Se un amico non vale un tesoro
che cosa vale allora una
formidabile zia?
Per alcuni giorni io detti il mio nome mortale alla felicità. Ero così
pieno di mondo, così compiuto in tutte le cose, che mi parve belloccia
anche la signora Adalgisa; la qual cosa non mi era capitata mai, ve lo
giuro!
E la signora Adalgisa ritrovava i sorrisi e le graziette de 'suoi
remotissimi sedici anni, tantochè ritenne necessario compilarsi una
veste nuova di un gusto fantastico, sbalorditivo.
Un giorno me la vidi arrivare tutta color zafferano; la vidi folgorare
in un involucro di raso e camminar molleggiando. Due grandi boccoli
neri le scendevano, attorcigliati come due trucioli, giù dalle tempie
fin oltre le orecchie. E aveva le calze gialle, le scarpette gialle,
i guanti gialli, il ventaglio giallo e un nastro giallo fra i capelli
raccolti a nodo scorsoio sopra la fronte, come una porcheriola che
stesse per dirupare.
Ed era un giallo che prendeva a schiaffi chi lo guardava. Era
una signora Adalgisa solare; pareva l'ora della canicola e della
insolazione. Eppure si credeva seducente.
Venne innanzi scodinzolando come se le suonasse dentro un tempo di
minuetto, su dai vecchi precordi impolverati. E il suo visaccio,
insolcato per tutti i versi, come una strada motosa in un giorno di
fiera, cercava una peregrina soavità per intonarsi al nuovo involucro
in cui si era infilato il suo corpo civettuolo.
Oh, zia!... Oh, paterna zia!...
Ristette alla mia presenza sorridendo anche dai neri vani che avevano
lasciato i denti partiti per l'eterno esilio.
— Cosa ne pensi, Francesco?
Risposi semplicemente:
— Sicuro!
Ella rimase in dubbio; riprese con la sua più piccola voce:
— Come sicuro?
— Vi siete fatta una veste nuova.
— Ti piace?
— Mah?!... Ecco... il colore...
— Già, l'avevo detto anch'io alla sarta. Io avrei preferito un verde...
un bel verde pisello, ma la sarta mi ha assicurato che questo è il vero
colore di moda.
— Ve l'ha assicurato la sarta?
— Ma sì!
— Allora non c'è rimedio.
— Ti sembra brutto?
— È piuttosto vivace.
— Però la _confezione_ è stupenda!
— Perdio!... Mi sembrate la signora Cagliostro.
— E chi era questa signora?
— Era evidentemente la moglie del famigerato Cagliostro. Ora è morta.
— Povera donna!
Io frattanto volgevo per la mente un atroce dubbio: perchè mai la
mia signora zia si era conciata in quel modo? che pensava fare?
quale infernale macchinazione si associava al suo vestito giallo. Le
domandai:
— Perdonate, zia: se non sono indiscreto, perchè vi siete fatta quella
veste?
— Ma per essere degna di te.
— Di me?... E che c'entra?...
— Scusa, ma quando si celebreranno le nozze dovrò ben essere
presentabile!
— E chi vi ha detto che io sposi?
— Come?!...
— Sì, chi ve lo ha detto?...
Ella mutò voce e atteggiamento all'improvviso:
— Non scherziamo, Checco. Tu sai benissimo che su certe cose non amo
scherzare. Non avresti scelto, in tutti i casi, il momento buono. Poi
ringrazia Iddio di avere una zia come me, che pensa a riparare alle tue
balordaggini!
Nè potei aggiunger parola ch'ella già, voltatami la parte tramontana e
infilato l'uscio della stanza, dileguava.
La seguii e la vidi scender le scale; e la vidi andarsene per il
Borgo dei Cotogni, rullando come una nave a mare morto. Poi si fermò
a parlare con qualcuno che non riconobbi. Due monelli le fecero i
versarci e un cane, un vecchio cane filosofo, le annusò l'ampissima
gonna poi, posato su tre gambe, lasciò piovere sulla medesima un
ingeneroso ricordo.
Il mio dèmone si dichiarò soddisfatto; ma io non ne avevo colpa, posso
giurarlo.
X
Non dire di aver mangiata la
ciliegia se prima non te la
trovi in bocca!...
Giuocando a tutti gli equilibri, cercando gli adattamenti più
disparati ed improvvisi; ecclissandomi a tempo debito e a tempo debito
ricomparendo; schivando le forme più correnti in cui l'amore cerca il
sigillo di una effimera eternità; essendo uno e multiplo come occorreva
essere per non urtare le infinite suscettibilità di un'insidiosa
vergine ero riuscito a farmi volere un po' di bene da Giacometta; a
non stancarla durante il non lungo, ma per me penatissimo, periodo
di cinque giorni. E, durante questi cinque giorni, ero stato alle
corse con lei, avevo incominciato a ballare, a giuocare al _tennis_ e
imparavo a cantare.
Giacometta mi aveva scoperta una bella voce. A vero dire non me ne ero
mai accorto. Il fatto si era che cantavo, sedendo ella al pianoforte;
cantavo ed ero sempre più innamorato.
Ero adunque riuscito a farmi volere un po' di bene, però, per conto
mio, rincaravo la dose di giorno in giorno col moltiplicarsi delle
stramberie di Giacometta. Ma l'uomo, per quello che ho potuto imparare,
e dalla mia e dalla altrui esperienza, è quella tal creatura la quale
tanto più si logora e si rode quanto meno si vede apprezzata; e le
maggiori trionfatrici di questo fierissimo animale sono state appunto
quelle fanciulle e donne le quali erano e non erano; davano e non
davano, abili sempre nell'inasprire la più o meno bramosa povertà del
maschio e nel lasciarla insoddisfatta o quasi. E in tutti i secoli, per
la generosità che lo distingue, l'uomo si è vendicato di queste sue più
amate compagne vituperandole.
Ora la prima volta ch'io potei baciare in pieno Giacometta, fu lo
stesso giorno del suo arrivo. La breve assenza l'aveva rinverdita,
aveva dato all'anima di lei una specie di distesa continuità inusitata.
Io ero entrato nella sua bianca casa, sul lembo di un giardino, alle
dieci e ne ero uscito a mezzanotte. Queste quattordici ore erano state
meno che niente.
Fu nel pomeriggio, dopo una lauta colazione. Eravamo nel giardino
incantato, dietro una gran macchia di roveri. Il giorno di aprile aveva
una limpida soavità come gli occhi di Giacometta e c'era per l'aria un
non so quale pàlpito che gonfiava il cuore.
Non si parlava. Giacometta si abbandonava sul mio braccio con maggior
languore. Poi, quasi per un contemporaneo avvertimento, ci volgemmo a
guardarci. Il brivido che era in me era in lei; ciò ch'io sentivo ella
sentiva; la mia inespressa volontà era la sua volontà inespressa. Io
vidi ne' suoi grandi occhi celesti, un lontano sorriso morire in fondo
alle pupille in un'ombra amorosa, vidi ch'ella non era più vigile,
ma tutta nel suo abbandono; ch'ella cercava di non saper più niente,
di non udir più niente ma solo di lasciarsi portar via, in quell'ora
dolcissima, dal pàlpito dell'aprile che gonfiava il cuore.
Nè io ragionai più ch'ella non ragionasse quando le passai un braccio
attorno alla vita, quando la trassi a me, la strinsi, la serrai a
me con improvvisa violenza, la mia bocca sulla sua bocca. Allora
fui ebbro del profumo e del fiore di quella divina giovinezza che
si piegava fra le mie braccia come affranta e prostrata; fui ebbro
e la vidi inarcarsi, abbandonar il capo all'indietro come per offrir
meglio il rosso desiderio della sua bocca alla furia dei baci; vidi il
suo pallido volto contrarsi un poco e illuminarsi nel sorriso della
profonda angoscia; la vidi, dalle radici dei capelli all'ombra del
piccolo seno, vibrar tutta, di uno spasimo nuovo; più affilato il volto
come se in realtà il piacere lo coprisse di un'improvvisa ombra di
morte.
— Bella bella bella!...
Non seppi dir altro, nel tremito di ogni mia vena. Ella chiuse i grandi
occhi e allora, alla sommità del suo viso, non fu se non l'oscura ombra
delle ciglia. Poi di un subito, le sue braccia dapprima inerti, mi
allacciarono il collo ed ella aderì tutta quanta a me, dalle ginocchia
al seno, tutta quanta mia, tutta nel mio desiderio, accesa del mio
ardore, soggetta alla mia volontà e la sua bocca, dischiusa sulla
bianchissima chiostra dei denti serrati, mormorò una parola sola, il
segno della sua perduta volontà di non esser più che una sofferenza e
un piacere nell'impeto del mio amore, nella violenza della mia forza
maschia.
Ci trovammo seduti sull'erba.
E già ogni mia timidezza era un solo remotissimo ricordo allorchè
udimmo levarsi dal discreto silenzio, una squillante risata.
Rotto l'incantesimo, mi trovai di fronte al tremendo compito di
assumere in un battibaleno il più indifferente aspetto che potesse
avere un garbato giovine giunto nuovo in quel luogo e ignaro di quanto
si era fino a quell'ora passato.
Io conoscevo ormai l'anima di Giacometta. Ella infatti volse il viso da
un'altra parte, si ricompose i capelli, si riassettò e, sorta in piedi,
riprese il cammino, affatto dimentica della mia presenza.
Comunque fosse, il resto della giornata non ebbe a risentire di troppo
violente variazioni.
Nei giorni che seguirono la faccenda fu diversa, per quanto fra
_tennis_ e pianoforte riuscissi a destreggiarmi abbastanza abilmente
fra le meteoriche burrasche della mia nebulosa. Però Giacometta
era sempre una creatura di mistero e nessuno avrebbe potuto mai con
certezza dire che cosa avrebbe fatto, o pensato, o deciso, o amato
da un'ora all'altra. Ella usciva dal comune; aveva un suo sistema
metrico decimale o non ne aveva affatto, ciò che le capitava più
spesso. Passava dal termine dell'abbandono al più risoluto disprezzo;
dimenticava ciò che aveva calorosamente affermato un'ora prima; poteva
concedervi la più grande gioia e ritogliervela dopo dieci secondi.
Era più mutabile del mare del quale portava il colore ne' suoi grandi
occhi fondi. Una volta si era ordinata quattro vesti di cui mi aveva
decantata la grazia e l'eleganza; orbene, quando le arrivarono, capitò
questo: una fu regalata alla cameriera; un'altra andò a finire sotto
il letto e le ultime due ebbero una sorte peggiore: volarono con la
scatola e tutto fuori dalla finestra. Questa era Giacometta.