I nostri giorni cantano.

Un'allodola è nell'aria.

Il sole raggiunge il segno della primavera.

Allora al cuore, che ancora è in vita di gaudio, nasce la speranza e la

volontà dell'amore.

E qualcuno all'infuori di noi, nel profondo, segna la strada

dell'ineluttabile.

Si nasce per giungere a questo traguardo e solamente.

Uscii che donna Adalgisa non era ancora rientrata e per tutto il giorno

girovagai per la campagna. Verso sera non potei resistere più oltre e

mi inoltrai per la strada provinciale di Ravenna, verso la Monaldina.

Quando ebbi attraversata Coccolìa; quand'ebbi sorpassate le ville dei

Pasolini e dei Bonanzi e più prossima era la mèta prefissa, rallentai

l'andatura perchè il cuore mi batteva troppo forte.

Si sarebbe chiuso con quella notte, nella malinconica villa, il _Ciclo

della ghirlandella_?

E come si sarebbe chiuso? Quali erano i propositi di Giacometta?

Io subivo involontariamente, la stessa angoscia che mi aveva tenuto al

primo incontro.

Ormai la strada correva come un argine fra il fiume e le campagne. Mi

accostavo alla bassura ravennate. Le rive del fiume erano nude; non

avevano più alberi; neppure ligustri avevano, ma solo un po' d'erba giù

giù fino ai greti.

Anche l'ultimo crepuscolo stava per morire. Udii un suono di campane.

I braccianti che tornavano dal lavoro, in bicicletta, mi passavano

accanto parlucchiando.

Una vecchia contadina, in un biroccino trascinato da un asino grigio,

si era addormentata placidamente.

Poi la strada si fece più silenziosa e più deserta. Vidi da lontano gli

alberi della Monaldina.

Scesi dalla bicicletta.

Non avevo più che qualche centinaio di metri da percorrere.

E il cuore mi batteva troppo forte perchè non cercassi di calmare

l'affannoso respiro.

Mi fermai al cancello.

Due sole finestre della vecchia villa erano aperte, e la porta a vetri

che dava sulla scala esterna. Tentai di aprire il cancello rugginoso;

ma non vi riuscii. Chiamare non volevo. Cercai un'altra entrata.

Dalla villa non arrivava nè voce nè suono.

Pareva che il vento, il solo padrone del luogo, avesse aperte le due

finestre e le avesse lasciate così perchè le ore del giorno entrassero,

con la loro luce, per le stanze deserte.

Attesi per vedere se qualcuno apparisse: almeno un servo o un

contadino. Nessuno si mostrò. La villa del silenzio era in balìa del

suo muto incantesimo.

E se Giacometta era partita? Se arrivavo troppo tardi?

Forse mi aveva aspettato nella mattinata e mi aveva dato l'appuntamento

alla Monaldina per un suo singolare capriccio o per chi sa qual altro

rito tartarico. Perchè Giacometta non poteva e non sapeva dimenticare

di essere la nipote di Tatiana.

Mi accorsi poi che anche la porticina della chiesa era socchiusa e che

filtrava, attraverso alla fessura della porta, un bagliore di ceri.

Chi pregava maggio e Maria nella piccola chiesa della Monaldina?

I passeri ritornavano, a gruppetti, agli alberi del loro riposo. Si

abbassavano come voli di foglie secche, dai tetti della villa fin verso

i rami dov'era già un sommesso cinguettare.

Fra le foglie di un salice, il dolce trillo di due raganelle dava il

senso dell'umida sera poi che l'ora della rugiada era già alla soglia

del brolo e del giardino.

Trovai un cancelletto aperto verso la casa del contadino ed entrai.

Da un viale laterale, fiancheggiato da un duplice filare di tigli,

penetrai nel piazzale della villa. Arrivai ai piedi della scala

esterna; lasciai la bicicletta appoggiata al muro e mi disposi a

salire.

Poi che mi presentai sulla soglia, non vidi nessuno. Sopra una seggiola

era un largo cappello da donna. Sulla tavola un gran fascio di fiori e

un paio di guanti. Chiamai; nessuno rispose.

Nelle altre due stanze aperte era un uguale silenzio. Giacometta e la

signora Zeffira dovevano essere fuori di casa. Forse erano andate fino

a Ghibullo, per qualche spesa.

Discesi in giardino. Mi disposi ad aspettare.

La sera era sempre più pallida.

La chiesa dal campaniluccio sottile mi incuriosiva. Chi poteva sostare

in quel piccolo tempio fra i tigli e i roseti, a pregar maggio e Maria?

Mi accostai alla porta socchiusa.

Dall'interno mi giunse un bisbiglio di preghiere.

Sporsi la testa dall'apertura dell'uscio e guardai nell'interno.

Grande fu la mia sorpresa quando vidi in un inginocchiatoio dinanzi al

piccolo altare del fondo, Giacometta. Ella aveva raccolta la faccia fra

le mani e pareva immersa in una profonda meditazione religiosa.

Pregava? Era veramente con Dio o con i suoi pensieri mondani? Perchè

era entrata nel tempio s'io sapevo ch'ella non pregava mai? S'io sapevo

ch'ella non credeva?

Due inginocchiatoi stavano dinanzi all'altare; uno per lato. A destra

era Giacometta; a sinistra la signora Zeffira. Un poco più indietro,

verso la porta, inginocchiate sulla nuda terra, stavano due vecchie che

pregavano con grande fervore. Esse levavano, a quando a quando, gli

occhi verso la immagine dell'altare e congiungevano le nere e rugose

mani di povere creature di fatica, nell'atto di impetrare la grazia.

Chiedevano misericordia per l'altra vita, chè da questa ormai stavano

per trapassare, oppresse dall'amara fatica; e cercavano in Dio,

il vago paradiso dei cieli e il riposo dei giusti nell'eterna pace

dell'eternità.

Sì, riposare, riposare!...

Trovar, fuori dal mondo, la giusta legge in una clemenza infinita; e

farsi perdonare per aver pianto e sofferto; e per aver lavorato; e per

non aver goduto!

Entrai. La porta cigolò. Le vecchie si rivolsero a guardarmi e mi

sorrisero chinando il capo.

Anche Giacometta si rivolse.

Era pallida. I suoi grandi occhi erano tristi. Mi fece cenno di

attendere e nascose la faccia fra le palme aperte.

Una diecina di ceri ardevano sul piccolo altare. La chiesa ne era

tutta illuminata. I fiori del maggio odoravano per entro i grandi vasi

disposti sotto le immagini sacre.

Era una chiesa per una famiglia sola; il sacrario di una sola famiglia.

Per questo aveva una non so quale intima semplicità, una mistica

purezza che elevava l'anima a Dio.

Nulla poteva distrarre l'attenzione del credente: non fregi, non ori,

non ricchezze, non vanità senza senso dinanzi a Dio solo e tremendo;

nulla poteva ricondurre l'anima al terreno fasto. La piccola navata

era ignuda; scoperte le travi, appena imbiancate le pareti; ma una

ineffabile soavità era veramente nel luogo come se maggio vi fosse

entrato e vi si raccogliesse per dolcezza, a ricordarsi a Iddio nel

nome delle rondini e dei roseti in fiore; nel nome delle innamorate che

soffrono, e nel nome di tutta quanta la povera e cieca umanità.

E se pure io non sapevo e non volevo pregare secondo il rito cattolico;

s'io non volevo ricorrere alle parole gettate alle moltitudini che le

ripetevan da secoli e secoli senza conoscerne il senso, era in me una

più schietta preghiera, una mia comunione con Dio oltre i dogmi e le

casistiche della Chiesa.

Pregare, sì, ma quando il tuo profondo sorriso arrivi fino alla mia

miseria, sempre giovane Iddio de' miei anni! Pregarti quando io ti

senta e ti avverta, io solo e sperduto alla soglia del tuo tremendo

mistero; _io solo con te solo!_

E non altri fra la tua immensità e la nullità mia che ti cerca, che

si azzarda sulle tue vie tenebrose da stella a stella, nell'armonico

turbinìo dell'universo nel quale ed oltre il quale tu sei, _avvertito

e pur sempre ignoto_.

Io solo con te solo e non altri, perchè se l'anima mia trema, non

altri può intendere o guidarmi là dove ciascuno per sè può giungere, e

solamente.

Forse si possono indicare le strade del Signore, ma non più di questo

si può.

Così mi raccolsi, quella notte di maggio, nella chiesetta della

Monaldina fra il silenzio diverso di quattro creature prone.

Poi una vecchia si levò; intinse la mano nella pila dell'acqua

benedetta, si fece il segno della croce inchinandosi verso l'immagine

dell'altare e scomparve.

Poco dopo, dal campaniluccio della chiesa, si sperdevano sotto le

stelle, e con le lucciole dei grani, i rintocchi di una piccola

campana che suonava non so che cosa: se un'Ave, se un segno di preci

compiute, se un saluto alla notte del mondo, se un invito a una lontana

preghiera.

Ma furono pochi rintocchi. Allora anche la seconda vecchia si levò e

scomparve. Poi fu la volta della signora Zeffira.

Rimanemmo soli, Giacometta ed io.

Nè Giacometta accennava a ridestarsi dal suo sogno remoto. Trascorse

non so quanto tempo ancora, poi l'amor mio si levò d'un subito, si

inchinò e si rivolse per uscire.

— Siamo rimasti soli?

— Sì.

— È molto tempo?

— Forse mezz'ora.

— Perdonami. Pregavo.

— Di che dovrei perdonarti?

Anch'ella intinse la mano nella pila dell'acqua benedetta e si segnò.

— Quando sei arrivato?

— Sarà forse un'ora.

— Ti aspetto da questa mattina. Credevo tu non arrivassi più e non

sarebbe stato bello, da parte tua!

Non risposi.

Usciti dalla chiesetta, ci avviammo verso la scalinata della villa.

— Tu sapessi quant'ho combattuto per poter vivere almeno una notte con

te in questa vecchia villa. Era il mio desiderio da quando incominciai

a volerti bene!

Mi si accostò un poco più; riprese:

— Mi serbi rancore?

— Nessun rancore.

— Hai dimenticato?

— Non ho dimenticato!

— Eppure... credimi se vuoi... non ho cessato un minuto solo di volerti

bene!

Ci fermammo ai piedi della scala.

— Vuoi che facciamo un giro per il giardino?

— Come desideri.

Ci avviammo lungo i viali invasi dalle gramigne. Turbinavano intorno,

miriadi di lucciole; e dalle siepi di biancospino e dalle macchie

prossime e remote, cantavano i rosignoli.

— Ormai ho presa la mia decisione irrevocabile, Franzi, e puoi

credermi. Io non ho avuto per Rorò che un turbamento passeggero...

— Ma allora...

— Perchè gli aprivo?.... Che so? Mi faceva pena. Era come un fanciullo

disperato e prepotente.

— L'hai riveduto?

— Sì, a Bologna.

— All'albergo?

— All'albergo. Non voglio nasconderti niente. Non per difendermi. Tu

sai che degli altri non mi preoccupo affatto. Possono pensare e dire di

me ciò che vogliono. Non mi scompongo. Ma, per te, è un'altra cosa. A

te voglio dir tutto. Mi crederai?

— Ti crederò.

— Lo pensi davvero? Non essere cattivo, Franzi.

— Tu sai che non so essere cattivo.

— È vero. Dunque, dopo la tua partenza, Rorò non si dette per vinto.

Lo trattai male, non volli più vederlo, gli rivolsi appena la parola.

Ero indispettita con te e mi pareva di odiare Rorò. Ma certe volte,

quando si metteva al piano a cantare, mi prendeva non so quale profonda

malinconia... non so quale scoramento... e allora, s'egli avesse

voluto prendermi, l'avrebbe potuto, e non era amore... no, Franzi,

non era amore. Era un fascino malefico. Sotto l'oscuro dominio della

sua musica, mi sentivo perdere; tutte le mie forze mi abbandonavano.

Avrei pianto senza sapere il perchè della mia tristezza. Un incubo,

ti dico!... Un incubo soave e malefico. E quando riuscivo a vincermi,

quando potevo riprendere l'assoluta padronanza della mia volontà,

allora mi proponevo di dimostrare a Rorò che non potevo soffrirlo;

ch'egli tanto più mi diventava odioso, quanto più sapeva perdermi,

in certe ore. Non gli rivolgevo la parola; non rispondevo alle sue

ostinate insistenze. Ma Rorò non mi dava tregua. Con la testardaggine

di un fanciullo prepotente, si era proposto di ottenere da me ciò che

voleva. Nulla poteva togliergli la convinzione di riuscire. E ciò, a

volte, mi dava una vera febbre di rivolta!....

— ... ma era amore!...

— No, non era amore! Ascoltami. Una volta decisi di andarmene.

Volevo raggiungerti. Avevo sete di te. Tu mi apparivi tanto diverso!

Quantunque fossi offesa...

— E che male ti avevo fatto io?

— Ma tu non conosci le donne, povero Franzi! Tu sei un bambino. Tu non

puoi vivere che dei tuoi sogni e delle tue illusioni. Io ero offesa con

te e ne avevo ragione. Non ci si lascia così, senza un'ultima parola...

e non si vince abbandonando il campo della lotta! Ma non importa. Il

fatto si è ch'io ti volevo bene anche allora come te ne voglio adesso;

ma ero indispettita. Avrei voluto averti vicino per farti almeno un

po' di male e darti poi tutto quanto il mio amore... ma tutto!... Tu

non c'eri e un giorno decisi di andarmene. Volevo raggiungerti; volevo

vederti, come ti vedo, e poi...

«Avevo già compiuti i preparativi in silenzio perchè a nessuno

trapelasse qualcosa della mia decisione. Neppure Arlecchina doveva

sapere. Sarei partita all'ora del pranzo, quando nessuno mi avesse

veduta. E, all'ora stabilita, salii in camera mia per porre ad effetto

il mio proposito quando vidi, sulla scrivania, una lettera per me.

Riconobbi la scrittura di Rorò. Non volevo leggerla. Ormai mi aveva

scritto troppe volte e sapevo, press'a poco, ciò che mi avrebbe

detto. Presi la lettera; fui per strapparla; mi pentii. Era meglio

ch'io sapessi ciò che mi scriveva; tanto non potevo temerlo, ed era

per l'ultima volta. Strappai la busta. Lessi. Era una lettera piena

di oscure minacce. Mi avvisava di essere partito e di aspettarmi a

Bologna, al Baglioni. Mi supplicava di raggiungerlo. Dichiarava che,

se non fossi andata avrei avuta sulla coscienza la responsabilità

del gesto disperato ch'egli avrebbe compiuto. Un romantico, in poche

parole, ma un romantico del quale io non sapevo quasi niente. Malato

di nervi lo era; e se avesse per davvero posto ad effetto il suo

proposito? Quella lettera mi lasciò perplessa. Intanto cominciai col

non partire. Discesi a pranzo. Ero nervosa, agitata; non toccai cibo.

Dopo pranzo Arlecchina si pose al pianoforte e cantò una romanza di

lui.

«Io sono una debole cosa, Franzi! Io stessa non mi conosco ancora!

Io non so che cosa mi provenne da quella musica... sta di fatto che

salii in camera mia e, quando ebbi serrato l'uscio e fui sola, mi

gettai sopra un divano, presa dal convulso del pianto. Soffrii come una

disperata senza sapere perchè. Che cosa avevo? Perchè piangevo? Non ero

libera di andare da lui quando l'avessi voluto? Non potevo dargli tutta

me stessa, se ciò mi fosse piaciuto? No, io non volevo questo; anzi

il pensiero di appartenergli mi destava profonda ripugnanza. E allora?

Se non era amore quel mio turbamento, che cosa era mai?... Che cos'era

mai?..»

Parlava sommessamente e rapidamente senza guardarmi. Guardava il

sentiero. Confessandosi a me, provava la singolare voluttà di denudare

l'anima sua di fronte a sè stessa. Provava il piacere di rivivere la

sua pena morbosa, ne' suoi minimi particolari. Riprese:

— Dovevo soffrire... non so!... Era forse la notte di maggio col suo

languore... era la mia stanchezza... eri tu che non c'eri. Come hai

avuto torto ad andartene, bambino! Il giorno dopo, quando seppi che eri

partito, giurai che non ti avrei riveduto mai più. Eppure...

«Basta, mi levai talmente spossata dal divano, che non avevo più forza

di reggermi in piedi. E la mia debolezza ingrandì il mio tormento e

la mia paura. Allora, senza sapere che cosa facevo, senza misurare le

conseguenze del mio atto, senza preoccuparmi di ciò che avrei potuto

decidere la mattina, dopo una notte di riposato sonno, gli telegrafai.

Gli telegrafai così: _Mi aspetti. Verrò._

«Tutto ciò mi dava un'amarezza insoddisfatta; ma... dovevo farlo!...

Ero in preda ad una suggestione che non mi spiego. Forse io, pur senza

consentire, subivo la forza della sua volontà lontana. Quando ebbi

compiuto questo, mi sentii più sollevata e non pensai più a niente.

Sentivo solo un profondo bisogno di non veder nessuno; di non parlare

a nessuno; di essere sola... sola... sola!..»

Trasse un profondo sospiro. Pareva che, narrando, disfacendosi del

ricordo, si disfacesse anche di una grande pena e sospirasse di

sollievo per sentirsene, così, liberata.

— La mattina dopo pensai che per vincere l'angoscia dovevo andare da

lui; dovevo affrontarlo, sola con lui, in una stanza d'albergo o in

un qualsiasi altro luogo. Ciò non mi impauriva. Non era di lui come

uomo che temevo; temevo il fascino oscuro dell'anima sua attraverso

all'impero dell'arte sua; e temevo l'incompiutezza dei nostri rapporti.

Bisognava arrivare ad una soluzione ed ero ben decisa ad arrivarvi,

qualunque fosse stata la strada che avrei dovuto seguire. Tale

decisione mi rese momentaneamente più leggera; mi rese più sopportabile

la giornata. I miei preparativi erano compiuti. Alle undici salivo in

automobile. Discesi al Baglioni.

«Arrivata all'albergo fui colta da una grande freddezza, da una

indifferenza glaciale. Il sapermi, ora, vicino a lui mi dava una

padronanza assoluta ed improvvisa de' miei nervi. Non lo temevo più.

Avrebbe potuto minacciare la sua e la mia morte che ne avrei sorriso.

Tutto il suo potere su di me, che la distanza ingrandiva, era meno

che niente. Non volli vederlo subito; uscii. Verso sera, rientrando,

incontrai Rorò nella _hall_. Non appena mi vide si fece pallidissimo.

Non mi piacque. La sua faccia si contrasse in una smorfia implorante

che non mi piacque. Io non capisco la pietà; non so essere pietosa.

Nell'amore, la miseria di chi prega, mi fa più crudele. In nessuna

battaglia si vince pregando; e l'amore, per me, è una bella battaglia.

Se egli mi avesse investita lo avrei forse ascoltato; ma il trovarmelo

dinanzi così, come un miserevole fanciullo che si getta in ginocchio

a pregare, mi indispettiva. Lo salutai passando. Non volli fermarmi.

Poco dopo ricevevo, in camera, un suo biglietto nel quale mi pregava

di accordargli un breve colloquio. Ero ben disposta. Glielo accordai

subito. Poteva venire. Avevo un cattivo desiderio di vendicarmi; di

fargli scontare tutta la pena che avevo involontariamente patita per

lui. Si presentò. La mia freddezza lo sconcertava. Tu sai come sono

quando mi si forma come un nodo nel cuore e non c'è più niente al mondo

che possa commuovermi o rimuovermi dalla fredda impassibilità che mi

tiene. Io sono allora come se vivessi una vita lontana da tutte le cose

che mi stanno intorno; come se ogni mia sensazione si cristallizzasse.

E non v'è preghiera o disperazione che mi smuova. Allora non posso

vincermi... non posso!...

«Egli parlò per più di mezz'ora e non ricordo che disse. Lo lasciai

parlare. Non mi interessava. Non una parola uscì dalla mia bocca.

Quanto più l'eccitazione lo teneva, tanto più mi facevo fredda e muta.

Solo in un punto, quand'egli tentò di avvicinarsi a me, le mani tese

in un gesto di minaccia, gli occhi miei cercarono gli occhi di lui e

questo bastò per vincerlo.

«Pianse, strepitò, si ruzzolò sul tappeto, finì per estrarre la

rivoltella e per puntarsela alle tempie. Lo lasciai fare sorridendo.

Ormai avevo veduta ben nuda l'anima sua e sapevo che non avrebbe avuto

il coraggio di arrivare fino in fondo. E il coraggio non l'ebbe. E

tanto più fu ridicolo agli occhi miei, quanto più aveva azzardato. Per

tre volte uscì con aria tremenda e per tre volte rientrò più disfatto

che mai. Alla quarta volta chiusi la porta a chiave. Non ne potevo più.

Incominciava la nausea. Anche i miei nervi si stancavano e la tensione

era troppo grande. Mi gettai sul letto e mi addormentai così, senza

svestirmi, perchè il sonno mi sopravvenne come un letargo.

«Il giorno dopo ritornò all'assalto. Aveva una disposizione d'animo

migliore. Mi promise che sarebbe partito la sera stessa. Si era già

fornito del biglietto di viaggio e me lo mostrò. Mi chiese se, per

l'ultima volta, avessi acconsentito a fare una passeggiata in vettura

con lui. Perchè negarglielo?

«Egli non parlava più; solo, di tanto in tanto, tentava una carezza.

Poi incominciò a canticchiare. Lo fece ad arte? Aveva imparato la

strada della mia malinconia?... Io non so... Le forze mi vennero

meno... Allora mi prese fra le braccia e mi baciò sulla bocca...

lungamente...

«Non gli resi il bacio; fu la cosa di un attimo, chè il mio smarrimento

non durò più di tanto. Dopo, ogni suo tentativo fu vano.

«Volli ritornare. All'albergo mi lasciò e non l'ho rivisto più. «E

questo è tutto!... Se vuoi credermi, Franzi, questo è tutto!...

— Ti credo.

— Poi non mi seppi rassegnare a non rivederti e tanto feci fin che

non ebbi la possibilità di incontrarti qui, alla Monaldina, come avevo

stabilito dai primi giorni in cui ti conobbi. È un voto che sciolgo.

La nostra ghirlandella è sempre sul ramo più in cima della più alta

betulla del giardino. Domani andrai e la prenderai per serbarla. Se tu

non fossi venuto mi avresti cambiato in veleno il mio primo sogno e non

ti avrei saputo perdonare. Ora sei qui... e la bella notte di maggio è

nostra... ed io ti voglio bene come prima... più di prima Franzi mio!

Giacometta aveva ragione, non poteva aver che ragione perchè,

nonostante tutto, anch'io le volevo un gran bene.

Sedemmo alla tavola apparecchiata.

La signora Zeffira si era fatta aiutare dalla contadina e tutto era

stato fatto per bene.

Non mancavano neppure i fiori, in mezzo alla tavola. La tovaglia

era candida; i vassoi erano d'argento; il vino ricordava i rubini

incastonati nei diademi delle Basilisse.

Anche le lucciole entravano, dalle finestre aperte sul giardino. Ed

entravano le falene a bruciarsi le ali e a morire alle fiammelle della

lampada nella quale ardeva il puro olio dei colli.

Non avevamo altri lumi, ma quello ci bastava; ed era soave la luce.

Giacometta mi si era seduta accanto; e voi signora Zeffira, sedevate

discretamente all'altro lato della tavola, ben lontana.

E, con saggia disposizione, pensavate a mangiare senza occuparvi di

noi, il che era ben fatto.

La contadina ci serviva eccitando il nostro appetito co' suoi consigli.

Giacometta era gaia. Rideva e si illuminava. Aveva forse decisa la mia

e la sua felicità per sempre?...

Ahi, per sempre, Giacometta!

E qual valore ha questa parola nel rapido e mutevole mondo, quando «per

sempre!» lo si dica all'amore?...

Tu eri la nuvola bianca sul giardino della primavera. Un bagliore che

si dissolve.

Ma quella notte ridevi e brillava la chiostra de' tuoi piccoli denti

serrati, nel sorriso, fra le labbra rosse; e mangiavi di buon animo, e

ti illuminavi.

Io ti ero vicino, e il tuo riso era il mio riso perchè mi avevi fatto

dimenticare il mondo, tu, ardore del mio tempo soave.

Avevo tante cose da dirti che mi si accendevano nella mente! Un brio

indiavolato mi discendeva per le vene, per la felicità di averti

accanto. Tu eri ritornata e mi volevi bene. Questo era almeno certo per

quella notte. Io non pensavo più in là e tu mi avevi abituato a questo.

Volevo ridere, volevo averti! E tu eri della stessa opinione. Questo,

fanciulle mie, è sommamente bello in amore. In amore bisogna essere,

almeno qualche volta, della stessa opinione, altrimenti le fontanelle

si seccano e si può morire dalla sete.

Questo ancora è un brutto guaio, belle figliuole di Forlì e di Ravenna,

delle due mie città esemplari e fantastiche; è un brutto guaio e

bisogna evitarlo a tempo giusto. Due lucciole si posarono sulla tavola

e scambiarono forse il candore della tovaglia, per una nuvola.

Noi non sappiamo che cosa pensino le lucciole sopra una tovaglia di

bucato.

Credettero esse di essere arrivate presso la lampada del cielo, sopra

una nuvola bianca?

Forse sì, perchè si disposero ad amarsi.

E si congiunsero sotto gli occhi nostri perchè, questa, non è, per le

lucciole, una cosa impudica.

Fecero ciò che dovevano fare secondo le sacre leggi; e Giacometta ne

sorrise.

La _piê_ era odorosa, il buon pane azimo della nostra gente.

Veronica, quante uova avevate impastate con la farina, e quanto

strutto, per fare una così saporosa _piê_, che ancora me ne ricordo?

E i galletti di primo canto erano morti per la nostra fame. Poveri

vivaci galletti che strillano:

— _Vita da Reeee!_... — quando nasce il sole dietro i pagliai delle aie.

Io pure cantavo: — _Vita da Re!_ — e Giacometta mi si stringeva

al fianco. I suoi piccoli piedi erano coi miei. Le nostre gambe si

intrecciavano sotto la tavola.

Ad un tratto, le chiesi una piccola cosa all'orecchio ed ella mi

rispose, arrossendo:

— Sì, tutto quello che vuoi!...

Bene, e se allora mi avesse domandato di essere casto per tutto un

anno, avrei accettato di buon cuore il sacrificio, perchè le volevo

bene.

Ma eravamo alla fine di un capitolo e leggevamo le parole che accendono.

— Ragazzi, la cena è finita. Non c'è altro.

— Tanto meglio.

— Io vado a letto, ragazzi. Sono stanca. Alla mia età non si può

vegliare.

— Buona notte, signora Zeffira!

— Buona notte.

— Volete vi svegli, domattina?

— No, grazie.

— Dormite bene.

— Altrettanto a lei.

— Veronica, non importa sparecchiate. Ci penseremo domani.

— Va bene. Felice notte!

— Felice notte!

E la Veronica se ne andò da una parte; la signora Zeffira dall'altra.

— Chiudete bene le porte...

— Sì, signora...

Furon ben chiuse le porte; ma non quella del giardino. Rimanemmo soli.

Sulla tavola c'erano ancora le prime ciliege di maggio; rosse come i

tuoi baci, Giacometta. Continuammo a mangiarne e bevemmo ancora del

vino, rosso come i rubini incastonati nei diademi delle Basilisse.

Finimmo per abbracciarci.

Allora accadde che d'improvviso, le nostre bocche fossero l'una su

l'altra, in un bacio diabolico.

Ci colse l'affanno. A cadere si fa prestissimo; basta un secondo, è

l'amore che turbina! Ma non volemmo cadere.

La lampada ardeva, soave, sulla tovaglia bianca, e, intorno a lei, era

una distesa di falene morte, di moscerini morti, di insetti di ogni

colore.

— Se andassimo a fare un giro in giardino?

— Come vuoi.

— Che ore sono?

— Le dieci.

— Non è tardi. Andiamo.

Passammo nel silenzio della notte e delle stelle infinite. Per le

strade, pei campi non c'era più nessuno. Le case dei contadini erano

buie.

Avvinghiati l'uno all'altra, girovagammo senza parlare. Solo, tale e

tanta era la nostra gioia di sentirci uniti, di avvertire l'assoluta

presenza dell'amore, che, a quando a quando, ci trovavamo a bocca a

bocca con lo stesso desiderio. Era l'assoluta felicità del possesso e

della dedizione.

Le mie mani non avevano più ritegno; ma decade il ritegno quando la

gioia è comune; quando non è sola la brutalità del maschio, che voglia,

ma è la compiutezza di due creature.

Le accarezzai la faccia, la gola, i fianchi lunati di bella giovinetta

esile e forte.

Ella lasciava fare, smorendo. Le forze le venivano meno. Sarebbe caduta

sull'erba se non l'avessi sorretta. Solo mormorava sospirando:

— Franzi... Franzi, non mi far soffrire!...

E ancora, in uno spasimo:

— Sì, fammi soffrire!... Fammi soffrire!...

Poi arrivò l'ora di salire alle nostre stanze. Ci soffermammo a

chiudere la porta, le finestre della sala.

Presi, dalla tavola, la lampada d'argento.

— La portiamo con noi?

— Sì, portiamola con noi!

Salimmo le scale lentamente, abbracciati. Nei grandi occhi celesti

di Giacometta, era tale desiderosa dolcezza, che mi faceva tremare i

polsi.

Entrammo nella stanza di lei che era vasta ed antica. Un grande letto

nuziale, a baldacchino, coperto di broccati, le quattro colonne a

stucchi e a oro, e le spalliere, occupava gran parte di una parete

e si spingeva fin quasi al mezzo della stanza. Era il monumento del

sonno e delle giuste nozze. Chissà quanti sposi vi si eran voltate le

spalle! Gli antichi erano preveggenti e pensavano che, per dormire

insieme tutta la vita, occorre molto spazio. Il matrimonio, ammesso

che corregga il costume, allarga il letto del sonno. Non sarebbe molto

meglio dormire in due stanze vicine, umilmente e santamente, quando

tutte le fontanelle sono seccate?... Quando l'amore è già morto da

tanto tempo, dalla sete?...

V'era adunque in quella stanza un tal letto che Giacometta ne fu

sorpresa.

— Dio mio!... Non l'avevo veduto ancora!... Ma questo non è un letto,

è un edifizio! Come doveva essere brutto il matrimonio di una volta!

— Ma... press'a poco...

— Non è vero! L'ambiente crea la grazia e la disposizione alla grazia.

— Già! Ma allora spengevano il lume e, al buio, l'ambiente è sempre lo

stesso!

— Ma non la disposizione.

— Secondo gli anni dei coniugi. Poi a quei tempi si bevevano fiumi e

si mangiavano montagne. Allora la grazia si alzava lo strascico per

andarsene in tutta fretta.

Giacometta volle tutto vedere, improvvisamente bambina. Aveva

dimenticato l'ora, l'ansia, l'angoscia che ci teneva pochi momenti

prima; si era rasserenata. Correva e rideva, scherzava, animata da

tutt'altri propositi che non fossero quelli dell'amore. L'amore lo

aveva dimenticato forse, forse anche i propositi suoi erano svaniti.

Ciò mi fece un po' nero di umore.

— Che cos'hai, Franzi? Non sei più allegro? Perchè fai quella faccia?

— Non me ne accorgo. Sarà un effetto di luce.

Scoppiò in una risata.

Quando ebbe rovistato ogni angolo, parve disposta ad essere più

tranquilla. Si fermò; stette muta e pensosa. Disse poi:

— Vieni ad accendere il mio lume.

Ubbidii. Ella si fermò ai piedi del letto. Si era accigliata ad un

tratto. Mi avvicinai guardandola. Rifuggì dal guardarmi. Allora,

amareggiato ed inasprito, le tesi la mano:

— Buonanotte!

— Buonanotte!

Abbandonò la mano nella mia come una cosa morta. La lasciai. Ero pieno

di desiderio e di dispetto. Se lo avessi potuto, l'avrei martoriata.

Fui per chiudere la porta.

— No!... non chiudere!... — gridò all'improvviso.

— Perchè?

— Ho paura!

Lasciai la porta aperta e mi allontanai senza rivolgermi.

Mi affacciai alla finestra. Forse l'aria della notte avrebbe acquietata

un poco la mia tempesta. Mi parve di udire la voce di lei; non mi volsi

e non risposi. Trascorse una pausa.

— Franzi?...

La voce era più vicina, ammorzata in una carezza amorosa.

Ancora non mi volsi.

Allora udii il suo passo dietro le mie spalle; poi sentii il suo

respiro sulla mia guancia, poi le sue braccia attorno al mio collo.

Ah, che bastava, bastava, e l'impeto che mi nacque non poteva ormai più

essere infrenato!

Ne fu travolta.

L'avvinghiai, la strinsi, la sollevai fra le braccia, me la portai via

come una bella preda, come l'amor mio vivo, come il mio desiderio che

ardeva.

Niente più poteva essere fra me e lei per dividerci. Era superato

il limite. Io già ti avevo nel mio amplesso, da quando, ghermita

così nella tua dolcezza di amante, ti portavo verso il grande letto

damascato, perchè tu vi morissi d'amore!

Ma ormai, ciò che era in me era in te; la mia follia era la tua follia.

E la posai sul grande letto, riversa, nè ella ebbe un grido nè un atto

di repulsione: anzi languiva nello spasimo che era ormai troppo grande

e angoscioso.

Non l'abbandonai più. Il vederla così, sotto di me, più bella di ogni

umana figurazione; il vederla trasfigurata nella mia e nella sua gioia;

il sapere ch'ella mi desiderava come io la desideravo e che non v'era

più neppur l'ombra di un'ombra che si frapponesse al pieno compimento

del nostro piacere, mi rendeva cosciente nel mio delirio, tanto che

mi attardavo per vieppiù godere di lei, della sua bellezza, del suo

spasimo che mi si offriva intiero perchè ne partecipassi fino a che la

mia giovine forza mi avesse sorretto.

Soave era il lume della lampada e non volli spengerla. Le finestre

erano tuttavia aperte; ma chi poteva udire, dal silenzio del giardino,

il lamento del nostro piacere?

Entrava il lume delle lucciole e delle stelle. L'accarezzai tutta

quanta ed ella, sempre più smorta e tremante, mormorava:

— Sì... tu sei il mio amore!... Prendimi... fammi male... io ti

voglio!...

Ma l'indugio è bello quando la preda è sicura. Io volevo ch'ella

morisse di me come io di lei morivo.

Poi le nostre bocche si unirono e non fu più il bacio delle sole

labbra, ma un più profondo bacio, tanto che il nostro affanno si

accrebbe ancor più e i nostri corpi si unirono in un primo, lungo

fremito. Chiudemmo gli occhi. Le mie mani cercavano la sua calda

nudità.

— Come sei bella!... Come ti voglio bene!... Ora sarai mia... mia!

— Sì, tua... tua... tutta tua!...

Riversa e ansante, ella attendeva.

E la divina grazia del suo giovane corpo mi appariva, illuminata

d'amore.

Caddero a mano a mano, le lievi e dolci cose del suo abbigliamento

intimo, e quando vidi delinearsi il suo corpo quasi ignudo, quando

l'anca non ebbe più velo e potei strappare l'ultimo impedimento che

ancora mi vietava di godermela tutta, quando ella fu veramente mia e

supina e pronta alla mia violenza, allora ebbi un grido e l'abbracciai,

cieco ed ebbro del suo amore.

Ah, giovinezza e delirio!

Ella era veramente come una piccola statua di meraviglia. Niente era in

lei di inarmonico. A guardarla, il già acceso desiderio centuplicava.

La bellezza del suo volto era pari all'armonia della sua linea

compiuta.

— Baciami, baciami, baciami.

Non aveva più parole ma un lamento, un gemito. Poi le sue mani mi

cercarono e non fummo più due corpi, ma un solo corpo, nell'ansito del

piacere.

E finalmente riversa, abbandonata, esausta, la feci mia e vidi la

sùbita contrazione dolorosa del suo volto, udii il suo grido, mi

accorsi ch'ella era intatta e che mi aveva fatto il volontario dono

della sua verginità.

Tu mi portasti quella notte, alla Monaldina, il fior del tuo corpo

intatto.

Fu quella la prima volta per te, nella gran notte di maggio; ed io

ancora sento il brivido del tuo dolore, del nostro piacere.

Poi la tua tenerezza moltiplicò come più ti sentivi mia, ormai,

perduta in me perchè io ero stato il primo a farti soffrire, il primo

a prender da te la mia gioia e a darti l'accecante e dolorosa ebbrezza

del sussulto, del brivido, del delirio, della spossata pausa in cui si

rinnova più forte l'inesausta volontà di godere e di soffrire.

E fino al mattino godemmo; fino al mattino fummo l'uno dell'altra:

fino a quando cioè una piccola campana suonò l'alba e cantarono i galli

dalle aie.

Allora, sempre avvinti, cademmo in un pesantissimo sonno e tutte le

cose del mondo disparvero per la nostra giovinezza in riposo.

Ella aveva un altro volto, il giorno dopo. Nei suoi grandi occhi

celesti era una infinita tenerezza e una infinita malinconia.

E quando credevo ch'ella dovesse essere mia e veramente mia per mesi ed

anni, ecco che una nuova distanza nasceva fra di noi.

Ella era arrivata con un proponimento e a tale proponimento si atteneva

senza concedere nulla ai nuovi desideri, alle tentazioni nuove.

Si era promessa di farmi il dono della sua verginità ed era partita a

cercarmi.

Poi tutto era compiuto.

Non v'era altro segno da raggiungere; tutto era compiuto!

Ella avrebbe ripresa la sua strada; io la mia strada.

Ero arrivato a quella notte attraverso il _ciclo della ghirlandella_;

ma con quella notte il ciclo era irremissibilmente chiuso. Non c'era

più una parola da dire; non un gesto da tentare.

Ella rientrava nella sua torre d'avorio.

— Non ti basta, Franzi?

— No.

— Non sei convinto ora ch'io ti voglio bene?

— Ne sono convinto; ma perchè condannarci a tanta pena quando... solo

che tu volessi...

— Ma io non voglio!

— E perchè?

— Perchè così è bello e solamente così! Credi che ciò non costi un

enorme sacrificio anche a me?

— Ma la necessità di questo sacrificio?

— Dovresti vederla!

— Non la vedo...

— La saprai in seguito!

Girometta, sono passati ormai tanti anni, eppure debbo umilmente

confessarti che allora, non potevo saperla.

Tu temevi che la volgarità sciupasse la grande poesia di quella notte

nostra. Era questo?

Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella! · 第 38 / 51 题