Tu avevi un bel campo, e vi
hai seminato cicale... Ora
mangiane il frutto, povero
Francesco!...
Il treno correva per gli ultimi quindici chilometri di strada che
dividono Faenza (dai bei boccali e dalle ragazze che ridono bene) da
Forlì, che è una città sotto il segno del Capricorno, salva la fortuna
de' suoi mariti.
Il treno correva verso il deserto nido di Giacometta, in fondo al Borgo
dei Cotogni, in un soave giardino.
Che ne avrei fatto io del mio cuore?
Ma pensavo che dovevo ben rivedere Principina, s'ella davvero era tanto
aggravata nel male, come mi avevano detto.
Dovevo rivederla e parlarle.
Poi non so quale muto rimorso mi sospingeva verso di lei ed anche un
presentimento. Dovevo stare un poco con lei, un poco tutti i giorni ed
aiutarla a guarire, perchè ritornasse co' suoi fiori, fra i lillà e le
serre sotto l'ombra dei colli azzurri.
Mi ricordavo un giorno che si guardava insieme la _Torre delle
Camminate_, in fondo in fondo, sulle colline lontane; si guardava la
grande torre alta e lontana, che era anch'essa di color turchino, e
Principina aveva detto:
— C'è stato mai fin lassù?
— No, mai.
— Vogliamo andarci insieme?...
— Perchè no?...
— Una bella mattina, per il fresco?...
— Ti farebbe piacere?
— Sì... sì!... Prenderemo con noi la nostra merenda...
— Va bene!
— Quando andremo?
— Ci si penserà.
— Domenica?
— No. Domenica non posso.
— Quando allora?
— Vedremo...
— Ho già capito...
Ed aveva abbassato gli occhi impallidendo.
E alla torre alta e lontana, vestita di color turchino, non eravamo
andati mai.
Eran passate le domeniche e le speranze...
Erano morte le domeniche e le speranze!
Povera Principina, col suo rosso cuore come una dolce ciliegia!
Forse anche la tua grazia agreste stava per morire, piccola sorella dei
gelsomini e dei lillà.
Ma chi era Principina per il mio sogno?
Io avevo infilato una ghirlandella di gelsomini nel più alto ramo della
più alta betulla del mio giardino incantato.
E per guardar tanto in alto, mi erano sfuggiti gli occhi soavi di
Principina, la piccola sorella dei lillà che andava scalza, quando
arrivava il marzo, e aveva dei piccoli piedi che passavan leggeri fra
i ranuncoli d'oro dei prati.
E la poesia è una cosa pura e semplice che va scalza, quando arriva il
marzo, e passa fra i ranuncoli d'oro dei prati.
Ad un tratto si udì un grande sbatacchiare di sportelli e il nome della
stazione di arrivo.
Mi levai lentamente. Non avevo nessuna fretta, quantunque fossi
in preda a un tremito nervoso che mi opprimeva. Avrei proseguito
volontieri fino a Lecce, fino ad Otranto e ad Alessandria di Egitto e
fino all'oscuro Bornù...
Ma dovetti discendere.
Avevo un portafoglio da poeta e Rothschild non sapeva (come non sa
neppure oggi, disgraziato lui!) ch'io fossi al mondo.
Discesi e mi avviai verso l'uscita.
Tutte le facce note che rivedevo, mi davan noia, mi pareva dovessero
segnare il mio atto di accusa. Io ritornavo il povero Checco della
signora Adalgisa.
Sentii che qualcuno mi salutava e risposi al saluto senza levar
la faccia. Non volevo veder nessuno. Ero come chi si condanna
volontariamente a riprendere le proprie catene e se ne vergogna.
Poi, quando meno me l'aspettavo, caddi fra la stretta di due enormi
braccia.
Sì, eri tu, bene mio parentale, che mi ritornavi addosso con tanta
furia; eri tu, lusinga della mia giovinezza, aroma dei miei giorni
smarriti!
— Tu... tu, Checco?... Ma lascia ch'io ti veda! Lascia che ti guardi!
Da dove vieni? Che cos'hai fatto? Perchè non mi hai scritto mai?
Io ero ripreso automaticamente nella mia morsa.
— Checco?... Il mio Checco!!! Sei stanco?
— Molto.
— Ma non troverai da cena. Non ti aspettavo.
— Non importa. Basta ch'io dorma.
— Hai tanto sonno?
— Sì.
Poi la lasciai parlare, strepitare, urlare fin che volle, nè più mi
occupai di lei nè le risposi.
Ormai Principina, la piccola dagli occhi miti, era il solo legame che
esistesse fra il mio sogno recente e remoto. Ed io volevo vederla, non
tanto per lei, povera piccina, quanto per il rapporto che trovavo in
lei, col mio amoroso passato.
Era ancora Giacometta ch'io cercavo attraverso Principina.
L'amarezza del distacco mi riusciva sempre più intollerabile e l'essere
io ritornato ai luoghi del mio amore, e nel silenzio che acuisce la
pena, centuplicava la mia desolazione.
Avevo bisogno di restar solo, di non parlare, di non udir parlare.
Non amavo che la mia solitudine, non potevo reggere che nella mia
solitudine.
Trascorsi così il primo giorno, chiuso in camera, concedendo appena
alla signora Adalgisa, pochi minuti per i due pasti indispensabili.
Fu un giorno di sconsolata tristezza.
Avevo la ferma convinzione che Giacometta fosse ormai morta per me,
perchè il mio orgoglio non mi avrebbe consentito di muovere un passo
per riconquistarla. D'altra parte tutti gli aspetti migliori del
passato mi ritornavano dinanzi alla mente con tale rilievo e tale forza
d'incantesimo da moltiplicare l'affanno mio.
Ma l'orgoglio mi difendeva. Ero sempre più risoluto a non muovere un
passo e a non dire parola.
Ormai si era distesa, fra me e lei, l'infinita lontananza.
Fu sulla sera di quel giorno combattuto che pensai di andare da
Principina. Sarei passato dalla porticina dell'orto, che si apriva
sulle mura; e ciò per non incontrare i Maldi e per non farmi vedere nel
Borgo dei Cotogni.
Uscii quando donna Adalgisa era in chiesa.
Svoltai per i vicoli; il cappello sugli occhi.
Anche alla sera volevo nascondere la mia disperazione.
Sulla porticina dell'orto era fermo Girolamo.
— Oh, signor Balduino!
— Come sta Principina?
— Un po' meglio.
— È sempre a letto?
— Sì. Vada a trovarla.
— Ero venuto per questo. Dov'è?
— È nella casa dell'orto. Vada su.
— Vado.
Nella Casa dell'orto dormivano Girolamo e Principina. Girolamo al
pianterreno, tra rastrelli, vanghe, zappe e cento altri arnesi da
giardinaggio; Principina al primo piano, in una cameretta tutta bianca
di calce, con una sola immagine della Madonna dai Sette Dolori e un
rametto di ulivo.
La casa dell'orto non aveva altre stanze; aveva solo cinque o sei nidi
di rondine sotto la grondaia e una glicinia che la vestiva per metà.
Vi si arrivava per un piccolo sentiero senza ghiaia. Una grande
magnolia e due pioppi la incorniciavano. Aveva, intorno, l'orto e il
giardino. Alla sua destra, le grandi serre.
Era nel cuore di una città e pareva sperduta nel più dolce silenzio
campestre.
Prima di entrare, mi fermai in ascolto.
Si udivano solo le campane di San Mercuriale e quelle del Duomo e del
Carmine che suonavano l'Ave.
Le rondini non volavano più.
La stella del Vespero riluceva sopra le più lontane macchie dei lillà.
Poi morì l'ultimo tocco delle campane e svaniva, con la sera, l'azzurra
immagine della collina.
Forlì ha una ghirlanda di colline azzurre, come fanciulle in fiore.
Dalla stanza di Principina non mi arrivava nessun rumore. Forse la
piccola era sola.
Perchè mi batteva tanto forte il cuore, salendo la ripida scala di
legno?
Ad un tratto la voce di lei domandò:
— Chi è?
— Sono io, Principina.
— Chi?
— Io, Franzi...
Udii allora rimuoversi un letto; poi il busso di due piedi nudi che
correvano sull'impiantito.
— Un momento... un momento!... Aspetti un momento, signor Franzi!
Attesi. L'ombra vinceva rapidamente l'ultima luce. Udii ancora la corsa
dei piedi scalzi e il letto rimuoversi; poi la voce di Principina mi
chiamò:
— Venga, signor Franzi.
Come entrai nella stanza, vidi la piccola seduta sul suo bianco
lettuccio: i capelli ravviati, il visetto pallido ed emaciato. Mi
sorrideva attraverso un velo di indicibile tristezza. Mi sorrideva
tendendomi le mani che si erano fatte più piccole e bianche e magre.
— Oh, signor Franzi, come ha fatto bene a venire!... Come ha fatto
bene!... Ho avuto una gran paura di non rivederla più!...
— Perchè dici questo?
— Così...
Presi le sue piccole mani che si strinsero alle mie, tanto forte!...
— Sa che sono stata male male?
— L'ho saputo ier l'altro, a Bologna.
— Ho creduto di dover morire.
— Alla tua età non si muore, Principina.
— Perchè non si muore? Se il Signore lo vuole, noi non possiamo far
niente.
Si era ridotta come uno scricciolo e gli occhi le si eran fatti più
grandi. Aveva voluto ravviarsi e farsi bella, prima di rivedermi, ed
era corsa fino a un piccolo specchio verde, incastrato nel muro. C'era
ancora il pettine sopra una seggiola e il catino con l'acqua.
La sorpresa, la corsa per la stanza (dove aveva trovato tanta forza
per far questo?) le avevano dato un leggerissimo rossore al visetto di
bimba.
Però provavo una gran pena a guardarla.
— Ripartirà subito?
— No, Principina.
— Allora verrà a trovarmi qualche volta? Sono sempre sola...
— Sì che verrò.
— Si metta a sedere. Guardi... c'è una seggiola là, in fondo... O se
vuol mettersi a sedere qui...
E indicava il margine del letto.
— Siederò qui.
— Ha molta fretta?
— Non ne ho nessuna.
— Allora non deve andar via subito?
— No, piccola. Rimarrò con te.
— Oh, bene, bene!... Mi farà guarire... mi farà guarire...
Ne' suoi begli occhi castani era ritornato tutto il lume della sua
giovinezza.
— Quando ritornerà la signorina?
— Non lo so.
— Proprio?... Non lo sa?
— Davvero!
— Allora sono un poco inquieti...
— Può darsi.
— Oh, signor Franzi!... Perchè bisticciarsi? Ci si potrebbe stare tanto
bene al mondo!
— Forse la colpa è mia.
— Io non ho detto questo! Volevo dire che bisognerebbe perdonarsi un
poco... Bisognerebbe perdonarsi qualche cosa tutti i giorni... così
tutti i giorni si farebbe un po' di strada di più, per essere contenti.
— Come hai ragione!
— Ho ragione?... Adesso sono tanto contenta e mi pare di esser buona...
ma forse non saprei fare quello che dico.
— No. Tu sapresti farlo.
— Chi lo sa?
— Io, lo so.
— Lei?
Le sue mani non abbandonavan le mie; pareva mi pregassero di non
lasciarla. E la sera scendeva. C'erano ancora due glicinie in fiore che
formavano un fregio di grazia nel vano della finestra aperta.
— Vuole accendere il lume, signor Franzi?
— Per me non importa; ma, se tu lo vuoi...
— Io sto meglio così. Guardo arrivare le stelle. Non dica che sono una
sciocca. A esser soli, sempre soli, si impara a guardare.
— Da quanti giorni sei a letto?
— È quasi un mese.
— E quando ti alzerai?
— Credevano di non alzarmi più. Adesso... chi sa? io spero di ritornare
nel mio giardino.
Abbassò la testolina e soggiunse:
— Sapesse quante volte ho pensato a lei! C'è stato un giorno che mi
sono creduta di morire e mi dispiaceva di non poterle dire nemmeno
addio...
— Ma ora guarirai, sei giovine...
— Sì, voglio guarire. La vita è tanto bella!
Vi sono fiori, nei campi, che rivivono a una sola stilla di rugiada;
vi sono anime alle quali basta l'ombra di un'attenzione, a riposare; e
un amore v'è, un amore che non sa domandare e che siede a una porta di
strada sol per illuminarti della sua muta dolcezza, quando passi; e non
aspetta niente e, per vivere, gli basta di veder la tua vita. Ma gli
uomini non lo conoscono mai questo piccolo amore raccolto e solo sanno
ch'egli ha atteso per dieci e vent'anni ad una soglia, quando ormai non
c'è più; quando è partito, una sera, senza levar la voce, per la strada
dell'eternità.
Fra le povere cose del mondo c'è anche questa, ed è la più triste.
Se in un'anima vi è un barlume del divino, a quest'anima sarà serbata
la pista carovaniera del deserto.
Anche questo va aggiunto alle povere cose del mondo.
— Vorrei chiederle una cosa, signor Franzi...
— Di'?
— Ma poi... non mi arrischio!
— Di che ti vergogni, Principina? Non siamo ormai come due buoni
fratelli?
— Vorrei che mi lasciasse un suo ricordo. Oh, una cosa qualunque...
— Domani te lo porterò.
— Se ne ricorderà?
— Se te l'ho promesso!
— Sono sfacciata? Non penserà male di me?
— Perchè dici questo?
— Ho sempre paura!... Che cosa sono io?
— E perchè dovrei pensar male della mia Principina?
— Ha detto _sua_?
— Sì.
— È vero.
E la sua voce leggera che assomigliava a un canto lontano che si
spenge; la sua voce di bimba e di creatura tremò un poco e si lasciò
morire.
Tacemmo. Suonò l'_ora di notte_ alla Torre del Comune. Il giardino
odorava forte. All'infuori del vasto trillare dei grilli non si udiva
niente: neppure una voce, neppure il trascorrere di un veicolo, via,
per i selciati delle strade.
La provincia ha di questi vastissimi giardini raccolti, in cui si
rifugia l'intimità della primavera.
Era fin troppo il profumo dei fiori e ad ogni notte ne nascevano
migliaia come le stelle nel cielo.
Tacemmo, sperduti per diverse strade.
Tu eri sul principio di una strada bianca, sotto un segno di stelle.
Tu incominciavi un cammino che non doveva finire mai più...
... e partivi sotto gli occhi della primavera!
Sopra il tuo capo, sul muro a calce, c'era l'immagine di una Madonna,
con le sette spade del dolore...
... e un secco ramicello di ulivo.
E aspettavi come la povera gente che arriva a una grande stazione
tumultuosa;
ma ancora non è suonata l'ora del suo viaggio.
Si ferma, accosciata sui suoi fardelli;
e attende, e pazienta estranea fra estranei,
attende e pazienta senza mormorare;
e guarda finchè non arriva l'ora segnata.
E parte... e arriva... e non arriva!
Arriva.., non arriva al di là del mare, al di là dell'infinito...
sempre con lo stesso fardello;
sempre con lo stesso paziente cuore!
Tu eri, così, sul principio di una strada bianca, sotto un segno di
stelle; e partivi sotto gli occhi della primavera!
— Che ore sono?
— Le nove.
— È passato già tanto tempo? Mi pareva fosse solamente mezz'ora! Vuole
accendere il lume?
— Se ti abbisogna.
— A me, no. Era per lei.
— Io sto bene così.
— Anch'io. Ma è tardi, Franzi. Se deve andare...
— Io non ho niente che mi chiami.
— Proprio niente?
— Niente!
— Oggi mi sento bene. Canterei...
— Riposa... sarai stanca... hai parlato troppo.
— Adesso, anche se rimarrò sola per una settimana non piangerò più.
— Ma verrò a trovarti.
— Verrà?
— Certo.
— Allora... mi aiuterà a far le scale, perchè voglio alzarmi.
— Quando?
— Uno di questi giorni. Una bella mattina! Una bella mattina lei verrà
per trovarmi nel mio letto ed io non ci sarò più... Sarò nel giardino.
— Bisogna che tu adoperi prudenza.
— Oh, so ben io quel che mi dico! Senta, Franzi... Lo sente come batte?
— Sì...
— Forte forte?...
— Sì...
— Ormai sono guarita! Quando lei ha fatto le scale, io sentivo che il
Signore si ricordava di me!... Domani voglio mandare al Signore tutte
le rose del giardino. È di maggio... e la povera Principina non è stata
dimenticata...
— Cara!...
— Non dica così, Franzi!
— Perchè?
— Perchè... mi fa male...
— Male?
— Sì. Io adesso voglio pensare tutto quello che voglio; ma non bisogna
lasciarmi andare troppo avanti! Se cammino un poco è bene.... ma
correre?... correre?...
— Sei stanca?
— Oh, stanca... Franzi!
— Respiri con fatica.
— È vero; ma è la consolazione...
— Mi aspettavi dunque?
— Sì, se vuol credermi!... Ma per niente... non volevo mica niente, sa?
So bene chi sono!... Solo mi dicevo: — Se Franzi venisse, mi sentirei
un po' meglio.... potrei dirgli le cose che non dico a nessuno. Franzi
è buono e mi ascolterebbe...
— Tu sei buona!...
— Allora potevo anche soffrire e ringraziare la Madonna del Fuoco...
come la ringrazio! Franzi, posso chiederle una cosa?... ancora una cosa
sola?
— Tutto quello che vuoi.
— Non se l'avrà per male?... Non andrà via per non ritornare mai più?
— Mi conosci ben poco, Principina!
— Franzi... Franzi... mi voglia un po' di bene!
— Sì che te ne voglio!... E te ne voglio molto!...
— Ecco... Vede come sono sciocca?...
La sua testolina di bimba si era abbandonata sulla mia spalla.
Pianse senza far rumore; non vidi le sue lacrime.
Non vidi nemmeno il suo volto di piccolo fiore che appassiva; ma sentii
il suo tepore e le sue mani che mi accarezzavano i capelli.
Ella non chiedeva di più.
Sarebbe morta senza domandare niente di più!
Era una povera bimba, in fondo a un giardino primaverile, sola sola....
E un giorno aveva alzato gli occhi per guardar più lontano....
... anche lei, più lontano... là dove guardano gli occhi delle
fanciulle in fiore.
Ora poteva riposare un poco, col suo cuore di bimba, nel profondo di un
sogno...
Ora poteva dire a Iddio: — Ecco, non sono più sola e, sulla strada
delle notti, c'è un altro passo, accanto al mio passo...
e le campane del mattino non suoneranno più per me... solamente per
me!...
Un altro cuore sarà col mio cuore!
un'altra voce con la mia voce!
un altro respiro col mio respiro!
Adesso anche posso morire, Signore.
Sì, ora posso veramente morire!...
Povera bambina!
E tu eri sul principio di un'infinita strada bianca; lanciata verso un
segno di stelle.