XXVII

In amore si può imparare

qualcosa, quando non si può

più amare.

La gelosia insegna l'agguato. Ormai ero convinto che la cosa dovesse

maturare, fra Giacometta e Rorò, nonostante le schermaglie alle quali

avevo assistito. Non potevo adunque salire in camera mia e rinchiudermi

fra quattro pareti, nel dubbio che non mi dava pace.

Ora io conoscevo una piccola porta di servizio, nella Stellata, della

quale serbava la chiave il cuoco. Mi conveniva adunque accordarmi col

cuoco per potere agire a mio agio quando tutti fossero saliti alle loro

stanze, essendo stati solidamente chiusi i portoni della villa. La mia

timidezza sfumava di fronte al bisogno di procurarmi un mezzo per poter

sapere.

Mi presentai al cuoco, trovai una scusa che avvalorai con una cospicua

mancia e la chiave della porticina di servizio fu in mano mia.

Fatto questo, mi allontanai nel giardino, in attesa che la comitiva

salisse al riposo e fossero spenti tutti i lumi della Stellata e chiuse

tutte le porte. Non ebbi da attender troppo. Ogni voce dileguò; i

lumi a pian terreno si spensero l'uno dopo l'altro; i portoni furono

serrati. La Stellata si preparava al sonno.

Ora mi fermai sotto le finestre della camera di Giacometta, avendo cura

di nascondermi in un cespuglio di evonimo.

Giacometta non aveva chiuso le persiane; aveva accostato gli scuri alle

vetrate. Un filo di luce trapelava tuttavia.

A mano a mano i bagliori che filtravano dalle finestre, si spensero. La

Stellata si immergeva, tutta buia, nel lume della luna; acquistava un

altro aspetto, una muta severità che non le conoscevo, rientrava fra le

cose del mondo oltre la voce degli uomini.

Qualcuno parlò nella notte, forse da una finestra all'altra, ma non

intesi il dialogo benchè mi giungesse distinta la parola:

— Vieni!...

Era la voce di Arlecchina?... Era la voce della compagna sua Orsetta?...

L'invito scivolò nell'ombra; qualcuno rispose:

— Sì.

Non si udì altro. Si udì solo un leggero stridore d'imposte.

Dalla stanza di Giacometta non arrivava nè suono nè voce. Il lume era

sempre acceso.

Avevo il presentimento che qualcosa doveva accadere e non mi decidevo

ad abbandonare il mio posto di osservazione per sceglierne un altro,

nel timore che, cambiando, fosse avvenuto, nell'intervallo, ciò che

volevo sapere.

Stavo così nel dubbio che mi tormentava quando ecco levarsi nella

notte una voce lontana. Ascoltai... non ebbi più dubbio... era Rorò che

cantava.

A mano a mano il canto si avvicinava. Tenevo gli occhi alle finestre di

Giacometta.

Era una tragica e lenta monodia, quella degli esiliati, nell'opera

Siberia del maestro Giordano.

Poi non si udì più. Le finestre di Giacometta non si erano smosse;

il lume era sempre acceso. Era possibile che fra l'insolita veglia

dell'una e la passeggiata notturna dell'altro non dovesse essere nessun

legame? Il tormentoso dubbio mi diventava certezza. Un'ira sorda e

disperata si levava da tutto l'essere mio.

D'un sùbito Rorò ricominciò la nenia, quasi dietro le mie spalle.

Allora vidi gli scuri di una finestra della stanza di Giacometta,

aprirsi e chiudersi per tre volte. Poi il notturno cantore mi scivolò

vicino. Lo seguii, deciso a tutto osare.

Rorò aveva trovata una strada molto più semplice della mia. Aveva

lasciata socchiusa una finestra al pianterreno; l'aprì, spiccò un salto

e scomparve.

Altrettanto rapido quanto lui, corsi alla mia porticina e, in un

battibaleno mi trovai al piano superiore, nella sala sulla quale si

aprivano quasi tutte le stanze della villa.

Attesi in un angolo, al buio. Rorò non compariva. Possibile ch'egli mi

avesse preceduto se io non avevo impiegato più di qualche secondo per

arrivare dal mio posto di osservazione, al punto nel quale mi trovavo?

Oppure nella furia di arrivar presto, non avevo posto in sospetto Rorò

con qualche insolito rumore?...

Stavo così in dubbio quando ecco il fruscìo di un passo sulle scale;

ecco aprirsi lentissimamente una porta e una pallida luce illuminare la

sala.

Mi nascosi dietro una poltrona.

Aveva dunque paura del buio, Rorò, se gli occorreva una candela per

arrivare a un furtivo convegno?

Mi apparve più pallido di un morto.

Per un poco si fermò a guardarsi intorno e ad ascoltare, poi, sulla

punta dei piedi, si diresse alla porta della stanza di Giacometta.

Spense il lume.

Mi levai dal nascondiglio e lo seguii. Gli stavo alle spalle,

respirando appena.

Dieci secoli vissero per me in dieci secondi.

Rorò picchiò leggerissimamente, con le nocche, all'uscio di Giacometta

e attese.

Non ottenne risposta. Picchiò più forte; chiamò appena:

— Giacometta?...

Le mie povere mani si attanagliavano ai panni.

— Giacometta?...

Il cuore mi martellava dentro come una mazza ferrata.

Il chiavistello si mosse...

Chi era più pallido fra me e voi, Rorò?... Chi aveva maggiore pena e

chi maggior volontà di assalto?

La chiave, un poco arrugginita, stridette...

La voce di lei, come un soffio, domandò:

— Siete voi?...

Avevate il nodo isterico, biondo Rorò, che non trovaste voce per

rispondere alla chiamata di una fra le più belle creature del mondo?...

Avevate paura della notte d'amore, biondissimo mio Rorò?

— Siete voi?...

Allora schiantai.

I miei muscoli mi servivano bene. Di un subito abbrancai l'intruso,

alla cintola, lo sollevai di peso, lo posi in disparte. Sentii che

si afflosciva fra le mie braccia. Non gridò, non oppose resistenza...

Tremava e si abbandonò di peso sul pavimento.

Risposi, in sua vece:

— Sono io...

— Perchè siete venuto?...

— Aprite...

— No... domani... a Bologna...

— Aprite...

E la porta si aprì.

Io ricorderò quei tuoi grandi occhi sbarrati e pieni di terrore,

Giacometta, anche se campassi mill'anni.

Poi non seppi che ridere, perchè il pianto sarebbe stato troppo ameno,

in quel punto... non seppi che ridere...

— No... non aver paura... non aver paura... non ti farò niente...

guarda... non ti posso far niente!... sono disarmato!... Non ho che il

mio sciocco e feroce amore che non ti può far male!

E mi copersi la faccia e mi allontanai come se profondassi in una

tenebra senza più aurora.

Al mattino del giorno dopo, ero già disposto ad abbandonar la Stellata.

Avevo trascorsa la notte senza sonno e senza requie; ora bastava. Ero

ben deciso. Non avrei più riveduto Giacometta.

Non che non dovessi farmi gran forza per mantenermi nel proposito

preso; ma oltre tutte le sentimentalità, oltre i rimpianti e le

tentazioni, la decisione prima di riprendere solo la mia strada di

pellegrino, era sempre più forte.

Quando un amore si esilia, lascia nella vita di una creatura un

grandissimo vuoto che pare non debba colmarsi mai più. Chi non ha cuore

di proseguire per tale deserto e non si sente di poter sopportare da

solo, tutto il peso della propria vita anzi ritorna ed implora e tutto

accetta pur di riallacciare ciò che non potrà riallacciarsi, questi non

coglierà che fumo e nuova tristezza; ma chi si carica della propria

croce inevitabile e se ne va senza rivolgersi e senza aver paura nè

della solitudine nè del dolore, quegli finirà per trovare in capo a una

qualsiasi strada del mondo, una nuova ombra un nuovo giardino.

Non sapevo ancora che ne avrei fatto della mia vita, dopo la parentesi

della ghirlandella, ma questo poco mi preoccupava.

Mi allontanai dalla Stellata senza rimpianto, quantunque la mia fonda

tristezza non mi abbandonasse.

Eppure dovevo troncare il ciclo della ghirlandella; dovevo uscire dalla

zona degli esperimenti senza risultato, delle illusioni che finivano in

braccio a un altro.

Ed era notte quando salii sul treno che doveva ricondurmi verso la mia

inviolata Tebaide.

Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella! · 第 35 / 51 题