XXIX

Una porta si aprirà quando

tu crederai che il destino

l'abbia barricata per

l'eterno.

Alle dieci di notte, quando rientrai, la signora Adalgisa dormiva e non

si destò.

Ciò mi piacque.

Ero turbato. Un'infinita pietà mi teneva perplesso. Perchè avrei voluto

dare, alla piccola che soffriva, tutto il mio amore e non potevo; non

potevo darle più del mio pietoso silenzio.

L'avevo avuta fino allora fra le braccia, ma senza trasporto; non come

un giovane con una creatura che ama, ma come un fratello. L'avevo avuta

fra le braccia e non le avevo detto niente; non avevo avuto niente da

dirle che non fosse fraterno.

L'avevo lasciata piangere sentendo aggravarsi in me una grande pena.

Poi quando la sua piccola bocca, bruciante per la febbre, aveva cercato

la mia bocca, l'avevo baciata; ma come una sorellina che cerca un

rifugio, che ha paura, che vuole appoggiarsi alla forza di un uomo.

Ed ella, forse, aveva intuito l'irremissibile distanza; aveva sentito

che si può morire, ma non si può aspettare l'amore per le strade dalle

quali non può arrivare.

Ora imprecavo contro il mio egoismo; mi accusavo.

E vedevo come fosse soave Principina e come preferibile alla complicata

e strana Giacometta; ma la ragione può anche fissare un punto di

rapporto fra due creature, non però stabilire la scelta che dipende da

cause imponderabili.

Giacometta aveva il fascino delle donne che tormentano; delle più

infide, ma delle preferite da tutti.

Mille e più volte bisogna sbagliare strada per trovar forse la compagna

che può attraversare con noi questo mistero del mondo.

E non sempre la si può incontrare.

Qualche volta vi passa accanto e non la riconoscete; qualche altra

volta vi divide l'irreparabile distanza.

Perchè non è vero che al mondo non sia, nell'attimo del vostro passare,

un'anima che si compia in voi, che possa vivere in amore con voi, nel

cammino verso la morte.

Quest'anima vive la vostra vita e proverà, come voi provate, la grande

tristezza della solitudine; solo, non potrete incontrarla.

Il destino non vi concederà tanta gioia.

Però, lo stesso destino non potrà impedire la vostra unione; ma chissà

quando e dove!...

Così come le forze affini si associano nella tenebra del niente;

provenendo da incommensurabili distanze, avendo turbinato per milioni e

milioni di secoli nella vuota immensità. Vanno e si uniscono, sospinte

dalla volontà di Dio.

E una nuova vita si genera; e una nuova luce è nella tenebra, formata

da quell'incontro.

Così sarà dell'anima nostra nel tempo dei tempi.

Ma la tristezza, l'umana tristezza di chi pensa ed ama è importabile

troppe volte!... È davvero importabile!..

Trascorsero alcuni giorni così. Io vedevo Principina ad ogni sera ed

ella migliorava sotto il fascino del maggio.

Una sera la trovai alzata. Era seduta alla finestra. Ma come magra!

Non aveva che le sue povere piccole ossa sotto la veste di cotonina

azzurra.

— Vede come sto bene, Franzi?

— Hai commesso un'imprudenza!

— Ma se davo retta al dottore, non mi sarei alzata mai più.

— Eppure bisogna dargli retta.

— Non lo sa, Franzi, che m'importa ben poco di morire?

— Non dire sciocchezze!

— No, dico davvero, Franzi!... Proprio, sa?...

E poi sarebbe meglio!

Trascorse un silenzio.

— Franzi... si ricorderà qualche volta della sua Principina, quando non

ci sarà più?...

— Non voglio neppure risponderti!

— Perchè?... Si fa per dire! Si ricorderà qualche volta?...

Allora le dicevo tante cose, tutte le cose più soavi che mi nascevano

per lei; ed ella piegava un poco la testa, sorridendo... sorridendo...

sperduta nella musica che avrebbe voluto sempre ascoltare; e non

fiatava più, accarezzandomi i capelli piano piano, come una piccola

mamma d'amore.

E, di sera in sera, mi accostavo un poco più, sempre un poco più, al

suo silenzio.

Ella diventava per davvero la mia sorellina che pensavo innamorata

dell'amore e non di me. E le stavo vicino per raccontarle tutte le cose

belle che mi passavano per la mente.

Parlavo a voce spenta, perchè troppo non si affaticasse nell'ascoltare

ed ella mi si faceva accanto, sempre più accanto come un passero

freddoloso, come una rondine nel palmo della mano.

Nessuna più, certissimamente, ha avuta tanta religione del pensiero e

della poesia.

Ella proveniva dal popolo e aveva la grande purezza del vecchio popolo,

non ancor guasto dalle più recenti miserie.

Intuiva la grandezza della vita dello spirito, sentiva la religione

della bellezza. E ciò era spontaneo in lei.

Ella certo avrebbe vissuto tutta una vita oscura e penata, sol per

poter amare e servire in grandissima umiltà d'amore colui sul quale i

suoi occhi dolci si erano soffermati. Ed era una delicata creatura, la

piccola sorella dei lillà, cresciuta all'ombra delle serre.

Ma un giorno io mi destai a un urlo della donna che formava tutto il

mio fantastico parentame.

— Checco, Checco, Checco!...

Balzai sul letto, inebetito dal sonno, non ancora ben desto.

— Che c'è?... Cos'è stato?...

— Una lettera, una lettera!

— Che cosa?

— Una lettera per te!

— Per me?

— Sì, per te, per te!

— Mettetela sul canterale.

— Ma vien da Bologna.

— Da Bologna?

— Sì. Deve essere di Giacometta.

— Date qua.

Le tolsi la lettera di mano. Ella stava là con quel suo gran naso, ad

aspettare.

— Che cosa ti scrive il tuo amore?

— Non ho tempo.

— Cosa vuol dire?

— Sì. Adesso non ho tempo. Ho sonno.

— E non la leggi neppure?

— No.

— Noooo? Ma che razza di innamorato sei?

— Non sono innamorato. Ho sonno.

— Sfido io! Se perdi tutte le notti con quella stupida del giardino!

Ah, sciacallo provinciale! Specie di moralista da sacrestia, buona

solamente ad avvelenare la gioia degli altri!... in quel momento io ti

odiai veramente.

Scattai come se mi avesse ferito a sangue.

— La stupida siete voi!

— Checco?

— Sì, ve lo ripeto! La stupida siete voi chè non avete il diritto

neppure di nominarla quella povera bambina! E non voglio sentirvi dire

più niente, non voglio sentirvi dire più niente!... Andate via!...

— Ma Checco...

— Andate via!

E scesi dal letto, e dovevo essere bianco come la morte. Ella mi guardò

spaventata e filò via umile e saggia, perchè si era trovata fra i

piedi, all'improvviso, un Balduino che non conosceva ancora.

E avevo appena serrata la porta della mia camera quando mi giunse

dal giardino, ma di lontano, una dolce voce che cantava una vecchia

canzone.

Era la voce di Principina...

La voce di Principina nel chiaro mattino di maggio, via con la sua

nenia e il suo sogno e il suo cuore di bambina!

Ritornai fra le coltri. Aprii la lettera.

Diceva:

_Franzi,_

_Domani sarò alla Monaldina. Vieni. Desidero parlarti per l'ultima

volta._

_Giacometta._

Che voleva dir questo? Perchè da Bologna alla Monaldina, alla

malinconica villa della piana ravennate? Che nascondeva il capriccio di

Giacometta?

_L'ultima volta_, adunque, doveva essere laggiù, fra un fiume e i

filari degli olmi, nel silenzio della campagna?... Ella ritornava,

mi chiamava per dirmi addio; ma perchè?... Perchè incrudire una pena?

Dovevo andare o no?...

Sentivo che sarei andato, che non avrei potuto vincere il penoso

orgasmo che mi trascinava verso di lei, eppure mi piaceva negare,

dentro di me, tale evidenza e impormi una rinunzia che non avrei

accettato.

Dovetti togliermi dalle coltri. Mi vestii distrattamente, tanto che, a

volte, rimanevo sospeso non sapendo ciò che mi restava a fare. Il mio

dolore, assopito un poco in una settimana di religioso silenzio accanto

a Principina, riprendeva tutta la vita mia, si impossessava una volta

ancora di tutto me stesso.

Perchè chiamarmi per l'addio? Per mormorare le ultime parole che

straziano; le parole che segnano l'inevitabile fine?... Non era molto

meglio evitare tutto questo? A quale spiegazione si poteva addivenire

s'ella aveva già il fermo proposito di finirla?

Io dovevo essere forte la seconda volta ancora; dovevo sorriderle,

farle capire che era molto meglio non rivederci più. E questo anche

avrebbe fatto sì ch'ella non mi avesse dimenticato. Ella avrebbe

sentito così che non sempre poteva giungere dove voleva; anche il suo

fascino poteva mancarle qualche volta.

E una donna è perduta, in amore, quando si accorge che la virtù di

incantesimo le manca; e si trova debole e sprovvista di fronte ad un

uomo ch'ella ha creduto di tenere nel suo più fermo dominio.

Ma già sapevo che non ne avrei fatto niente.

Mentre così ragionavo, avevo l'ansia di andarmene, di arrivare nel

minor tempo possibile alla Monaldina. E mentre da un lato pensavo di

non ubbidire, studiavo, dall'altro, il mezzo col quale sarei partito:

se col vaporetto o in bicicletta.

Non senza una grandissima lotta si arriva a segnare il punto del

trapasso da un equilibrio a un altro equilibrio, o alla morte. Per

quanto forte sia il voler nostro o per quanto l'uomo si vendichi

poi definendo sciocca malattia il tempo del suo amore, certe crisi

dell'anima e del senso, di tutto l'essere nostro cioè, tanto ci

impegnano da esser definitive per il corso di tutta una vita.

Alla fin delle fini noi non siamo al mondo che per l'amore.

Si nasce per passare attraverso questa luce, e questa tempesta e per

lasciare ad altri l'identica eredità. Ma da questa luce e da questa

tempesta si rivela il segno creatore e il cuor del mistero.

Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella! · 第 37 / 51 题