rimpiazzato
da Marino Caraccioli, protonotaro apostolico. Finalmente dopo lunghi
contrasti, duranti i quali era pure morto il doge Antonio Grimani, cui
era succeduto Andrea Gritti, fu sottoscritto, in sul finire di luglio,
il trattato d'alleanza tra l'imperatore, suo fratello l'arciduca
Ferdinando, Francesco Sforza, duca di Milano, e la repubblica di
Venezia[53].
[53] _P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 305-316. — Fr. Guicciardini, l.
XV, p. 242-247. — Gal. Capella, l. II, f. 26._
Le potenze contraenti si guarentivano reciprocamente i loro stati
d'Italia, ma soltanto contro i principi cristiani; perchè la repubblica
di Venezia, ferma nella presa risoluzione di non lasciarsi strascinare
in veruna guerra contro i Turchi, ricusò perentoriamente di promettere
la garanzia del regno di Napoli contro di loro. Il reciproco soccorso
promesso dall'imperatore a nome del duca di Milano, e dai Veneziani, era
di seicento uomini d'armi, seicento cavaleggieri e sei mila pedoni.
Inoltre il senato si obbligava a somministrare, in caso di bisogno,
venticinque galere per la difesa del regno di Napoli. Ferdinando,
fratello dell'imperatore, pienamente rinunciava per la somma di dugento
mila ducati, che la repubblica obbligavasi a pagargli nel termine di
otto anni, a tutte le pretese dell'arciduca d'Austria e dell'impero
sullo stato veneziano[54].
[54] _P. Paruta, l. V, p. 317. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 248. —
P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 341. — Arn. Ferroni de reb.
Gall., l. VII, p. 139. — Gal. Capella, l. II, f. 26._
Questo trattato, che, staccando i Veneziani dalla Francia, gli obbligava
alla difesa de' suoi nemici, sembrava che dovesse rimuovere Francesco I
da ogni nuovo tentativo sulla Lombardia, ove più non doveva trovare
alleati. Pure il trattato non era appena sottoscritto, che si seppe che
il re di Francia adunava nella Svizzera, a' piè dei Pirenei ed ai
confini dell'Italia, una numerosa fanteria, e sembrava apparecchiato a
dare esecuzione alle minacce che andava da gran tempo facendo. A tale
notizia Adriano VI credette di dovere abbandonare le parti di
pacificatore cui fin allora erasi conservato fedele. L'Italia era in
pace, sebbene continuamente divorata dall'armata imperiale, ed omai
seguiva una sola bandiera; ma l'invasione di Francesco I vi riconduceva
la guerra. Il papa giudicò che non si scosterebbe dal carattere di comun
padre de' fedeli guarantendo lo stato attuale, e respingendo di concerto
con tutti gli altri Italiani una straniera invasione: per ciò il 3 di
agosto sottoscrisse in Roma col vicerè di Napoli una confederazione che
si andava da lungo tempo trattando, colla quale il papa, l'imperatore,
il re d'Inghilterra, l'arciduca d'Austria, il duca di Milano, il
cardinale de' Medici a nome de' Fiorentini, i Genovesi, i Sienesi, i
Lucchesi, obbligavansi a provvedere in comune alla difesa dell'Italia.
Tra questi confederati, gli uni doveano somministrare l'artiglieria e le
munizioni, altri il danaro, altri i soldati. La nomina del generalissimo
spettava al papa ed all'imperatore; ed in quest'occasione l'imperatore
affidò il comando di tutte le forze dell'Italia a Prospero Colonna.
Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, che nella precedente campagna
aveva con lui diviso il comando, geloso dei favori che l'imperatore
accordava al suo vecchio collega, con cui erasi disgustato, aveva
rinunciato alla carica di comandante della fanteria spagnuola, ed erasi
recato a Valladolid, alla corte di Carlo V, per fare le sue
lagnanze[55].
[55] _Gal. Capella, l. III, f. 27. — Fr. Guicciardini, l. XV, p.
250. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 260. — P. Paruta, l. V, p.
318. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 337. — Rayn. Ann.
Eccl., § 110, p. 394. — Scip. Ammirato, l. XXIX. p. 348. — Gio.
Cambi, t. XXII, p. 340._
Le ostilità erano in sul punto di ricominciare, ma furono precedute
dall'esplosione di due cospirazioni, che scoppiarono contemporaneamente
in due opposte parti. Tra i cortigiani di Francesco Sforza, duca di
Milano, trovavasi Bonifacio Visconti, suo ciambellano, che nudriva un
segreto odio contro di lui e contro il Moroni, a motivo dell'assassinio
di Ettore Visconti, suo parente, ch'egli credeva giustiziato per ordine
loro, e perchè da loro era stato spogliato della prefettura di Val di
Sesia. Il 25 di agosto, mentre tornava col duca da Monza a Milano, aveva
questi ordinato ai dugento cavalli della sua guardia di tenersi a
qualche distanza da lui per non incomodarlo colla polvere che facevano
sollevare. Il duca cavalcava una mula, e trovavasi lontano da tutta la
sua gente, quando Bonifacio Visconti, che aveva un gagliardissimo
cavallo turco, corse a briglia sciolta verso di lui in atto di ricevere
qualche ordine; ma, fattosegli vicino, gli diede un colpo di pugnale in
sul capo. L'impazienza del cavallo turco, e la paura della mula del
duca, fecero strisciare il colpo, e lo Sforza non rimase che leggermente
ferito in una spalla. Il Visconti, spronando il suo cavallo, fuggì con
tanta rapidità, che invano fu inseguito dalla cavalleria del duca, e
potè porsi in sicuro prima in Piemonte, poscia in Francia. All'istante
Galeazzo Birago, Milanese del partito francese, avuto avviso della
cospirazione, e non dubitando della morte del duca, s'impadronì di
Valenza in sul Po e della sua cittadella, per aprire ai Francesi questa
porta della Lombardia; ma non arrivarono i soccorsi di Francia che gli
erano stati promessi; ed Antonio de Leyva, che aveva il comando di
Pavia, venne subito co' suoi Spagnuoli ad assediare Valenza, che fu
presa dopo due giorni, senza che questa cospirazione avesse altri
risultamenti, che di far trarre alla tortura, indi al supplicio molti
gentiluomini milanesi sospetti di avervi avuto parte[56].
[56] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 251. — M. du Bellay, t. II, f.
281. — Gal. Capella, l. III, f. 28. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 523.
— Gio. Cambi, t. XXII, p. 242._
Il ritardo dei soccorsi francesi, aspettati dal Birago, procedeva in
parte dalla cospirazione del contestabile di Borbone. Francesco I, dopo
di avere respinti gli Inglesi ed i Fiamminghi in Picardia, aveva posta
ogni sua cura nel formare una potente armata per riconquistare il ducato
di Milano. Aveva caricate tutte le città e tutte le province d'inaudite
imposte, e pressochè intollerabili; aveva domandate decime al clero,
impegnate le sue entrate ai mercanti lionesi per procurarsi danaro
contante; e con tali modi aveva infatti ragunato un sufficiente tesoro
per supplire ai bisogni della più dispendiosa campagna. Scontento di
tutti coloro che fin allora avevano comandate le sue armate, volle
condurre egli medesimo le sue truppe in Italia, e tali erano i suoi
apparecchj, che gli presagivano un buon successo. Aveva adunate mille
ottocento lance, sei mila Svizzeri, due mila Valesani, due mila
Grigioni, sei mila Landsknecht, tre mila Italiani e dodici mila
avventurieri francesi, che finalmente si era determinato di chiamare al
mestiere delle armi, dopo avere sperimentato quanto gli fosse riuscita
fatale la sua confidenza nelle truppe straniere[57].
[57] _Gal. Capella, l. III, f. 26. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 138. —
Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 259-283. — Fr. Guicciardini, l. XV,
p. 253. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 533. — Scip. Ammirato, l. XXIX,
p. 348. — P. Paruta, l. XV, p. 319._
Quest'armata erasi di già riunita tra Lione e le montagne del Delfinato,
quando Francesco I ebbe i primi indizj del tradimento che meditava
contro di lui il contestabile di Borbone. Carlo III, conte di
Montpensieri e duca di Borbone, era il più ricco ed il più rispettato di
tutti i principi del sangue; era capo del ramo di Borbone-Montpensieri,
che, nel suo diritto alla corona, avrebbe preceduti i Borboni-Vendomi,
avi d'Enrico IV. A grande valore ed a molte belle qualità univa un
orgoglio irascibile, una smisurata ambizione, ed una prodigalità senza
limiti che gli aveva fatti contrarre enormi debiti. Due anni prima aveva
risentita con indignazione l'ingiustizia che pretendeva essergli stata
fatta da Francesco I nelle guerre di Fiandra, quando questi aveva data
al duca d'Alenzon, suo cognato, piuttosto che a lui, contestabile di
Francia, il comando della sua vanguardia[58]. Ma ciò che aveva spinto
all'estremo il suo risentimento era il processo che gli aveva intentato
innanzi al parlamento di Parigi Luigia di Savoja, madre del re, per
riclamare da lui una parte dell'eredità di sua moglie, morta da poco
tempo. Credeva non potere sperare giustizia dai tribunali in questa sua
lite colla reggente, e risguardava questo processo come una prova della
gelosia di Francesco I, che voleva ruinare la sua fortuna per poterlo
più facilmente opprimere[59].
[58] _M. du Bellay, l. I, p. 143. — P. Jovii de Vita Ferd. Davali,
l. III, p. 339._
[59] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 252. — M. du Bellay, l. II, p.
261. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 136._
In Francia ed in altre monarchie feudali eransi frequentemente veduti i
grandi signori ed i principi del sangue cospirare contro il capo dello
stato, e non solo cercare di limitarne l'autorità, ma di precipitarlo
dal trono, e di levargli la vita. Pure era riservato al Borbone di
cospirare, non solo contro il suo re, ma altresì contro la sua patria;
di volere distruggere l'indipendenza nazionale, e la stessa esistenza
del nome francese; di adoperarsi perchè la nazione francese, cui aveva
l'onore di appartenere, fosse divisa tra gli stranieri, di lei ereditarj
nemici. Il Borbone erasi venduto ad Adriano di Buren, deputato
dell'imperatore, ed a Russel, deputato d'Enrico VIII. Col danaro da loro
ricevuto erasi obbligato ad assoldare dodici mila uomini, e ad attaccare
alla loro testa la Borgogna, tostocchè Francesco I avrebbe colla sua
armata valicate le Alpi. In premio di questo tradimento la Provenza
doveva essere per lui eretta in regno; egli dovea sposare Eleonora,
sorella dell'imperatore Carlo V, e vedova d'Emanuele, re di Portogallo:
tutto il restante della Francia doveva essere diviso tra l'imperatore ed
il re d'Inghilterra; ed il nome di Francese doveva essere cancellato dai
nomi delle nazioni[60].
[60] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 252. — M. du Bellay, l. II, p.
264. — P. Jovii Vita Davali, l. III, p. 330. — Mém. de Louis de la
Tremouille, t. XIV, ch. XIX, p. 218. — Franc. Belcarii, l. XVII, p.
538. — Arn. Ferronii de reb. Gall., l. VII, p. 136. — Gal. Capella,
l. III, f. 29. — Rymer Acta et Convent., t. XIII, p. 794._
Avendo alcuni indizj eccitati i sospetti del governo, Boisì, fratello di
La Palisse, San Valorì, direttore generale delle poste, ed il vescovo
d'Autun, tutti complici della cospirazione del Borbone, furono
arrestati. Francesco I andò a Moulins a visitare il duca di Borbone, che
fingeva d'essere ammalato; gli comunicò i sospetti che si erano formati
contro di lui, ma soggiunse che veruna prova non potrebbe parergli
bastante a convincere suo cugino di così enorme delitto; e dichiarò che
più non dubiterebbe della sua innocenza, se Borbone gliene dava la sua
parola d'onore, e si obbligava nello stesso tempo a seguirlo in Italia.
Il Borbone prese la mano del re con apparente trasporto di riconoscenza;
gli protestò d'essere accusato a torto; domandò perdono della
inconsideratezza de' suoi discorsi, che senza dubbio avevano dato motivo
di calunniarlo, e giurò che, infermo come egli era, voleva farsi portare
in lettiga dietro l'armata reale. In fatti questa lettiga seguì due
giorni il re; ma non era destinata che ad ingannarlo. Borbone era
partito la stessa notte da Moulins, e, fuggendo a precipizio, era giunto
a Besanzon, fortezza in allora dell'imperatore, dove aveva ordinato ai
gentiluomini associati agl'infami suoi progetti di raggiugnerlo[61].
[61] _M. du Bellay, l. II, p. 235. — Arn. Ferronii, l. VII, p. 136.
— P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 341. — Fr. Belcarii, l.
XVII, p. 530. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 253._
Grande era il numero di coloro che avevano congiurato contro la patria,
e molti appartenevano alle più illustri famiglie. Vi si annoveravano
Filiberto di Chalons, principe d'Orange, destinato come il Borbone a
figurare nelle calamità dell'Italia; Pomperano, Le Pelloux, Lurcì,
Montbardone, Lalliere, Aymar di Prie, Hennuyer della Mothe, che si erano
renduti gloriosi nelle precedenti guerre; e Francesco I stendeva i suoi
sospetti, e non senza ragione, sul duca di Vendome e su tutta la casa di
Borbone: quindi pensò di non potere in tale istante allontanarsi dal suo
regno senza pericolo[62].
[62] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 265. — P. Jovii Vita Ferd.
Davali, l. III, p. 341._
Dall'altro canto egli non voleva lasciar d'approfittare della più bella
armata che avesse mai adunata. Sgraziatamente ne affidò il comando a
Guglielmo di Gouffier, più noto sotto il nome di ammiraglio Bonnivet, il
più amabile tra i suoi cortigiani, quegli che più d'ogni altro sapeva
adulare e piacere al suo padrone; ma quegli altresì ch'era men d'ogni
altro capace di condurre un'armata, e che non aveva imparato ciò che
saper deve un generale[63].
[63] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 253. — M. du Bellay, l. II, p.
279. — Arn. Ferronii, l. VII, p. 139. — Fr. Belcarii, l. XVII, p.
533. — Gal. Capella, l. III, f. 29. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l.
III, p. 341._
Prospero Colonna, che, come generalissimo della lega, trovavasi
incaricato della difesa dell'Italia, giaceva a quest'epoca abbattuto da
lunga malattia, che non gli aveva soltanto indebolito il corpo ma ancora
lo spirito. Erasi dato a credere di non aver a temere un'invasione
francese, ed aveva licenziata parte della sua truppa; non aveva riparate
le fortificazioni di Milano; per l'abituale negligenza dell'imperatore
trovavasi senza danaro; e quando seppe, in principio di settembre, che i
Francesi passavano le Alpi, sentì tutto il pericolo della sua posizione.
Ad ogni modo egli sperava tuttavia di potere difendere contro l'armata
francese il passaggio del Ticino; mentre che Antonio di Leyva,
abbandonando tutto il paese posto al di là di questo fiume, erasi
ritirato a Pavia colla fanteria spagnuola, e che la difesa del Cremonese
restava affidata ad una guarnigione di mille fanti[64].
[64] _Gal. Capella, l. III, f. 29. — P. Jovii Vita Davali, l. III,
p. 342._
I Veneziani, per soddisfare agli obblighi contratti coll'imperatore,
avevano tolto il comando delle loro truppe a Teodoro Trivulzio, zelante
partigiano della Francia, e datolo a Francesco Maria della Rovere, duca
d'Urbino. Il senato non poteva scegliere altro generale che nel modo di
fare la guerra meglio accordare si potesse colla sua prudente politica:
pareva che verun altro scopo non si proponesse nel comando delle armate,
che quello di evitare ogni battaglia, ogni pericolo; e quando Prospero
Colonna lo affrettò ad occupare Lodi, ad avanzarsi sulle sponde
dell'Adda, o a passare questo fiume per proteggere Milano, egli vi si
ricusò costantemente per tema d'incontrare i nemici[65].
[65] _P. Paruta Ist. Ven. l. V, p. 320._
Era stato da Adriano VI nominato gonfaloniere della Chiesa il marchese
di Mantova, il quale aveva allestita un'armata in riva al Po; ma questi
ancora era egualmente disposto a non passare Parma, per non
compromettersi; onde non dava a Prospero Colonna alcuno effettivo
soccorso. Giovanni de' Medici, comandante delle Bande nere, che suo
cugino il cardinale Giulio aveva persuaso a lasciare il servizio della
Francia per ritornare di nuovo a quello dell'imperatore, non aveva
adottata così timida maniera di guerreggiare, ma le sue forze erano poco
considerabili. Finalmente la barriera del Ticino, sulla quale
principalmente confidava Prospero Colonna, per una straordinaria
siccità, che aveva diminuite assai le acque del fiume, non presentava la
consueta difficoltà al nemico. Questo vecchio generale, sebbene infermo,
erasi fatto portare in lettiga in faccia a Vigevano, dove si era
accampato Bonnivet. Bentosto trovandosi colà sotto il cannone del
nemico, e vedendo che non solo la cavalleria francese, ma ancora i
pedoni potrebbero guadare il Ticino, ne abbandonò le sponde, e ripiegò
verso Milano senza avere perduto un solo uomo[66].
[66] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 254. — Mém. de M. du Bellay, l.
II, p. 287. — Arn. Ferronii Burdigalensis, l. VII, p. 139. — P.
Jovii Vita Davali, l. III, p. 342. — P. Paruta, l. V, p. 319._
Il 14 di settembre del 1523, nello stesso giorno in cui l'armata di
Bonnivet passò il Ticino per cominciare una decisiva campagna, un
impreveduto avvenimento cambiò un'altra volta la bilancia delle parti, e
gettò il disordine nella lega che aveva preso a difendere l'Italia
contro i Francesi. Papa Adriano VI aveva celebrata la Messa il giorno 4
d'agosto sul monte Esquilino, ove festeggiavasi un miracolo della
Vergine, e lo stesso giorno aveva con grande cerimonia pubblicata la
lega conchiusa coll'imperatore. Affaticato da queste funzioni, rendute
più penose da un eccessivo caldo, si era ritirato per desinare alla
villa Mellini: colà lo assalì una leggiere febbre, ch'egli non
credette in verun modo pericolosa; nè i suoi medici lo prevennero
che corresse alcun rischio. Pure il suo male andava peggiorando,
senza che veruna delle persone che lo assistevano paressero
accorgersene; ed egli morì il 14 di settembre, quasi senza aver
avuto il tempo di apparecchiarvisi[67].
[67] _P. Jovii Vita Davali, l. III, p. 342. — Idem Vita d'Adriano
VI, p. 133. — Idem Vita di Pompeo Colonna, p. 159. — Rayn. Ann.
Eccl. § 112, p. 394. — Onof. Panvinio, f. 266. — Gio. Cambi, t.
XXII, p. 243. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 349. — Fr. Belcarii, l.
XVII, p. 536._
Appunto in tale epoca cominciava la guerra, nella quale Adriano aveva
impegnata la Chiesa; gl'Italiani sapevano di già per esperienza tutto
quanto avrebbero a soffrire dall'invasione di un'armata barbara, e temer
potevano con ragione di essere, a cagione della morte del pontefice, del
burrascoso conclave che pareva promettere l'animosità de' contrarj
partiti abbandonati quasi senza difesa ai Francesi da loro provocati.
Tuttavia agli occhi de' Romani non eravi calamità che potesse pareggiare
quella d'avere alla testa del loro governo un papa barbaro, che non
sapeva il loro linguaggio; che aborriva la poesia e le arti, cui essi
dovevano quasi tutta la presente loro gloria; un papa che colla sua
avarizia aveva ruinate tutte le famiglie arricchite sotto i precedenti
pontificati; che aveva confiscati tutti gli ufficj venduti dai suoi
predecessori; che mai non accordava una grazia, e che pareva essersi
fatto un dovere di rimandare malcontenti tutti quelli che a lui si
presentavano. Perciò la notizia della sua morte risvegliò in Roma un
generale tripudio; ed all'indomani fu trovata la porta del suo medico,
Giovanni Antracino, ornata di festoni di fiori con questa iscrizione: Il
senato ed il popolo romano al liberatore della patria[68].
[68] _P. Giovio Vita di Adriano VI, p. 134. — Onof. Panvinio Vite
de' Pontefici, p. 266. — Lettera di Girolamo Negro del 7 aprile,
1523, e del 2 dicembre, da Roma, f. 119 tra le Lettere de' Principi,
l. I. Ediz. Ven. in 4.º 1581._