Ma dove? Ma dove?
E dopo, dopo ho girato tanto mai mondo e non ti ho più riveduta!...
Alla Monaldina lasciasti la tua ghirlanda di gelsomini e non avevi
ormai altra ghirlanda da portare all'amore. Laggiù, sulle rive del
piccolo fiume, fu tutto!
Io mi levavo, quel giorno, con l'anima del più terso cielo di maggio e
la mia gaiezza era tutta un canto quando venisti a dirmi:
— Povero Franzi, debbo dirti addio.
Più grande fu la tua malinconia quando vedesti il mio volto sbiancare.
— Addio?... E perchè?...
— Io parto.
— Ma dove vai?
— Molto lontano.
— Ma dove?... dove?...
— Dove tu non possa saper più niente di me!
Già tutto era pronto, quando discesi in giardino.
Tu eri ben decisa e forse avevi ragione!
Non saresti così nella mia poesia, altrimenti; non così nella mia
musica lontana che tutta si appassiona di te, cantando.
E forse non avevi neppur ragione, perchè ti avrei creato ben altri
altari!
Ho ancora in mente la tua malinconia, quando dicesti: — Non sciupiamo
quest'ora. Io avevo deciso così fin dai primi giorni, fin da quando
ti conoscevo appena. Le nostre giovinezze si trovavano nello stesso
silenzio. Capii che eri molto solo, sentii il deserto della tua
giovinezza e seppi che potevo darti la gioia. Ebbene, questa gioia
ho voluto dartela. Ho fatto male? Ho voluto portare a te, che non mi
chiedevi niente, ciò che altri cercava di mercanteggiare. Ti ho data
la mia purezza intatta e non ti basta?... Ora non potrei vivere la tua
vita, nè tu potresti e sapresti vivere la mia. La tua strada è un'altra
strada. Bisogna che ci separiamo fin che non vi sia un dolore molto più
profondo fra l'anima tua e l'anima mia. Il dolore che rende vizze anche
le cose più belle.
«Io non sono di questo, povero mondo, che vive fra i tre campanili.
Forse avrò torto... forse ho ragione! Ma che m'importa?... La mia
vita voglio costruirmela io. Sono abbastanza ricca per farlo ed ho la
grandissima fortuna di essere sola.
«Ho sempre compianto le mie pari che hanno tanto parentame attorno. E
tutto il parentame si preoccupa della loro felicità. Per queste povere
giovinette non è possibile neppure il principio di un sogno. Debbono
soffocare tutto. Un giorno o l'altro saranno gettate in un letto
matrimoniale e dovranno darsi ad un bennato maschio che le coltivi come
un vaso di prezzemolo. È forse più bello l'ipocrito adulterio anzichè
la mia sincera libertà... Tu mi piacevi. Ti ho dato me stessa. Ora me
ne vado perchè voglio che sia così.
«Io sono nessuno, ma mi pare di avere il cuore di una rondine. Sono
nata per cercarmi una gronda, forse; ma anche per emigrare. Ora debbo
andarmene. So che mi ricorderai, ma non ti prego. La tua vita sarà un
po' come la mia. Addio, Franzi.»
Non seppi e non volli replicare nonostante l'amarezza che mi proveniva
dal suo divisamento. Era inutile pregarla; non la pregai.
Una vettura l'attendeva.
Passeggiammo ancora un poco senza parlare. Un addio è sempre lacerante.
E tutte le buone ragioni non valgono quando il cuore soffre.
Ma così doveva essere. Provammo il nostro coraggio a quella separazione
improvvisa, e, apparentemente, non necessaria.
— Domani sarebbe troppo tardi!...
Ed è sempre troppo tardi, quando non si ha il cuore pronto alle
decisioni risolute; quando non si sa affrontare il dolore. È troppo
tardi per vivere e per morire. Un cuore si impantana.
Ma io ero un pastore di stelle.
Io sapevo il canto delle solitudini.
Avevo il mio cuore forte, nel mio petto di giovane.
La vita e la miseria dovevano serbarmi altre sorprese...
Ma, nascendo, il Signore mi aveva indicata una strada e il lume degli
astri.
Ciò che scopersi lungo il mio cammino, e la poesia e la musica e il
dolore che conobbi e imparai vi saranno noti, se mi vorrete seguire.
Se vorrete profondare con me nella notte, verso i sogni dell'Universo.
Qualche volta, ho sentito Iddio, oltre il mio terrore; e l'amore mi è
stato fratello.
L'accompagnai fino alla vettura.
— Addio, Franzi...
— Addio, Giacometta...
— Dammi un bacio.
Poi la vettura si allontanò.
Ella si rivolse agitando la piccola mano inguantata.
E il suo sorriso era triste.
— Addio!
— Addio!
Non c'era altro da dire e niente da aggiungere a quella parola.
Tutta la tristezza della vita era in quel giorno di maggio, fra il mio
ed il suo cuore.
Scomparve. Non udii più il bubbolìo delle sonagliere. Allora balzai in
bicicletta; volevo inseguirla, rivederla...
Percorsi cento metri di strada e mi fermai. A cosa compiuta occorreva
un compiuto cuore.
Ritornai sui miei passi e sentii le mie lacrime solcarmi la faccia.